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Marcello Veneziani, Magnifici ribelli, varia

Post n°1183 pubblicato il 14 Febbraio 2024 da giuliosforza

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   Ho recentemente condiviso su fb la copertina del saggio di Marcello Veneziani dedicato, lepidamente, a Vico dei miracoli (con riferimento alla zona di Napoli ove è situata via San Biagio dei Librai, a lungo residenza del Filosofo) perché lo ritengo, oltre che istruttivo, assai divertente. Il prof Luciano Pranzetti, presentissimo su questi spazi, che onora con la sua formidabile scienza e intelligenza, ha così reagito: “lo acquisterò per tre motivi: 1) - per essere proposto dal migliore docente italiano: Giulio Sforza; 2) - per essere Vico il miglior filosofo italiano; 3) - per essere scritto da Veneziani, il migliore pensatore libero italiano.

Mi son limitato per il momento all'area italiana”.

  Per quanto mi riguarda non negherò ipocritamente di essere andato in sollucchero per l’esagerato e birboncello elogio, che solletica non poco la mia innata nota modestia. Ma mi piacciono soprattutto le altre due motivazioni, che condivido con una riserva: metterei Vico, per la vita e per l’Opera, se non sopra alla pari sì con gli altri tre geniacci della Magna Grecia, gloria del Rinascimento filosofico italiano: Telesio, BRUNO (la maiuscola non è un refuso) e Campanella; pari, se non per sistematicità, indubbiamente per originalità e complessità.

Per Veneziani, d’accordissimo; di lui prossimamente su questo diario virtuale, a conferma, mi prenderò la libertà di condividere un suo coraggiosissimo, visti i tempi, articolo apparso su La Verità del 6 febbraio scorso.   

 

*

Mi sono appena regalato uno dei libri più lodati e reclamizzati, in questi giorni, dalle amanti e dagli amanti di Sophia: "Magnifici ribelli. I primi romantici e l'invenzione dell'Io' (editrice la Luiss University Press, l' italianissima Libera Università Internazionale di studi sociali Guido Carli', traduzione di Antonella Salzano) della scrittrice tedesco-indiano-inglese Andrea Wulf. I 'Magnifici ribelli' sono quei giovani, giovani chi più chi meno, famosissimi Pensatori rispondenti ai nomi di Fichte Hegel Schelling Novalis Schiller eccetera, dibattenti (e trincanti) nel così detto Circolo di Jena attorno al tavolo moderato da un tal Johann Wolfgang Goethe, personaggi che stavano davvero cambiando il mondo.

A vent'anni, nel pieno della mia conversione (anzi presa di coscienza: chi perde una fede seria non l'ha mai posseduta, chi la trova l'ha sempre posseduta ) all'Idealismo presto maturato in Neo-Idealismo, sentivo di essere stato, circa tre vite fa, ragazzo-garzone in quel ritrovo di Geni (al quale ho poi molte volte pellegrinato in vita), ragazzo curioso e distratto perché incantato dai discorsi rivoluzionari di quei Profeti della nuova Bibbia filosofica, presto diventato loro intimo e familiare, e vezzeggiato come loro mascotte. Questo avverto ancora e perciò, sfidando il freddo pungente e imprudentemente non tenendo conto dei miei mal d'ossa ormai quasi invalidanti, salgo in macchina, corro alla mia libreria di riferimento che è a pochi minuti da casa, ed eccomi a leggere il prologo dell 'autrice che fa ben sperare dopo le solite presentazioni laudative di critici illustri, fra le quali una, per fortuna breve, perché nociva, di Andrew Roberts che evidentemente non ha letto il libro se ne colloca le vicende "nella Germania di fine Ottocento".

Sento che si tratta del libro che mancava alla mia curiosità vorace. Lo divorero'. E ne riparleremo presto, se i Fati lo consentiranno.

 Nota.

   Luciano Pranzetti, l’onnisciente (non scherzo) e onnipossente mio ex discepolo, lettomi mi condivide la sua pessima opinione e del libro e dell’autrice. Secondo lui l’autrice non sarebbe né una storica né una filosofa e non farebbe che incollare una appresso all’altra citazioni di seconda mano. Gli rispondo: Sesto Empirico a me consiglia prudenza ed epoké, la scettica ‘sospensione del giudizio’. Invidio la tua categoricità e le tue sicurezze,  stai  come ‘torre che non crolla per soffiar di venti', ti è consentito esser "dogmatico", abbarbicato come sei alla roccia delle tue certezze. Me la Conoscenza ha reso fragile, vacua ombra 'che la luna attraversa scintillando'...

 

 *

   Il mio fine settimana. Ascoltato e visto o solo visto:

  un Uto Ughi splendido nella beethoveniana Sonata a Kreutzer, da cui il vecchio Tolstoi trasse il titolo del suo omonimo romanzo ultramoralistico, non certo un capolavoro. Oltretutto Lev fraintende, anzi calunnia, il compito di Frau Musika, rendendola colpevole del decadimento morale ecc. ecc. Da ridere. Saepe etiam magnus dormitat Homerus…

   di Feydeau, Sarto per signora, uno spasso;

   di Dumas figlio, La signora dalle camelie, riduzione per la tv di Cottafavi, con Rossella Falk e Arturo Dominici. Qualche differenza dalla Traviata di Verdi, libera trasposizione in note, come è risaputo, della Dame aux camélias. A proposito di Traviata, ecco un’opinione di Daniel Oren, espressa oggi in un Prima della prima di rai5, che dirige cantando e saltando da sfondare, gigantesco come è, il podio. Secondo lui la Traviata è un’opera più francese e soprattutto più tedesca che italiana, il che le farebbe onore. Originale, ma discutibile. Per metà convengo. Ricordo la sua prima direzione a Roma, Auditorium Conciliazione, tanti tanti anni fa. Era giovanissimo e come sempre indossava il kippah. Con Maria Teresa crepammo dal ridere, non per il kipah, per il personaggio, destinato a rimanere tale. Oggi, a quasi settanta anni, numero biblico, lo ho visto tale e quale, solo un po’ più in carne. Ma la sua voce baritonale e intonatissima è ancora intatta (ben si vede che studiò canto) salta un po’ meno, ma è identica la gestualità. Settanta volte sette può essere il suo finale traguardo. Auguri, Maestro!      

*

   Notte Santa come è descritta nel Protovangelo apocrifo di Giacomo.

   Una delle mie più frequenti citazioni bibliche è quella  ripresa dal Libro della Sapienza XVIII, 15-16 della Vulgata: “Dum medium silentium tenerent omnia et nox in suo cursu medium iter haberet, omnipotens Sermo tuus, Domine, a regalibus sedibus venit” . Mentre tutte le cose erano immerse nel più profondo silenzio e la notte era a metà del suo corso, il tuo onnipotente Verbo, Signore, discese dalle sue sedi regali”. Questa mi par di ritrovare nella descrizione del Protovangelo di Giacomo della Notte Santa immersa nel suo panico attonimento, nel cuore della stagione della Quiete alcionia. Come in un infantile gioco delle belle statuine il moto dell’Universo s’arresta, la musica dei mondi si tace perché quella solo del Verbo incarnato risuoni. Tutto ciò ed altro ritrovo nelle prime pagine dell’apocrifo Protovangelo di Giacomo.

   “…E io Giuseppe stavo camminando, ed ecco non camminavo più. Guardai in a ria e vidi che l’aria stava come attonita, guardai la volta del cielo e la vidi immobile e gli uccelli del cielo erano fermi. Guardai a terra e vidi posata lì una scodella e degli operai sdraiati intorn, con le mani nella scodella; e quelli che stavano masticando non masticavan più, e quelli che stavano prendendo del cibo non lo prendevanopiù, e quelli che stavano prottgandolo alla bocca non lo portavano più, ma i i visi ditutti erano rivolti in alto. Ed ecco delle pecore erano condotte al pascolo, e non camminavano, ma stavano ferme; e il pastore  alzava la mano per perquterle col bastrone, e l sia mano restava per aria . Guardai alla corrente del fiume e vidi che i capretti tenevano il muso appoggiato e non bevevano;… e insomma tutte le cose, in un momento, furono distratte dal loro corso”. (I Vangeli apocrifi, a cura di Marcello Craveri, Biblioteca Einaudi 2014, p.20)

   Gioco universale delle belle statuine che Diego Valeri, citato dal curatore (op.cit. p.20 in nota), in una ingenua poesia così descrive: “Maria dentro la grotta si posò / E Giuseppe a Betlemme si avviò. /Ma un momento sentì che mentre andava / a mezzo il passo il piè gli si arrestava. / Vide attonita l’aria e il cielo immoto / e uccelli stare fermi in mezzo al vuoto. / E poi vide operai sdraiati a terra / e posata nel mezzo una scodella: / e chi mangiava, ecco, non mangia più / chi ha preso il cibo non lo tira su, / chi levava la man la tien levata, / e tutti al cielo volgono la faccia. / Le pecore condotte a pascolare / sono lì che non possono più andare: / fa il pastor per colpirle con la verga / e gli resta la man sospesa e ferma. / E i capretti che all’acqua aveano il muso / ber non possono al fiume in sé rinchiuso… E poi Giuseppe vide in un momento / ogni cosa riprender movimento”.

   Gioco universale delle cose alle belle statuine!

 *

 Sarà veramente di Menandro l’abusata affermazione on oi theòi philoùsin, apothneskei neos, muor giovane colui che gli dei amano? O gliela avranno messa in bocca gli oligarchi guerrafondai per mandare a morire in guerra milioni di giovani, come fanno da sempre le grandi potenze belligeranti? Non è allora da preferire la retorica patriottarda di una canzonetta, come quella musicata nel 1826 da Mercadante nella sua opera Donna Caritea, su parole del conte Paolo Pola?

   Chi per la patria muor
   vissuto è assai;
   la fronda dell’allor
   non langue mai.
 
   Più tosto che languir
   per lunghi affanni,
   è meglio di morir
   sul fior degli anni.
 
   Chi muore e che non dà
   di gloria un segno
   alla futura età,
   di fama è indegno.

  O vivere e morire è parimenti insignificante?

  Pensieri negativi crepuscolari. Nuove albe s’annunciano. S’avvicina il tempo delle rinascite.

*

   Ho sognato il Venosino e la commemorazione (‘Orazio educatore’) che ne tenni tanti anni fa, all’aperto tra il fitto verde e l’ombra dei pioppi, presso i ruderi della Villa di Orazio al Fons Bandusiae splendidior vitro, dulci digno mero non sine floribus di Licenza di Roma, chiamato a sostituire indegnamente Ettore Paratore malato, e l’ho di nuovo in sogno declamato per un ristretto pubblico di amatori.

   Fuori di sogno:

   Invitare un modesto teorico dell’educazione, ‘anarchico’ e nicciano, a sostituire un filologo e latinista eccelso, uno dei ‘conservatori’ più contestati dai sessantottini della Sapienza, fu certo un azzardo, ma la novità non dispiacque al pubblico e forse nemmeno ad Orazio. Non piacque molto a qualcuno degli organizzatori, che a posteriori si pentì della scelta e si chiese: ma come ha potuto venirci in mente di chiamare uno come costui, teorico della dis-educazione estetica e della de-gregazione? Anche io me lo chiesi e continuo a chiederlo. Probabilmente la colpa fu di un mio ex alunno musicista diplomato al Conservatorio che aveva voluto laurearsi in Pedagogia e faceva parte del comitato. (Ciao Maestro Prof Moscetti.  Organizzate ancora costì l’annuale celebrazione?)

   Naturalmente non fui più richiamato. Ma ogni tanto mi richiamo da solo e mi ritmo perfettamente in solitudine i bei saffici del birbone venosino, e anche me li canticchio e me li suono all’organo sulla musica dell’Inno a Roma pucciniano: i versi saffici di Fausto Salvatori musicati dal Lucchese ne adottano alla perfezione il ritmo e s’adattano splendidamente a quelli dell’autore del Carmen saeculare.

   Per il mio sogno stanotte, biblico vecchione novantenne ormai ridotto a voyeur, ho scelto la lascivetta Ode C. I 30 del primo libro. Provate a cantarla con me e vi renderete conto della perfetta intesa Quinto Orazio Flacco venosino- Giacomo Puccini lucchese.

   O Venus regina Cnydi Paphique  

   Sperne dilectam Cypron et vocantis

   Thure te multo Glycerae decoram

   Transfer in aedem.

   Callidus tecum puer et solutis

   Gratiae zonis, properentque Nymphae

   Et parum comis sine te Iuventas

   Mercuriusque.

  Quanti sogni simili amerei tornare a fare, per ripagarmi della conturbante, per cervello e muscolo cardiaco, solita fantasmagoria orrifica delle mie notti inquiete!

*

   Vengo da un bel pianto liberatorio all’ascolto di Amarilli Nizza in  Suor Angelica. Chi ama Puccini non può non amare Suor Angelica, l’atto unico, Opera-capolavoro, tra le sue Opere, che egli, per sua stessa confessione, amò di più.  

__________________                           

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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