
Visti ieri a Pordenone gli Afterhours, nella prima data italiana di Ballads for Little Hyenas. L’auto-remake in inglese che hanno fatto del loro Ballate per piccole Iene era già stato presentato in giro per l’Europa, in questa situazione un po’ strana per cui la band, dopo avere acquisito un seguito straordinario in Italia, sceglie un nuovo inizio e prova a lanciarsi anche nei mercati esteri.
Il live set presenta subito una sorpresa, due membri in più sul palco, un nuovo bassista, Roberto Dell’Era (che sostituisce Andrea Viti) e un polistrumentisa che con sax, tastierine a fiato e altri strumenti riempie ulteriormente il suono degli After (Enrico Gabrielli, già Mariposa). Ottimi entrambi, con il primo che sembra il Nero di Romanzo Criminale e con Rayban e saltini fa forse un po’ troppo la rockstar sul palco e l’altro, che sembra un black metaller norvegese buono (!!!) e con l’aria simpatica. Manuel Agnelli è sempre al massimo, con Giorgio Prette che non sbaglia un colpo alla batteria e pesta duro senza tanti fronzoli. E poi al solito molto bravi Ciffo e il suo violino elettrico e Ciccarelli all’altra chitarra. E bisogna dar ragione ad Agnelli per la sua scelta un po’ snob di cantare in inglese anche in Italia: il pubblico, che ovviamente non sa i testi, non fa i soliti coretti alla Vasco e le canzoni si gustano fino in fondo. Le sette/otto rasoiate tratte dalle Ballads (tra cui la cover di The Bed di Lou Reed, a dire il vero non molto convincente) sembrano ancora più belle delle versioni in italiano ascoltate in altri concerti. Soprattutto spiccano una versione incendiaria di Thin White Line e una potentissima The Ending is the Greater. Le esecuzioni sono ormai perfette e gli After si possono permettere di variare e reinventare alcuni frammenti. Solito delirio per le classiche, da Male di miele a Rapace, da Veleno a Bye Bye Bombay. La soglia della deflagrazione energetica è raggiunta con la furia cieca di Germi (che non avevo mai sentito dal vivo e che mi ha fatto pogare come un ossesso) e di Non si esce vivi dagli anni ’80. Un paio di sorprese con l’apertura affidata a La sinfonia dei topi, col giro di basso e le vocine in primo piano e Come vorrei in versione barocca (che Manuel annuncia come un pezzo metal del XVIII secolo!). Insomma, due ore di concerto che confermano ancora una volta gli After come uno dei gruppi italiani destinati a restare. Un paio di richieste per le prossime volte: Dentro Marilyn e Non è per sempre (Strategie l’hanno proposta in uno dei set precedenti), e sarebbe la perfezione. Ma tanto hanno fatto Quello che non c’è, forse la più bella canzone italiana degli ultimi quindici anni, e solo per questo hanno già il loro posto al paradiso del rumore.
Inviato da: lottergs
il 25/03/2009 alle 00:50
Inviato da: b.raf
il 23/01/2008 alle 11:30
Inviato da: bimbayoko
il 23/12/2007 alle 01:27
Inviato da: meddixtuticus
il 31/01/2007 alle 14:50
Inviato da: buknowski
il 05/01/2007 alle 10:57