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Donna..

Post n°320 pubblicato il 08 Marzo 2019 da cavallo140
 

8 marzo, la poesia "A tutte le donne" di Alda Merini per la Giornata Internazionale della donna

Per l'8 marzo e per la Giornata internazionale della donna vi propongo una delle poesie più belle scritte da Alda Merini. Si intitola "A tutte le donne" ed è il racconto in versi della condizione femminile che la poetessa dei navigli scrisse sotto l'assedio di un mondo maschile ostile, sempre in bilico tra l'essere un "granello di colpa" e la madre di tutto.
Nata con la primavera. Il prossimo 21 marzo Alda Merini avrebbe compiuto 88 anni. Una curiosità: il 21 marzo è anche il giorno in cui in tutto il mondo si celebra la Giornata della Poesia. Oggi invece che è l'8 marzo ed è la Giornata internazionale della donna, vogliamo ricordare la poetessa e scrittrice italiana, internata in manicomio, dove vi resterà per scoprire tutto l'orrore del mondo e la capacità di resilienza in se stessa, e dove cercherà la bellezza attraverso la poesia. Perché Alda, la poetessa dei navigli, con la sua ricerca della bellezza e con la sua resistenza a un mondo maschile ostile.
In queste circostanze di assedio alla sua persona, alla sua femminilità, nasce la poesia "A tutte le donne", un inno vero e proprio alla donna, che nonostante i millenni resta ancora legata alla sua dimensione di "granello di colpa", a suggerire l'immagine di debolezza del mondo in cui è concentrato il tema del peccato da Eva in poi.

La poesia di Alda Merini per l'8 marzo
La donna/madre di tutte, come madre è la terra che Alda Merini ci racconta in questi splendidi versi, in cui "soltanto tu riesci ancora a piangere, poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli, poi ti volti e non sai ancora dire". Ma ecco, per l'8 marzo e la Giornata internazionale della donna, la poesia integrale di Alda Merini, intitolata "A tutte le donne":

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l'emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d'amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d'amore.


 

 
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L'istruzione è la più valida difesa della libertà

Post n°319 pubblicato il 09 Gennaio 2019 da cavallo140

 

«L'istruzione è la più valida difesa della libertà».

Pensavo alla scuola e all'istruzione, a quei paesi dove studiare a tutt'ora è una chimera, e a quelli dove invece è un optional.
A quei bambini che vorrebbero istruirsi e che farebbero carte false per poterlo fare, e a quelli invece che fanno carte false per non andarci.
L'istruzione è un diritto che va di pari passo con la libertà, sono due cose inscindibili, se vi è l'ignoranza non vi può essere libertà.
Studiare quindi è un sacrosanto diritto, e dovrebbe essere un diritto (gratuito)alla portata di tutti in qualsiasi parte del mondo.
Purtroppo non è così, mi rammarico e mi dispiace che in paesi come il nostro, l'istruzione e di conseguenza la scuola, sia diventata un set cinematografico, dove giornalmente si consumano, drammi, violenze e soprusi, dove il sesso è diventata la materia prioritaria di studio, coinvolgendo insegnanti ed alunni, come Sodoma e Gomora.
Dove alcuni maestri si ergono a giudici supremi, esecutori unici di condanne e supplizi,
dove ogni ruolo è capovolto, dove l'insegnamento è una chimera, e dove ogni valore è sconvolto.
Per fortuna non dappertutto  è così, grazie al cielo vi sono molte scuole dove lo studio è prioritario, gli studenti sono studenti e i professori sono professori, ed è in posti come questi che si possono forgiare le persone di domani.
 Ma questo è una punta di un iceberg, ma questa è un'altra storia.
La cosa veramente triste è  che in molti paesi di quello che noi chiamiamo i "terzo mondo" (ma è davvero così?), poche persone ancora oggi debbano decidere sul destino dei molti, i quali avrebbero un piccolo sogno da realizzare...vivere.

 

LA POLITICA...

E solamente una mia opinione.
Se la religione come diceva il Carl Marx è l'oppio dei poveri, allora di conseguenza la politica è la cocaina degli illusi.
Cocaina perché è alla portata di tutti alla pari dell'oppio, e tutti ne possono usare ma soprattutto abusare.
L'oppio annebbia, annichilisce, ottenebra, assopisce, tedia.
La cocaina invece eccita, esalta, da senso di onnipotenza, e poi alla fine svuota e tedia.
 A ben vedere le religioni, e la politica sono due droghe, che danno assuefazione, e che a lungo andare portano alla morte.
Bisogna non abusarne.
Entrambe portano al fanatismo, all'integralismo, ma sia dell'una che dell'altra non se ne può fare a meno.
Io non credo comunque che la politica e la religione siano la panacea per i mali del mondo, forse anzi l'opposto.
Politica e religione un connubio inscindibile, simbiosi mistica, vitale.
Politica è religione, come l'uomo e la donna, e come l'uomo e la donna, si odiano, e si amano, si scannano, si lasciano per poi tornare assieme.
L'uno non può fare a meno dell'altro, l'uno è la ragione di vita dell'altro. Non potrei mai immaginare un mondo senza questi due elementi.
Così come non potrei immaginare il mondo senza politica e religione.
Ma il male in fin dei conti non è questo o quello, ma l'uso che se né fa.

L'UOMO E DIO

L'essere umano nella sua scalata verso l'immortalità, stà perdendo la sua vera identità. Più sale in alto più la sua arroganza cresce di conseguenza, e più essa cresce così pure aumenta la sua sete di potere, arrogandosi il diritto di fare, disfare, scrivere e riscrivere, non solo la storia ma pure la vita e la morte: così che nell'essere umano s'insinua allora il pericoloso tarlo dell'onnipotenza.
 In effetti, il buon Dio pur avendoci creati simili a lui, e cioè fiato dal suo stesso fiato, e se anche fatti di acqua e terra, (quindi deteriorabili a tutti gli effetti), aveva in mente per noi ben altro destino.
 Ma ora, se solo ci si guardasse allo specchio in profondità, e non solo per soffermarsi alla mera apparenza, cosa vedremmo? con chi ci potremmo paragonare ora? A chi assomiglieremmo mai?
 Sicuramente più ai principi di questo mondo vestiti d'illusione, attratti più dalle vicine effimere ricchezze, piuttosto, che a mendicanti affamati solo di giustizia.
 Ma se solo ci si ricordasse chi siamo, da dove veniamo, forse l'umiltà che si nasconde vergognosa in ognuno di noi finirebbe per uscire allo scoperto, per ricordarci chi siamo, da dove veniamo e dove forse siamo diretti.
L'essere umano anche se intelligente, e capace di cose mirabolanti e sublimi, è pur sempre polvere, e come polvere destinata a disperdersi col vento nello sconfinato oceano che è l'oblio.

 

 

 
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La Befana

Post n°318 pubblicato il 02 Gennaio 2019 da cavallo140
 

 

Poesie su Epifania 

 

È tornata la Befana
a cavallo di una scopa:
vola senza far rumore
nella notte nera nera

Sulle spalle ha tanti sacchi
e li posa sui camini
tira fuori sorridente
i regali per i bambini

Bambole e trenini
giostre e orsacchiotti,
dischi e grembiulini,
dolci e biscottini,

ma più bello ancora
essa sa donare
una grande gioia
che non si può scordare.

 

 

 

 
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L'amore

Post n°317 pubblicato il 11 Novembre 2018 da cavallo140
 

Che cosa sei disposto a fare per amore?

L'amore è una forza che smuove le montagne, che ci fa superare i nostri stessi limiti e diventare migliori. L'amore per le persone care, per la natura, per un ideale, per Dio.

Che cos'è per te l'amore? Che cosa sei stato capace di compiere per amore?

Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all' orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

Alda Merini, "Ho bisogno di sentimenti"

 

 
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La festa dei morti in sicilia

Post n°316 pubblicato il 22 Ottobre 2018 da cavallo140
 

Il giorno dei morti raccontato da Andrea Camilleri

Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c'era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari.
Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d'occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d'arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c'erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio.

Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli, i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all'alba per andare alla cerca. Perché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, e perciò il cesto non lo rimettevano dove l'avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall'aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.

I dolci erano quelli rituali, detti "dei morti": marzapane modellato e dipinto da sembrare frutta, "rami di meli" fatti di farina e miele, "mustazzola" di vino cotto e altre delizie come viscotti regina, tetù, carcagnette. Non mancava mai il "pupo di zucchero" che in genere raffigurava un bersagliere e con la tromba in bocca o una coloratissima ballerina in un passo di danza. A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa, sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici, i compagni di scuola: «Che ti portarono quest'anno i morti?». Domanda che non facemmo a Tatuzzo Prestìa, che aveva la nostra età precisa, quel 2 novembre quando lo vedemmo ritto e composto davanti alla tomba di suo padre, scomparso l'anno prima, mentre reggeva il manubrio di uno sparluccicante triciclo.

Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un'affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l'albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli. Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e "stampato", come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati. Mentre oggi quel filo lo si può indovinare solo attraverso un microscopio fantascientifico. E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha disimparato a servire.

 

 
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L'UOMO E LA DONNA

Post n°315 pubblicato il 23 Agosto 2018 da cavallo140

L'UOMO E LA DONNA

L'uomo è la più elevata delle creature.
La donna è il più sublime degli ideali.
Dio fece per l'uomo un trono, per la donna un altare.
Il trono esalta, l'altare santifica.

L'uomo è il cervello. La donna il cuore.
Il cervello fabbrica luce, il cuore produce amore.
La luce feconda, l'amore resuscita.
L'uomo è forte per la ragione.
La donna è invincibile per le lacrime.
La ragione convince, le lacrime commuovono.

L'uomo è capace di tutti gli eroismi.
La donna di tutti i martìri.
L'eroismo nobilita, il martirio sublima.
L'uomo ha la supremazia.
La donna la preferenza.
La supremazia significa forza;
la preferenza rappresenta il diritto.

L'uomo è un genio. La donna un angelo.
Il genio è incommensurabile;
l'angelo indefinibile.
L'aspirazione dell'uomo è la gloria suprema.
L'aspirazione della donna è la virtù estrema.
La gloria rende tutto grande; la virtù rende tutto divino.

L'uomo è un codice. La donna un vangelo.
Il codice corregge, il vangelo perfeziona.
L'uomo pensa. La donna sogna.
Pensare è avere il cranio di una larva;
sognare è avere sulla fronte un'aureola.

L'uomo è un oceano. La donna un lago.
L'oceano ha la perla che adorna;
il lago la poesia che abbaglia.
L'uomo è l'aquila che vola.
La donna è l'usignolo che canta.
Volare è dominare lo spazio;
cantare è conquistare l'Anima.

L'uomo è un tempio. La donna il sacrario.
Dinanzi al tempio ci scopriamo;
davanti al sacrario ci inginocchiamo. Infine:
l'uomo si trova dove termina la terra,
la donna dove comincia il cielo.

 

Victor Hugo

 
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The River (il fiume)

Post n°314 pubblicato il 10 Maggio 2018 da cavallo140
 

Ogni volta che ascolto The River di Bruce Springsteen sul mio corpo blindato prende forma una specie di tremito e il sangue comincia a correre rivoltoso e non si ferma più. Ogni volta che ascolto The River, e sono più di vent'anni che l'ascolto, precipito dentro una storia struggente d'amore e disinganno che richiede una dose di alienazione molto forte per restare insensibili.

Certe canzoni di Bruce Springsteen stanno dentro la storia del romanzo americano, sono esse stesse un romanzo americano. Ogni verso è il capitolo di una saga, ogni immagine si dilata oltre i confini strutturali del genere canzone. Così ecco la storia del manovale della Johnstown Company che sposa Mary per riparare e che passa la vita a rimembrare sui momenti felici della propria giovinezza, momenti che ormai lo "tormentano come una maledizione", il ricordo di quando l'amore era innocente e scorreva rapido come quel fiume, e ancora l'America della crisi, e quel giudice che "mise tutto in regola", quelle nozze riparatrici "senza corteo nuziale, senza fiori, senza l'abito da sposa".

Allora la malinconia che nasce stando al lato di quel fiume ormai in secca è il principio vitale che spinge ogni uomo a continuare a vivere. E io mi commuovo, mi commuovo di nuovo come quando mi immergevo da ragazzo nelle pagine di Steinbeck e di Faulkner, mi commuovo perché in più qui c'è un'armonica bruciante che risuona un riff che ti schiaccia l'anima, e lo fa dal 1980, senza aver perduto per questo la sua forza mistica, il suo afflato di speranza, la fiducia nella possibilità che ogni uomo su questa terra possa avere, presto o tardi, la propria resurrezione.

 

IL FIUME

Sono nato in fondo alla valle dove da ragazzo - signore - 
t'insegnano a non far altro che ciò che ha fatto tuo padre.
Conobbi Mary al liceo che aveva diciassette anni.
Andavamo dove la valle finisce e i pascoli sono verdi.

Andavamo giù, fino al fiume
e nel fiume ci tuffavamo;
giù fino al fiume correvamo.

Poi misi incinta Mary - signore - e questo fu tutto ciò che lei mi scrisse.
E per il mio diciannovesimo compleanno ricevetti una tessera del sindacato e una giacca da cerimonia.
Andammo al tribunale (*) e il giudice mise tutto a posto:
niente sorrisi di circostanza, nessuna marcia nuziale
né fiori e neanche un abito da sposa.

Quella notte andammo fino al fiume
e nel fiume ci tuffammo;
corremmo giù fino al fiume.

Trovai un posto come muratore alla Johnstown Company
ma poi il lavoro cominciò a scarseggiare a causa della crisi economica.
Ora, tutto ciò che sembrava così importante - signore - è svanito nel nulla;
io mi comporto come se non ricordassi, Mary come se non le importasse più niente.

Ma mi ricordo di quando prendevamo l'auto di mio fratello,
del suo corpo abbronzato e bagnato, giù al lago artificiale.
Di notte, sulla riva, rimanevo sveglio
e mi avvicinavo a lei per ascoltare ogni suo respiro.
Ora questi ricordi tornano a perseguitarmi, mi perseguitano come una maledizione:
un sogno irrealizzato è una bugia
o qualcosa di peggio

che mi porta giù al fiume,
anche se so che è asciutto,
che mi porta fino al fiume, stanotte.

Giù fino al fiume,
io e la mia piccola;
correvamo giù fino al fiume.

 
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I Figli

Post n°313 pubblicato il 27 Febbraio 2018 da cavallo140

I figli

I tuoi figli non sono figli tuoi.

Sono i figli e le figlie della vita stessa.

Tu li metti al mondo ma non li crei.

Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.

Puoi dar loro tutto il tuo amore,

ma non le tue idee.

Perché loro hanno le proprie idee.

Tu puoi dare dimora al loro corpo,

non alla loro anima.

Perché la loro anima abita nella casa dell'avvenire,

dove a te non è dato di entrare,

neppure col sogno.

Puoi cercare di somigliare a loro

ma non volere che essi somiglino a te.

Perché la vita non ritorna indietro,

e non si ferma a ieri.

Tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani.

 (Khalil Gibran)

 
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Rosa Balistreri

Post n°312 pubblicato il 14 Gennaio 2018 da cavallo140
 

Terra ca nun senti

Malidittu ddu mumentu

ca graprivu l'occhi nterra

nta stu nfernu.

 

Sti vint'anni di turmentu

cu lu cori sempri nguerra

notti e jornu.


Terra ca nun senti
ca nun voi capiri

ca nun dici nenti

vidennumi muriri!

 

Terra ca nun teni

cu voli partiri

e nenti cci duni

pi falli turnari.

 

E chianci chia...

Ninna oh!

 

Malidittu... tutti st'anni

cu lu cori sempri nguerra

notti e jornu.

 

Malidittu cu t'inganna

prumittennuti la luci

e a fratillanza.

 

Terra che non senti

 

Maledetto quel momento

in cui ho aperto gli occhi in terra

in questo inferno.

 

Questi vent'anni di tormento

con il cuore sempre in guerra

notte e giorno.

 

Terra che non senti

che non vuoi capire

che non dici niente

vedendomi morire.

 

Terra che non trattieni

chi vuole partire

e niente gli dai

per farli tornare.

 

E piangi...

Ninna oh!

 

Maledetto... tutti questi anni

con il cuore sempre in guerra

notte e giorno.

 

Maledetto chi t'inganna

promettendoti la luce

e la fratellanza.

 

Rosa Balistreri

 

 

 
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Cosa si nasconde dietro un suicidio di un adolescente

Post n°311 pubblicato il 03 Gennaio 2018 da cavallo140
 
Tag: Suicidi

La vita ha perso il suo valore? Perché tutti questi suicidi?

Sono figli della solitudine, della globalizzazione e dalla inciviltà digitale. Figli di genitori che non hanno più tempo di fermarsi a parlare con loro se non per i compiti e per i problemi logistici e gestionali. Figli delle conflittualità genitoriali, che non si sentono riconosciuti, accettati per quello che sono. Sono vittime di genitori sempre di fretta, delle innumerevoli attività, senza sosta e di fretta, una fretta che non permette più ai genitori di guardare negli occhi un figlio.

Una generazione che non crede più in niente, se non negli youtuber e nelle fashion blogger, a briglia sciolta sui social e sulle chat, senza rispetto di se stessi e degli altri. Oggi si sono persi troppo gli aspetti relazionali e la solidità e veridicità dei legami. Troppe vetrine social che pennellano il narcisismo, troppa estetica e poca interiorità. Tutto troppo labile e poco stabile.

Sono figli della crisi e della perdita dei punti di riferimento come la scuola e la famiglia, della perdita dei valori e di una pressione sociale troppo marcata per tanti adolescenti che partono già fragili. Si dà troppo poco peso agli aspetti esistenziali e agli aspetti emotivi, è come se la vita avesse perso il suo vero significato, avesse perso il valore di unicità e irrepetibilità che dovrebbe avere. Hanno bisogno di essere incoraggiati, sostenuti, di avere una sorta di mental coach che gli colmi le loro insicurezze e gli indichi una via.

 

Risultati immagini per immagini di suicidio  

Non è mai un singolo episodio, per quanto traumatico possa essere, una struttura solida, prova sempre a trovare una soluzione, anche nel momento di maggiore sconforto. È indubbio che ci sono eventi più traumatici o stressanti di altri. Dipende anche da quanto una persona investe su ciò che vive, se io sposto tutto su un fidanzato, se la mia unica ragione di vita diventa quella persona, è ovvio che se mi viene a mancare, se mi tradisce o mi fa un torto, perdo tutti i miei riferimenti, ma è anche intuitivo comprendere che se una persona sposta tutto su un'altra e annienta se stesso per l'altro, vive già una condizione patologica. Quello che manca a tanti ragazzi è il vero sostegno e supporto della famiglia, quello che dovrebbe tenerli su quando tutto sembra crollare.

 
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Auguri

Post n°310 pubblicato il 24 Dicembre 2017 da cavallo140

 

Buon Natale - Auguri di Natale a tutti 

Tanti Auguri di Natale agli amici più veri, a tutti coloro che mi hanno ringraziato con un sorriso, a tutti coloro che mi hanno amato e che mi hanno regalato momenti indimenticabile. Vi porto tutti nel cuore e vi auguro un Buon Natale, sereno, felice e che tutti i vostri sogni possano realizzarsi! Tanti Auguri di Natale! Buon Natale a tutti!

 

 
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Ignazio Buttitta

Post n°309 pubblicato il 03 Dicembre 2017 da cavallo140
 

Ignazio Buttitta (Bagheria, 19 settembre 1899 - Bagheria, 5 aprile 1997)
Tra i poeti contemporanei che hanno scelto di esprimersi in siciliano, Buttitta è il più conosciuto, sia in Sicilia che nel resto d'Italia. La sua Opera traduce in versi un intero secolo di storia sociale, politica, intellettuale della Sicilia, esplicitamente impegnandosi e radicandosi nelle cause e nelle conseguenze del disagio economico delle classi subalterne. Buttitta ha vissuto in prima linea: le lotte contadine, le due guerre, l'antifascismo, la lotta contro la mafia e la classe politica post-bellica. Egli concepisce con chiarezza - e viveva con determinazione - la letteratura come visione che si fa ragione, coscienza dell'ascoltatore, del lettore; quindi, progetto da agire nella realtà

1. NUN SUGNU PUETA


Non pozzu chiànciri
ca l'occhi mei su sicchi
e lu me cori
comu un balatuni.

La vita m'arriddussi
asciuttu e mazziatu
comu na carrittata di pirciali.
Non sugnu pueta;
odiu lu rusignolu e li cicali,
lu vinticeddu chi accarizza l'erbi
e li fogghi chi cadinu cu l'ali;
amu li furturati,
li venti chi strammíanu li negghi
ed annèttanu l'aria e lu celu.

Non sugnu pueta;
e mancu un pisci greviu
d'acqua duci;
sugnu un pisci mistinu
abituatu a li mari funnuti:
Non sugnu pueta
si puisia significa
la luna a pinnuluni
c'aggiarnia li facci di li ziti;
a mia, la menzaluna,
mi piaci quannu luci
dintra lu biancu di l'occhi a lu voj.

Non sugnu pueta
ma siddu è puisia
affunnari li manu
ntra lu cori di l'omini patuti
pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;
ma siddu è puisia
sciògghiri u chiacciu e nfurcati,
gràpiri l'occhi a l'orbi,
dari la ntisa e surdi
rumpiri catini lazzi e gruppa:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
chiamari ntra li tani e nta li grutti
cu mancia picca e vilena agghiutti;
chiamari li zappatura
aggubbati supra la terra
chi suca sangu e suduri;
e scippari
du funnu di surfari
la carni cristiana
chi coci nto nfernu:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
vuliri milli
centumila fazzuletti bianchi
p'asciucari occhi abbuttati di chiantu;
vuliri letti moddi
e cuscina di sita
pi l'ossa sturtigghiati
di cu travagghia;
e vuliri la terra
un tappitu di pampini e di ciuri
p'arrifriscari nta lu sò caminu
li pedi nudi di li puvireddi:
(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia
farisi milli cori
e milli vrazza
pi strinciri poviri matri
inariditi di lu tempu e di lu patiri
senza latti nta li minni
e cu lu bamminu nvrazzu:
quattru ossa stritti
a lu pettu assitatu d'amuri:
(un mumentu ca scattu!)...

datimi na vuci putenti
pirchi mi sentu pueta:
datimi nu stindardu di focu
e mi segunu li schiavi di la terra,
na ciumana di vuci e di canzuni:
li sfarda a l'aria
li sfarda a l'aria
nzuppati di chiantu e di sangu.

Settembre 1954


1. NON SONO POETA


Non posso piangere,
ho gli occhi secchi,
e il mio cuore
è una pietra pesante.

La vita m'ha ridotto
arido e spezzato
come una carrettata di brecciame.

Non sono poeta;
odio l'usignolo e le cicale,
il venticello che carezza l'erba
e le foglie che cadono con l'ali;
amo le bufere,
i venti che disperdono le nuvole
e puliscono l'aria e il cielo.

Non sono poeta,
ma nemmeno un insipido pesce
d'acqua dolce;
sono un pesce selvatico
abituato ai mari profondi.
Non sono poeta
se poesia significa
la luna che pende
e impallidisce le facce dei fidanzati;
la mezzaluna
mi piace quando splende
dentro il bianco dell'occhio del bue.

Non sono poeta;
ma se è poesia
affondare le mani
nel cuore degli uomini che soffrono
per spremerne il pianto e lo sconforto;
ma se è poesia
sciogliere il cappio agli impiccati,
aprire gli occhi ai ciechi,
dare l'udito ai sordi,
rompere catene e lacci e nodi:
(un momento che scoppio)...

Ma se è poesia
chiamare nelle tane e nelle grotte
chi mangia poco e veleno inghiotte;
chiamare gli zappatori
curvati sulla terra
che succhia sangue e sudore;
e strappare
dal fondo delle zolfare
la carne cristiana
che cuoce nell'inferno:
(un momento che scoppio!) ...

Ma se è poesia
volere mille
centomila fazzoletti bianchi
per asciugare occhi gonfi di pianto;
volere letti morbidi
e cuscini di seta
per le ossa storcigliate
di chi lavora;
e volere la terra
un tappeto di foglie e fiori
che rinfreschi lungo il cammino
i piedi nudi dei poveri:
(un momento che scoppio!..)

Ma se è poesia
farsi mille cuori
e mille braccia
per stringere povere madri
inaridite dal tempo e dalla sofferenza
senza latte alle mammelle
e col bambino in braccio:
quattro ossa strette
al petto assetato d'amore:
(un momento che scoppio!...)

Datemi una voce potente
perché mi sento poeta:
datemi uno stendardo di fuoco
e mi seguano gli schiavi della terra,
una fiumana di voci e di canzoni:
gli stracci all'aria
gli stracci all'aria
inzuppati di pianto e di sangue.

A LI MATRI DI LI CARUSI

Matri chi mannati li figghi
a la surfara iu vi dumannu
pirchì a li vostri figghi
ci faciti l'occhi si nun ponnu vidiri lu jornu?

Pirchì ci faciti li pedi
si camminunu a grancicuni?
Nun li mannati a la surfara
Si pani un nn'aviti
scippativi na minna
un pezzu di mascidda pi sazialli

disiddiraticci la morti chiuttostu
megghiu un mortu mmennzu la casà
stinnicchiatu supra un linzolu
arripizzatu ca lu putiti chianciri
e staricci vicinu.

Megghiu un mortu cunzatu
supra lu lettu puvireddu
di la vostra casa
cu la genti ca veni a vidillu
e si leva la coppula
mentri trasi.

Megghiu un mortu dintra
ca vrudicatu sutta la surfara
cu vuatri supra dda terra a chianciri
a raspari cu l'ugna
a manciarivi li petri
a sintiri lu lamentu
e nun putiricci livari
di ncoddu li petri
chi lu scafazzanu

Facitili di surfaru li figghi!


5. ALLE MADRI DEI RAGAZZI

Madri,
che mandate i figli alla zolfara
io vi chiedo
perché ai vostri figli
fate gli occhi
se non possono vedere il giorno?

Perché fate loro i piedi
se camminano carponi?
Non mandateli alla zolfara;
se non avete pane,
strappatevi una mammella,
un pezzo di guancia
per saziarli.

Augurategli la morte piuttosto;
meglio un morto in mezzo alla casa,
disteso sopra un lenzuolo rammendato,
ché lo potete piangere
e stargli vicino.

Meglio un morto composto
sopra il letto povero
della vostra casa
con la gente che viene a vederlo
e si leva la coppola
mentre entra.

Meglio un morto in casa
che seppellito sotto la zolfara,
con voi sopra quella terra a piangere
a raspare con le unghie
a mangiare le pietre
a sentire il lamento
senza potergli
levare di sopra
le pietre che lo schiacciano.

Fateli di zolfo i figli!

 

Chiamato alle armi con i "ragazzi del 99" aveva combattuto sul Piave, ricavandone un profondo disgusto per la guerra. Tornato in Sicilia aveva ripreso a lavorare nella bottega di salumiere del padre e aveva aderito al PSI, fondando a Bagheria un Circolo culturale intitolato a Filippo Turati, che fu promotore di una sommossa contadina contro i dazi comunali.
Nel 1928 Buttitta, che già aveva scritto il canto "Marabedda", pubblicò, sino a che la censura fascista non ne decretò la chiusura, un giornale di poesia dialettale.
Trasferitosi a Milano, unì l'impegno letterario ad una fortunata attività commerciale sino a che, allo scoppio della guerra, non si trasferì a Cologno Monzese per entrare, nel biennio 1944-1945, nella Resistenza. Partigiano nelle "Matteotti", il poeta siciliano fu arrestato dai repubblichini nel marzo del 1945. Riuscito ad evitare la condanna a morte, Buttitta dopo la Liberazione tornò in Sicilia.
Risalito al Nord cominciò a frequentare a Codogno (dove aveva aperto un piccolo supermercato), una colonia di artisti e intellettuali siciliani (tra i quali Elio Vittorini) e continuò nel suo lavoro poetico che gli valse nel 1952 il Premio Viareggio, con la raccolta "Io faccio il poeta", che fu tradotta in molte lingue.
Il suo impegno civile Buttitta l'aveva già dimostrato nel 1947 con "A stragi di Purteddu", sul massacro compiuto dal bandito Giuliano a Portella della Ginestra, ed ha continuato a dimostrarlo per tutta la vita sino a che la sua parabola quasi centenaria non si è chiusa.
Nel 2005 a Ignazio Buttitta è stata intitolata una Fondazione; porta il suo nome la Facoltà di Lettere e filosofia dell'Università di Sassari; un "Premio Buttitta" è organizzato dal "Centro Guttuso" di Favara; nel 2010 a Bolognetta, un piccolo centro a 25 Km da Palermo, al popolare poeta è stata intitolata una via.

 

 

 

 

 

 

 

 
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Quanto vale una vita umana?

Post n°308 pubblicato il 10 Ottobre 2017 da cavallo140
 

Quanto vale una vita umana? 

di Felice Previte

"Dignità umana" : un bilancio sociale alquanto deludente, umiliante per tutti, specie per il mondo della sofferenza.
Ancora una volta la "mannaia" ha colpito un innocente, ancora una volta qualcuno deve rispondere alla propria coscienza, ancora una volta dobbiamo sentirci impotenti verso queste orribili notizie, che non saranno certamente le ultime, dove purtroppo : Tizio ha ucciso Caio !
Ma allora la vita non vale niente ? Tutti noi dobbiamo mantenere sempre più vigile la n/s attenzione, il n/s senso di responsabilità che non deve essere né desertificato né carente, specie oggi, nella consapevolezza del recupero di quelle doti morali che attestano il vivere dell'uomo.Sono parole che sentiamo spesso, attuali, smarrite, anche se sono indirizzate e riflettono un situazione economica che incombe sulla società in genere, ciò non di meno coinvolgono la solidarietà sociale, principio altamente etico che ogni uomo deve sostenere verso i più sfortunati della vita, i più bisognosi, i più diseredati che non sono solo portatori di handicap, ma di diritti di uguaglianza e pari dignità sociale più volte richiamata e poco incarnata dalla n/s Costituzione e da quella Europea.
Da diverse settimane sui vari quotidiani si leggono notizie della rapida escalation di violenze fisiche e verbali verso un proprio congiunto, un amico, un cittadino qualunque, ricondotte ad improvvisi "raptus" di follie dove vengono "eliminati" innocenti, dove insistono incomprensibili atteggiamenti sociali, dove psichiatri e psicoterapeuti si fanno in quattro per definire questi comportamenti.
Quanto avviene, esprime un disinteresse verso una menomazione funzionale, la quale non permette l'inserimento del disabile fisico o dell'handicappato psichico nella vita sociale, giudicati entrambi inabili a vivere in mezzo agli altri, privati del diritto ad interagire con il mondo e con altre persone.
Quel triste"fattaccio" che avviene quasi ogni giorno considerato un normale fatto di cronaca nera, non può essere giustificabile verso quelle persone che li provocano e che trovano, attraverso "cavilli legali", la " liberazione impunitiva " dal reato.
Ma se quel "gesto", poi, viene da un "malato" accertato di disordine psichico, allora è scandaloso non porre rimedio in quanto già si conosce quel "difetto" e nel suo insieme desta un senso di incomprensione e di ribellione.
Comunque quel "gesto", certamente, non è la strada sociale che risalta i valori della giustizia, della solidarietà, della equità, delle pari opportunità, "qualità" che dovrebbero presiedere gli uomini e le Istituzioni .
Anche se l'espressione "dignità umana" è diventata la parola della "moda" imperante, è tematica il cui fine è la promozione e la difesa della dignità dell'uomo, di ogni uomo dal concepimento alla morte naturale, promuovendo una cultura della vita .
Le famiglie, incolpevoli, prendono atto di un bilancio sociale alquanto deludente, anche proveniente dai vari gradi di insensibilità dei rappresentanti della vita pubblica non proprio elogiabili, soprattutto nell'osservare il disinteresse delle Istituzioni, tutte intente nella loro litigiosità, invece di "guardare" verso il mondo della sofferenza, della disabilità, della socialità, ma perseguire quegli "sforzi" per assicurare benefici che non lesino l'inalienabile dignità della persona umana.
Signori della Politica, quei benefici fanno parte di quei diritti che dovrebbero essere raccolti in un Testo Unico riguardanti i disabili fisici e gli handicappati mentali oggi carente, perché nell'opinione pubblica persiste intenso il timore di perdere quei diritti sociali condensati nel rispetto della persona umana, anche se, una progressione di "esternazioni" di "ricorrenze" di "episodi", come in quelli che accadono quasi giornalmente per essere ritenuti dalle Istituzioni un fatto di cronaca e non essere considerati un dovere da incarnare in un provvedimento protettivo.
Purtroppo la vita quotidiana è anche segnata da fatti o misfatti che impediscono di percorrere anche la strada dei valori etici.
C'è proprio da vergognarsi ! Fortemente da vergognarsi !

Immensamente da vergognarsi ......

 

 

 
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Aveva solo 7 anni

Post n°307 pubblicato il 29 Settembre 2017 da cavallo140
 

Aveva solo 7 anni la piccola Silvia Granzotto, e in quasi tutto questo tempo ha dovuto convivere con una terribile malattia, che però non è riuscita a farle perdere la gioia di vivere. Ci sono stati i momenti difficili, la fatica, "ma non ha mai fatto pesare la sua sofferenza", la ricordano i genitori Gianpaolo e Deborah

SPRESIANO. Silvia aveva forza e cuore, come pochi bimbi della sua età. Aveva il coraggio di lottare con il sorriso, quando alla sua età il sorriso dovrebbe a servire a giocare. L'ha tenuto fino all'ultimo, fino a quando, lunedì, vicino a mamma e papà, ha chiuso i suoi occhi azzurri per l'ultima volta. Aveva solo 7 anni la piccola Silvia Granzotto, e in quasi tutto questo tempo ha dovuto convivere con una terribile malattia, che però non è riuscita a farle perdere la gioia di vivere. Ci sono stati i momenti difficili, la fatica, "ma non ha mai fatto pesare la sua sofferenza", la ricordano i genitori Gianpaolo e Deborah.

"In questi anni non si è mai arresa, e ha affrontato i vari interventi a cui è stata sottoposta sempre con il sorriso". Sette anni trascorsi il più possibile come una bambina sana, con i suoi giochi e con gli amici di scuola, ma interrotti spesso dai viaggi da casa al reparto di pediatria del Ca' Foncello, affiancata dai genitori, dalla sorella Martina e da tutti i parenti. La famiglia Granzotto è molto conosciuta a Spresiano. Il nonno Amedeo, mancato a febbraio, era lo storico idraulico del paese, mentre il figlio Gianpaolo gestisce un'agenzia immobiliare sempre Spresiano.

Numerosissime le testimonianze di cordoglio e vicinanza che stanno arrivando a Gianpaolo e Deborah in queste ore, da parte di tutta la comunità di Spresiano. Mercoledì alle 20 nella chiesa parrocchiale di Spresiano verrà celebrato un rosario in suffragio, mentre giovedì alle 15.30 nella stessa chiesa si terranno i funerali della piccola. I familiari hanno chiesto di non donare fiori, ma eventuali offerte che verranno devolute al reparto di pediatria dell'ospedale di Treviso. In quei corridoi e in quelle stanze Silvia ha passato molti giorni, tra un intervento e l'altro; riuscendo sempre a far forza ai genitori, che hanno voluto ricordare il suo spirito d'animo anche nell'epigrafe. "Non piangere mamma, non piangere papà. Non piangete. L'angelo mi ha messo le ali e mi ha insegnato a volare, così ho attraversato le strade stellate fino al Paradiso". Così Silvia direbbe, con il sorriso sulle labbra

 

 
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Avere un figlio gay.

Post n°306 pubblicato il 23 Agosto 2017 da cavallo140

Ma tu saresti contento di avere un figlio gay?

La discussione, a un certo punto, arriva su questo. Quasi sempre.

A un certo punto qualcuno ti dice: «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?».

E lo dice con l'aria di quello che ha tirato fuori l'arma-fine-di-mondo, l'argomentazione a cui non puoi replicare se non arrampicandoti sul muro dell'ipocrisia.


Pensano di vincere facile, con questa argomentazione.

Perché se tuo figlio è gay, certo, dovrà affrontare mille difficoltà in più. Alle medie - le orrende medie - i compagni gli diranno frocio, checca, finocchio. E se anche non lo faranno, lo faranno comunque sentire diverso e solo, in un'età già terribile di suo. Probabilmente la sera piangerà nel letto senza farsi vedere. Magari starà male per anni al pensiero di doverlo dire. E così via, a lungo nel dolore se non nella paura, prima di trovare il coraggio adulto di essere libero e felice.

Quale genitore vorrebbe che suo figlio vivesse un'adolescenza così? E allora dai, di' la verità: saresti contento se tuo figlio fosse gay?

Eppure, forse, a chi ti fa questa domanda basterebbe rispondere con un'altra domanda, chiedendogli perché ancor oggi l'omosessualità condanna - spesso - a un'adolescenza infelice.

E la risposta sta proprio in una società ancora incapace di pensare - e quindi di educare - in termini di accettazione dell'omosessualità come non vergogna. Come variabile tra le tante, né migliore né peggiore. Il ragazzino omosessuale cioé che è sì diverso - diverso dalla maggioranza, s'intende - ma solo come uno che ha i capelli rossi mentre gli altri no.

In questo caso, non ci sarebbe nessuna presa in giro, in classe. Nessuna conscia o inconscia discriminazione. Quindi nessuna sofferenza del ragazzino. Quindi, nessuna angoscia dei genitori.

In altre parole, sono proprio quelli che ti chiedono «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?» che con queste parole testimoniano e perpetuano una società in cui un padre deve per forza rispondere «no». Perché anche solo chiedendolo, testimoniano e perpetuano un approccio di vergogna per chi è gay. Testimoniano e perpetuano una società discriminante. E quindi creano le condizioni per perpetuare la sofferenza dei figli gay e dei loro genitori.

Quando ero ragazzino io - alle elementari che ho fatto in sicilia  , tra figli di contadini - la vergogna era avere gli occhiali. Oggi probabilmente la cosa fa ridere, invece vi giuro che era così. Il bambino con gli occhiali veniva preso in giro. E il gioco dei bulli era farglieli cadere dalle orecchie, naturalmente.

Poi le cose sono cambiate, a poco a poco, e sono stati accettati come «normali» non solo i quattrocchi ma anche i bambini adottati («Ma tu lo sai chi sono i tuoi veri genitori?), i figli dei divorziati (wow!) fino a quelli degli immigrati («sì, i «negri», che quando ero piccolo io si vedevano solo nei film americani che davano sul primo canale il lunedì sera).

Eppure ancora adesso c'è ancora qualcuno che ti chiede «Ma di' la verità, tu saresti contento se tuo figlio fosse gay?».

E non si rende conto che solo ponendo quella domanda dichiara di appartenere allo stesso passato in cui si discriminavano i bambini con gli occhiali.

 

 
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"La cura"

Post n°305 pubblicato il 18 Agosto 2017 da cavallo140
 

"La cura" di Franco Battiato è da considerarsi poesia.

 La poesia e la letteratura, come ci ha insegnato il buon Sartre, vivono grazie a chi le legge e chi attribuisce loro un significato. E ognuno interpreta a suo modo un testo, in base a quello che sente, a quello che sa, alla sua esperienza di vita. Il caso del brano "La cura" di Franco Battiato è emblematico, uscito per la prima volta nell'album "L'imboscata" nel 1996 e diventato quasi subito uno dei pezzi più amati della musica italiana.
L'AMORE UNIVERSALE - Non sbaglia chi in questa canzone scorge una canzone d'amore. Ma quello che canta Battiato è l'amore nella sua forma più alta: la persona, l'io lirico, si rivolge a un "tu" indefinito, al quale promette di dedicare la propria vita. La proteggerà dalle "paure delle ipocondrie", dagli ostacoli della vita, dalle ingiustizie, dalle cadute e dalle ossessioni. Si prenderà cura di lei, aiutandola a fronteggiare i pericoli che vengono dall'esterno e le inquietudini che vengono invece dall'interno, più pericolose delle armi. Un tale desiderio di aiutare l'altra persona avrà effetti potenti in chi ha tali aspirazioni, perché lo renderà capace di superare i propri limiti: "supererò le correnti gravitazionali, lo spazio e la luce per non farti invecchiare". Sì, perché "più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare".
 Ma c'è chi in questa canzone vede una dedica al proprio io interiore, di cui l'artista promette di prendersi cura e chi, invece, ha visto nel brano una preghiera al contrario, perché non è l'uomo che si rivolge al Dio-amore ma è questo Dio-amore che parla all'uomo, che considera "un essere speciale" di cui si prenderà cura. All'uomo donerà "il silenzio e la pazienza", lo condurrà per "le vie che portano all'essenza", gli regalerà "le leggi del mondo". Un'interpretazione affascinante in cui molte persone credono, ma sta alla sensibilità di ognuno di noi, come dicevamo all'inizio, scegliere che cosa leggere in queste parole. In ogni caso, è una canzone che parla d'amore, che può essere quello per una figlia, un figlio, la moglie o il marito, un amico o una compagna, o quello di Dio per le sue creature. Al centro c'è quella misteriosa spinta che ci porta ad accostarci a qualcuno e decidere di percorrere insieme un pezzo, se non l'intero, percorso della vita.

Immagine correlata 

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d'umore,


dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie,
perché sei un essere speciale,
ed io, avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.

Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all'essenza.
I profumi d'amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d'agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te...
io sì, che avrò cura di te.

 

 
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Paolo Borsellino

Post n°304 pubblicato il 20 Luglio 2017 da cavallo140
 

Chi era il giudice Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia 25 anni fa

Paolo Borsellino fu ucciso dalla mafia in via D'Amelio, a Palermo, il 19 luglio del 1992. Con lui persero la vita cinque agenti della scorta.
Il 19 luglio 1992 il magistrato antimafia Paolo Borsellino sapeva di andare incontro alla morte. Forse non quel giorno, forse non in quella via D'Amelio nella quale si recava quasi ogni domenica per andare a trovare la madre. Ma sarebbe accaduto di lì a poco. Assieme a Giovanni Falcone, amico e collega nel pool antimafia voluto dal giudice Antonino Caponnetto, era arrivato troppo vicino alla "cupola", il vertice della catena di comando della mafia. E si era spinto fino ad indagare sui legami tessuti dai boss con il mondo della politica, degli affari, della stessa magistratura.


"Devo fare presto, non ho più tempo"
"Devo sbrigarmi, non ho più tempo", ripeteva dal 23 maggio di quell'anno. Ovvero dal giorno in cui, sull'autostrada A29 che collega l'aeroporto di Punta Raisi a Palermo, Falcone venne fatto saltare in aria assieme alla moglie Francesca Morvillo, agli agenti Vito Schifani, Rocco Dicilio e Antonino Montinaro, agli altri membri della scorta Paolo Capuzza, Angelo Corbo e Gaspare Cervello, e all'autista giudiziario Giuseppe Costanza.
Nel suo ultimo giorno di vita Paolo Borsellino decide di pranzare a Villagrazia di Carini - una frazione di Palermo - con la moglie, Agnese, e i figli Manfredi e Lucia. Quindi li saluta, raccoglie la scorta e chiede di passare dalla madre. Alle 16:58 il corteo arriva in via D'Amelio, una strada senza uscita. Il giudice scende dall'auto e si muove verso il citofono. Farà appena in tempo a suonare: una Fiat 126 imbottita di tritolo esplode uccidendolo sul colpo, assieme ai cinque agenti della scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Si salva per miracolo solo un poliziotto, Antonino Vullo.


Pochi giorni prima di morire, parlando ad una conferenza organizzata all'università di Palermo, Borsellino ricordava Falcone spiegando: "La sua morte l'avevo in qualche modo messa in conto". Pesò ogni parola, rivoltando continuamente tra le mani un accendino. Lo sguardo spesso rivolto verso il basso, le continue pause. L'attacco durissimo alle istituzioni, a quella magistratura "che forse ha più colpe di tutti", allo stato che lasciò il suo collega "morire professionalmente, senza che nessuno se ne accorgesse. Denunciai quanto stava accadendo e per questo ho rischiato conseguenze gravissime" ma che erano necessarie, "perché alla morte di Falcone tutti avrebbero dovuto già sapere. Il pool doveva morire di fronte al paese intero, non nel silenzio".


Il mistero dell'agenda rossa di Paolo Borsellino
Alla moglie disse: "Quando mi ammazzeranno, sarà stata la mafia ad uccidermi. Ma non sarà stata la mafia a volere la mia morte", ha raccontato il fratello Salvatore in un'intervista. Borsellino sapeva troppo: doveva sparire lui ma dovevano sparire anche le sue carte. Così, una delle più drammatiche pagine della storia della repubblica italiana si condisce di un episodio misterioso ed inquietante. Borsellino non si separava mai da un'agenda rossa dei carabinieri che gli era stata regalata. Dentro custodiva appunti, indizi, prove. Era il suo testamento professionale.

Quella mattina, come sempre, l'aveva fatta scivolare nella sua ventiquattrore. Eppure, dal luogo del delitto sparì. Nessuno ne seppe più nulla. "Sappiamo, grazie alle perizie della polizia scientifica su un filmato video, che tra le 17.20 e le 17.30, l'allora capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli ebbe la borsa in mano e la portò in direzione dell'uscita di via d'Amelio - ha ricostruito la trasmissione Rai Files24 -. Sappiamo, dalle dichiarazioni rilasciate ai giornalisti da Arnaldo La Barbera pochi giorni dopo la strage, che la borsa fece tappa alla questura di Palermo. Sappiamo che la famiglia del giudice controllò la borsa dopo la strage, denunciando la mancanza dell'agenda. Sappiamo che il primo verbale di apertura della borsa fu redatto dalla procura di Caltanissetta il 5 novembre 1992, ben tre mesi e mezzo dopo la strage. Sappiamo, sempre grazie ai reperti fotografici e video, che la borsa nelle mani di Arcangioli era integra, senza segni di bruciature, mentre la borsa repertata dalla procura era parzialmente bruciata su un lato".

La famiglia rifiutò i funerali di stato
"Certamente - ha accusato il fratello - in via D'Amelio c'erano persone che aspettavano. E non potevano essere che persone dei servizi segreti. Non era alla mafia che interessava sottrarre l'agenda rossa". Arcangioli fu indagato per il furto, quindi prosciolto dall'accusa "per non aver commesso il fatto".


Il 24 luglio si celebrarono i funerali di Borsellino. In forma privata, perché la famiglia rifiutò le esequie di stato: la moglie Agnese accusava il governo di non aver protetto il marito. Fu scelta una chiesa di periferia, quella di Santa Maria Luisa di Marillac. Ciò nonostante, diecimila persone si accalcarono sul selciato per dare l'ultimo saluto al giudice. In modo civile e ordinato, benché pochi giorni prima, ai funerali dei membri della scorta la folla inferocita ruppe i cordoni dei circa quattromila agenti posti a difesa dei numerosissimi uomini politici presenti. Scandendo: "Fuori la mafia dallo stato. Fuori lo stato dalla mafia".

 

 
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Alda Merini

Post n°303 pubblicato il 16 Giugno 2017 da cavallo140

Canzone dell'uomo infedele

Il mio uomo è uguale al Signore
il mio uomo è uguale agli dèi
se lui mi tocca
io mi sento una donna
e mi sento l'acqua che scorre
nei lecci della vita.

Il mio uomo è un purosangue che corre
mentre io cavallerizza da nulla
sto immobile a terra

Il mio uomo è una chitarra felice
e io sono la sua canzone
ma lui non mi canta mai
perché?
Aspetto che la chitarra si rompa
per vivere...

Il mio uomo è un uomo crudele
il mio uomo è la mia preghiera
è uguale a Savonarola

ma il mio uomo tocca altri inguini ed altri capelli
è generoso con le fanciulle dorate
e lascia me povera
di vecchiezza e di vita a morire per lui.

Il mio uomo se si denuda
ha il petto villoso come le aquile
ma un rostro che ferisce a fondo
e punisce i pentimenti d'amore
allora io gli mostro le mie carni ferite
e maledico la sorte,

ma se il mio uomo sorride
io torno a fiorire e divento una bianca luna
che si specchia nel mare.

Alda Merini

 

 
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La Dolcezza

Post n°302 pubblicato il 31 Maggio 2017 da cavallo140

 

Risultati immagini per immagini di dolcezza 

Elogio delle virtù perdute: la dolcezza

La dolcezza: ecco un'altra virtù femminile a rischio di estinzione. Non ancora drammaticamente in pericolo come la grazia, ma certo minacciata, soprattutto negli ultimi anni. La ragione di questo sfavore? Ancora una volta, la paura che dolcezza significhi debolezza, arrendevolezza, vulnerabilità, scarsa assertività, scarsa "territorialità", non solo nel mondo del lavoro ma anche con il partner. Addirittura, che l'essere "troppo dolce", troppo buona, consegni la donna quasi a un destino di abuso, emotivo se non fisico, e perfino a un vero e proprio destino di solitudine: quello della vittima predestinata.
L'errore più comune è il primo, in cui la dolcezza viene erroneamente assimilata alla debolezza. Da questo sostanziale fraintendimento discendono tutte le altre associazioni negative che inducono a guardare con diffidenza questo magnifico tratto della femminilità. In realtà, la dolcezza vera può essere espressa nella sua pienezza solo dalla donna interiormente forte. Che può cedere, in una discussione, se ritiene che le ragioni dell'altro siano migliori: e questa non è debolezza, è saggezza. Oppure, se ritiene che il farlo allenti la tensione e consenta poi di riprendere il discorso in climi emotivi più favorevoli: e questo è alto senso della strategia della vita, nel microcosmo della famiglia come nel macrocosmo del mondo.
Già, ma come si fa ad essere dolci in un mondo che si basa su guerre e guerriglie, ad ogni livello di interazione personale? Che richiede di mettersi letteralmente addosso l'armatura da guerra, quando si esce di casa? Armatura che finisce per diventare una seconda pelle, così ben assimilata con la nostra da non distinguerla più. In un mondo che non ci aiuta a scaricare in modo sano tutta l'aggressività che ogni giorno accumuliamo?
Quest'ultimo è un nodo importante: la stimolazione cronica della collera-rabbia, che è un'emozione di comando fondamentale, nella donna causa irritabilità, nemica prima della dolcezza, e l'iperstimolazione del nostro sistema di allarme. In termini semplici: provoca un rialzo costante di adrenalina, che causa le sconfortanti risposte fisiche tipiche dello stress cronico da irritazione permanente. Questi cambiamenti biochimici (e psichici) si traducono in un aumento della tensione muscolare generale, con contrazioni somatizzate in quattro nodi di tensione particolari: attorno alla bocca (il digrignare i denti di notte ne è una tipica spia), sul collo (per la contrazione dei muscoli paravertebrali, da cui dipende anche la cefalea tensiva, "a casco"), a livello lombare (con l'epidemia di lombalgie che conosciamo) e a livello dei muscoli che chiudono in basso il bacino (con stitichezza, dolore ai rapporti e perfino cistiti ricorrenti). Causano un respiro superficiale e contratto e la sudorazione "adrenalinica" (che, a livello subliminale, trasmette molta ansia a chi ci sta vicino, specie ai bambini). E provocano anche tensione e rigidità del tono di voce, che diventa più meccanico, monocorde, perdendo le vibrazioni che rendono la voce dolce, carezzevole e acquietante. Più silenziosamente, l'adrenalina fa contrarre le arterie, favorendo l'ipertensione. Altera tutto il processo digestivo, con gastriti e coliti. Incupisce l'umore. In più l'irritabilità, nelle donne, uccide il desiderio, specialmente se il partner è ritenuto - a torto o a ragione - il principale responsabile del nervosismo che la donna ha.
C'è un modo per ridurre l'irritabilità e riconsentirsi quella dolcezza che è un piacere - e un segnale di salute - per la donna, prima ancora che per chi le sta vicino? Sì: innanzitutto diventandone consapevoli. Molte donne, cronicamente irritate e irrigidite dai ritmi di vita, dallo stress, dall'insoddisfazione e dalla frustrazione, non si accorgono nemmeno più di aver perso tutta la loro dolcezza, e pensano che il loro (mal)stare sia normale. Si meravigliano anzi se ricevono dagli altri risposte dure o del pari irritate. La consapevolezza è il primo passo: da qui inizia il cambiamento. Che non è facile, perché la vita d'oggi tende a renderci tutti nevrastenici, in città più ancora che in campagna. E tuttavia bisogna ripartire dai fondamentali: il respiro che - diventando lento, calmo e rilassato - può gradualmente rallentare tutti i bioritmi concitati del corpo, aiutandoci anche in salute. Il movimento fisico quotidiano, che scarica così a livello motorio tonnellate di energie negative. Recuperando un po' di tempo quotidiano solo per se stesse. Consentendosi un massaggio settimanale, se si può, questa carezza surrogata che tuttavia è preziosa per farci sentire più in pace col mondo. E se con il partner non è proprio guerra, recuperando il piacere di due coccole che facciano rilassare e illuminare la pelle e il cuore. Ascoltando la propria voce, e modulandola verso la dolcezza, attraverso un respiro più lento e profondo, una postura del corpo più rilassata e un ritmo dell'eloquio meno concitato.
Si resta sorpresi, nella vita, dell'incredibile effetto positivo che una voce dolce ha sugli interlocutori di ogni età, oltre che su noi stessi. Perché non riscoprirla, questa dolcezza antica?

Prof.ssa Alessandra Graziottin

 
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La vita è unica

Post n°301 pubblicato il 29 Maggio 2017 da cavallo140
 

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Molti poeti, molti scrittori e filosofi hanno espresso nelle loro opere giudizi amari sulla vita, sul suo valore e significato: basti pensare al Leopardi. Non pochi giovani si danno alla droga, al vizio o alle dissipazioni perché mancano d'ideali e d'aspirazioni per il loro avvenire. Vi sono uomini che se la prendono per contrasti e piccoli dispiaceri, guardando soltanto a se stessi e non ai grossi dolori degli altri. Vi è chi crede che la vita sia soltanto meccanicismo e materialità e chi si cruccia nel masochismo, nella frustrazione e nel continuo disinganno, non sapendo trovare una ragione di gioia e di soddisfazione. Invece nella vita, bisogna sempre trovare un motivo di soddisfazione, di gioia e di esultanza.
Per me il piacere fisico dura poco e lascia un debole semplice tant'è che possono essere dimenticati o sostituiti nel tempo. Quello che è più profondo ed apprezzabile è il piacere spirituale. Esso non consiste nella soddisfazione materiale degli appetiti e dei sensi, ma nel sereno svolgimento dello spirito e di tutte le facoltà ammesse: la psiche, la mente, l'intelletto e il cuore.
Per Dante ogni cosa terrena è ordinata per tendere verso Dio per sollevarsi verso l'alto, per abbandonare i sensi, le passioni, la materia. Ma la dottrina Dantesca implica un profondo senso di religiosità e misticismo, che, in gran parte, era prodotto dalla cultura del tempo. Oggi noi intendiamo come religione il complesso di credenze che rende umile l'uomo di fronte a forze ignote o misteriose, che si collegano con le divinità che hanno sempre unito gli uomini nella preghiera, nel canto, nel culto, nella raccolta in chiesa dei fedeli superiori, insieme con la possibilità di elevarci e di liberarci dalle passioni, è già qualcosa di miracoloso.
E' meraviglioso che noi uomini siamo dotati di un corpo così perfetto e straordinario che, per quanto venga analizzato e studiato, offre sempre nuovi aspetti, come l'universo che, per quanto venga lustrato dalle sonde spaziali e dalle astronavi, si rivela sempre più complesso e grandioso. Noi dovremmo rallegrare delle meraviglie dei nostri sensi, delle percezioni e delle intuizioni che ci privilegiano su tutti gli altri esseri creati e viventi e che ci fanno gustare i cibi che sono a nostra disposizione, gli spettacoli della natura che ci esaltano e ci sublimano come un tramonto, un'alba, una notte di stelle, i prati fioriti in primavera, il verde dei monti visibile in lontananza, il manto della neve ecc. Aristotele affermò che l'arte dell'uomo non è altro che imitazione della natura, e Dante insieme con gli scolastici, ha dimostrato che la natura è figlia di Dio e difatti sono molte le persone che nei giorni festivi, stanchi dagli angusti spazi cittadini, delle vie inquinate, dello smog e cinte da muraglie di cemento sentono il bisogno per dare un po' di pace allo spirito di rifugiarsi sui colli, nei prati e nella campagna per godersi un po' di silenzio e di paesaggio primigenio.
La vita è bella e basta saperla apprezzare e sono molti che giudicano la vita come un dono di Dio, un miracolo, un privilegio per le cose belle che essa ci riserva, come i viaggi, la veduta dei paesaggi e degli ambienti che non abbiamo ancora conosciuto, per le amicizie nuove che possiamo fare per gli esempi di generosità ed eroismo ai quali possiamo assistere.
E' vero che vi sono anche delitti, atrocità, malattie, guerre, stragi e morte, ma sono appunto queste cose brutte che, per contrapposto ci fanno gustare maggiormente quelle belle. Ogni gioia nasce e trova motivazione nel dolore, e questo non va mai considerato in se stesso ma nelle favorevoli conseguenze di cui è portatore.
Io sono sempre attaccato alla vita, ho sempre rifiutato il pessimismo, mi sono guardato dallo sconforto anche nei momenti più tristi, ho sempre nutrito la speranza che ad ogni dolore fa seguito una gioia più grande. La vita è un dono perché ci offre, ogni giorno nuovi motivi di gioia e di esultanza, ci fa assistere a nuovi episodi di generosità e di bontà, ci mostra molte persone più buone di noi che sanno comprendere ed amare anche coloro che sono antipatici o che fanno del male; ci introduce nella chiesa dove i fedeli cantano inni al Signore presentando gioie e speranze ultraterrene.
Potendo constatare che né la ricchezza né la potenza sono fonti di felicità giacché causano maggiori preoccupazioni e portano alla guerra, come ci hanno insegnato i saggi antichi, possiamo trovare la felicità in noi stessi, riscoprendo ogni giorno le più straordinarie doti dello spirito che ci permettono di liberarci dalle passioni e di nutrire altri ideali come l'amore per i nostri fratelli, la fratellanza, l'odio della guerra, la solidarietà contro la delinquenza, l'estensione del bene. Al di là di questi concetti generali più volte mi sono chiesto dove si trova maggior motivo di amare e di stare accanto alla vita. Anzitutto nel fruire di una famiglia sana e unita la quale rappresenta il rifugio, il conforto, l'aiuto, l'affettuosità e l'amore naturale.
Avere una madre confidente, un padre affettuoso, fratelli e sorelle altruisti è sinonimo di sintonia in una famiglia ed in questo modo è più facile confidare i segreti anche per il gusto di sfogarsi con qualcuno. Se in famiglia non si può fare questo ecco che subentrano gli amici o per meglio precisare i migliori amici ai quali si può dire di tutto e ricevere qualche consiglio o semplicemente un po' di conforto.
La vita è unica ed ogni individuo è responsabile della propria vita quindi la può vivere nel modo in cui crede sia più giusto per lui ma anche per gli altri anche perché la propria libertà finisce quando inizia quella degli altri.

 
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