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Bambini, ancora 

Post n°42 pubblicato il 09 Settembre 2008 da magnum.3
 
Tag: bambini

Attenzione, non sempre un'adozione ha un esito tanto piacevole. In certi casi, non pochi, le difficoltà possono risultare assai pesanti. Dipende da tante cose. L'età del bambino, anzitutto: quelli più grandi, dagli undici anni in su hanno, quasi sempre, più difficoltà di inserimento nelle nuove realtà familiari. La loro psiche si è adattata al modo di vivere di un Istituto come quello dove hanno vissuto, per molto, moltissimo tempo.  Perfino sin dalla nascita. In esso, il bambino si è dovuto abituare, per necessità di sopravvivenza, ad una disciplina che tra le sue componenti non ha pressocchè nulla di ciò che ci si attende dal seno di una Famiglia. A meno che abbia trovato un'Assistente particolarmente attratta da lui/lei, il meccanismo fondamentale che ha conosciuto non lascia molto spazio ad alternative che non siano due: "faccio da cattivo, vengo punito; faccio da bravo, la vita procede normalmente." Non ci sono terze logiche, come quelle del premio, in quegli ambienti.
Poi, c'è la competizione giornaliera con gli altri piccoli ospiti, suoi compagni. Paolo, che cito in un commento che ho vergato poco fa, per alcuni mesi dopo che era stato adottato quando aveva appena quattro anni, rifiutò la vicinanza, anche solo la vicinanza, di altri bambini, sopratutto se di un paio d'anni più grandi. Là dove era, il bullismo esercitato dalle piccole generazioni ai danni delle generazioni minuscole, era la prassi. E che dire di Davide, adottato quando era undicenne e che non riusciva ad adattarsi alla sua nuova vita fatta di scuola e di una vita normale, secondo gli schemi considerati tali nel nostro contesto societario? Ci volle molto tempo, prima che i genitori riuscissero a capire che la sua costante, violenta ribellione era dovuta alla paura di perdere il Paradiso nel quale era capitato in modo tanto imprevedibile. Ecco, questa è una delle doti che i genitori adottivi debbono possedere in abbondanza, nutrita di enorme amore e senso della maternità o paternità: quella di un'attenzione costante a qualsiasi reazione "strana" del bambino adottato, quasi sempre radicata nel suo recente passato. Così come quella di Angela, nata da una ragazza tossicodipendente e sieropositiva, che "la dava via" in cambio del denaro che le serviva per pagarsi le dosi. Il padre era doverosamente scomparso quasi subito ed i suoi riferimenti familiari erano composti dalla madre e da un'unica nonna. Fortunato e Luisa (quelli che sto usando, è ovvio, sono tutti nomi di fantasia) l'avevanpo accolta a braccia spalancate, non solo aperte. E così aveva fatto anche la loro unica figlia sedicenne. Angela dovette essere disintossicata, "solo" disintossicata, perchè per sua fortuna (ma dimmi tu se si devono usare certi termini, in casi come questo!) l'HIV non aveva fatto in tempo ad attaccarla. Ma chiunque sa cosa significhi per un adulto liberarsi dal mostro, può capire a quali insopportabili torture - sia pure senza che lui ne abbia coscienza - deve essere sottoposto, allo stesso fine, un corpicino tanto piccolo; quali siano le strade dell'Inferno che quell'esserino è costretto a pecorrere prima di arrivare ad una sponda un po' più sicura.
Per un paio d'anni Angela - biondina, occhi azurri, lineamenti deliziosi - fu solo un uccellino cinguettante, legatissima alla sua nuova Famiglia, malgrado che una legge assurda, che assurdamente privilegia il legame del sangue per quanto corrotto, su quello dell'amore, pretendesse che la piccola dovesse stare una certa quantità di tempo in una casa, quella della madre, nella quale altro non v'era se non disperazione, indifferenza nei suoi confronti ed un orrendo odore di morte che aumentava progressivamente.
Angela assorbì tutti i traumi ricorrenti e di diverso tipo cui veniva sottoposta, compreso quello della morte di una madre che mai lo era stata davvero per lei, se esserlo può significare dare amore, solo amore a piene mani.
Poi, circa sei mesi orsono, Angela cominciò a cambiare. Crisi violente, colpi alla madre adottiva, ribellioni contro il nuovo padre che apparivano del tutto incomprensibili. La situazione si era talmente deteriorata da indurre Fortunato, ormai al limite della disperazione, a convincersi che fosse il caso di riportarte la bambina alla Casa Famiglia dove lei era stata sino al momento dell'adozione. Furono Luisa e Paoletta, la figlia più grande, a convincere il marito e padre a desistere. Ma Fortunato non era in colpa: sembrava davvero che la situazione non fosse più recuperabile 
In questo caso, la chiave d'interpretazione corretta venne trovata da una psicologa pediatrica che riuscì, non senza fatica, a scoprire come fosse stata la nonna - con la quale Angela continuava ad essere costretta a stare almeno due volte alla settimana, "perchè non perdesse il contatto col suo nucleo  genetico fondamentale" (si, è così, non strabuzzate gli occhi...) - ad instillare nella sua minuscola, indifesa, inesperta psiche, l'idea che coloro che l'avevano accolta avessero fatto morire la madre che l'aveva partorita, per potersi impossessare di lei.


Non posso evitare di parlarvi per un momento di Roberto.
Quando Francesca e Maurizio andarono a prendere trepidanti il bambino atteso per circa quattro anni, la Direttrice dell'Istituto presentò loro, con mille esitazioni e remore, un bambino privo di un braccio, figlio di una madre incolpevole e del talidomide. Era figlio, Roberto, di una prostituta che aveva anche tentato di abortire e che comunque si era rifiutata senza appello di tenersi un figlio con un handicap. Messi davanti ad una decisione tanto difficile, i due esitarono alquanto. poi si fecero vincere dal senso materno e paterno, ed accettarono.
Roberto aveva sei anni ed era stato in quell'Istituto sin dal giorno successivo a quello della sua nascita. Andava assistito quasi del tutto, perchè il braccio mancante era il destro. Ed anche se era stato obbligato ad imparare a servirsi solo del sinistro, la difficoltà si vedeva, eccome. La sua menomazione gli era costata, tra l'altro, il continuo dileggio degli altri ragazzini, che misuravano le proprie disgrazie su quelle del compagno ancora meno fortunato, ed il disprezzo malcelato, da parte dei cosiddetti educatori.
Quello di questo bambino era uno dei casi più evidenti di condizionamento ambientale. Il suo rapporto "comportamento-punizione" era di quelli al limite. Il trattamento che gli veniva riservato nella sua nuova casa gli risultava, come si direbbe ai nostri giorni (la vicenda risale a parecchi anni fa) del tutto irricevibile. Gli risultava incomprensibile, che ad una sua "cattiveria" non conseguisse, come reazione, uno schiaffo o la relegazione in un angolo buio, o la privazione del cibo (gente, guardate che non sto copiando da un libro di Dickens: queste sono tutte storie reali...), bensì una carezza ed un blando, dolce rimprovero. Allora decise di riportare, a qualsiasi costo, le cose agli schemi che per lui rappresentavano la norma. Il suo primo tentativo di provocare una reazione dura fu quello di prendere una pila di piatti, portarli di fronte alla madre e lasciarli andare per terra, per poi mettersi nella posizione - braccio alzato, testina rivolta a terra -  di chi si attende una botta improvvisa. Visto che nemmeno una mancanza del genere aveva sortito il risultato che lui si aspettava, si spinse sempre più in là, con azioni di volta in volta sempre più gravi, rimaste tutte, è ovvio, senza conseguenze gravi. Sino al giorno in cui Luisa, la cui casa era situata al quinto piano di un palazzo, non venne richiamata dalla voce di Roberto. Arrivò così ad un terrazzino e vide il bambino fuori dal balcone, che si teneva con la manina sinistra ad una delle sbarre di ferro, mentre un piede puntato contro il bordo garantiva, per così dire, un equilibrio terribilmente precario. Roberto non cadde. E Luisa riuscì a superare la crisi senza che le venisse un infarto. Ma solo per caso. Oppure perchè, forse, esistono davvero gli Angeli custodi.
Perchè vi ho fatto queste descrizioni, molto vicine al "Grand Guignol"? Beh, rileggendo ciò che avevo scritto nella prima puntata, mi sono accorto di aver raccontato una storia certamente bella, sicuramente commovente, ma eccessivamente idilliaca e tale, forse, da indurre qualcuno ad andare troppo emotivamente sulla strada di un'adozione che, di solito, molto idilliaca non è proprio. Non rifiutate l'ipotesi, ci mancherebbe. Solo, consideratela molto bene, in ogni sua sfaccettatura. E sopratutto, prima di bussare a quella porta, guardate bene, ma molto bene, dentro di voi.

La prossima, ed ultima, volta, vi parlerò un po' di quella cosa chiamata "affidamento" che io considero per alcuni versi, ancora più diffcile delle adozioni. A presto.


 
 
 
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