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Riflessione filosofico-poetico-musicale

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« Dorian Gray sessanta anni dopoAntonio Croce. "Filosof... »

Campo dei Fiori, di Milosz. Ode a Bruno (autocelebrazione)

Post n°975 pubblicato il 23 Febbraio 2018 da giuliosforza

Post 895

Non sono andato a Campo dei Fiori per vari motivi, di cui il primo è che gli acciacchi della vecchiezza cominciano a rendermi difficili gli spostamenti in una città caotica come Roma. Il secondo, in realtà  il principale, è che tutte le le manifestazioni di piazza e di massa non mi piacciono, come non sarebbero piaciute allo Scontroso di Nola. Inoltre non amo i ‘liberi pensatori’ dal…pensiero unico ag-gregato, e in tal modo  autorinnegantisi: sono per i ‘pensatori liberi’, anarchici individualisti. Quando con gli studenti realizzavamo le famose (per pochi biliosi famigerate) serate libertine il 17 febbraio, al Campo si faceva gruppo a noi, incuranti del chiasso di bande musicali e di altoparlanti, ci si isolava in un angolo e dopo il veloce omaggio al ’Corrucciato” (ma perché quella tonaca, se l’aveva buttata alle ortiche?), si saliva a gozzovigliare goliardicamente fino all’alba sul Gianicolo e a brindare, da quella storica altura, "sulla Roma addormentata dei necropompi, dei necrofori, dei tafei". Che tempi, amici, in cui con ogni mia energia ero teso a non ridurmi ad un allevatore di cretini! Non sono andato nemmeno, con grande rimpianto, a Nola, dove gli amici del Centro bruniano, prima delle commemorazioni culturale del 17, han festeggiato Bruno, come da anni ormai, con un simposio cultural-gastronomico voluto dall’avv. Paolino Fusco in memoria della  “Cena delle Ceneri", descritta dal Nolano nel dialogo omonimo londinese.  Sono stato presente in ispirito:  ho difatti inviato, perché fosse letta pubblicamente da Rita Alessandra Fusco, esperta d’arte e di Bruno e fine dicitrice, la celebre poesia del Nobel polacco Czeslaw Milosz intitolata Campo dei Fiori, tradotta dall'amico Paolo Statuti, che vive in Polonia, ed è traduttore, poeta, pittore, musicista, come ampiamente testimoniato dalle sua numerose pubblicazioni e dal suo bel blog “Un’anima e tre ali”. La ricondivido oggi anche qui, facendola seguire da quella mia cosuccia neoclassica che fa parte dei Canti di Pan e ritmi del thiaso, di tutt’altro stile, ma forse non del tutto discara al Nolano che in essa compiaciuto si autocelebra.

A Roma in Campo de Fiori
Ceste di olive e limoni,
Selciato con spruzzi di vino
E con schegge di fiori.
Frutti rosati di mare
Ammassati sui banchi,
Bracciate d’uva nera
Sulle pesche vellutate.
Proprio su questa piazza
Fu arso Giordano Bruno,
Il boia accese il rogo
Fra il popolino curioso.
E appena il fuoco si spense,
La folla tornò a bere,
Ceste di olive e limoni
Sulle teste dei venditori.
Rammentai Campo de Fiori
A Varsavia presso la giostra,
Una chiara sera d’aprile,
Al suono d’una gaia orchestra.
La musica soffocava
Gli spari dal ghetto,
Volavano le coppie
Alte nel cielo terso.
A tratti il vento alle fiamme
Strappava neri aquiloni,
E la gente ridendo
La fuliggine afferrava.
Gonfiava le gonne alle ragazze
Quel vento dalle case in fiamme,
Scherzavano liete le folle
Nella domenica festosa.
Si dirà che la morale
E’ che a Varsavia o a Roma
La gente si diverte, ama
Incurante dei martiri sul rogo.
Oppure si vedrà la morale
Nella fugacità delle cose
Umane, nell’oblio che nasce
Prima ancora che il fuoco cessi.
Io invece pensavo allora
A quelli che muoiono soli,
Pensavo che quando Giordano
Salì su quel patibolo,
Non trovò nella lingua umana
Nemmeno una parola
Per dire addio all’umanità,
L’umanità che restava.
Già correvano a ubriacarsi,
A smerciare bianche asterie,
Ceste di olive e limoni
Recavan nel gaio brusìo.
E lui era già distante,
quasi fossero secoli,
La sua scomparsa nel fuoco
Essi attesero appena.
Di questi morenti, soli,
Già obliati dal mondo,
Anche la lingua ci è estranea,
Come lingua d’antico pianeta.
Finché tutto sarà leggenda
E allora dopo tanti anni
Nel nuovo Campo de Fiori
Un poeta accenderà la rivolta.
(1943, Varsavia)


Bruno nolano sono,
l’achademico
di nessuna achademia. La tristezza
è la mia gioia (come in Michelagnolo
la mia allegrezza è la malinconia,
e mio conforto son questi disagi”).
Vado lottando contro
i babbuini 
eterocliti , i natural coglioni
le bestie tropologiche, i menchioni 
morali e contro gli asini anagogici.
Un grandissimo nutro desiderio
di conoscer costumi nuovi e ingegni
e nuove verità, di cognizione
per confirmar buon abito, di cosa
mi manchi per accorgermi e cercare.
Un
eroico furore mi possiede
di cogliere nel mondo le fattezze
di Dio e d’esperire l’infinito
dentro il finito e nel particolare
l’universale, infine tutto in tutto.
Con l’aiuto di Lullo il pane frangere
della scienza vorrei per ogni pargolo.
In Dio
coincidentia oppositorum
le contraddizioni del reale
risolvo ed intelletto universale
lo predico; lo canto un intelletto
uno e medesimo che tutto riempie,
che l’universo illumina e indirizza
la natura a produrre le sue specie
sì come si conviene; e dico artefice
interno perché
forma la materia 
e la figura dal di dentro, come
da dentro il seme e da radice manda
esplica il stipe e il stipe poi da dentro
i rami caccia. Mens insita omnibus
predico Iddio e
Mens super omnia
(questo residuo di trascendentismo
solo forse non è contraddizione 
o un modo d’aggirar l’Inquisizione)
e non posso non predicar l’Effetto
della stessa natura della Causa
e dire il mondo eterno ed infinito
(aguzza i ferri padre Bellarmino!).
Predico l’
eternal vicissitudine
delle cose, e sull’alta sua coscienza
la qual di dominarla mi consente
atteggio la mia azione e moralmente
m’elevo. In tale consapevolezza
sono tranquillità e serenità,
è trionfo della vita sulla morte.
Pel gioco della saggia Provvidenza
ogni
minuzzaria si ricompone
nella Ragione dell’Uno-Ente-Vero.
E si fonda Ragione su Natura
(Natura che non è
ribalderia)
Fortuna su Natura indi Virtù
su la Fortuna che Virtù sollecita.
Delle segrete cause delle cose
sono curioso ed
a nimio sciendi
desiderio non quiesco. Odio chi dice:
Che vi val, curiosi, di studiare
voler sapere quel che fa la natura,
se gli astri son pur terra, fuoco e mare?
La santa asinità di ciò non cura;
ma con man gionte e in ginocchion vuol stare
aspettando da Dio la sua ventura”.
L’anima “di colui che tutto muove
per l’universo penetra e risplende
in una parte più e meno altrove”.
Così “
spiritus domini replevit
orbem terrarum” … così “intus alit
totoque se”, ut ait Vergilius, “corpore
miscet”. Sono così con me d’accordo
il Saggio antico, Dante, il Mantovano
-anima ho scritto io là dove gloria
il Fiorentino scrive; ma che vale
la differenza?- E più risplende, è chiaro,
nell’uomo che simìle ad Atteone
va a caccia di divino per le selve,
i piani, le montagne, le convalli,
lancia i suoi cani (i suoi pensieri) dietro
la deità pudica (o solo sadica)
che accende la passione, va ostentando
le sue divine forme e poi sparisce 
per le intricate redole del tempo-
Atteone che i cani infine sbranano
avendo in lui riconosciuto il dio
ch’egli fuori di sé cercando va.
Oh raptamento atteonico, oh furore
eroico dell’attimo in cui il limite
dilegua e l’infinito dilagando
per i meandri della finitudine
li colma e la coscienza solitaria
affoga dentro al
pelagos polý
dell’Uno-Ente-Buono-Bello-Vero!
Bruno nolano sono, nelle tenebre
dell’ignoranza brillo come un faro
di sapïenza ed ardo come un astro
nel firmamento. Il vento le mie ceneri
oltre il campo disperse per le vie
per le piazze pei fori per le ville
per i colli e dai colli alla campagna
triste e possente e tenera del Lazio
(“
Forza del Lazio quanto sei soave!
come scrive Gabriele a me sì caro!)
dalla campagna al mare. Chi me cerca
chieda alle notti illuni e alle tormente
chieda alle albe e ai tramonti, chieda ai fiori
chieda agli alberi, interroghi gli uccelli.
Sono la brezza che spira dal mare,
sono la folgore che spezza il cielo
da Gianicolo a Celio, son la voce
dei venti che si schiantano tra cupola
e cupola ed in vortice sul colle
che Vaticano ha nome imperversando
i sonni fanno inquieti al Pescatore.
Sono Bruno nolano, son la voce
che invoca l’essere, sono la voce
dell’essere che provvido risponde.
Sono Bruno nolano, sono il Cristo
della novella età che i nuovi Caifa
arsero al Campo in un rigido giorno
e nubilo d’inverno. Ma nel cielo,
chiaro ai confini d’orizzonte, già
s’apprestava a danzare Primavera.

__________________

Chàirete Dàimones!

Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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