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Post N° 30

Post n°30 pubblicato il 11 Maggio 2008 da sonosaffitrina

Messaggio N°30

21-04-2008 - 23:58

Quando un uomo diventa mito e la sua impresa, leggenda!

Prima d'iniziare, consentitemi di ringraziare un amico di community, non solo perché è sempre molto presente nella mia messaggeria, aprendo nella mia mente numerosi spiragli di luce, ma anche perché quando "chiacchiero" con lui mi viene spesso l'idea per qualche post, proprio come è capitato oggi  

Grazie di essere la mia "Musa Ispiratrice"!

Ora però vi voglio raccontare la storia di Elzéard Bouffier, un uomo realmente esistito la cui impresa straordinaria fu narrata in un libretto dal titolo  L'uomo che piantava gli alberi, scritto da Jean Giono.
Era il 1913 e Giono, dopo una delle sue frequenti passeggiate solitarie (che in quel caso lo vide percorrere a piedi ed interamente l'antica regione delle Alpi che penetrava in Provenza), trovò ristoro e rifugio nella piccola casa di un pastore che dopo la morte dell'unico figlio e della moglie si era ritirato lassù, dove viveva con trenta pecore ed un cane... A quel tempo nella regione regnava solo desolazione. Lo scenario era a dir poco avvilente... A 1200 - 1300 metri di altitudine solo vecchi villaggi abbandonati, la cui tristezza non veniva neanche minimamente compensata dal profumo di lavanda selvatica, unica forma di vegetazione che crescesse in quei luoghi a quell'epoca...

Ma torniamo a quella sera nella casetta del pastore. Consumata una cena frugale, Bouffier rovesciò sul tavolo un mucchio di ghiande e prese "a esaminarle l’una dopo l’altra con grande attenzione, separando le buone dalle guaste". Poi fece una seconda cernita, anch'essa altrettanto accurata, fino a metter da parte di quelle tante ghiande solo le cento migliori, che ripose in un sacco. Tutto questo senza profferire parola e sotto gli occhi attoniti e curiosi di Giono, che prestatosi per aiutare, si sentì addirittura rispondere "che era affar suo".
L'indomani mattina il pastore, dopo aver bagnato il sacco contenente le ghiande, si recò a pascolare le pecore, portando con sè, a mò di bastone, un'asta di ferro lunga un metro e mezzo. Lungo il percorso, di tanto in tanto, conficcava l'asta nella terra, depositava una ghianda nel buco, infine lo richiudeva e passava oltre. Il rituale si ripetè fino all'esaurimento di tutte e cento le ghiande...
"Piantava querce. Gli domandai se quella terra gli apparteneva. Mi rispose di no. Sapeva di chi era? Non lo sapeva"
Per la verità al pastore non sembrava interessare affatto chi fossero i proprietari di quella terra. A lui importava solo il suo oscuro e misterioso progetto, al quale si dedicava meticolosamente tutti i giorni, da tre anni.
"Da tre anni piantava alberi in quella solitudine. Ne aveva piantati centomila. Di centomila ne erano spuntati ventimila. Di quei ventimila contava di perderne ancora la metà, a causa dei roditori e di tutto quel che c'è di imprevedibile nei disegni della Provvidenza. Restavano diecimila querce che sarebbero cresciute in quel posto dove prime non c'era nulla."
Quando, sette anni dopo, Giono tornò in quei luoghi, rimase sbalordito. Le querce, che avevano ormai dieci anni ed erano più grandi di lui, avevano rinverdito e completamente trasformato il paesaggio, che ora era così bello da togliere il fiato:
"Ero letteralmente ammutolito e poiché lui non parlava, passammo l'intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta"...
Forse si chiedeva com'era possibile che un solo uomo, in totale solitudine e con solo un'idea nella testa e un bastone tra le mani, avesse potuto dar vita ad un tale miracolo... Difatti ebbe a dire:
"Se si teneva a mente che tutto era scaturito dalle mani e dall'anima di quell'uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione".
L'ultima volta che Giono vide Bouffier era giugno del 1945... Dieci anni prima, una delegazione governativa era già venuta ad esaminare quella foresta naturale, apparentemente nata dal nulla, l'aveva messa sotto la tutela dello Stato e aveva incaricato tre guardie forestali, ché impedissero ai taglialegna di farne carbone. Protetta e maestosa, quella foresta sembrava ora avere una sua propria "voce", che suggeriva:
"...tutto era cambiato - l'aria stessa. Invece delle bufere secche e brutaliche mi avevano accolto un tempo, soffiava una brezza docile, carica di odori. Un rumore simile a quello dell'acqua veniva dalla cima delle montagne: era il vento nella foresta. Infine, cosa più sorprendente, udii il vero rumore dell'acqua scrosciante in una vasca... In generale, Vergons portava i segni per la cui impresa era necessaria la speranza. La speranza era dunque tornata."
Sì, era tornata così come la voglia di abitare quei luoghi. Difatti, nel frattempo, erano stati abbattuti i vecchi muri e ricostruite cinque case...
"La frazione contava ormai ventotto abitanti tra cui quattro giovani famiglie. le case nuove, intonacate di fresco, erano circondate da orti in cui crescevano, mescolati ma allineati, verdure e fiori, cavoli e rose, porri e bocche di leone, sedani e anemoni (...). Quando penso che un uomo solo, ridotto alle proprie semplici risorse fisiche e morali, è bastato a far uscire dal deserto quel paese di Canaan, trovo che, malgrado tutto, la condizione umana sia ammirevole. Ma se metto in conto quanto c'è voluto di costanza nella grandezza d'animo e d'accanimento nella generosità per ottenere questo risultato, l'anima mi si riempie di un enorme rispetto per quel vecchio contadino senza cultura che ha saputo portare a buon fine un'opera degna di Dio."

...Ed è ciò che provo anch'io... Bravo Elzéard!

 
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