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Il telefono dell'assurdo.

Post n°159 pubblicato il 18 Ottobre 2006 da mia3v

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Il telefono non suona. Oppure suona ma non è per me.
Oppure suona ed è il commercialista, mia madre che inveisce contro l’attimo di distrazione che mi ha messa al mondo, un tizio di cui non ricordo il nome che maledice il giorno in cui mi ha messo la lingua in bocca.
Io sono alternativamente riversa sul divano, sul letto, sul tappeto.
Ho un occhio gonfio e mi fa male lo stomaco.
Fumo una media di trenta sigarette al giorno per farmi venire l’asma entro Natale e mi ammazzo di gambe-addominali-glutei per farmi trovare in perfetta forma dal neuropsichiatra quando mi ricovereranno per demenza senile ante tempo. 
Ho rifiutato tre uscite su tre per rimanere a piangere davanti ad un film da melodramma comico, una serie tv modellata sulla conformazione cranica di una casalinga alcolizzata in amenorrea isterica, una serie di spot televisivi senza oggetto ma pieni di tette, culi, botox e sorrisi estatici.
Il telefono non suona ma è perfettamente funzionante.
Ne sono sicura perché ho controllato a intervalli regolari di due minuti e mezzo per circa 60 giorni.
E non c’è nemmeno alcun problema di recezione. Me l’ha confermato anche il tizio dell’assistenza Vodafone.
Quindi, a rigor di logica, se non suona significa che nessuno lo fa suonare.
A parte, appunto, il commercialista, mia madre, e l’innominato tipo di cui sopra.
Ci pensavo l’altro giorno, appena un istante prima di ingerire una quantità smodata di gelato in barba alle mie smanie estetiche.
Deve esistere una sorta di meta-linguaggio di cui io non sono a conoscenza.
Un metodo comunicativo in cui i significati sono stravolti e che permette alla gente di comunicare per vie sotterranee.
Un linguaggio in cui “” vuol dire “no”, “voglio” significa “nemmeno ci penso” e “ti chiamo” è l’equivalente di “spegni il telefono che il risultato è lo stesso”.
La mia ignoranza in materia mi impedisce, stando agl’ultimi scorci di cronaca, d’instaurare relazioni umane basate sulla comprensione reciproca.
Quindi, nella mia ingenua propensione al significato letterale, se chicchessia mi si incolla modello ventosa ogni volta che ci si incrocia, mi chiede di uscire con costanza e insistenza e loda la mia testa e la sua appendice, inizio a pensare che un minimo interesse, in capo al medesimo, sussista.
E se il medesimo altro non è che il soggetto proibito di tutti i voli pindarici a sfondo sentimentale degli ultimi anni la faccenda si fà complessa. Anzi, la faccenda si fà drammatica.

E infatti eccomi qui, con orzaiolo psico somatico, gastrite nervosa, testa affollata da vaffanculo seriali e ipotetiche conversazioni telefoniche con l’uomo affetto da surrealismo verbale.

- “Pronto? Ah, ciao. Sei tu? Scusa, non ti avevo riconosciuto. Stasera? No, non posso, ho un altro appuntamento. Sono impegnata in una scorribanda con le mie 25 amiche ninfomani.Abbiamo in programma una cenetta tranquilla, a base di spermicida e preservativi ritardanti. Magari sarà per la prossima volta.”

Oppure

-“Pronto? Ciao tesoro, finalmente! Mi basta sentire la tua voce e sono già eccitata. Ho giusto programmato per noi due una seratina da oltraggio alla buon costume. Sesso fino al logoramento dell’apparto riproduttivo! Come? Oh, scusami. Pensavo fossi Andrea".

Oppure ancora:

-“Pronto? Ciao spregevole alimentatore di vane speranze. No, non sono affatto arrabbiata con te. Pensavo solo che con qui capelli ti ci strozzerei e che le tue scapole starebbero benissimo sul mio comodino a mo’ di paralume. No, non sono risentita per qualcosa di cui non ti capaciti. Sono solo convinta che nutri ancora qualche possibilità di sopravvivere al tuo organo genitale.”

La reincarnazione rivisitata e femminista di Ionesco, mi sembra di essere.
Ma scevra di contenuti apprezzabili e successo letterario.

Suona il telefono.

Con indifferenza mal simulata, correndo per il corridoio e urtando contro tutti gli spigoli, afferro il telefono e leggo trasudando bramosia il nome sul display.

Minchia, ancora mia madre.

-“No, non ho ancora finito di passare il battitappeto, fare la lavatrice, pulire cucina, bagno grande e bagno piccolo. No, non ho chiamato mio padre. Cosa? Il tuo vestito nero da sera con lo spacco audace e il pizzo nero? Figurati se ce l’ho io! No, non sto dicendo che ti vesti in modo ridicolo. Dico solo che abbiamo, come si dice, gusti diversi. Non ti ho affatto dato della stupida! Quando? E non sto usando nessun tono supponente! I miei fratelli? Non so dove siano. No, non posso andare in banca e dalla tua commercialista. Devo studiare e poi andare a lavorare. No! Adesso non riattaccare con la storia che ti dico sempre di no. Che cosa?  Quando vado fuori da casa? E cosa c’entra il fidanzato, adesso? Sì, va bene, hai ragione. Con il carattere di merda che mi ritrovo non troverò nessuno disposto a sopportarmi e rimarrò sempre tra i piedi. Torni per pranzo? Guarda che io oggi non cucino. Sì, lo so, se non imparo a far da mangiare non mi sposerò mai. Immagino che sia per questo che hai un divorzio alle spalle”.

Clic. 

Il telefono è meglio spegnerlo, adesso.
Buone nuove non sono in arrivo, a quanto pare.
Ho deciso.
M’iscriverò ad un corso di economia domestica, pagherò un analista disposto a farmi superare il complesso di Elettra e di Edipo e di tutta la loro progenie e chiamerò il tizio del surrealismo verbale dicendogli che sono disposta a farmi rinchiudere nella cucina del suo bilocale per cucinargli a pranzo e a cena sformati di patate e minestre di verdura. Un’ora d’aria giornaliera. Ma solo per andare a comprargli la birra. E mi farò picchiare in silenzio quando sarà troppo ubriaco per insultarmi verbalmente. In aggiunta gli laverò con regolarità la biancheria, compresa quella della sua amante di turno. In cambio chiederò solo una telefonata ogni tanto. Solo per sollevarmi dall’incombenza di andare a chiedere al commesso della Vodafone da quali patologie recettive è affetto il mio cellulare.

E adesso passiamo alla versione credibile.

M’iscriverò all’ennesimo corso di autodifesa, mi morderò la lingua una volta in meno prima di sparare la prossima eresia sarcastica e stasera uscirò a cena e mi riempirò di vino e brindisi all’autodeterminazione dello stato civile.
Cancellerò il numero del fedifrago-marrano, tornerò a letto con il mio ex sesso dipendente e cercherò la rivincita della mia autostima in qualche oscura palestra del nord est.
Carattere di merda e un altro fallimento all’attivo. Ma una perfetta forma fisica.

 
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