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Io e Papini. Papini e D'Annunzio

Post n°1068 pubblicato il 14 Marzo 2021 da giuliosforza

 

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  Da giovane, l’ho più volte ricordato, andavo pazzo per il Papini pre-‘conversione’ (virgoletto perché, non solo per me, si trattò di una conversione assai anomala, nonostante il cordiglio del Terz’Ordine francescano), quello appena ventenne che mette a soqquadro le lettere italiane con le sue bordate polemiche contro tutto e contro tutti. Ma ero anche già, e lo sono restato, come d’altronde son restato papiniano, dannunziano militante (diciott’anni li dividevano, ma una generazione può valere un secolo).

   Siamo nel 1902, Giovanni (che inizia a firmarsi Gianfalco) sta per fondare il Leonardo, al quale faranno seguito Lacerba e La Voce, non meno combattive. É vorace, assetato di sapere, corre da una biblioteca all’altra, non c’è ambito della conoscenza che gli sia alieno. É un vulcano in perenne eruzione. Ed è in quello stato che il ventunenne assatanato (lo scopro adesso, nel libro a cura di Anna Casini Paszkowski, Papini, Il non finito. Diario 1900 e scritti inediti giovanili, Casa Editrice Le Lettere, Firenze 2005) scrive al Vate una lettera aperta, nella quale assesta allo scrittore italiano già più famoso nel mondo colpi da ko. L’avrà letta Gabriele? Non credo. Si sarebbe divertito, come mi diverto io qui a riprodurla, risparmiandomi troppo ovvie considerazioni.

   A Gabriele D’Annunzio

   Voi siete, oggi, il principe intellettuale d’Italia, e temo assai che rare vi giungano, come accade ai re, le voci sincere. Ascoltatene una che non viene da un letterato ringhioso o da un moralista bigotto ma da un solitario che pensa.

   Voi non siete dell’avvenire ma del passato, in voi domina il culto dell’esteriore, ribolle la brama antica della femmina, del sangue e dell’oro e siete fatto schiavo delle parvenze mentre il futuro dominio sarà dello spirito, della vita interiore che chiuderà nei simboli brevi le sue sintesi vaste.

   Voi non siete un Me personale perché accettaste a vicenda il realismo volgare e i malaticci sdilinquimenti slavi, vi compiaceste tanto delle bizantinerie lussuose di Francia come dell’accattata semplicità dei primitivi e vi concedeste tanto alla suggestione apocalittica di Zarathustra ebbro come ai facili applausi della mediocrità follaiola.

   Voi non siete neppure un artista superiore, perché pregiate le parole e le immagini morte più dell’emozione, trascinate i pochi idoli del vostro repertorio in fiumane di versi che sanno di glossario e mancano d’anima, e di poeta superbo siete diventato un fortunato mercante di parole.

   A voi giovò la interessata gran carcassa importata di Francia, il gridio dei liceali pretoriani lieti di trovare una nuova livrea, l’orbo patriottismo degli epigoni di Gioberti e, più di ogni altra cosa, la mirabile pecoraggine della moltitudine che corre ove i cerretani la chiamano con grida e sonagli.

   Voi che dileggiate la Gran Bestia nei vostri piccoli sogni imperiali, avete ora la punizione maggiore: quella di averla serva.

   Ricordate che il contatto coi piccoli, anche se di dominazione, impiccolisce e voi siete acclamato dalle più oscure legioni della beotaggine che affratella professori di lettere a riposo e bottegai intellettuali.

   Qual nemico potrebbe, volendo, farvi ingiuria maggiore?

                                                                                                                      G. P. Firenze. 3.IX.1902

 Una stroncatura bella e buona, simpatica, di quelle che da un ventunenne genialissimo e ‘invasato’ non puoi non attenderti. Ma quale fu la posizione del Papini maturo nei riguardi del Vate? Me ne illumina un grande amico del Fiorentino, che dedicò a ‘Gianfalco’ (mai pseudonimo fu più appropriato) una breve ma intensa biografia: Giovanni Papini (Volpe editore, Roma 1972, traduzione di Orsola Nemi, titolo originale Giovanni Papini, Wesmael-Charlier, Paris, 1963). L’Autore in questione è l’Esule cattolico rumeno tradizionalista, ‘ortodosso’ irriducibile, Vintila Horia (col quale ebbi il piacere alla fine degli anni Cinquanta, quando dirigevo un Circolo culturale giovanile “Giovanni Papini”, di avere un vivace scambio di idee), vincitore contestato nel 1960 del Premio Goncourt con Dio è nato in esilio. Nel primo capitolo ho la sorpresa di trovare, insieme ad alcune interessanti citazioni di noti paradossi papiniani (per es. ‘La filosofia serve a liberarsi della filosofia’, al quale io per mio conto ne avrei aggiunto un altro, ‘come la teologia a liberarsi della teologia’) una non sospetta testimonianza che trovo, vista la fonte, intrigante. Eccola:

   “Evidentemente questa filosofia antifilosofia, questa ‘psicologia o magia’ (la definizione è di Papini) non era che un ritorno alle fonti del romanticismo, faceva tabula rasa dell’insegnamento positivista e gettava Auguste Comte alle ortiche. D’Annunzio, che sembrava allora il maestro di tutte le ribellioni e di tutti i rinnovamenti, rappresentava in letteratura la medesima tendenza. I suoi eroi sono dei liberatori e i suoi libri, tanto i romanzi quanto le poesie, contribuirono in maniera efficacissima a formare in Italia un uomo rinnovato, eroico, fedele alla grande tradizione della penisola, alle sue imprese storiche più autentiche. Quel che fu chiamato ‘dannunzianesimo’ ebbe risonanza e forza, non solo letterarie, ma sociali, molto maggiori del socialismo e del liberalismo che turbarono gli italiani durante il XIX secolo senza illuminarli né chiarirne le idee. Gli eroi di D’Annunzio trasformarono gli animi fino in fondo alle provincie. Le persone pensarono, amarono e parlarono secondo i modelli creati da questo scrittore di genio, che coincise col bisogno vivo allora nel suo paese, di trasformarsi interiormente e ricominciare la vita dall’altro capo. Se D’Annunzio non è più di moda, se oggi è difficilmente leggibile, lo si deve appunto alla sua contingenza, alla sua stretta coincidenza col momento politico sociale del suo paese. L’Italia dovrebbe essergli grata per tutto quanto egli ha fecondato in fondo alle anime, per quel seme rivoluzionario e riformista che seppe seminare negli uomini e nelle donne del suo tempo. Fu più eroe che scrittore, un fondatore nel senso augusto della parola, e lo provò mettendosi alla testa di un esercito di pazzi scatenati che nel 1919, sfidando la timidezza dei militari e dei politici, conquistò Fiume. In questo, è grande quanto Byron, fondatori ed eroi entrambi, più che scrittori.

   “Papini non poteva sottrarsi all’incanto. Fu in rotta, qualche anno dopo, con D’Annunzio, ma questi non poteva non collaborare al Leonardo. Lo si trova infatti, nel secondo numero della rivista, con un’ode dedicata a Shelley, Anniversario orfico. In un libro consacrato alle Riviste italiane del XX secolo, Vittorio Vettori nota quella filiazione spirituale, affermando che «Papini conduce il suo dannunzianesimo iniziale a sviluppi imprevisti, nell’accordare al motivo del Superuomo, e a quello dell’attivismo (o pragmatismo) un significato di autentica religione».

   Alcune affermazioni sarebbero discutibili, ma la maggior parte sono condivisibili. Questo geniale straniero aveva capito Gabri e la sua funzione storica (direi anzi metastorica) molto più di molti nostri connazionali.

   ____________

    Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

 

  

 

 

 
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Commenti al Post:
Utente non iscritto alla Community di Libero
Mr.Loto il 14/03/21 alle 17:45 via WEB
Una piccola porzione di storia della letteratura che sinceramente non conoscevo, interessante. Un saluto
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Utente non iscritto alla Community di Libero
g. s. il 15/03/21 alle 08:35 via WEB
Ricambio cordialmente i saluti
(Rispondi)
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