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Ennesima 'Traviata' con la Bonfadelli, Bruson, Domingo ed altro

Post n°1185 pubblicato il 09 Marzo 2024 da giuliosforza

 

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La  "piccola" Violetta  di porcellana di Zeffirelli   «Una bambola di porcellana in una confezione di plastica rotante.  Questa Traviata messa in scena da Zeffirelli a Busseto. La Bonfadelli è stata una Violetta vocalmente efficace, poco brillante all'inizio, ma cresciuta e a tratti emozionante. Scott Piper un Alfredo a senso unico, Bruson e Domingo (alla guida di una Toscanini mediocre) sono Bruson e Domingo, appunto. La regia ha espresso alto virtuosismo e gusto a tratti stucchevole, fascinoso ma sterile. Un mare di applausi alla fine».   Così il critico Alessandro Rigolli introduce una lunga recensione della  “Traviata” trasmessa da rai 5 il 7 marzo dal Teatro Giuseppe Verdi di Busseto, una recensione  molto positiva anche per quanto riguarda la Bonfadelli, oltre che naturalmente lo stupendo Bruson nella parte di Germont padre e Placido Domingo direttore (di cui io ebbi a scrivere che avrebbe fatto meglio a restare cantante). E prosegue Rigolli:    «Sul piano vocale, Stefania Bonfadelli ha proposto una Violetta spigliata, vocalmente efficace se non a tratti fascinosa, emersa a pieno negli atti secondo e terzo, dove le venature brunite che nutrono una voce ben controllata riescono a stemperarsi in modo adeguato».    Io non condivido affatto l’opinione sulla figlia adottiva di Franca Valeri. L’ho trovata quasi sempre al limite . del sottotono nei confronti dell’orchestra, ed ho trascorso le due ora dell’ascolto in continua sofferenza. Persino il mio orecchio sinistro da anni completamente sordo ne percepiva il pericolo. La stessa impressione sulla voce del soprano ebbi tanti anni fa quando la senti affrontare una Adriana Lecouvreur, penso fosse il suo debutto, al Teatro Vespasiano di Rieti in occasione dell’annuale Festival ‘Battistini’ patrocinato dalla madre adottiva. Persino Bruno Cagli, il critico musicale presidente dell’Accademia di Santa Cecilia, che mi sedeva accanto, era d’accordo con me. E Cagli non era sordo. Ora mi pare, seppure ancora giovane, che abbia spesso di cantare e leggo essersi data alla docenza. Scelta intelligente. E ancora il critico: «Sul piano vocale, Stefania Bonfadelli ha proposto una Violetta spigliata, vocalmente efficace se non a tratti fascinosa, emersa a pieno negli atti secondo e terzo, dove le venature brunite che nutrono una voce ben controllata riescono a stemperarsi in modo adeguato sempre il rischio di ingombrare eccessivamente un palcoscenico dalle dimensioni comunque limitate, dall'altro riusciva a non distogliere l'attenzione dai due protagonisti dell'opera, anche quando, per esempio, i colori e i caratteri - crediamo volutamente marcati - ostentati nella festa a casa di Flora si intrecciavano all'intervento coreografico de "La corrala”».    Non vengono meno le mie riserve.*

   Storia di eversioni e sovversioni

   Celie, ma non tanto, di un ‘eversivo’ sui generis, teorico della Theofagia.

   Un mio meraviglioso ex allievo, poeta e mistico, eremita quanto basta, monaco quanto basta,  cenobita quanto basta, e nel contempo infaticabile uomo d’azione,  sommovitore, e ‘corruttore’ di coscienze, che di sé onora e santifica la Terra calabra, mi ha ricordato di essere stato  sconvolto, poi esaltato, tanti anni fa,  da una parola che io usai in uno dei primi nostri incontri all’Università nel quale si discorreva della incongruità di un vegetarianesimo e di un ambientalismo privi di premesse, sostanza e giustificazione filosofiche: la parola era  Theofagia, la più naturale delle conseguenze di una concezione monistica della Natura che fa di ogni essere un essere vivente anzi divino, quella che dai primi monisti, partendo dal Plotino del pròodos e dell’epistrophé, lo Spinoza del Deus sive Natura, definitivamente verrà ri-assunta dai romantici nella Dialettica dello Spirito,  o dell’Uno

   Dovrò prima o poi scrivere, se me ne resterà il tempo, una piccola storia del mio ‘sovversivismo’.

   In un  mio recente intervento ad una tavola rotonda su argomenti ambientalisti di moda, io naturalmente ho detto di ciò che so, di cui so dire, di ciò che ho sempre variamente detto intorno ad un concetto di Natura  recuperanda, con  un approccio filosofico, laicamente ‘teologico’, latamente e strettamente estetico e modernamente, cioè nello spirito del falsificazionismo popperiano, scientifico,  alla sua …naturale essenza primigenia (Urnatur), che non è quella dei piagnistei ambientalistici di tutto il mondo; l’ho detto nel mio solito stile divertito e dissacrante di denuncia, col Francis Bacon del Novum Organum, degli idola specus tribus fori theatri, e col Seneca del De vita beata, dell’istinto di aggregazione (ad gregem), per il quale pecorum ritu siamo spinti a seguire antecedentium gregem, pergentes non quo eundnum est, sed qua itur. Naturalmente dai pochi che mi hanno capito, o han creduto di capirmi, mi è stato dato ancora una volta del sovversivo. E, colmo dei colmi, un sovversivo novantenne. Prendermela? E perché mai? Ho ringraziato per l’implicita lode contenuta nell’accusa. Mi sono divertito a rincarare la dose ironizzando sull’invasamento ambientalista dell’adolescente visionaria Greta Thunberg, una furbetta che non ti dico, e sulla conseguente istrionesca isteria collettiva conseguitane, uno dei più vistosi fenomeni di rimbambimento globale.

   Sì, ribelle ci sono nato e ho passato la vita a ribellarmi, cioè a …pensare. Che è pensare se non sovvertire un ordine, anche un presunto ordine cosmico, prestabilito? Che nasco a fare ad un mondo che non sia nuovo con me della mia novità, con me da me tutto da crearsi? Non corrisponde forse la mia vera nascita alla nascita del mio Pensiero, attualisticamente, gentilianamente, pensante? Non forse, l’ho ripetuto per una vita fino alla nausea, lo scopo del nostro esserci nel mondo è arrivare a poter dire come  Atem a Suleika (Goethe, Divano occidentale orientale) Allah braucht nicht zu schaffen, wir eschaffen seine Welt, Allah non ha bisogno di creare, noi creiamo il suo mondo? Giorno per giorno, con mani tremanti, ti costruiamo Dio ,pietra su pietra? (Rainer Maria Rilke, La cattedrale). Non forse questo Allah stesso s’aspetta di sentire da noi, per non pentirsi d’averci creato, creato per nulla?

   Ma per oggi basta con sofismi e filosofemi, dei quali non ho difficoltà ad autosospettarmi.

 *

   (A commento di una foto che coglie, seduti sulla stessa panchina, me che leggo e due fanciulli che smanettano sul cellulare navigando nella intemporalità e aspazialità della rete).

   Seduti sulla stessa panchina, vicinissimi ma distanti anni luce. Io a rileggere con occhio attento ‘La cena de le ceneri’ bruniana resa in italiano moderno (Di Renzo Editore 2023) a cura di Guido del Giudice e Gianmario Ricchezza; e a prender prima critica visione della ‘Filosofia della musica’ (post schӧmberghiana) di Giovanni Piana (Guerini e associati, Milano 1991), due testi alla mia comprensione aperti ma ovviamente preistorici  per i due fanciulli, smanettanti, serioso il più grande, divertito il più piccino californiano, sul cellulare; i miei kantiani apriori della sensibilità (spazio e tempo) e le mie mentali categorie, i trascendentali dell’intelletto, non sono più i loro: conseguente impossibilità di comunicazione e di comprensione tra le generazioni, improbabilità, anzi felice inutilità, di tutte le pedagogie.

   Due realtà fisiche apparentemente prossime sulla stessa panchina in piazza del Belvedere, due universi che più fra sé distanti non si può.

   Urgenza di Metantropologia.

 *  

   Dis-avventure rusticane.

   Invitato a un anomalo ‘symposion’ dal presidente di uno di quegli enti ormai inutili detti Università Agrarie - ora Domini Collettivi (nello specifico l’U. A. del mio natio borgo selvaggio, creata nel 1910 in seguito al riscatto, con donazione al Comune, alla chiesa e alla popolazione, dei boschi e dei terreni da semina o da pascolo ancora proprietà dei Borghese, dall’oriundo cardinale Angelo Di Pietro, diplomatico eccellente in America Latina, Spagna e Germania, che ebbe voti al conclave da cui sarebbe uscito il discusso antimodernista, per molti oscurantista, Pio X) per dire di “Novantenni e 'De consolatione philosophiae'” nella cornice di una strana ‘Festa dei novantenni’, dedicata ai compaesani vivi o morti nati nel 1933 (trentadue in tutto, di cui tre o quattro, me compreso, ancora calcanti il suolo della bella Terra) ebbi la cattiva idea, l’ingenuità e, debbo proprio dirlo, la magnanimità di accettare; e il sullodato presidente per onorarmi, dice lui, per un maliziosetto dispettuccio, dico io, mi destinò ultimo dei relatori, sicché non ebbi il tempo, per gli sforamenti dei precedenti, di dire quasi nulla di quanto m’ero preparato a dire tra il serio e il faceto, per vari motivi: primo, l’assenza di novantenni, tranne me, che dunque ero soggetto, insieme, e unico oggetto della mia … 'magistralis lectio'; secondo, il via vai di pubblico nel bar osteria che ci ospitava e che più che bar somigliava ad un caravanserraglio; terzo, l’assenza di un, dico uno rappresentante dell’ente (presidente escluso, per altro indaffaratissimo, dopo il suo intervento su ‘Età dello sviluppo; origine e cause dell’alta e bassa statura’, a far su e giù tra il bar e la ‘piazza del belvedere’ soprastante, per controllare a che punto fosse la preparazione del ricco rinfresco previsto ad opera di pochi volenterosi membri femminili dell’istituzione).         Terminate le altre relazioni, l’una dedicata al tema ‘Symposion da Atene a Vivaro: storia evoluzione e fortuna di una istituzione greca’, l’altra, di un noto chirurgo accademico, storico quindicennale sindaco di un vicino villaggio, su ‘Come cambia la popolazione in Italia e nel mondo: analisi e prospettive’(tutti interventi di alta natura speculativa, come si vede) fu finalmente la mia volta che m’ero proposto di dire, supportando il mio sproloquio di citazioni classiche greche latine francesi e tedesche, di una 'pars destruens' e di una 'pars construens', e di argomentare il più lievemente possibile per un pubblico disinformato annoiato e distratto sui 'pro' e i 'contra' di un invecchiamento ad oltranza. Stanco dell’attesa e già in calo di zuccheri, iniziai impudentemente con una premessa polemica sulla farraginosità degli argomenti, coi quali il mio non aveva nulla a che fare, sulla inadeguatezza dell’ambiente che ci accoglieva, sul tipo di pubblico già stanco frastornato e impreparato per una concione filosofico-letteraria, e nervosamente passai alla premessa con una veemenza per la verità a me non insolita, in grado di dar subito un pugno allo stomaco agli spettatori sonnacchiosi; ma non molto passò che fui bloccato dall’apparizione di una signora del rinfresco, di certo ambasciatrice del presidente, che annunciava tutto essere pronto su in piazza Belvedere e doversi perciò por fine al pomeriggio simposiale, per passare a quello mangereccio. Immaginate la mia reazione? 'Raunai le fronde sparte'' dei miei disordinati appunti, salutai e sparii, dimenticando di lasciare il piccolo omaggio che a nome della mia Associazione avevo fatto stampare dal  tipografo Enrico come saluto alla consorella agraria: una cartolina riproducente l’incisione  di un Vegliardo che lentamente avanza sorreggendosi ad un girello. In essa Giuntalodi da Prato, il grande artista pittore incisore e ingegnere rinascimentale di cui avevo avuto notizia dal mio Gabri (dal mio 'Ermapollodionisiopescarese', dal quale appresi buona parte delle notizie rare e delle bellezze non solo al vasto pubblico dei non addetti celate, di cui mi sono nutrito nei miei lunghi anni di invasamento) fa un sunto di uno degli aspetti, se non del fondamentale, del tema che avrei trattato. Delle scritte che accompagnano il disegno ('Anchora inparo', sic, al centro, 'tam diu discendum est quam diu vivas' in alto a destra, 'vis pueri senex' in basso a sinistra, accanto a un bimbo anche lui sul girello), mi sarei servito per buona parte dell’esposizione e, 'coup de théâtre', per le conclusioni. Le quali, col testo integrale di quello che avrebbe dovuto rappresentare il mio trionfo oratorio, non voglio vadano disperse: non si disperde la grazia di Dio e non si gettano le perle ai porci! Seriamente parlando, è mio proposito dedicare al non detto un post intero di questo mio 'Dis-Incanti', così che l’etere tutto sappia della mia disavventura (perché tale fu e non altro) all’osteria del Belvedere.

P. S.

Il verso dantesco col quale, sulla cartolina, fuori bordo civetto col -mi mutato in -ci ('fannoci onore e di ciò fanno bene), va inteso come pronunciato dai vegliardi che l’U. A. avrebbe inteso celebrare. Ma vistosi che l’unico vegliardo presente ero io, avrei potuto tranquillamente scrivere fannomi onore e di ciò fanno bene!

__________________                           

  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 

 
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