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Messaggi di Gennaio 2023

Sono stato all'Inferno: il P. S. del Policlinico Umberto I di Roma.

Post n°1155 pubblicato il 29 Gennaio 2023 da giuliosforza

1054.

   Da ‘DIS-INCANTI. DIANOIE METANOIE PARANOIE D’UN VEGLIARDO DIARISTA VIRTUALE.   

   ORA SO COSA È L’INFERNO. CI SONO STATO IERI DALLE 03 ALLE 21: È IL P. S. DEL ‘POLICLINICO’ UMBERTO I DI ROMA.

   Mi sveglio intorno alle 02 col muscolo cardiaco in preda al solito periodico parossismo, e con un acuto dolore intermittente all’avambraccio destro, quello del melanoma. Potrebbe trattarsi di segnali d’infarto. E così io, che non mi sento ancora pronto per la barca di Caron dimonio con occhi di bragia e per il V Cerchio ove la bolgia dei superbi m’attende, io che a livello di hegeliana Ragione non temo quel rituffarsi nel grande magma del Tutto impersonale,  quel naturale ridisciogliersi nelle cose che dicono Morte, ma che a livello di Sensibilità mi sento come tutti (tranne forse l’incosciente ed il mistico, non-cosciente per definizione)  rodere, sì rodere, e pure tanto, quell’io son preso dal panico; e datosi che vanamente, vista l’ora, chiamerei il mio ‘caro’ cardiologo, telefono alla guardia medica la quale, con una voce sonnacchiosa e metallica e monotona come quella di una segreteria telefonica, mi consiglia il 118 e la conseguente ambulanza. No! urlo a me stesso nel silenzio della mia casa vuota colma di Presenze, l’ambulanza no! L’ambulanza mi ricorda quella che da Piazza del Sant’Uffizio (ove un 17 di febbraio, nell’iniziare la annuale ‘peregrinatio bruniana’ in occasione dell’anniversario del Rogo, quella che con un gruppo di allievi ed amici ci conduceva dal Sant’Uffizio d’infausta memoria al Campo il pomeriggio, e al garibaldino -garibaldinesco?- Gianicolo la sera e la notte per cantare e brindare sulla Roma addormentata dei ‘necropompi necrofori e tafei’), colpito nel bel mezzo della concione da improvvisa sincope, mi condusse al vicino antico ospedale di Santo Spirito in Sassia e quindi alla sua dipendenza di Villa Betania presso Villa Doria Pamphilj. Ma ahimé l’ambulanza viene, viene sollecita, con a bordo, lieta inattesa  rasserenatrice sorpresa, una dottoressa carina giovane e gentile che mi presta le prime cure psicologiche e cliniche, e mi chiede a quale ospedale gradirei esser condotto. Ne elenco due o tre sperando di non incappare nel Policlinico, quel grande ormai caoticissimo complesso nato agli inizi del Novecento come un gioiello liberty in una delle zone periferiche allora più verdi di Roma, la stessa dove sorgerà, con gli stessi criteri, negli anni Trenta ‘La Sapienza’, ora ambedue decaduti; ma proprio il Policlinico mi tocca, risulta il più disponibile, dice lei, ed è bene, caro prof (è la prima a non chiamarmi con l’antipatico ‘signore’) debbo rassegnarmi. Sotto un cielo notturno plumbeo popolato di tutti i fantasmi della plurimillenaria storia dell’Urbe, approdo dunque al nosocomio sorto ai primi del Novecento come un vanto dell’Italia unitaria umbertina, ora ridotto, tranne che nel pomposo ingresso neoclassico, a un coacervo di padiglioni più o meno decadenti, fra i quali ogni spazio verde divisorio è sparito, divorato com’è da miriadi di macchine, tante quanti sono i camici bianchi che vedi comparire come spiriti vaganti da ogni anfratto. All’ingresso del P. S. tutto appare insperatamente tranquillo. La dottoressa dell’accoglienza e il personale a lei affiancato si dimostrano di una gentilezza squisita, con sollecitudine e competenza compiono i vari riti dall’accoglienza previsti: registrazione, dichiarazione delle generalità, dialoghi distensivi, misurazione della pressione arteriosa, saturimetria, estrazione del sangue, elettro ed ecocardiogramma, palpazione, nulla viene trascurato ed i responsi sono incoraggianti: per il cardiologo tutto è a posto, posso essere dimesso. Ma perché ciò avvenga (credevo d’essere in paradiso e invece inizia l’inferno) è necessario attendere gli esiti dell’analisi del sangue, in caso di supposto infarto particolarmente laboriosa e lunga. Non potrò essere dimesso prima delle 15-16,30 e dovrò attendere in una delle corsie stracolme o in uno dei lunghi corridoi recuperati alla degenza, sdraiato su una scomodissima poltroncina tipo barberia o studio dentistico, massacrante per lo scheletro disastrato di un novantenne ormai allo sfascio.  È questa poltroncina a toccarmi, risultando i posti di corsia esauriti.  Non mi resta che attendere con stoica pazienza, leggendo alla scarsa luce (emergenza energetica!) qualche pagina delle Historiae Alexandri Magni Macedonis di Quintus Curtius Rufus (BUR  2005, traduzione e cura di Giovanni Porta, 1250 pagine con testo latino a fronte) o del mio amatissimo Giuliano, l’Apostata dico, nel volume di Gore Vidal (Giuliano, Rizzoli 1964, traduzione di Ida Omboni), tutt’altro personaggio, tutt’altro spessore, che ho portato prudentemente con me.

   È a questo punto che comincia il vero inferno.

   Vengo scaraventato, è il verbo giusto, in uno dei corridoi stracolmi di miserabili: ‘quivi sospiri pianti e alti guai’. È quasi l’ora di pranzo. Assumo le medicine previste e m’accingo a consumare il parco pranzo scomodissimamente, non avendo ove poggiare il ‘cabaret’. Divoro d’un fiato il minimo per scongiurare l’ipoglicemia, m’impasticco e tento di chiudere gli occhi per qualche istante. Tentativo inutile. E allora  apro il mio Rufus vistoso e inizio con somma fatica a leggere. Sono appena le tredici e sono lunghe un’eternità le tre ore che mi attendono. Curiosità di degenti e infermieri (di un medico nemmen l’ombra), domande sull’argomento della lettura, sulle mie attività, ho tutta l’aria, si mormora intorno, di un intellettuale (pur se il colbacco di pelle d’orso nero del Canada in quel miserabile contesto potrebbe far pensare più a un cacciatore d’orsi che ad altro) e un intellettuale in quel contesto è per quasi tutti un evento. Sono ancora evidentemente nell’antinferno, nella selva oscura, ma senza leoni lonze e lupe, e le urla dei dannati sono ancora un’eco lontana.

Arrivano le sedici. Ho deciso di dimettermi autonomamente, ma un medico deve firmarmi la lettera di autodimissione e consegnarmi le cartelle cliniche che secondo le mie informazioni son pronte. Sono stanco e spossato, voglio uscire al più presto da questo inferno, ma inizia il fuggi fuggi attorno a me del personale sanitario cui è giunta voce della mia decisione. Ed ha inizio un vero e proprio complotto che non so quando avrà fine. Il medico di turno è irreperibile, è nei reparti, mi si dice, e lei deve necessariamente attendere il cambio di turno delle venti, mi si dice. Una infermiera grassoccia e supponente fa da spalla al medico (medico poi? Un tipo segaligno e allampanato alla Martufello, ma senza l’ingegno comico del simpatico setino o sezzese, che, come un’ombra iettatoria, appare improvvisamente e appena vede me come un’ombra scompare). Per far perdere le mie tracce vengo scarrozzato continuamente da un corridoio all’altro onde far posto, dicono, a nuovi arrivati. Ancora, dunque, quattro ore di questa straziante attesa, di questo straziante, se non fosse comico, gioco a nascondino? Ma se il medico mi fugge io lo rincorro. Non gli do tregua, l’innominato e innominabile (così la sua spalla infermiera locupletata d’abbondante ciccia), deve pur cedere. La stoica sopportazione non mi assiste più, sono ormai sveglio da circa ventidue ore e s’è esaurita la mia riserva di pazienza. Giobbe e Zenone mi abbandonano. Finite le scorte di ‘apàtheia’ e di ‘ataraxìa’. Ora sono un torrente che ha rotto gli argini e infuria attorno. Comincio ad alzare la voce, invoco i miei diritti (sorretto solo dai cenni di consenso dei tanti giovani tirocinanti), minaccio denunce, carabinieri, polizia, lettere alla stampa (ma se fossero tutti, come possibilissimo, conniventi e nel tritacarne finissi io?). Il corridoio è in subbuglio: ecco, vedete (da lontano una voce), è impazzito!

   Verso le 20 l’ombra ricompare e par invochi una tregua. Mi rincuoro. Dice, mentendo per cavarsi d’impaccio e d’impiccio -la direzione potrebbe denunciarlo e licenziarlo?-, che la responsabile del reparto è ora una certa dottoressa che a controlli fatti mi risulta inesistente e, colmo dei colmi, inizia un interrogatorio, le stesse domande che ti fanno quando entri all’accettazione. Incredibile! Ma lei scusi, non s’è accorto che son qui da circa quindici ore? E che mi sono già sottoposto a tutte le ricerche? E che sono stato dichiarato dimissibile? Scherza o fa sul serio? Non sapendo cosa rispondere, o non volendo rispondere riprende il fugone, sparisce e dopo un po’, velocemente come un ladro, deposto il camice ed indossato il cappotto scompare nella penombra da una porta secondaria. Che il buio della notte lo ingoi, e l’uragano che frattanto imperversa sulla città dei Cesari, ora dei mafiosi e dei portaborse, lo trascini nei gorghi del Fiume come me infuriato, e nessun ‘barcarolo’ lo salvi, e nessun menestrello lo canti: non indossa un ‘vecchio frac, non ha un cilindro per cappello, due diamanti per gemelli, un bastone di cristallo, la gardenia nell’occhiello   e sul candido gilet un papillon di seta blu’…

   Alle 21 un miracolo. Alla mia paziente F. ormai come me rassegnata, chiedo, come ultimo tentativo, di affacciarsi alla sala medici a domandar nuove. Incredibile! Dopo qualche minuto F. esce con una gentile dottoressa affranta e meravigliata, dice, per non aver saputo nulla della vicenda: ho iniziato da poco il mio turno, dice, e nessuno m’ha informato di nulla. Chiestami scusa, in pochi minuti recupera le cartelle cliniche, scrive il documento di dimissione all’ordinateur (così amo alla francese, contro l’imperialismo linguistico albionico-yankee, chiamare il computer in omaggio a Blaise Pascal che ne fu il vero inventore qualche secolo fa), che m’avevano bugiardamente detto essere in tilt, lo firmo, mi alzo dalla poltroncina del martirio, e mi godo il…cambio di guardia: una schiera di stressati, ma non quanto me, che velocemente attinge i cancelli del carcere e si tuffa nella notte già fonda della città odiata e diletta. Ha smesso di piovere, ma nessuna stella brilla ancora nel cielo. Ed è freddo finalmente, il freddo che amo, all’approssimarsi dei giorni della merla. La dolce casa mi riapre le sue porte alle 22. E mi rià solitario il vasto letto antico intarsiato, e per la prima volta dopo decenni Morfeo regala al centenario, abituato alle concitate notti di prostatico al più alto livello, un sonno profondo (forse un coma?) ininterrotto fino alle 7,30 di un nuovo, generosità degli Iddii, luminoso Mattino.

   P. S.

   Due giorni per tentar di capire il mistero dello strano comportamento tenuto nei miei confronti dal personale medico e infermieristico al P. S. del Policlinico Umberto I. Un’amica cerca di illuminarmene.    L’ipotesi (ma più che di ipotesi per lei si tratta di certezza) è che in questo periodo di carenza di personale sanitario il governo, per tamponare un po’ gli effetti della crisi, abbia assunto personale medico e infermieristico alla rinfusa, non curandosi della preparazione specifica, culturale e operativa, che la gestione di un P. S. richiede, e lo abbia allettato con compensi a gettone pari a quelli di un parlamentare!

   Vero o no, restano il mio sconcerto e la mia spossatezza, irrecuperabili ed impagabili, nonostante i quali griderò per altro ancora (pazzo d’un Vegliardo impunito!) il mio nicciano-bruniano

   Chàirete Dàimones!

    Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika!

   *

 

   Molti sono stati, come era da attendersi, i simpatici commenti a questo racconto. Eccone alcuni:

Emilia Moglioni:

   Caro Giulio,

   Ho letto insieme ad Emilia la tua narrazione della notte trascorsa al Policlinico e devo dire che evidentemente nei momenti di panico e inquietudine dai il meglio di te.

   La descrizione delle vicissitudini che hai vissuto e le citazioni su Dante e Modugno mi hanno tranquillizzato e mi hanno fatto pensare comunque ad un esito positivo della storia infinita, tanto che non fai cenno alcuno della diagnosi finale! Un augurio di un pronto recupero dal marito di Pupa, nonché cognato di Bebbi...il mio nome di battesimo Giorgio è quasi superfluo. 

Giulio Sforza:

   Grazie dottore (avvocato, birbone?) il mio muscolo cardiaco è come un vulcano, sempre, ed imprevedibilmente, pronto ad esplodere. Ora è in quiete, nonostante l'Umberto I!

Cristina Serino:

   Giulio, ho letto la tua odissea in quel del P.S del Policlinico, nonostante le tue vicissitudini, l'importante è che la tua salute fisica e....mentale si siano riprese da un tale...peregrinare. Ti abbraccio Cristina.

 

Paolo Statuti:

   Caro Giulio, per tutta la lettura del tuo thriller ho tenuto il fiato sospeso e poi alla fine ho tirato un sospiro di sollievo, esclamando: grazie al cielo, ne sei uscito vivo!

Paola Margutti:

   Caro, amato Maestro, …ancora un’onirica avventura …reale!!! La tua penna guidata dalla robusta ironia, che ti caratterizza, ti ha salvato da una faticosa esperienza che tuttavia mi spaventa…!!! Sei per noi tuoi figli spirituali un’ancora in questo turbinoso mare del vivere! Grazie per la condivisione! Ti abbraccio con tanto affetto. 

Sabrina Paonessa:

   Sono dispiaciuta della disavventura, ma felice di sentire il suo spirito ribellarsi a tanta assurdità. Un grande abbraccio.

Marco Bertelli:

   Caro prof., sicuramente lei non è pronto per il V cerchio, ma intanto ha sperimentato il limbo, dove "sanza speme vivemo in disìo". A differenza del limbo Dantesco, purtroppo, là dove è stato, non ha potuto riferire di persone di pari "lignaggio" di quelli visti dal Sommo Poeta nel IV dell'inferno. Spero tanto che il suo muscolo cardiaco abbia imparato la lezione, così da astenersi in futuro dal farle qualche scherzo simile.

Giulio Sforza 

   grazie carissimo, che il...Divino continui a tenerle compagnia!

Maria Rita:

   Caro Professore, che avventura assurda!  Abito a poca distanza dall‘Umberto I, avrei organizzato un piccolo esercito e sarei corsa a liberarlo dalle grinfie dei medici incompetenti se avessi saputo! Stia bene, Lei è una forza della Natura.

Leone Lupo:

...e tu, con tutta la tragedia che stavi vivendo, hai trovato le energie e la concentrazione per scrivere tutto questo?? SEI MAGICO !

Giulio Sforza:

   scrivere per me è una necessità, una fatica liberatrice.

Lorenzo Fortunati:

   Vedi che sai farti ispirare anche da una simile vicenda, e ispirare noi!

 

 
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Ratzinger, Brahms, von Karajan. "Fora i barbari!" o 'dentro' i barbari? Sogni. Pensieri sparsi

Post n°1154 pubblicato il 05 Gennaio 2023 da giuliosforza

1053

   Nonostante la naturale stanchezza del mio muscolo cardiaco, non del mio cuore, riesco ogni giorno ancora a macinare, seppur lento pede, i miei due tre km  per le strade meglio curate del mio quartiere semiborghese, ma anche per quelle praticate da sozzi accompagnatori di quei cani che hanno avuto la sventura di capitare con gentaglia che non cura la loro igiene e la nostra, di noi obbligati a fare slalom tra le cacche anziché in santa pace seguire le nostre rêveries di promeneurs solitaires.

   Ah Jean-Jacques!

   Ci sono ancora molti barbari, nel mio quartiere! Qualcuno si sta innervosendo e urla il dellaroveriano ‘fuora i barbari’! A me basterebbe che i barbari stessero ‘dentro’! E mi basterebbero un po’ di netturbini che, da quando han cambiato nome in operatori ecologici non si vedono più, e il concetto di oikia, donde il prefisso ‘eco’, ignorano proprio che sia.

   Sulla rete di recinzione di un palazzo in costruzione ho letto un simpatico avviso: signori cani, siate così gentili da non lasciare sui marciapiedi le fotografie dei vostri padroni. Avviso spiritoso, dove di errato c’è solo ‘padroni’. Cari cani, non abbiate padroni! Sbranateli i vostri padroni, signori cani, riprendetevi la vostra natura e il vostro ruolo, ribellatevi almeno voi, che ne avete i mezzi, agli addomesticamenti!  

*  

   Ci voleva la morte di un papa tedesco, melomane e provetto pianista, per farci regalare da rai5 il capolavoro brahmsiano Ein deutsches Requiem registrato nel 1985, ma conservatosi miracolosamente intatto nel colore e nel suono, cosa rara per una Rai avvezza ad ammannirci ciarpame raccogliticcio di scarsissimo valore. Con questo Requiem l’azienda un bel po’ si redime, e non possiamo che augurarle di proseguire su questa strada, per lei onorevole e per noi piacevolissima.

   A dirigere il capolavoro dell’Amburghese (per il quale, trentaquattrenne all’epoca dell’inizio della composizione -1865- dedicata alla memoria della madre appena scomparsa, non si trattò di una Fine, ma di un Inizio) è un von Karajan settantottenne come sempre miracoloso, ma questa volta più ieratico, se possibile, un von Karajan che dirige a mente come suo solito, ché una biblioteca ambulante egli è, musicale e non solo. (quanti miliardi di note danzano nel caleidoscopio della sua mente?), un von Karajan che somiglia da fare impressione, non solo per la folta cesarie bianca ma per tutto il portamento, al Papa defunto. I suoni che il Maestro sa trarre dall’orchestra sono di una limpidezza impressionante, il grande coro misto sbalordisce per la sua intesa: persino i movimenti delle labbra di ciascun cantante (regolarmente tutti senza spartito) sono talmente identici da sembrar comandati da qualche celato apparato meccanico. E giustamente il tecnico della ripresa ripetutamente inquadra quel particolare del volto. Se il Requiem non fosse stato registrato trenta anni fa si potrebbe parlare del primo miracolo di Ratzinger da sfruttare per una eventuale canonizzazione (visto che gli ultimi Papi amano, da Giovanni XXIII in poi, dichiararsi santi l’un l’altro -son talmente vuote dunque le casse vaticane?).  Ma di ciò non dobbiamo preoccuparci, mi sento un facile profeta: santo Ratzinger non ce lo faranno: da buon conservatore e troppo colto esce dagli schemi di una Chiesa che per sopravvivere rinuncia poco per volta al suo patrimonio dogmatico, al credo niceno-costantinopolitano. Cosa che a me, libero pensatore. sta benissimo, finalmente un cristianesimo tentato di tornar se stesso, recuperando il suo ricchissimo simbolismo e liberandosi delle manipolazioni farisaiche paoline. Ma non mi stanno bene i populismi, rispetto tutte le opinioni e comprendo che i cattolici integralisti si sentano traditi nella loro fede cattolica apostolica romana. E capisco i lefèbvriani, come li ha capiti Ratzinger, che per altro ha fallito nel suo tentativo di restituzione della liturgia tridentina alla sua solennità e ieraticità. Hanno cacciato Pierluigi da Palestrina dalle chiese e vi hanno introdotto persino quello scempio dei rapper con le loro monotone tiritere. Dio mio, Dio mio! Rispetto per ogni Confessione, ma a ciascuno la sua chiesa. Fuori i mercanti dal Tempio cristiano, di grazia, il Nazzareno li scacciò, pur se inutilmente, vista la loro protervia e i loro mille travestimenti. E odio le schitarrate dentro le chiese: hanno ragione i ratzingeriani, Rome n’est plus dans Rome, come direbbe il mio Marcel. Non vi sta bene una chiesa rigidamente paolina? Uscitene, come pochi, e fra questi io, hanno fatto. Ma dovete aver coraggio, poiché le chiese, come i partiti (chiese essi stessi, e della peggior fatta), si vendicano degli apostati (quelli veri, non gli ereticucci all’acqua di rose, ospiti in ogni incontro dove si farebbe, dicono, intercultura, attorno a tavoli lautamente imbanditi) e fanno loro pagar cara la scelta della libertà.

   Dire dell’originalità del requiem brahmsiano è superfluo. Costruito su testi biblici nella traduzione di Martin Lutero (che era, non dimentichiamolo, un discreto musicista egli stesso, come si evince dalle cantate lasciateci) liberamente interpretati, si sviluppa su sette temi e sette movimenti, che vanno dall’adagio, all’allegro, al frenetico fugato, toccando tutte le sfumature dei sentimenti (dal compianto alla serena rassegnazione) senza il ricorso ai toni apocalittici caratteristici di altri compositori (vedi i sunnominati Mozart, Cherubini, Verdi, Berlioz, Brahms, Britten, Dvořák…).  Il tenore dei singoli movimenti, rigorosamente in tedesco, è già dai loro inizi esplicito: Selig sind die das Leid tragen, Denn alles Fleisch es ist wie Grass, Herr, lehre doch mich, Wie lieblich sind dei Wohnungen, Ihr habt nun Traurigkeit, Denn wir haben hie keine bleibende Statt, Seling sind die Toten. Predominante (sublime godimento per i miei orecchi), oltre al baritono e al soprano soli, la presenza del coro, che conferisce al tutto quella solennità pacata e discreta quale s’addice a un mistero insondabile quale quello della Morte.

   Lo vorrei tanto alle mie esequie, questo deutsches Requiem!      

*

   Fra la sempre più fantasmagorica pletora di sogni meravigliosamente colorati (veri e propri fuochi d’artificio - anticipazioni di paradisi?- che sempre più allietano le mie recenti notti), eccone uno che mi rituffa violentemente nella brutale realtà della veglia.

   Immenso capannone-hangar ormai desolatamente vuoto. In fondo a destra piccolo tavolo di legno ferro e plastica dove attende, palesemente annoiato, stravaccato scompostamente sulla sedia e coi piedi volgarmente sul tavolo alla yankee, un Dirigente scolastico che mi attende per …'vendermi ricambi di frigorifero'! Mi parla, unica nota umana in un dir di ferraglie, di ‘Leone’ (Osvaldo), dei suoi figli e nipoti e generi e nuore con commossa nostalgia.

  Questo il sogno. Quale il suo simbolo?

   Il simbolo è di una fin troppo trasparente evidenza: i Dirigenti scolastici ridotti (esentati per legge da ogni competenza ed attività cultural-didattica) a freddi burocrati.

Se ne lagna con me una splendida creatura, neo-dirigente di un complesso dell’agro pontino, mia ex allieva arpista e direttrice di banda. Le propongo, fra il serio e il faceto, di organizzare una vera e propria resistenza (per quel che ancora mi consentono le residue forze io stesso scatterei ad arruolarmi) impugnando la bandiera dell’Arte redentrice ed umanizzatrice. Chi meglio di lei?

   "Ho già fatto", dice, svariati tentativi, ma tutto inutile, ‘perc’a risponder la matera è sorda’.

   E allora almeno intoni, le dico, alla fu-Scuola un solenne 'Requiem', inviti Mozart, Cherubini, Verdi, Berlioz, Brahms, Britten, Dvořák…, ne trascriva per banda, assemblandoli in una ricca 'Suite', brani dei rispettivi Requiem e fissi la data del "Concerto in memoriam". Si avrà così, la fu-Scuola, solennissime esequie. E adeguatamente si aprirà il 2023 nella (vana?) speranza di scongiurarne le sempre più nefaste previsioni

   E ora buon 2023, se vi pare.

   Alcuni commenti

   Marzia:

   E allora, in attesa di ricevere la composizione del Requiem per la Fu Scuola, che affido a Lei, non ritenendomene all'altezza, brinderò al 2023, ai nostri giovani 'musici' e ai nostri giovani alunni, che possano resistere e osare sempre, con noi e più… Che arrivi questo ‘23…siamo pronti con te amato Maestro a goderne fino in fondo!!! 

   Claudio Leoni:

   Buon Anno Giulio! E poi il sogno! Ma no, era solo un'immagine del selvaggio West, piedi sul tavolo, hangar in disuso, pezzi di ricambio. Era l'America, Giulio e tu non ci puoi fare niente.

   Io: 

   Dio stramaledica l’America

   Lisanna Dave:

   So per certo che la nostra cara Marzia saprà risollevare le sorti della sua scuola, perché dotata di grandi capacità! Buon 2023 a tutti!

   Marco Bertelli:

   Fantastico sogno e Fantastici Auguri a lei, Fantastico Professore 

   Roberto Maragliano:

   Ciao, grande Giulio, sereno anno

   Troppo buoni questi amici!

*

   Sogno proibito.

   In sogno così ho sproloquiato dinanzi ad un pubblico scandalizzato: il fine (auspicabile, se non fatale) di ogni religione dogmatica è la sua fine (rumori tra il pubblico), per il recupero, la salvezza e la salvaguardia della religiosità. Come il fine di ogni rivolo è la sua confluenza nel fiume, proseguivo, e quello di ogni singolo fiume (di ogni particolare) la sua confluenza nel gran mare dell’universale, così la fine naturale di ogni fede monistica e monopolistica è, dovrebbe essere, la sua confluenza nel polü pèlagos tou kaloù, nell’immenso oceano del bello, altro nome della religio, l’elemento cioè che religat, unisce, connette, la dispersione, il Caos, degli enti nell’Essere e la fa Cosmos. La Risoluzione della religiosità nella Bellezza piacque all’uditorio, che improvvisamente e si rasserenò e tranquillizzò. Anche sul labbro dei più irriducibili ricomparve il sorriso, ignari della minaccia alla loro fede che sotto il magico termine di Bellezza si cela.

*

   Ebbene sì. Oggi 20 dicembre, cinque giorni al Natale, da me è arrivato in anticipo Babbo Natale recandomi dagli anni Cinquanta la fiaba di Hansel e Gretel di Engelbert Humperdinck (da non confondere col britannico cantante attore contemporaneo che ne volle assumere il nome come nome d’arte) con una straordinaria giovanissima Fiorenza Cossotto, ancora felicemente vivente, quasi mia coetanea. Tutti conosciamo la fiaba, ma pochi la musica che le diede il compositore tedesco, musica  che piacque tanto a Richard Strauss il quale ne diresse la prima e ne sposò poi la protagonista. Da quando io l’ascoltai, negli anni della mia docenza, al nostro seminario di educazione all’ascolto illustrata dalla cara compianta Maria Teresa, non m’era più capitato di risentirla e quasi ne avevo dimenticato l’esistenza. Come sia stato ciò possibile non so: si tratta di una delle fiabe musicali più belle, la capostipite di un genere che avrebbe trovato fortuna. Si tratta di un’opera ancora tutta romantica, nel tema, nel tessuto musicale, negli sviluppi, nelle scene. Si era negli anni Novanta dell’Ottocento, quando la musica non era ancora, grazie a Dio, impazzita nei cerebralismi e nei meccanicismi.     

   E uno Schiaccianoci (1978, Festival dei due mondi, Teatro nuovo di Spoleto) che è un vero disastro. Il sonoro è solo un frastuono insopportabile, con un rimbombo che colpisce anche il mio orecchio sordo. Peccato. Perché io amo Petr Il’ic, la sua musica, le sue ansie, le sue passioni e i  suoi amori irrisolti, la sua mecenate Madame von Meck, l’immenso amore platonico che li legò. Ma oggi Petr’ Il’ic dai suoi cieli si chiude gli orecchi con me. Non riusciamo a danzare e a perderci nel Sogno. Il re dei topi ha il sopravvento.     

*  

   E poi è tornato finalmente Gilberto Govi, il mio comico preferito, con la mia seconda patria, Zena, con i Maneggi per maritare figlia e Colpi di timone. È arrivato cavalcando la renna in uno dei miei giorni più neri a rasserenarmi.   

*    

   Ho chiesto a Paolo Di Nicola una opinione sulla voce di Mariella Devia, che non m’era piaciuta in non ricordo quale opera di tanti anni fa ritrasmessa recentemente da Rai5. Così mi ha risposto:  

   Giulio Sforza esimio professore, ti rispondo soltanto adesso perché sono stato impegnato tra conferenze e serate musicali varie. È vero Mariella Devia non ha una bella voce, è piuttosto priva di armonici, è piccola di volume, e il timbro anche se lucente non è propriamente prezioso. Però la Devia ha una tecnica a dir poco straordinaria, che le ha consentito di fare praticamente tutto. Le ha consentito anche (e congiuntamente a scelte di repertorio oculatissime) una longevità vocale eccezionale: ha cantato fino all’età di settant’anni e sempre in maniera impeccabile. Rodolfo Celletti disse che aveva un mi sovracuto dolcissimo ed è vero. Aveva un’emissione e una proiezione del suono correttissime, che le permettevano quel canto morbido da cui veniva la dolcezza dei sopracuti. Gli acuti erano sempre timbrati e sonori e il gioco di filati e di pianissimi davvero ragguardevole. L’unica cosa nella quale era un po’ manchevole era nella interpretazione: i suoi personaggi erano sempre un po’ troppo uguali, per carenza di un fraseggio davvero incisivo e mordace. Ma le emozioni passavano attraverso quella linea di canto perfetta e impeccabile. E non è cosa di poco conto.

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   Ho risentito Lilli, una delle innumerevoli ninfe popolanti il bosco di Forio, alle falde dell’Epomeo. Dunque   è salva. La vendetta del gigante addormentato non l’ha colpita. Vendetta poi di che?

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    Il bonsai donatomi da L. N. è un Buxus balearica, Bosso delle Baleari. Me lo ha appena comunicato, raccomandandomi di averne grande cura perché bellissimo e prezioso dono, la mia cara ex allieva Dott.ssa Maria Salvi, insuperabile botanica ad honorem!

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   Per quest'anno ancora, al fine di riposarmi dal tarlo del pensiero e farmi perdonare i cerebralismi con cui tedio e scandalizzo gli amici, voglio intonare al Bambinello, anche per essi, la mia ingenua 'Nenia blu al Bambino Gesù" per quattro voci dispari (melodia in forma di canone per soprani e contralti, accompagnamento a bocca chiusa di tenori e bassi) che per una venticinquina di Natali col nostro coro abbiamo cantato presso la Culla:

   "Vorrei scavar nel profondo del cuore / per ritrovare il mio antico candore / e susurrare al Bambino Gesù / questa dolcissima mia nenia blu /

blu come il cielo, blu il come il mare / blu come tutte le cose da amare, / come la gioia che in cuore mi danza, / come i sentieri della speranza.

   Io guardo il cielo, guardo le stelle / del Bambinello son meno belle, / egli ha negli occhi tale splendor / che al paragone è spento il sol.

   Quando il Bambino chiude gli occhietti / scendon dal cielo quattro angioletti, / uno lo culla, uno gli canta, / uno di tremule stelle lo ammanta;

e il quarto angelo che è il più piccino / carezza in volto il Bimbo divino, / e poi lo bacia sugli occhi celesti / e sulle seriche sue bianche vesti.

   Quando il Bambino si è addormentato / quell'angioletto che l'ha cullato / torna nel cielo, nel cielo blu / perché il Bambino non piange più".

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   Alba chiara, aurora rosata che il solito drago di nubi sfrangiate tenta invano di divorare.

   E "Du beschämst wie Morgenrӧte / Dieser Gipfel ernste Wand / Und noch einmal fühlet Atem / Frülingshauch und Sommerbrand". Tu arrossi le mie guance come l’Aurora l’oscura parete di queste cime. E ancora una volta Atem avverte l’alito della primavera e l’incendio dell’estate. (Atem, Goethe, a Suleika nell’ 'West-ӧstlicher Divan')

   Struggente, senile nostalgia di Albachiara, devastante 'Sehnsucht'!

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 Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

   Gelobt seist Du jederzeit, Frau Musika

 

 

 

 

 

 

 
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