
Per anni sono passato davanti a uno store della Sisley guardando quelle foto. Ragazze con l’aria di aver appena girato la boa dei diciotto anni in pose equivoche. Bocche socchiuse e pacchi rigonfi. Culi appena inguainati in shorts da crimine contro l’umanità. Liquidi di dubbia provenienza a ungere corpi seminudi. Apparizioni di sua maestà dei cazzoni Vincent Gallo. Queste foto non sono porno, mi dicevo. Si fermano un attimo prima, ma si sa benissimo cosa ci sarà dopo. E guardando queste immagini al limite del porno, pensavo due cose. Questo fotografo è malato. Questo fotografo è un grande.
Finché qualche mese fa vengo a sapere che un fotografo di moda, uno di quelli famosi, di quelli pagati profumatamente e ben inseriti nel giro che conta, ha pubblicato un libro autobiografico. In questo libro ha immortalato se stesso impegnato in acrobatiche pose erotiche, contornato da torme di balde ragazzone recuperate, immagino, dai quartieri a luci rosse di mezzo mondo. Ovviamente, appena data un’occhiata alle foto, mi rendo conto che quello stile trash patinato e spermo-sudacchiato è lo stesso del fashion guru di Sisley. E vengo a sapere il nome che c’è dietro questa infornata di immagini pop e malsane: Terry Richardson.
Terry, nato a New York e cresciuto nella Babilonia di Hollywood, è il prototipo dell’americano spazzatura. Testa spelacchiata, occhiali orrendi, baffi da biker. Sfoggiando un fisico asciutto e un corpo coperto di tatuaggi, con l’occhio scintillante da satiro (e con uno zoom di dimensioni ragguardevoli), Richardson è il classico figuro che ci potremmo immaginare in un film di Russ Meyer o in un remake di Un tranquillo weekend di paura. Il voyeur della porta accanto, abbonato a Juggs e a Hustler, che nei momenti di ispirazione intellettuale legge Mad e i fumetti di Robert Crumb. Figlio di Bob Richardson, uno dei guru della foto di moda degli anni settanta, Terry è cresciuto con la macchina fotografica (e con qualcos’altro, immagino) in mano. Prima di entrare nello star system della moda (Hugo Boss, Levi’s, Anna Molinari) ha fotografato Hell’s Angels, metallari, punk e altri esponenti della sottocultura a stelle e strisce. Con Kibosh, il libro incriminato, ha pubblicato, per sua stessa ammissione, l’opera della vita, in cui la sua ricerca del piacere estremo attraverso le ammucchiate e l’autoscatto, ha raggiunto l’apice. Le sue foto, dai colori crudi e dal set accuratamente predisposto (come lo potrebbe predisporre il figlio degenere di John Waters), rendono con luce realistica le peripezie di un moderno libertino, e fanno a pezzi le immagini patinate di guru dell’erotismo chic come Helmut Mewton e Richard Avedon. La sua filosofia è semplice e degna di Kant: “Non farei mai fare ad un’altra persona qualcosa che non sarei disposto a fare io”. Detto da lui, suona come una minaccia.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
Inviato da: b.raf
il 23/01/2008 alle 11:30
Inviato da: bimbayoko
il 23/12/2007 alle 01:27
Inviato da: meddixtuticus
il 31/01/2007 alle 14:50
Inviato da: buknowski
il 05/01/2007 alle 10:57