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I Fiori Del Male

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Domus Morphei.

Post n°156 pubblicato il 24 Settembre 2006 da mia3v

Ore 5 a.m.
Apro la porta di casa, scarpe in mano e trucco “non c’è ma –non si sa come- si vede pure troppo”.
Rovescio carne, ossa e vesciche in corridoio e arranco fino al miraggio post lavorativo, quello strano oggetto chiamato materasso.
Ortopedico, doghe in legno e sindrome da abbandono.
Inciampo, nell’ordine, in un casco da ciclista, in una palla da rugby, nello sgabello del pianoforte.
Provata da otto ore in teatro tra servi di Butterfly e personali difficoltà sentimentali, affaticata da sei ore di staffetta lavastoviglie-tavolo apparecchiabile/sparecchiabile, incazzata per una promessa non mantenuta, per un uomo non compreso, per un moijto fatto con il basilico con estrema convinzione, per giunta.
Alla fine, quattro dita dei piedi in meno, sono preparata all’approdo.
“Ecce Materasso!”.
E che con Morfeo sia deposizione delle armi, per questa notte almeno.

Fu così che il sonno prese il sopravvento sulla coscienza e mi si delineò nella mente, con nitidezza incontroversa, il significato ultimo e primo de “ il sonno della ragione genera mostri”
E che non mi vengano a parlare dell’inquietudine dell’Urlo munchiano.
I sostenitori del mal di vivere devono, quantomeno, essere coscienti del pericolo espresso nell’adagio onirico.
E infatti, tutti quei mostri erano lì.
Annidati nel rilassamento dei sensi, nell’arrendevolezza della lucidità.
Pronti a sferrare l’attacco e a giudicare risibile, se non addirittura ingenuo, il mio estremo bisogno di rilassamento.
L’Utopia, quella vera, è l’encefalogramma piatto in costanza di vita.

Comunque, dicevo, fu così che il sonno prese il sopravvento sulla coscienza.
E il risultato  fu il seguente.

Aula di tribunale.
Giudice, giuria, accusatore.
Imputato avvocato di sé stesso.
Pubblico in delirio, in sindrome da linciaggio non richiesto. Giornalisti e fotografi in tensione agonistica.
Giurerei di aver intravisto anche  qualche bandierina americana sventolare
Jhon Grisham, mi sembra chiaro, non deve avermi lasciato contributi sottovalutabili.
Il verdetto: colpevolezza.
La pena: 36 anni di pena detentiva senza condizionale.
L’imputato, che nella fattispecie era impersonato dalla sottoscritta, invocava la legittima difesa.
Negata.
L’uomo che avevo ucciso con un colpo di arma da fuoco, una pistola a tamburo di cui non ricordo altri dettagli, non mi avrebbe mai sparato.
- “Non è possibile basare la condanna su una mera ipotesi d’intenzione”, asserivo nell’inutile tentativo di frenare la disperazione di una condanna già pronunciata.
- “Portatela via”.
Le ultime parole prima della galera.

E poi una brandina, io seduta sopra in lacrime che pensavo che 24 più 36 fa 60, che 36 anni non sono un metro temporale alla mia portata, che non sarei sopravvissuta, che mi sarei certo uccisa prima.
Una telefonata, l’ultima, a mio padre. Mio padre che un po’ mi condannava e un po’ mi assolveva.
Che accettava la mia idea di un suicidio come surrogato dell’omicidio penitenziario legalizzato.

A quel punto, mentre i minuti diventavano giorni e il pianto sembrava non avere un indicatore finale, la coscienza mai doma si è inserita nel sogno.
“Smettila di angosciarti, è un incubo. Non sei in un carcere e non hai ucciso nessuno. Cambia sogno e cerca, se non di vivere, almeno di dormire serena”.

Detto fatto. Un sospiro di sollievo e lo scenario cambia.

Sono a Torino e devo preparare un esame, l’ultimo, entro l’11. Di che mese non è dato sapere.
Ma ci sono troppi ostacoli.
Parlo con chi non so e gli spiego: “ Io devo anche lavorare. Ho il giornale che non posso abbandonare, il teatro a cui non mi posso sottrarre, il bar a cui non posso rinunciare. Non riesco a studiare tutta questa roba entro così poco tempo”.
E partono le orde barbariche di giustificazioni volte a procrastinare la laurea.
Le solite. Sempre le stesse anche nella domus morphei.
Ma poi arriva una telefonata.
Quella che salverà il mio senso d’incompiutezza a scapito dell’esistenza del mondo intero.
Al telefono è un qualche rinomato scienziato, o geologo o chi per esso.
Qualcuno, comunque, che conosce bene i processi evolutivi della terra. Dal buco dell’ozono a tutto quello che ci sta intorno.
- “Prendi una bottiglia d’acqua e riempila fino a un quarto”, mi dice.
Io eseguo.
-
Adesso aspetta due ore, poi ti richiamo”.
Aspetto due ore. Il livello dell’acqua cresce visibilmente, allo scadere delle due ore la bottiglia è piena. Due ore e un minuto dopo la bottiglia esplode. Acqua bollente e pezzi di vetro ovunque.
Il luminare mi richiama.
-
“Questo è quanto sta succedendo alla terra. Un processo di surriscaldamento che la porterà all’esplosione. Nel giro di pochi giorni di noi e del mondo non rimarrà più niente”.
Armaggeddon, penso.
Dannati americani, penso ancora.
Tra libri e film hanno portato a compimento il già ben avviato processo della mia distruzione psicologica.

Stelle e strisce a parte, il richiamo della famiglia fà tutto il resto.
Abbandono Torino, dove  per altro la mia presenza non era in alcun modo giustificata.
Torno a Verona.

Lo scenario cambia di nuovo.

Sto attraversando il Ponte della Vittoria per arrivare verso casa.
Ma intorno è solo silenzio. Nessun suono, nessuna macchina.
Nessuna signora a passeggio con il cane, nessuna donna a passeggio con il bambino, nessun signore a passeggio con la bicicletta e il giornale nel cestino.
La strada, i semafori, il fiume.E’ tutto in bianco e nero. Anzi, seppiato credo di poter dire.
Giro l’angolo della Via Delle Banche e incrocio lo sguardo del giornalaio.
E’ stranamente giovane, trent’anni in meno degl’effettivi. A spanne.
E sta piangendo.
Io non so ma, in quel momento, inizio a capire.
Siamo andati alla guerra.
E nella Via Delle Banche, da un momento all’altro, si materializzano migliaia di soldati, tute mimetiche e fucile.
Sono schierati di fronte al Bar, Rapid foto e l’Autoscuola. Sparano a raffica. Contro mulini a vento.
Non distinguo aggrediti da aggressori, alleati da nemici.
Il piombo e ovunque, dall’alto e dal basso, dalla strada e dal fiume.
Non esistono più angoli dietro cui nascondersi, portoni dentro cui infilarsi, strade da imboccare per allontanarsi da quel rumore che non sa di uomo né di macchina. Che non sa di niente. Solo di rumore.
Mi butto per terra, vicino al giornalaio giovane che piange ancora con la sua faccia seppiata e ad una ragazza con la coda di cavallo che aspetta un autobus che, lo sa anche lei, non arriverà mai.

Poi mi sveglio.
Sono ancora nel mio letto, nella stessa posizione che avevo cinque ore prima. Pancia in giù  e testa sotto il cuscino. Mani sotto la pancia e coperta sopra il cuscino.
Apro gli occhi e penso: “Grazie al mio dio ateo, sono viva anche stamattina”.

E che si lasci il responso del mio delirio notturno alla psicologia spicciola, quella da manuale in volumi scomponibili che vende anche il giornalaio settantenne che lavora all’angolo tra il Ponte della Vittoria e la Via delle Banche.

Queste le possibili, o plausibili, interpretazioni:

- Mi sento ingabbiata in questa vita e i miei errori li giustifico alla luce della legittima difesa.
Sbaglio per sopravvivere, perché a vivere davvero non ho imparato ancora.

- Odio gli americani e il loro spirito pseudo artistico omnicomprensivo e ipertrofico.

- L’università, a rigor di logica, mi angustia. Il lavoro pure.
E il mondo che esplode potrebbe essere una giustificazione valida al disertare un esame ancora.
Al dire ancora mi laureerò domani-chissà.

Oppure.
- Legge trenta, riforma Moratti. Precarietà, flessibilità, dilatazione dei tempi, stipendi minimi, carenza di guarentigie.
Un’ esplosione che dal formale allunga i suoi tentacoli al sostanziale.
Dall’implosione della società all’esplosione dell’emisfero terrestre.

In ultimo.
- La Via delle Banche non porta verso casa.
E si torna indietro mascherando il regresso con il millantato progresso.
Guerra Mondiale e Guerra Fredda prima.
Guerra adesso, in Medio Oriente e ovunque un microfono, una macchina fotografica o una penna non si diano la pena di arrivare.
E Guerra Silenziosa adesso, qui da noi.
In quella strada che ti porta verso casa e che la casa non te la fa trovare.
Dove non sai chi sia contro e chi con te, non capisci il Nemico immaginario contro cui i fucili sono rivolti.
Ma il pericolo non hai bisogno che qualcuno te lo spieghi.
Lo senti come se una pallottola ti avesse già raggiunta, magari senza nemmeno ucciderti o ferirti.
E ti butti per terra. Senza angoli o portoni o barriere.

Puoi solo sperare che tutto finisca, come un sogno mal riuscito.
E ringraziare quel tuo dio,comunque tu lo definisca, che si chiama vita una mattina ancora.

 
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