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Messaggi del 14/03/2023

Il Torquemada di Gianfalco (Giovanni Papini). L'Inno degli A. C. S. .

Post n°1160 pubblicato il 14 Marzo 2023 da giuliosforza

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   Fui in gioventù, tutti i miei lettori lo sanno, grande ammiratore, amico, e persino corrispondente di ‘Gianfalco’, pseudonimo di quell’iconoclasta che risponde al nome del fiorentino Giovanni Papini. Lo restai anche dopo il famoso Agosto della Verna, il monte delle Stigmate (anche delle sue, metaforiche) quando fece scandalo indossando il cordiglio per diventare membro del Terz’Ordine  francescano, convertirsi a un Cattolicesimo sui generis (ultraconservatore e rivoluzionario insieme, una sorta di strano fondamentalismo, diremmo oggi, da crear molti problemi alle Gerarchie ecclesiastiche, soprattutto con la sua fortunatissima Storia di Cristo e con Il Diavolo nel quale sostiene la  possibile riassunzione del ‘’Portatore di Luce’ fra le schiere celesti) senza per altro  perdere becco e artigli, solo cambiando  obiettivi;  e gli restai ammiratore e amico fino a dopo la morte avvenuta nel ’56. Con gli anni divenni un poco più critico, ma non lo tradii mai, lo difesi al tempo della lunga damnatio memoriae, attaccai su un quotidiano nazionale il silenzio colpevole della sua nipote prediletta Ilaria Occhini, bellissima donna e grande attrice, ma vigliacchetta, soprattutto dopo il suo matrimonio con La Capria; lo amai  anche quando il cordiglio io lo tolsi, per intraprendere un cammino del tutto opposto a quello dantesco e suo. Ma oggi, rileggendo con altro spirito, sul  suo postumo Giudizio universale, le pagine dedicate al domenicano spagnolo Torquemada, il terribile, famigerato, sanguinario giudice inquisitore da non confondere con l’omonimo zio cardinale che fu anche vescovo di Albano e Palestrina nonché Amministratore apostolico di Subiaco e dei suoi monasteri benedettini (il che me lo rende simpatico e quasi famigliare, avendo io svolto molta della mia attività culturale para-accademica in quei luoghi), non riesco a soffocare un’immensa rabbia,  ci scopro una malcelata connivenza. Gliele darei di santa ragione, pur senza usare, la cosa mi ripugna, nei suoi confronti la legge del taglione o del contrappasso facendogli soffrire le stesse pene da Torquemada inflitte agli eretici: non lo scorticherei, non lo scarnificherei, non gli trafiggerei la lingua con la mordacchia, non lo squarterei, non loro farei a pezzi per infine gettare i brandelli alle fiamme: mi accontenterei, memore dell’antico amore, di una bella ‘scrullata’, come si dice efficacemente dalle mie parti.

Torquemada:   

   “L’ipocrita rappresaglia dei ribelli e l’imbecillità lagrimante delle plebi mi raffigurò, sulla terra, come un rosticciere infernale vestito da frate che per fanatismo frenetico e feroce ambizione si compiaceva di mandare alle fiamme turbe d’innocenti.

   “In verità io fui sempre ispirato, nel mio terribile ufficio, dal bene della società civile in terra e dalla salvezza delle anime per la seconda vita. L’unità spirituale del popolo è necessaria alla pace e alla prosperità delle nazioni; senza ordine e giustizia anche l’esercizio della virtù diventa ai più quasi impossibile. Se non v’è unità di fede, concordia di spiriti, non vi può essere neppure quell’unità morale e politica ch’è condizione prima del bene comune. Io feci dunque opera necessaria condannando coloro che tentavano di incrinare e di rompere questa unità. Gli ebrei non eran soltanto i discendenti dei deicidi, ma son d’altro sangue d’altro culto d’altra indole, in tutto contrari alla natura dei popoli cristiani. I mussulmani erano invasori infedeli, nemici del nome e dell’impero cristiano. Gli eretici erano ancor meno scusabili perché si sottraevano insieme all’autorità del pontefice e a quella del re.

   “E tali estirpazioni degli ostacoli del beneficio supremo dell’unità non eran contrarie allo spirito dell’Evangelo, come i calunniatori andavan gridando: Una parabola famosa comanda al contadino savio di strappare il loglio ch’è cresciuto fra il grano e di buttarlo nel fuoco. E Gesù consigliò anche di gettar via l’occhio o di tagliar la mano ch’era di scandalo. Quando lo scandalo è nel pensiero, cioè nella testa, non v’è altro rimedio allo scandalo che la morte: tremenda necessità ma necessità.

   “Io fui il contadino solerte e ubbidiente che si studiò di togliere l’erbe velenose dal buon frumento della Cristianità.

   “E poi la verità cristiana mi apparve così chiara ed evidente, scaturita dalla Rivelazione, confermata dalla Ragione, comprovata dalle profezie e collaudata dai miracoli che nessun uomo sano di spirito e puro di cuore poteva negarla e rifiutarla. Gli oppositori, i fuorusciti, i rivoltosi li giudicai in mala fede, cioè in colpa più che in errore. Erravano perché volevano errare, conoscevan la luce e sceglievano deliberatamente le tenebre. Non erano dunque sol da compiangere, come coloro che per debolezza di mente son sedotti dall’errore, ma da riprovare e detestare perché tratti all’errore da pertinace malizia e determinata volontà. Attraverso la tremenda purificazione del fuoco io salvai per sempre le loro anime. Col tormento di poche ore le sottrassi ai tormenti eterni. La dura espiazione terrena li rese degni dell’indulgenza celeste. Consegnai al fuoco le carni mortali per salvare le anime immortali.

   “Il mio compito era arduo e grave e ho sofferto per l’ostinazione e la sofferenza degli eresiarchi assai più che costoro non potessero immaginare. Anche io fui creatura umana, anch’io ebbi un cuore, anch’io fui tentato di continuo dalla pietà. Nel mio interno vi fu sempre accanito conflitto fra i miei doveri di preservatore della fede e i miei impulsi di perdono e talvolta da questi impulsi fui vinto E segretamente piansi quando dovetti condannare e segretamente fui lieto quando potei assolvere. Ma di tutto quel che feci per difendere l’unità minacciata, necessaria all’uman genere, non mi pentii né mi pento.

Angelo:

   “Se’ tu veramente sicuro che a quell’acerrima difesa dell’unità non ti movessero anche ragioni temporali e calcoli politici? E se’ tu davvero certo che nella tua natura non vi fosse, forse a tua insaputa, una compiacenza morbosa dei terrori e dei tormenti altrui, una punta d’orgoglio per la paura che ispirava la tua potenza, qualche speranza di tornaconto o almeno di fama?

Torquemada:

   “E non sai tu quanto sia pauroso il timore di colui ispira il terrore? E non ricordi che per l’opera mia non raccolsi che il disprezzo e l’odio di molti in vita e perpetua infamia dopo la morte? Io fui, se peccai, la maggior vittima del mio peccato”.

    Parole non ci appulcro. Sono fresco di una rilettura di Voltaire, e s’immagini con quale animo io mi trovi. Non proprio quello più adatto per accettare i sofismi e i cerebralismi (astuzie, trappole dialettiche nelle quali non cado) che Papini mette in bocca all’angelo per cercare attenuanti al comportamento del carnefice di Salamanca.

*

   Nunc est ridendum.

   Sto lavorando a un libretto di memorie che riguarda i miei rapporti con l’'Amata Immortale' (plagio, ma son certo del suo perdono, il Ludwig del 'Testamento di Heiligenstadt', che contiene, tra l’altro, la famosa 'Briefe an die unsterbliche Gelibte') e tra le mie composizioncelle giovanili trovo un ‘'Inno degli A. C. S. dedicato al Col. Renato Prato". Lo so che siamo in tempo di guerra (il mondo ne è pieno, non solo in Ucraina) e non c'è assolutamente nulla da ridere. Ma questa la devo raccontare.

Quando tardivamente (come tanti altri laureati che avevano frequentato corsi di specializzazione post lauream, in Italia e all’estero, o semplicemente fuori corso) fui richiamato 'sotto le armi' e destinato a San Giorgio a Cremano al corso A.C.S. (Allievi Comandanti di Squadra, chiamati ad ‘elevare la qualità dei sottufficiali’, si diceva, ‘signorine dell’esercito’, per quanto riguardava quelli come me destinati alle telescriventi, si celiava), il capitano della nostra Compagnia mi chiese di scriverne l'inno, parole e musica. Ed io mi prestai. Ne venne fuori una marcia stile Fascio: da balilla avevo appreso a mente tutte le canzoni del regime e la cosa non mi fu difficile. Non ricordo se riuscimmo mai a eseguirla; ricordo bene invece che i miei commilitoni, chi medico chi avvocato chi ingegnere chi matematico che fisico chi filosofo chi psicologo ecc. erano quasi tutti stonati come campane, e più d'uno, potenziale obiettore di coscienza, si rifiutava non solo di sparare, ma anche di cantare. E alle prove al pianoforte si rideva tutti a crepapelle tra battutacce e sfottò. Ora voglio che ridano anche i miei cinque lettori, soprattutto alle parole, gonfie di una bolsa retorica impossibile da sopportare. Non ho inserito tali parole fra le mie raccolte poetiche per pudore, ma forse ho fatto male, perché 'factum infectum fieri nequit'. La tonalità era La maggiore per la strofa, Re maggiore per il ritornello, e le parole erano le seguenti:

Strofa:

   "Con note squillanti la nostra fede cantiam, / siam virgulti turgidi e al vento opponiam / un'impavida / una indomita / volontà di pugnar. / I nostri cuori alieni da viltà / nutrisce il culto della verità. / Maturiamo di linfe pregno e vigor / per la Patria un immortale allor".

Ritornello:

   “Sorte avversa e rio dolor / vincerà il nostro valor; / non intimida, / non invalida / furia ignobile il nostro ardor. / Capisquadra in alto i cuor / le pupille fise al sol. / Non dei timidi / sol dell’aquile / s’offre libero all’etra il vol.

Riuscito a terminare il servizio militare pochi mesi anzi tempo per l’intervento di un personaggio eminente, padre di una futura nota giornalista rai, che mi aveva chiesto un aiutino nella preparazione di un esame universitario per la figlia (io ero all’epoca assistente volontario a Magistero, mi arrabattavo in un liceo serale privato per studenti lavoratori onde sopravvivere, e attendendo la scadenza regolare della naja avrei perso l’anno scolastico: prospettiva tragica, tanto più che nello stesso anno avevo commesso la pazzia di convolare a nozze) potei finalmente anche dedicarmi alla mia passione ludica predominante, la direzione di un coro polifonico amatoriale al quale, fra le tante cose serie proposi, per divertimento, anche l’Inno, che cantammo per altro senza le parole, esse sostituendo con un irriverente pa parapapà pa parapaparapapà, e non dico lo spasso.

   Ma della melodia non ero e non sono del tutto scontento, e il grave è che nemmeno me ne vergogno. Peccato non sia in grado di riprodurla qui. Son sicuro che piacerebbe un pochino anche a voi che scontate i vostri peccati leggendo, ormai quasi quotidianamente (ma sono scusabile: prossimi al termine della corsa si accelera, 'motus in fine velocior'!) le mie paranoie (ma anche un poco, ammettetelo, dianoetiche e metanoetiche). La potrei addirittura trasformare in un Inno di qualche associazione religiosa, tipo l’Inno dell’Azione Cattolica della mia infanzia (musicato da Mario Ruccione, autore anche di famose canzoni fasciste tra cui 'Faccetta nera piccola abissina') la cui prima strofa iniziava con “Qual 'falange' di Cristo Redentore” ecc, e il cui ritornello suonava : “Bianco Padre che da Roma ci sei 'meta' 'luce' (qualcuno di noi più birbone sostituiva luce con duce) e 'guida', in ciascun di noi confida, su noi tutti puoi contar. Siamo 'arditi' della Fede, siamo 'araldi' della Croce, al tuo 'cenno' alla tua 'voce', un 'esercito' all’Altar. Ritmo e spirito bellicoso in Bianco Padre e nel mio Inno coincidono, come è evidente dalle parole cui ho dato rilievo nell'unico modo in fb possibile.   Sarebbero indifferentemente intercambiabili ed eseguibili in Piazza San Pietro e in Piazza Venezia indifferentemente.

Ma qui mi fermo per non rischiare due denunce, una per apologia di fascismo, una per oltraggio alla religione.

   E io vorrei crepare, se possibile, in pace!

P. S.

   Che fine ha fatto l’INNO’, mi si chiede?

   Non è che, come in internet si vendono i tuoi libri, quelli di cui sei autore ma cui non desti un editore, che stampasti in un limitatissimo numero di copie 'tuis impensis' perché destinati in tuo ricordo ad amici ed ex allievi (begli amici, begli allievi), così qualche Compagnia dell’Esercito della Repubblica abbia cancellato il tuo nome dall’Inno e se ne sia appropriata? In questo caso, rispondo, ne andrei veramente orgoglioso. La nostra Repubblica, che fedelmente servii spedendo giorno e notte dispacci d’ogni genere di ministri sottosegretari e onorevoli vari a sindaci parroci polizia e carabinieri, non è certo la ‘Repubblica degli stracci’ che al mio paese, fino a poco tempo fa, un vecchio centenario nostalgico del Papa Re scherniva in una irriverente filastrocca '(varavaccìccì varavaccccì la repubblica degli straccìccì'). Il Vegliardo si riferiva alla Repubblica romana di mazziniana memoria! Tutt’altra cosa è la nostra Repubblica, vivaddio. Ripeto, ne andrei orgoglioso, sinceramente orgoglioso. E non sto scherzando.

___________________  

   Chàirete Dàimones!

   Laudati sieno gli dei, e magnificata da tutti viventi la infinita, semplicissima, unissima, altissima et absolutissima causa, principio et uno (Bruno Nolano)

 

 
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