Creato da scricciolo68lbr il 17/02/2007

Pensieri e parole...

Riflessioni, emozioni, musica, idee e sogni di un internauta alle prese con la vita... Porto con me sempre il mio quaderno degli appunti, mi fermo, scrivo, riprendo il cammino... verso la Luce

 

 

L’esperienza... di Oscar!

Post n°1247 pubblicato il 20 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

L'esperienza è il tipo di insegnante più difficile. Prima ti fa l'esame, poi ti spiega la lezione”.

Oscar Fingal O' Flahertie Wills Wilde nacque a Dublino il 16 Ottobre 1854. Suo padre William era un rinomato chirurgo e uno scrittore versatile; sua madre Jane Francesca Elgée, una poetessa e un'accesa nazionalista irlandese.

Il futuro scrittore dopo aver frequentato il prestigioso Trinity College a Dublino e il Magdalen College, divenne presto popolare per la sua lingua sferzante, per i suoi modi stravaganti e per la versatile intelligenza.

Ad Oxford, dove fra l'altro vinse il premio Newdigate con il poema "Ravenna", conobbe due fra i maggiori intellettuali del tempo, Pater e Ruskin, che lo introdussero alle più avanzate teorie estetiche e che affinarono il suo gusto artistico.

Nel 1879 soggiorna a Londra dove inizia a scrivere occasionalmente saggi giornalistici e pubblicare poemi. Nel 1881 escono i "Poems" che ebbero in un anno ben cinque edizioni. La sua chiarezza, il suo brillante modo di conversare, il suo ostentato stile di vita ed il suo stravagante modo di vestirsi fecero di lui una delle figure più salienti degli affascinanti circoli londinesi. Un tour di lettura durato un anno negli Stati Uniti incrementò la sua fama e gli diede l'opportunità di formulare meglio la sua teoria estetica che ruota intorno al concetto di "arte per l'arte".

 

Nel 1884, ritornato a Londra dopo aver trascorso un mese a Parigi, sposa Costance Lloyd: un matrimonio più di facciata che dettato dal sentimento. Wilde è difatti omosessuale e vive questa condizione con enorme disagio, soprattutto a causa della soffocante morale vittoriana che imperava nell'Inghilterra del tempo. La costruzione di cartapesta eretta da Oscar Wilde non poteva però durare a lungo e infatti, dopo la nascita dei suoi figli Cyryl e Vyvyan, si separa dalla moglie a causa dell'insorgere della sua prima vera relazione omosessuale. 

 

Nel 1888 pubblica la sua prima collezione di storie per ragazzi "Il principe felice e altre storie", mentre tre anni dopo compare il suo unico romanzo, "Il ritratto di Dorian Gray", capolavoro che gli diede fama imperitura e per cui è conosciuto ancora oggi. L'aspetto peculiare del racconto, oltre alle varie invenzioni fantastiche (come quella del ritratto ad olio che invecchia al posto del protagonista), è che Dorian possiede indubbiamente molti dei tratti caratteristici dello scrittore, cosa che non mancò di scatenare l'ira dei critici, i quali ravvedevano nella prosa di Wilde i caratteri della decadenza e della disgregazione morale.

 

Nel 1891, il suo "annus mirabilis", pubblica il secondo volume di favole "La casa dei melograni" e "Intenzioni" una collezione di saggi comprendente il celebre "La decadenza della menzogna". Nello stesso anno stende per la famosa attrice Sarah Bernhardt il dramma "Salomé", scritto in Francia e fonte ancora una volta di grave scandalo. Il tema è quello della forte passione ossessiva, particolare che non poteva non attivare gli artigli della censura britannica, che ne proibisce la rappresentazione.

 

Ma la penna di Wilde sa colpire in più direzioni e se le tinte fosche le sono familiari, nondimeno si esprime al meglio anche nel ritratto sarcastico e sottilmente virulento. La patina di amabilità è anche quella che vernicia uno dei suoi più grandi successi teatrali: il brillante "Il ventaglio di Lady Windermere", dove, sotto l'apparenza leggiadra e il fuoco di fila delle battute, si nasconde la critica al vetriolo alla società vittoriana. La stessa che faceva la fila per vedere la commedia.

 

Galvanizzato dai successi, lo scrittore produce una quantità considerevole di pregevoli opere. "Una donna senza importanza" torna alle tematiche scottanti (avendo a che fare con lo sfruttamento sessuale e sociale delle donne), mentre "Un marito ideale" è incentrato nientemeno che sulla corruzione politica. La sua vena umorisitca esplode nuovamente con l'accattivante "L'importanza di chiamarsi Ernesto", un'altra stilettata al cuore dell'ipocrita morale corrente.

Questi lavori vennero definiti come perfetti esempi della "commedy of manners", grazie alle loro illustrazioni delle maniere e della morale dell'affascinante e un po' frivola società del tempo. 

Ma la società vittoriana non era così disposta a farsi prendere in giro e soprattutto a veder svelate le sue contraddizioni in maniera così palese e sarcastica. A partire dal 1885, la scintillante carriera dello scrittore e la sua vita privata vennero dunque distrutte. Già dal 1893 la sua amicizia con Lord Alfred Douglas, detto Bosie, mostra la sua pericolosità procurandogli non pochi fastidi e suscitando scandalo agli occhi della buona società. Due anni dopo viene appunto processato per il reato di sodomia. 

 

Entrato in carcere viene processato anche per bancarotta, i suoi beni sono messi all'asta mentre sua madre muore poco dopo.

Viene condannato per due anni ai lavori forzati; è durante il periodo del carcere che scrive una delle sue opere più toccanti "De profundis", che non è altro che una lunga lettera indirizzata al mai dimenticato Bosie (il quale nel frattempo si era allontanato non poco dal compagno, quasi abbandonandolo).

Sarà il vecchio amico Ross, l'unico presente fuori dal carcere ad attenderlo al momento della scarcerazione, a tenerne una copia e a farla pubblicare, come esecutore testamentario, trent'anni anni dopo la morte di Wilde.

L'ultima opera, scritta dopo un riavvicinamento a Bosie, è "Ballata del carcere di Reading" che termina nel 1898 dopo essere uscito di prigione, durante un soggiorno a Napoli. Tornato a Parigi apprende della morte della moglie e, dopo un paio d'anni di spostamenti sempre insieme all'amato Bosie, il 30 novembre del 1900 Oscar Wilde muore di meningite.

 

Io la vedo diversamente... per me la miglior maestra di vita è l'esperienza. Ci costa cara, ma spiega bene... 😊

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

David Rossi fu ucciso.

Post n°1246 pubblicato il 20 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Ricordate la morte di David Rossi in circostanze misteriose? Ricordate chi è David Rossi, vero? La morte di David Rossi avvenne a Siena il 6 marzo 2013, quando David Rossi, capo della comunicazione della banca Monte dei Paschi di Siena, venne trovato morto sulla strada su cui si affacciava il suo ufficio presso Rocca  Salimbeni. Lavorava David Rossi in vicolo Monte Pio, dove si trovava il suo ufficio. Dalla finestra precipitò quel tragico 6 marzo, morendo 22 minuti dopo in strada. I pm allora, chiusero piuttosto frettolosamente, ben due indagini con la conclusione che si fosse trattato di un suicidio. Ma sulla vicenda non si è mai fatta del tutto “chiarezza”. Alcuni elementi infatti condussero la Camera, l’11 marzo 2021, a istituire la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi, con il compito di ricostruire in maniera puntuale i fatti, le cause e i motivi che portarono alla caduta di David Rossi dalla finestra del proprio ufficio e le eventuali responsabilità di terzi. Ora i periti pare siano approdati ad una conclusione assai diversa. Ulteriori indagini avevano rivelato infatti che l’orologio di David Rossi non si trovava al suo polso al momento della caduta, ma che qualcuno lo aveva gettato dalla finestra del suo ufficio venti minuti dopo. E i video di una telecamera mostravano che sul luogo erano arrivate due persone che si erano avvicinate a David Rossi. Lui allora era ancora in vita, ma la coppia si era allontanata poco dopo, senza prestargli soccorso. Poi c’e la misteriosa lettera recapitata alla moglie, Antonella Tognazzi: vera o falsa? Il caso tornò attuale infatti a causa di una misteriosa lettera del 7 gennaio 2015 da parte di un detenuto del carcere di Palermo. Condannato per truffa e riciclaggio, il prigioniero si rivolse direttamente alla moglie della vittima, Antonella Tognazzi. Una copia della lettera fu trovata dal giornalista Giovanni Terzi nel 2017, che però ha atteso cinque anni prima di pubblicarla: “Ne parlai con la moglie e con l’avvocato, oltre che con il fratello Ranieri e il legale Pirani. La lettera si apre così: “Gentilissima Signora Antonella Tognazzi, ho così deciso di scriverle questa mia missiva dopo una mia prima titubanza dovuta alla paura di sbagliare ad esternare vicende per me dolorose”. Il detenuto da le sue condoglianze alla vedova, e poi racconta di dovere dei soldi alla sua famiglia: “Alcuni testamenti dei miei avvocati mi indicano che qualunque cosa fosse successo ad entrambi devo darle la somma di 8 milioni di euro a lei”. “Vorrei chiederle cosa sa lei dei conti off shore di Ginevra?” -continua il detenuto- “E della Bamk Leu di Ginevra? E della Sbs? E la conoscenza dei CCT e BTP? Suo marito le ha mai parlato dei miei avvocati e di quanto indicato in oggetto?”. La lettera si chiude con l’opinione del prigioniero,  secondo il quale David Rossi non si è suicidato: “Io non credo si sia buttato dalla finestra… Ma è una storia che piano piano a sapere e a conoscere con il tempo. Per adesso mi fermo qua ma rimango in attesa di un suo scritto così possiamo concordare il da farsi”.Quanto c’è di vero nella missiva del detenuto? Ancora oggi non è chiaro quanto sia affidabile la testimonianza della lettera. Il tribunale di Siena ha aperto un fascicolo a modello 45, per i fatti non costituenti reato, accertandosi dell’identità dell’autore riscontrando l’infondatezza delle notizie dallo stesso riferite. La vedova ha lanciato un appello tramite il suo avvocato Carmelo Miceli richiedendo invece “l’acquisizione della copia di tutti gli atti dei fascicoli che, nel tempo, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Siena ha iscritto a modello 45 per fatti afferenti Rossi e le potenziali cause della sua morte”Il controverso caso della morte di David Rossi è stato al centro di molte indagini dopo la riapertura dicevo del caso nel 2021. Nel corso degli ultimi mesi, gli inquirenti hanno svolto una serie di perizie e simulazioni per meglio comprendere le dinamiche dell’accaduto. I carabinieri e la delegazione della Commissione hanno lavorato a lungo all’interno di Mps e nel vicolo Monte Pio. I Ris hanno effettuato simulazioni della caduta con un manichino antropomorfo virtuale e test di trazione della sbarra di protezione della finestra dell’ufficio di Rossi. Come anche, il test di trazione di fili anti piccioni, che furono trovati rotti. E la riproduzione di un suicidio con personale avente caratteristiche antropomorfe similari alla vittima.In seguito i Ris hanno svolto un test con pioggia artificiale, per verificare gli effetti dell’acqua sulla telecamera di sorveglianza di vicolo Monte Pio, e un test per studiare il fenomeno di proiezione delle luci di automobili. La Commissione di inchiesta ha affidato al Reparto investigazioni scientifiche di Roma del Racis e al Reparto indagini tecniche del Ros molte perizie. Alcune di queste non sono mai state effettuate prima, e la risposta a 49 quesiti su diversi aspetti legati alla vicenda della morte dell’ex capo della Comunicazione di Mps. “Qualcuno aveva alterato la scena del crimine, noi l’avevamo detto e scritto nell’opposizione all’archiviazione e ci avevano risposto che quanto fatto era normale per l’attività perquirente dei pm“, aveva dichiarato Ranieri Rossi“Non mi sembra tanto normale che i pm entrino in un ufficio e possano alterare la scena del crimine. Qualcuno aveva detto e scritto che l’indagine era stata fatta in maniera certosina”.  Gli esperti adesso hanno dichiarato: "Lacerazioni al fegato incompatibili con la caduta. Sembra sia stato preso a pugni. Ferite evidenti". Il manager di Mps non si sarebbe quindi suicidato.Il caso della morte di David Rossi si riapre in maniera clamorosa dopo le due nuove perizie depositate sulla dinamica dei fatti di quel tragico 6 marzo 2013, quando il manager di Mps fu trovato senza vita sotto la finestra del suo ufficio a Siena. I nuovi inediti documenti - si legge sul Giornale - sono stati resi noti dalla trasmissione "Le Iene", in onda mercoledì 18 maggio 2022, su Italia 1: una medico-legale e una fisico-balistica che, seppur fatte a distanza da due luminari che non si conoscono, portano alla stessa ricostruzione dei fatti e potrebbero riscrivere il casoDavid Rossi sarebbe stato aggredito prima di volare da una finestra perché qualcuno che lo teneva per un polso lo ha fatto cadere.

Questo si legge su Affari italiani Giovedì 19 maggio 2022. 

"La storia sulle reali cause della morte del dottor David Rossi va riscritta», dice l’avvocato Carmelo Miceli. Ma cosa dicono le perizie? Spiegano - prosegue sempre il Giornale - la compatibilità di alcune ferite mai analizzate né prese in considerazione in precedenza. David Rossi ha il fegato spaccato in tre punti, "tre grandi lacerazioni visibilissime ad occhio nudo" incompatibili con la caduta. È come se avesse ricevuto un pugno. E c’è un ematoma all’altezza del fegato, misura 10 per 7. Come un cazzotto o una ginocchiata, dice il referto firmato da Francesco Introna, il numero uno dei medici legali in Italia. Il corpo ha ecchimosi sullo zigomo incompatibile con la caduta e con uno sfregamento con la parete. Ha una lesione come ferita da «difesa attiva», come se stesse lottando e una "compressione sul polso dove teneva l’orologio". La conclusione a cui giungono queste nuove perizie, è che David Rossi non si sia tolto la vita, ma sia stato uccido.

 

 
 
 

Un po’ di... Borotalco!

Post n°1245 pubblicato il 18 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Carlo Verdone, la storia della colonna sonora di ‘Borotalco’: ‘Dalla minacciò di farmi causa’ 
Il cantautore bolognese, all'apice del successo, contribuì con alcuni brani (nei titoli di coda ci sono gli Stadio con "Grande figlio di puttana"), ma ad un certo punto arrivò a minacciare il regista romano. Ecco come andarono le cose.

Esattamente il 22 gennaio 1982 usciva al cinema “Borotalco”, il film che consacrò la carriera da regista (e attore) di Carlo Verdone dopo i successi dei primi due film a episodi, “Un sacco bello” e “Bianco, rosso e Verdone”: una commedia romantica (e degli equivoci) in cui la musica gioca un ruolo fondamentale e centrale, se non altro perché la trama ruota tutta intorno a un concerto di Lucio Dalla, che nell’‘81, quando il film fu girato, era all’apice della sua carriera, dopo il boom di “Dalla”, l’album – da 600 mila copie vendute all’epoca – di “Balla balla ballerino”, “Meri Luis”, “Cara” e “Futura” che chiuse la trilogia aperta nel ‘77 con “Come è profondo il mare” e poi portata avanti con “Lucio Dalla”.

Di Dalla, che nel film compare solo in alcuni frame (sono video tratti da un suo concerto, ma viene mostrata la locandina della tournée), nella pellicola è fan la giovane Nadia Vandelli, interpretata dalla bellissima Eleonora Giorgi, che sogna di poter scrivere una canzone per il .cantautore bolognese. Come vanno le cose è noto. Come andarono le cose tra Verdone e Lucio Dalla, che contribuì al film con alcuni brani (e nei titoli di coda c’è “Grande figlio di puttana”, scritta dall’artista bolognese e suonata dagli Stadio), meno.

Fu Carlo Verdone stesso, molti anni dopo l’uscita del film, parlando della collaborazione con il compianto Lucio Dalla per il suo capolavoro, a raccontare la storia della colonna sonora di “Borotalco”, svelando di aver ricevuto dal cantautore bolognese pure una minaccia di querela:

“Quando iniziai a girare ‘Borotalco’ chiesi a Dalla di fare le musiche. Mi aveva visto in televisione ed era rimasto molto colpito da quello che facevo. Ci pensò. Poi disse: ‘Ti do qualche canzone mia; qualcosa farò, però ti metto accanto il mio gruppo, gli Stadio, e insieme faremo una bella colonna sonora. Dammi però la certezza che farai un bel film’. Quando il film fu terminato mi disse: ‘Guarda che me lo devi far vedere prima’. Se avessi fatto una puttanata probabilmente mi avrebbe detto: ‘Ritiro il mio nome’”.

La promessa non fu rispettata. Ma la colpa non fu di Verdone:

“Il produttore, ancor prima di far vedere il film a Dalla, fece affiggere dei manifesti enormi, per le strade c’erano degli striscioni che riproducevano il titolo del film: ‘Borotalco’. Poi, sotto, scritto piccolissimo: ‘Un film di Carlo Verdone, con Carlo Verdone e Eleonora Giorgi’. E una scritta gigantesca: ‘Musiche di Lucio Dalla’”.

La presenza del suo nome sui manifesti promozionali non passò inosservata al cantautore bolognese. Avrebbe raccontato ancora Verdone:

“Mi chiamò, incazzato: ‘Ti ho dato le musiche, ma non si mette il mio nome così grande’. Mi scusai, dando la colpa al produttore. Mi disse: ‘Io stasera vado a Bologna, lo vedo e se mi fa cagare io ritiro il nome e ti faccio causa’. Mi lasciò con un patema d’animo… Io andai quella sera alla prima del film al cinema Corso a Roma con il mio sceneggiatore. Stavamo nascosti dietro un angolo. Avevamo paura a guardare l’entrata per vedere se c’era gente o meno. ‘Ma quanti sono?’, gli domandai. E lui: ’30. Per lo spettacolo delle 22.30, non tantissimi…’. Dopo un po’ da 30 erano diventati 100. Il film cominciava alle 22.40. Demmo l’ultima occhiata. C’era mezza piazza piena che entrava a vedere ‘Borotalco’: ‘Cosa ne penseranno?’, mi domandai. Nel frattempo uscivano quelli dello spettacolo precedente. Ci passarono davanti, io mi ero camuffato. Un raggo disse: ‘Sono morto dalle risate, mortacci sua quella battuta quant’era forte…’. Esultai, dentro di me. Alla cassa c’era Cecchi Gori (il produttore, ndr), faceva i conti. Un cinico: non dava mai soddisfazioni. Gli dissi: ‘Come è partito?’. Si volto, col sigaro in bocca, e disse, con il suo accento toscano: ‘L’è partito che è belloccio’. Quando diceva ‘belloccio’ voleva dire che era una cosa strepitosa. Ma io avevo ancora il dubbio di Dalla…”.

La telefonata del cantautore arrivò puntuale l’indomani mattina:

“La mattina alle 8.30 squillò il telefono. Era Lucio. Ma aveva un tono assolutamente diverso: ‘Carletto mio, ma tu mi hai fatto un omaggio straordinario. È bellissimo. L’ho visto per terra, sdraiato, non c’era una poltrona libera. Magari il nome poteva essere un po’ più piccolo. Ma grande film, grandissimo film’. Probabilmente aveva pensato a tutti i diritti d’autore che avrebbe guadagnato con quel film…”.

La colonna sonora di “Borotalco”, firmata da Lucio Dalla e Fabio Liberatori, si aggiudicò il David di Donatello nel 1982. La pellicola vinse il premio come “Miglior film”, Carlo Verdone quello come “Miglior attore protagonista”, Eleonora Giorgi quello come “Miglior attrice protagonista” e Angelo Infanti, l’indimenticabile – e indimenticato – Manuel Fantoni, scomparso nel 2010, il David come “Migliore attore non protagonista”. A distanza di quarant’anni “Borotalco” è un cult indiscusso della filmografia di Verdone, e del cinema italiano più in generale.

 
 
 

Lontano o lontanissimo?

Post n°1244 pubblicato il 16 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Da un'ora son seduta qui
Pensando che ti voglio parlare
E questa via della città
Certo non è il modo ideale
Passa tanta gente
E se in mezzo ci fossi tu?
Se mi passassi accanto
Io ti sentirei
Amore mio dove sei?
Non pensi che io sono qua
Mi farò ancor più piccola
Se non sarai qui con me
Amore lontanissimo
Ma qui, con me
Qui con me
Passa il tempo e
Certo ne avrei di cose da fare
E non m'importa, no
Non me ne andrò
Ti voglio aspettare
Intorno a me c'è fretta
L'ennemsimo metrò
Io so che no, non mi muoverò
Amore mio, ma dove sei?
Non senti che io sono qua
Mi farò ancor più piccola
Se non sarai qui con me
Amore lontanissimo
Ma qui, con me
Qui con me
Amore lontanissimo
Se tu fossi qui, con me, eeh
Qui con me

 
 
 

GIUDICE DI TREVISO SCONFESSA IL GOVERNO!

Post n°1243 pubblicato il 15 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

IL GOVERNO AMMETTE IMPLICITAMENTE L’ERRORE. RIVOLUZIONARIA SENTENZA A FAVORE DEI DOCENTI CHE NON HANNO INTENZIONE DI SOTTOSTARE AGLI SCELLERATI OBBLIGHI DEL GOVERNO IN TEMA DI OBBLIGHI VACCINALI!

14 Maggio 2022

Davide G. Porro - 2 minuti di lettura

Con l’ultimo decreto legge del 24 marzo c.a., il governo Draghi avrebbe ammesso implicitamente di aver “sbagliato a sospendere gli insegnanti no vax dal lavoro e dallo stipendio”. È quanto emerge da una sentenza “rivoluzionaria” emessa dal tribunale di Treviso a favore di 34 docenti trevigiani. 
Pertanto, si legge nel merito della sentenza, con il decreto legge del 24 marzo 2022 “le domande delle parti ricorrenti devono ritenersi essere state soddisfatte dal legislatore prima ancora che in sede giudiziale”.
In altre parole il giudice Massimo Galli riconosce nelle azioni del governo quello che nel linguaggio del diritto viene definito come un “riconoscimento confessorio”, ovvero il riconoscimento che l’obbligo vaccinale era illegittimo. 
Migliaia di insegnanti italiani che non avevano inteso adempiere all’obbligo vaccinale dal 15 dicembre 2021 si sono visti sospendere dall’attività lavorativa e dal relativo stipendio, essendo subentrata al tampone obbligatorio, la richiesta di vaccinazione anti covid-19.
Dunque con questa sentenza il magistrato ritiene superfluo esprimersi sull’illegittimità dell’obbligo vaccinale riconoscendo nel Governo l’aver voluto rimediare autonomamente al quadro profondamente discriminatorio generato con le precedenti decretazioni. 
Abbiamo raggiunto l’Avv. Mauro Sandri, del foro di Milano, che è stato il legale che patrocinato gli insegnanti in questa coraggiosa causa. 


Il legale che oggi rappresenta circa la metà degli insegnanti italiani sospesi dal decreto del governo Draghi (circa 4000 in totale) spiega come il giudice non abbia ritenuto necessario rivolgersi alla suprema Corte, ritenendo implicitamente l’illegittimità dell’obbligo manifestata dal comportamento proprio dell’esecutivo che ha posto in essere una misura diversa. Infatti il Governo abrogando la precedente misura ha riammesso gli insegnanti a scuola.

“La nuova decretazione di marzo” aggiunge l’Avv. Sandri, “aggiunge un elemento nuovo per le future cause e cambia il quadro giuridico“. In ogni caso non è ancora mai stato provato il vantaggio per la collettività fornito da vaccinazioni selettive sui luoghi di lavoro essendo invece provato che questi vaccini “non hanno la capacità di immunizzare” e quindi, non sono in grado di ridurre il contagio.


“Questa sentenza cambia il paradigma ed è un’ottima notizia anche perché non dubito che verrà ripresa anche in altre cause. Ma la questione non si esaurisce qui, perché oltre al rimborso di tutte le mensilità di stipendio, questi docenti hanno anche diritto al risarcimento del danno, in primo luogo morale” aggiunge l’avv. Sandri.


Si apre dunque uno scenario imponente di “risarcimenti” a favore di tutti i lavoratori discriminati a causa delle loro scelte in ordine al diritto alla salute.

 
 
 

Italexit!

Post n°1242 pubblicato il 15 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Se questa è l’Europa che hanno in mente certi politici, nostrani ed europei, meglio uscire subito dall’UE!

Mercoledì 11 maggio 2022: la Commissione europea ha presentato per la prima volta un progetto di legge dell’UE sul controllo obbligatorio delle chat. Il “chat control” sarà simile allo “SpyPhone” di Apple. La Commissione europea ha come idea quella di obbligare tutti i fornitori di servizi di posta elettronica, chat e messaggistica alla lettura dei messaggi alla ricerca di eventuali chat sospette. Il controllo avverrà in modo completamente automatizzato. Eventuali messaggi sospetti saranno inoltrati alla polizia nella lotta contro la pornografia infantile.

Il “chat control” – spiega il sito European Pirate Party – richiederà ai fornitori di monitorare e scansionare le comunicazioni dei cittadini. Si tratterà di un controllo di massa che supererà persino le crittografie end-to-end come quella di Whatsapp. Controllando dunque in modo massiccio le chat, i fornitori dovrebbero segnalare in modo automatico alla polizia postale messaggi e contenuti sospetti, con lo scopo di contrastare la pornografia infantile.
La denuncia di Breyer contro il chat control

L’eurodeputato e attivista per i diritti civili Dr. Patrick Breyer ha commentato così la proposta europea sul chat control a European Pirate Party: “Questo attacco di spionaggio ai nostri messaggi privati e alle nostre foto da parte di algoritmi soggetti a errori è un passo da gigante verso uno stato di sorveglianza in stile cinese. Il prossimo passo sarà che l’ufficio postale apra e scansiona tutte le lettere? Le associazioni di pedopornografia organizzate non utilizzano servizi di posta elettronica o di messaggistica, ma forum darknet“.

Breyer ha proseguito: “Con i suoi piani per violare la crittografia sicura, la Commissione europea sta mettendo a rischio la sicurezza generale delle nostre comunicazioni private e delle reti pubbliche, dei segreti commerciali e di stato per soddisfare i desideri di sorveglianza a breve termine. Aprire la porta ai servizi di intelligence stranieri e agli hacker è completamente irresponsabile. Per fermare il chat control, la comunità della rete deve farsi sentire”

 

 
 
 

Giudice di Treviso da torto al Governo!

Post n°1241 pubblicato il 14 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Rivoluzionaria sentenza: “il personale scolastico non vaccinato ha diritto alle retribuzioni non percepite”Secondo una sentenza, emessa dal Giudice del Lavoro di Treviso, il personale scolastico che non ha accettato l'obbligo di vaccino anti-Covid ha diritto alle retribuzioni non percepite a causa della sospensione

Il personale scolastico che non è stato vaccinato contro il Covid ha diritto alle retribuzioni non percepite dalla data di sospensione. È quanto si legge nella sentenza, emessa ieri e quindi già immediatamente esecutiva, delGiudice del Lavoro di Treviso. Il risultato dell’introduzione del decreto legge del 24 marzo 2022, con disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, “consiste nell’abrogazione della sanzione della sospensione con effetto retroattivo dal 15 dicembre 2021”, si legge nella sentenza, da cui derivano le seguenti conclusioni: “le domande delle parti ricorrenti che avevano tutte quale presupposto la dichiarazione di illegittimità dei provvedimenti di sospensione impugnati, in seguito all’entrata in vigore della nuova normativa, hanno perso di attualità nel senso che non sono più supportate da un interesse giuridicamente rilevante alla pronuncia sia per quanto riguarda l’azione cautelare sia per quanto riguarda la domanda di merito, poiché devono ritenersi essere state soddisfatte dal legislatore prima ancora che in sede giudiziale”.

 
 
 

È FUGA DALLA TV...

Post n°1240 pubblicato il 13 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

La grande fuga dalla TV.

«Questo inverno la tv tradizionale ha visto un calo di oltre 2 milioni di contatti in media al giorno, rispetto a due anni fa. È per me questo dato non rappresenta una, sono più di due anni che non guardo più la TV. Che bisogno c’è di continuare a ripetere che il mondo è cambiato e poi non fare nulla per cambiare anche noi?».

Traducendo in “freddi” numeri, il risultato è sempre più evidente (e a tratti spiazzante per i pubblicitari e per chi in genere campa di pubblicità): nella fascia del prime time, quella tra le 20.30 e le 22.30, gli ascolti sono calati di 2,5 milioni rispetto a un anno fa, raggiungendo in media i 23,1 milioni di italiani, ovvero meno del 40% della popolazione totale. Un dato negativo che non si toccava da diciotto anni. 

Una fuga lenta, ma costante nel tempo e che ha avuto un’accelerazione recente, una fuga progressiva ed inarrestabile sembra dalla tv generalista per come la conosciamo insomma, certificata da Studio Frasi, che ha analizzato ed elaborato i dati Auditel da cui emerge che l'ottobre 2021 merita la maglia nera negli ascolti degli ultimi undici anni. Era dall'ottobre 2010 che l'ascolto del giorno medio non scendeva sotto i 10 milioni e rispetto alla prima serata il calo è ancora più evidente: i 23,1 milioni di ascolto medio, meno del 40% della popolazione.

Ma quali sono le cause di questo calo drastico? I motivi sono molteplici e li conoscono bene tutti gli editori, che in maniera trasversale sono costretti a fare i conti con il segno meno e una diminuzione di pubblico lungo tutta la giornata. Il primo ha a che fare con il modo di guardare la tv: si va sempre di più verso una fruizione meno lineare e senza un palinsesto prestabilito e questo riguarda il pubblico più giovane che progressivamente si è allontanato dalla tv generalista. Tanto che sono rarissimi i casi in cui le fasce di pubblico young guardano la tv sul divano con i genitori. «Ma il servizio pubblico è tale se parla a tutti i cittadini, non solo ad un pubblico più che maturo, come oggi», ha osservato tranchant Marinella Soldi del gruppo Discovery Channel, in un’intervista al Corriere della Sera

Un altro fattore ha a che fare con il passaggio al nuovo digitale terrestre, con lo switch off cominciato il 20 ottobre 2021 (e che si concluderà nel 2023): migliaia di televisori, soprattutto quelli che hanno più di una decina d’anni, non sono in grado di leggere il nuovo formato di trasmissione. Stando alle rilevazioni di Studio Frasi, a vedersela peggio sono le reti tematiche del servizio pubblico, penalizzate dal non essere più visibili sui vecchi televisori (con l'eccezione di RaiNews24): -16% sia nell'intera giornata che in prima serata. A questo si sommano l’aumento del 25% di persone che nell’ultimo anno hanno guardato la tv tradizionale su internet (sette milioni e mezzo di italiani) e la crescita esponenziale delle smart tv (si stima che in Italia ce ne siano oltre 10 milioni), che porta all’aumento degli ascolti per i cosiddetti over the top, le piattaforme come Netflix, Amazon Prime Video e Disney+, o ancora Dazn che ha acquisito i diritti della Serie A. «Tra ottobre 2020 e ottobre 2021 l'ascolto per almeno un minuto da tv connesse è quasi raddoppiato, passando da 11,6 milioni a 21,8 milioni», spiega all’Ansa Francesco Siliato, responsabile dell'Osservatorio Tv dello Studio Frasi. Passare dal vecchio al nuovo televisore – avendo tutto a portata di mano con lo stesso telecomando - cambia le abitudini, spinge a scoprire nuovi canali e nuovi broadcaster, sia gratuiti che a pagamento. «Tuttavia la sensazione di fine pandemia spinge verso il mondo fuori casa: alla tv si è già dedicato anche troppo tempo tra lockdown e timore di uscire», aggiunge Siliato. 

Terzo fattore ma non per questo meno importante i cambiamenti delle abitudini sono state innescate dalla “pandemia” e da come le varie reti hanno trattato il tema. Troppe bugie, troppe falsità riscontrate un po’ su tutte le reti, hanno contribuito a disorientare ed allontanare il pubblico dal piccolo schermo. Un effetto boomerang dopo l’“effetto Coronavirus” e il boom di ascolti registrato nel 2020. Sicuramente a ottobre 2021, c’è una flessione importante, ma bisogna tenere presente che la rilevazione è stata comparata a ottobre del 2020, periodo eccezionale in cui la platea del prime time era arrivata a 25,5 milioni di spettatori. Allora la crescita della tv generalista è stata molto forte, perché effetto della pandemia: iniziavano ad esserci di nuovo delle restrizioni, le persone non uscivano di casa, le regioni si coloravano diversamente, iniziava la cosiddetta seconda ondata. Per questo il dato va contestualizzato nell’eccezionalità del momento iniziato con la pandemia a marzo 2020. A ottobre 2019 e 2018 la platea del prime time era di 24,5 milioni dunque significa che quest’anno c’è stata una flessione ma non così ampia se si guarda solo al dato dello scorso.

Fuga sì, ed importante, ma non un crollo epocale, secondo gli esperti, almeno per ora. Nemmeno per quanto riguarda la pubblicità: i primi mesi dell’anno hanno segnato una decrescita della raccolta del 10% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Ma come si fa ad invertire la marcia e a rivitalizzare la tv generalista, l’unica ancora capace di catalizzare davanti alla tv milioni di persone (lo dimostrano show evento come Sanremo, i grandi appuntamenti sportivi, e ancora prodotti come le serie tv, con Montalbano in grande spolvero anche in replica o novità come Imma Tataranni Blanca, le uniche sopra i 5 milioni di spettatori in questi mesi)? 

Bisogna cambiare metodo, il pubblico adesso è molto più attento e quando si sente tradito dalla TV, fugge altrove, ad esempio sul web, per trovare le notizie più corrispondenti alla verità, rispetto alla propaganda ed alla narrativa dettata dal governo sulle reti pubbliche e private. Occorre cambiare, sparigliando i giochi, interpretando il cambiamento sociale e le richieste del pubblico di maggiore verità, in modo innovativo, slegandosi da logiche vecchie e corporative, rendendo più appetibili i nuovi contenuti. «Non si può investire nel nuovo e insieme lasciare intatto l’esistente: per questo dovremo compiere scelte, magari difficili, impopolari, ma non vedo alternativa», azzarda la Soldi. Ma per fare questo serve un cambio di marcia tutt'altro che facile da innescare: «La tv italiana è per tradizione più una tv di volti che di meccanismi e questo è un grosso limite: innova poco, resta una TV troppo legata alla politica ed ai partiti, e pensa di salvarsi sempre attraverso la popolarità dei volti. Ovvio che il personaggio ha un peso, ma noi siamo troppo abituati a pensare ‘il nuovo programma di’ e non alla sua struttura. Perché poi se un personaggio di valore viene messo in un programma che non funziona, quel programma non funziona, punto. All’estero funziona diversamente e non è un caso che la ricchezza dei format stranieri sia tanta rispetto alla nostra.

 
 
 

Antiamericanismo is comincia back?

Post n°1239 pubblicato il 12 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Anti-americanismo “is back”?

In Europa c’è una storica avversione verso gli Usa, che interessa destra e sinistra. Ma non si tratta soltanto della critica - legittima - alle politiche degli Stati Uniti. È l’identificazione dell’“America” come l'origine di tutti i mali moderni. Si perché in tanti in Europa non condividono più la politica americana di esportare la democrazia a suon di “bombe”. 

Nel 1931 Robert Aron e Arnaud Dandieu pubblicavano “Le Cancer américain”. Nel libro i due autori analizzavano gli Stati Uniti non come nazione o popolo ma come idea e sostenevano che “il cancro del mondo moderno” fosse nato lontano dalle fosse comuni della guerra. Denunciavano poi “la supremazia dell’industria e delle banche su tutta la vita dell’epoca” e “l’egemonia dei meccanismi razionali sulle realtà concrete e sentimentali, che sono le sorgenti profonde del vero progresso dell’uomo”. Aspetti che facevano coincidere con “l’idea degli Stati Uniti”.

Robert Aron è stato uno dei maggiori studiosi del regime di Vichy. Il riconoscimento al valore della sua opera sarà celebrato nel 1974 dal suo ingresso nel tempio della cultura francese, l’Académie française. Aron e Dandieu furono anche i fondatori di Ordre Nouveau, un’organizzazione politica anticonformista negli anni Trenta in Francia che includeva tra i suoi membri anche il futuro leader francese Charles de Gaulle.

Si tratta soltanto di uno dei molti esempi che si potrebbero fare. La storia dell’anti-americanismo europeo è lunga e data almeno dalla nascita degli Stati Uniti. Un anti-americanismo che è politico, storico e anche letterario. Le reazioni a cui assistiamo oggi, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, fanno parte di qualcosa che è molto radicato nella vita politica e culturale del continente, per quanto sia oggetto di studio soprattutto dopo l’11 settembre del 2001.

Chiariamo subito che si tratta dell’esercizio di una critica legittima e dovremmo evitare di utilizzare l’etichetta “anti-americanismo” nel tentativo di silenziarla. Un rischio che evidentemente c’è. Soprattutto in tempi di guerra.

Tuttavia l’antiamericanismo non è soltanto una critica alle politiche degli Stati Uniti. Non descrive soltanto la resistenza al potere e all’influenza americana. E non è nemmeno assimilabile a un campo specifico dello spettro politico. Destra e sinistra nel tempo l’hanno utilizzata in vario modo. È anche una tradizione, il frutto della stratificazione di narrazioni negative che si sono arricchite nel tempo. Ed è nei fatti un pregiudizio nei confronti degli Stati Uniti e degli americani che prende di mira qualsiasi aspetto della società americana, definendo tutto ciò che è americano come inferiore e immorale. La relazione con la Russia quindi non sarebbe altro che il frutto di una gestione guerrafondaia, barbara e, quindi, inferiore che, secondo molti, un’Europa libera dalle costrizioni degli alleati d’Oltreoceano avrebbe saputo gestire meglio. Con quelle concessioni, magari, in termini d’integrità territoriale o d’indipendenza dell’Ucraina sacrificabili sull’altare della geopolitica che, alcuni continuano, poco si adatta allo spirito bellicoso dei “cow-boy” americani.

Una critica storica quella agli Stati Uniti che è stata inizialmente anti-democratica, reazionaria ed elitaria contro la società di massa e il materialismo. E che vedeva negli Stati Uniti una degenerazione dell’Illuminismo. Poi l’antiamericanismo è diventato un attacco alla società di massa e al materialismo che nel secondo dopoguerra identifica nel capitalismo e nell’imperialismo americano – politico, economico e culturale – il nemico da abbattere (con qualche dose di antisemitismo). Della complessità della società americana e delle sue istituzioni poco interessava e interessa.

C’è un aspetto sociologico che è però interessante, come hanno messo in luce Heiko Beyer e Ulf Liebe, ricercatori della Georg-August-Universität di Göttingen in Germania. Secondo i due ricercatori, le cause dell’antiamericanismo odierno sono radicate anche nelle funzioni psicologiche e sociali del risentimento. In questo senso l’“americanizzazione” sarebbe utilizzata come forma di razionalizzazione psicologica di complessi processi sociali che spesso sono riuniti sotto il termine ombrello di “globalizzazione”. Gli Stati Uniti sarebbero quindi immaginati come il luogo in cui questi processi hanno avuto origine. Una razionalizzazione che consente alle persone di avere “una mappa” con cui muoversi in tempi complicati:

Una visione del mondo manichea come l’antiamericanismo offre una distinzione netta tra “buoni” e “cattivi”, disegna un quadro semplice della società e consiste in una cornice interpretativa fissa, quasi non toccata dai cambiamenti della realtà.

In questo senso l’antiamericanismo genera coerenza ed elimina la “dissonanza cognitiva”. Quando infatti c’è un’incoerenza tra ciò che le persone credono e come si comportano, appunto la dissonanza cognitiva, le persone tendono a ricercare “elementi di coerenza” nei loro atteggiamenti e percezioni, che eliminino quel disagio iniziale derivante dall’incoerenza. Come? Cambiano posizione oppure re-interpretano quel che accade alla luce delle “mappe cognitive” che posseggono.

Di fronte alla Russia che invade l’Ucraina che “inspiegabilmente” desidera entrare nella Nato e nell’Unione europea, il riflesso immediato per far fronte a questa incoerenza è quella di riportarla all’interno di una contrapposizione più consona e più funzionale: la responsabilità è degli Stati Uniti e della Nato che hanno “accerchiato” la Russia. Una dissonanza che a sinistra alcuni cercano di limitare descrivendo l’Ucraina come un paese guidato dai nazisti e dedito ai massacri. 

Secondo Beyer e Liebe, c’è anche un altro aspetto. Quando si proietta verso l’esterno tutta una serie di aggressività e rabbia, le persone tentano di esternalizzare l’aggressività che era originariamente diretta contro se stessi. Anche in questo caso l’antiamericanismo – nella sua opposizione al capitalismo e al materialismo e nella difesa delle tradizione – consente di ridurre la complessità. Un esempio. Philippe Roger, direttore presso l’École des hautes études en sciences sociales e autore di “L’Ennemi américain : généalogie de l’antiaméricanisme français”, suggerisce che le mancanze che i francesi – ma potremmo dire gli europei – proiettano sugli Stati Uniti rivelano soprattutto le loro fobie e repulsioni:

Paure di ciò che potrebbe accadere o di ciò che è già qui. “Americanizziamo” situazioni che noi stessi ci siamo lasciati sfuggire: per i problemi delle periferie, si parla di “ghettizzazione all’americana”. Quando non sappiamo esattamente a che punto siamo con l’integrazione e la cittadinanza, parliamo dei pericoli di un “comunitarismo all’americana”, anche se la situazione non ha niente a che vedere con quella d’oltreoceano. Creiamo un’America mitologica per evitare di fare domande sui problemi reali. In cui gli americani hanno poco a che fare con qualcosa.

Questa esternalizzazione del malcontento delle società europee verso l’economia di mercato, la perdita della tradizione e la globalizzazione è però in realtà una semplificazione utile più ad alimentare visioni partigiane che ad affrontare seriamente i problemi – o meglio le sfide – che le società europee si trovano ad affrontare. 

E qui bisogna fare attenzione a un altro aspetto dell’antiamericanismo. Quello della costruzione di un’identità europea in contrapposizione a quella statunitense. Che è una sorta di nazionalismo pan-europeo. Di cui non c’è bisogno.

 

Articolo tratto da: https://ytali.com/2022/03/10/anti-americanismo-is-back/

 
 
 

Attenti a quei... due.

Post n°1238 pubblicato il 11 Maggio 2022 da scricciolo68lbr

Il Créole Cream di Lord Brett Sinclair

Quando una serie TV di breve durata diventa di culto? È la sorte toccata a The Persuaders!, tradotto in italiano in Attenti a quei due, una serie televisiva britannica ideata e prodotta nel 1970-1971 da Robert S. Baker e trasmessa nel 1971-1972 in una sola stagione di 24 episodi, dalla rete televisiva ITV; negli Stati Uniti fu invece distribuita, all'incirca nello stesso periodo, dal network ABCLa serie gioca sulla forte diversità dei due personaggi principali, due ricchi playboy, uno raffinato e riflessivo, l’altro pratico ed incline all’azione, impegnati in scanzonate avventure ambientate in giro per l'Europa, tra belle donne, automobili di lusso e fine humour britannico. Due attori annoverati tra i belli del Cinema, l’uno nella sua fase calante della carriera, Tony Curtis, l’altro invece nel pieno del successo e atteso dalle sette pellicole successive nei panni di 007, Roger Moore, fino ad allora reso famoso dal personaggio Inter di Simon Templar. Attenti a quei due raccoglie solo 24 episodi, concentrati tra il 1971 e il 1972  (il primo andato in onda il 17 settembre 1971, l’ultimo il 25 febbraio 1972), dove l’azione e l’ironia, il serio ed il faceto, le scazzottate e le corse in auto, la bella vita e le belle donne si mescolano come in un cocktail pienamente riuscito ma concluso troppo in fretta. L’anima inglese di Moore, alias Lord Brett Sinclair, nobile, modi eleganti, pilota per passione alla guida di una Austin Martin DBS cosi personalizzata da essere targata BS1, si confronta con chi si è arricchito partendo dalla strada, Curtis alias Daniel “Danny” Wilde, divenuto uomo d’affari nel settore petrolifero, alla guida di un’icona della ricchezza: la Ferrari Dino 246 GT rigorosamente rossa e targata Modena. Il Lord e l’uomo di strada, il diavolo e l’acqua santa producono quel gioco di confronto (pronuncia a parte) tra Inghilterra e Stati Uniti, tra la madrepatria ed ex colonia, tra nobiltà e borghesia rampante e arricchita. 

Gli aneddoti intorno alla produzione parlano di un budget altissimo, e di rapporti non sempre idilliaci tra le due stelle, della marjuana fumata da Curtis sul set, spericolato e spesso impegnato nelle scene di azione senza controfigura e dell’interruzione repentina del serial TV probabilmente dovuta al richiamo del copione di James Bond per Moore.

L’abbinamento delle due teste calde interpretate nella serie, ricordata anche per la memorabile sigla firmata John Barry, che tuttavia verrà maggiormente apprezzata in Europa rispetto ad oltreoceano, trae origine dalla decisione del terzo personaggio cardine, il Giudice Fulton, Laurence Naismith, che dall’unione realizza un coppia che non coglie l’occasione di stuzzicarsi ma affiatata ed invincibile. Brett e Danny si incontrano casualmente all’aeroporto di Nizza, inconsapevoli che in realtà quella situazione è voluta, e finiranno per prendersi a cazzotti nel bar dell’Hotel de Paris di Montecarlo che li ospita per un motivo serissimo: il numero di olive di un cocktail: il Créole Cream. Una volta arrestati e condannati a 90 giorni di prigione si trovano nella condizione o di scontare la pena o lavorare insieme, al limite della legalità ma per motivi molto nobili per il Giudice: da questo momento hanno inizio le loro avventure, spericolate ma spensierate e purtroppo durate troppo poco. La ricetta del Créole Cream è ripresa dalla ricetta che lo stesso Brett indica al barman nel primo episodio, Overture, tradotto un po’ discutibilmente in italiano in È stato un piacere conoscerti e picchiarti.


Ingredienti per un cocktail:

  • 4cl Rum Bianco
  • 1cl di Bitter
  • 4cl di Vermouth
  • 2 cl di Granatina
  • Ghiaccio
  • Olive

 

Come recita Lord Brett Sinclair per la preparazione del Créole Cream “il mio miglior amico dopo le donne e i cani” devi procedere così: uno schizzo di rum bianco, versa una goccia di bitter, versa il Vermuth, che deve essere freddo e non ghiacciato, aggiungi una misura di granatina e poi mescola con cubetti e non ghiaccio tritato. Scuoti, filtra, versa. Brett consiglia di guarnire con un’oliva… Danny dice due, forse solo per attaccare briga. Scegli come procedere e invece di distruggere il salotto con una rissa, degustati il cocktail magari davanti a un episodio senza farti prendere troppo dalla nostalgia.


Procedimento:

 
 
 
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     IL TIBET NASCE LIBERO

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                             i

Le parole.

                       I

Le parole contano
dille piano...
tante volte rimangono
fanno male anche se dette per rabbia
si ricordano
In qualche modo restano.
Le parole, quante volte rimangono
le parole feriscono
le parole ti cambiano
le parole confortano.
Le parole fanno danni invisibili
sono note che aiutano
e che la notte confortano.
                                  i
 
 

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