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Cartoline pasquali. Resa al decoder. Excerpta. Natale di Roma

Post n°1120 pubblicato il 26 Aprile 2022 da giuliosforza

 

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   Ognuno di noi ha ricevuto e fatto i migliori auguri di Rinascita in questi giorni primaverili di Resurrezione, cercando le formule meno ovvie e ripetitive per esprimere i sentimenti nel modo che a ciascuno Amore detta dentro (ricordate? I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo / ch'e' ditta dentro vo significando”). A me, in tanto imperversare (graditissimo anch’esso, sia ben chiaro) del beneaugurare virtuale, non so a voi, sono mancate le cartoline di una volta che rappresentavano in colori sfumati d’acquerello poggi ameni fioriti di ogni fiore terrestre e aereo, di peschi e ciliegi ammantati di rosa, e nugoli di rondini arabescanti attorno al campanile rustico annunciante, al suono delle campane a stormo, al mondo la lieta Novella. Tre o quattro cartoline di questa fatta ricevo ancora regolarmente ad ogni Pasqua  dalla mia grande amica Jacqueline Held, poetessa, teorica del fantastico e autrice, da sola o col marito Claude Held, di centinaia e centinaia di racconti  album filastrocche. Di lei tradussi per l’editore Armando negli anni Settanta il bellissimo saggio L’Imaginaire au pouvoir  e due degli album, e con lei di Rodari, per ‘anthologie poche 2001’, Filastrocche in cielo e in terra; un autore, Rodari, per il quale ho sempre nutrito delle riserve non in quanto uomo, quale ad esempio si esprimeva nella rubrichetta firmata ‘Fortebraccio’ sul giornale ‘Paese Sera’, in cui lo ritenevo libero di rivelarsi in tutta la sua ideologia, ma sì come poeta al quale non riconoscevo, se non a scapito della efficacia lirica della sua scrittura, il diritto di tradurre in ritmo e rima la sua ideologia politica in grado di influenzare negativamente le giovani menti dei lettori; riserve che ebbi il cattivo gusto di esplicitare e di motivare anche nell’Introduzione che l’editore francese credette, senza informarmene, con una operazione censoria a sua volta di pessimo gusto, opportuno  sforbiciare.

   A proposito di semplicità e levità delle cartoline, di Pasqua, o no, ricevo da una ex allieva.

   Salve prof. Sforza, sono Antonella Malgieri, ho letto il suo Tag nel quale scrive a Giulia Gobetti che ha trovato veramente delizioso e godibile in ogni minimo dettaglio il mio "Quadretto di una casa in campagna". Con quel ''Quadretto'' le ho fatto, spero, intravedere un luogo a me tanto caro, la casa dei miei amati nonni, dove ho trascorso l'infanzia insieme ai miei familiari. Sono infinitamente contenta che sia stato a lei gradito. La ringrazio e mi dona tanta gioia aver avuto l'occasione di poter condividere con lei le mie emozioni. Sin dal primo giorno del corso di pedagogia generale, sono rimasta estasiata dal suo modo di trasmettere sapere e sentimenti. La ringrazio col cuore per aver arricchito l'universo della mia vita con il suo immenso essere.

   Su via, cara Antonella, non esageri ! Le sue lodi mi imbarazzano, ma mi fanno nel contempo piacere. Ad arricchire il mio essere, se ricco esso è, sono state giovani come Lei, che hanno riversato nella mia anima disponibile le loro fresche energie e le loro ansie di Conoscenza. Il suo quadretto di una casa di campagna mi piacque perché nella sua in-genuità ( che più che da gignere, generare, mi piace  far derivare da γῆ γῆς e dal prefisso in, donde in-terra, sapore e colore di terra, semplicità delle cose che si accettano e in quanto tali sono, e perennemente si ricaricano  come il gigante Anteo delle ovidiane Metamorfosi, al contatto con la Madre Terra (haec illi spelunca domus, sua casa è questa spelonca – simbolo evidente del grembo materno) viresque resumit in nuda tellure jacens, tale da risultare praticamente immortale; e che morirà solo, lui alto circa duecento metri e in proporzione pesante, allorché un altro gigante, Ercole, riuscirà a sollevarlo in aria  facendogli mancare il flusso delle materne  energie terrestri.  

*

Dietro insistenza di mia figlia ho ceduto, e deciso finalmente di installare (mi mancava troppo rai5) il decoder, che avevo rifiutato per un principio di cui ancora non sono pentito, e sono stato subito premiato con un bel Cocteau (La macchina da scrivere, in una storica edizione del 1971, regia di Mario Landi, e cast, si direbbe oggi, che siamo per lo più abituati a mestieranti di poco talento e di pessima scuola, da capogiro: Marina Malfatti, Enzo Tarascio, Raoul Grassilli, Mario Rigillo, Alida Valli, Ralda Ridoni in uno splendido bianco e nero) che ho come in un sogno osservato dal mio angolo con commozione mentre seduto al caffè La Rotonde di Montmartre animatamente colloquia con i vari Apollinaire, il pioniere dell’aria Roland Garros, Picasso, Satie, Cendras, Modigliani, Max Jacob (l’anima tormentata da me prediletta  e sentita quasi consanguinea, destinato come ebreo al martirio, anche se una malattia e la conseguente morte  ne lo affranca, con altri membri della sua famiglia) tutti personaggi che  ho incontrato lungo il mio cammino; e col  Mozart della Sinfonia numero 25 e la Synphonie espagnole del a me fino ad oggi ignorato Edouard Lalo. Direttore Eliahu Inbal.

   Grazie al maledetto decoder sono tornate le amate Presenze nelle mie stanze solitarie.

*  

Trascorro la mattinata della discussa Festa della Liberazione in compagnia di un Rigoletto del ‘55, con un baritono, Aldo Protti’ e una soprano, la romena Virginia Zeani, che mi incantarono e mi incantano. Grazie e pace a lui, già da tempo   nell’alto dei Cieli; grazie e pace a lei in terra, ancora vivente, novantaseienne, in America.  

   E in compagnia del Petrarca di Federico Ravello (‘Il più bel fior ne colsi’, SEI, Torino, ristampa 1953) dalla cui introduzione (pp V-XL, vedi post 1025 di Dis-Incanti) traggo i seguenti excerpta, non tutti di Petrarca ma a lui riferiti, il cui tono lamentoso, non proprio adatto a un clima di festa, ci dà per altro una perfetta idea del carattere del Poeta aretino. Non ci si crederà, ma a me più che da piangere viene irriverentemente da ridere. Non so a voi. Non mi lascio incantare dall’ipocrita viveur arquatese d’elezione.

   Irrequietus homo (chiara reminiscenza agostiniana?: facti sumus ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te) perque omnes annos anxius / ad mortem festinat iter, mors optima rerum (Petrarca, Africa, Lib. VI (l’uomo irrequieto, e tutta la vita ansioso, s’affretta alla morte, la cosa più bella di tutte le cose ci sia)

   Pasco ‘l cor di sospir, ch’altro non chiede, / e di lacrime vivo, a pianger nato; / Né di ciò duolmi, perché in tale stato / è dolce il pianto, più ch’altri non crede. (Son. CXXX)

   L’un disposto a patire e l’altro a fare. ((un endecasillabo del  XXV canto del Paradiso, tratto abusivamente da  un contesto completamente diverso, nel quale  Dante ci dà la sua dettagliata e noiosetta  concezione dell’atto generativo,  ma dal Varvello usato per mettere in evidenza il diverso carattere dei due grandi scrittori, l’uno fatto, si direbbe,  per la contemplazione,  l’altro per l’azione)

   Da poi ch’i’ nacqui in sulla riva d’Arno / cercando or questa ed or quell’altra parte / non è stata mia vita altro che affanno.

   A me dispensa (risparmia) il reo dolor che pensa (Pascoli, preghiera dell’Eremita)

   Datemi pace, o duri miei pensieri

   Questo io conosco e sento, / che degli eterni giri / che dell’esser mio frale / qualche bene o contento / avrà fors’altri; a me la vita è male (Leopardi)

   Molto mi spiace allegrezza e sollazzo / e sol malinconia m’aggrada forte (Cino da Pistoia)

   Ed io son un di quei che ‘l pianger giova (Canz. XXXVII)

   Lacrimar sempre è il mio dolce diletto (son. CCXXVI)

   Mille piacer non vagliono un tormento (son. CCXXXI)

   Tacito vo, chè le parole morte / farian pianger la gente; ed i’ desio / che le lacrime mie si spargan sole .   In guisa d’uom che pensi e pianga e scriva

   Se dal mio stato assai misero e vile / per le tue man resurgo, / Vergine, i’ sacro e purgo / al tuo nome e pensieri e ‘ngegno e stile, / la lingua e ‘l cor, le lagrime e i sospiri. / Scorgimi al miglior guado, / e prendi in grado - i cangiati desiri. (Canzone, Vergine bella che di sol vestita, vv. 124-130)

   Chi può dir com’egli arde è in picciol fuoco.

   Signor de la mia fine e de la vita, / prima ch’ ‘i fiacchi il legno tra li scogli / drizza a buon porto l’affannata vela.

   E certo ogni mio studio in quel tempo era / pur di sfogare il doloroso core / in qualche modo, non d’acquistar fama, / pianger cercai, non già del pianto onore.

   Quel sì gentil d’amor mastro profondo / per cui Laura ebbe in terra onor celesti. /

   Di me non pianger tu, ch’i miei dì fersi, / morendo, eterni, e ne l’interno lume, / quando mostrai di chiuder, gli occhi apersi.

   La tua magnificenza in me custodi / sì che l’anima mia, che fatta hai sana, che fatta hai sana / piacente a te dal corpo si disnodi.

   Cercato ho sempre solitaria ita / le rive il sanno e le campagne e i boschi.

   Sì ch’io mi credo omai che monti e piagge / e fiumi e selve sappian di che tempre / sia la mia vita, ch’è celata altrui.

   Né pur il mio secreto e ‘l mio riposo, / fuggo, ma più me stesso, e ‘l mio pensiero, / che, seguendol, talor levommi a volo; / e ‘l vulgo, a me nemico e odioso, / Chi ‘l pensò mai? Per mio rifugio chiero: tal paura ho di ritrovarmi solo!

   Due cose belle ha il mondo, Amore e Morte (Leopardi)

   Bellissima fanciulla, / dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente, / gode il fanciullo Amore / accompagnar sovente; / e sorvolano insiem la via mortale, / primi conforti d’ogni saggio core (Leopardi)

   Che ben può nulla chi non può morire.

   E già l’ultimo dì nel cuor mi tuona.

   O ciechi, il tanto affaticar che giova? / tutti tornate a la gran madre anctiva / e ‘l vostro nome appena si ritrova.

   Veramente siam noi polvere ed ombra / veramente la voglia è cieca e ‘ngorda, / veramente fallace è la speranza.

   Quanti son già felici morti in fasce! / quanti miseri in ultima vecchiezza! / alcun dice: “Beato è chi non nasce”.

   Muor, mentre se’ lieto / ché morte, altempo, non è duol ma refugio, / chi può ben morir non cerchi indugio.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

   Cerchiamo il ciel, se qui nulla ne piace.

*

   MMDCCLXXV Natale di Roma.

    "Eine Welt zwar bist du, o Rom; doch ohne die Liebe / wäre die Welt nicht die Welt, wäre denn Rom auch nicht Rom!" (Goethe, Elegien I, I Meridiani Mondadori, 1989, p.299))

   "Un mondo tu sei o Roma, ma senza l'Amore

come il mondo non sarebbe mondo, così Roma non sarebbe Roma".

   Di tutt'altro tenore Virgilio:

   "Tu regere imperio popolos Romane memento / hae tibi erunt artes pacisque imponere morem / parcere subiectis et debellare superbos"(Eneide, VI, 851-3.)

"Ricordati, Romano, di governare col tuo potere i popoli -queste saranno le tue arti-: imporre costumi di pace, perdonare ai sottomessi, debellare i superbi".

   Due visioni del mondo, di Roma e dei suoi destini. ambedue a loro modo nobili.

   Ma io preferisco quella del 'barbaro incivilito" Goethe, il Francofortese che era solito celiare sul suo cognome rilevando come fosse bastato aggiungere una dieresi sulla 'o' perché il 'barbaro' Gothe diventasse il gentile Goethe!).

   Credo nella supremazia, quasi mai, ahimé, rispettata, della Poesia e dell'Amore.

   (Eppure, lo confesso, non mi dispiacerebbe intonare in questo Anniversario con le fanciulle del Campidoglio -ove ormai sono rimaste solo le...oche- l'Inno oraziano, perfetto per la musica pucciniana dell'Inno a Roma: "Alme sol curru nitido diemqui / promis et celas aliusque ed idem / nasceris possi nihil Urbe Roma / visere maius". "Sole che sorgi libero e giocondo / sui Colli nostri i tuoi cavalli doma. / Tu non vedrai nessuna cosa al mondo / maggior di Roma".

   E l'Inno pucciniano vedrei bene come nostro Inno nazionale, all'altezza finalmente della maggior parte degli altri inni nazionali, al posto della pur simpatica marcetta mameliano-novariana.

   Detto senza polemiche e senza nostalgie: l'Inno pucciniano-oraziano-salvatoriano è, per chi non lo sapesse, del 1918, anno non ancora ...sospetto).

 Chàirete Dàimones

 

 
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