Creato da middlemarch_g il 24/01/2008
'Fallisci meglio' è il mio secondo nome
 

 

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She deserves a quiete night

Post n°778 pubblicato il 15 Aprile 2012 da middlemarch_g
 

A diciannove anni mi innamorai come una pazza.

Non ho nessuna pretesa di spacciarla per una condizione particolarmente originale, perché vista da fuori non lo era. Chi è che non s'innamora come un pazzo a 19 anni? Casomai sei strano se non lo fai. Io lo feci, e fu una cosa come un imprinting folgorante. In un certo senso non ho più amato nessuno quanto ho amato lui, anche perché era un amore senza nulla di umano. Non fu solo perché non si concretizzò - lui manco mi vedeva - fu più una questione di intangibilità emotiva. Era come se lui fosse una divinità, e io l'ultima ancella del suo culto. Interagivo con lui fingendo parità relazionale perché facevamo parte dello stesso giro di amici, ma nelle profondità cunicolari dei miei sentimenti lo osservavo come un marziano in lontananza attraverso un telescopio. Non mi diedi mai nessuna speranza, neppure per un minuto, anche perché eravamo abbastanza amici perché riuscissi a estorcergli confidenze sul tipo di donna in grado di piacergli, e il ritratto che me ne faceva mi confermava che non avevo nessun ottimismo da coltivare. Lo amavo così tanto e così male che non sono mai arrivata nemmeno a desiderarlo. Per dire le vette dell'assurdo che si possono raggiungere. Non si desidera un dio. L'amore carnale è una cosa da creature terragne e perdute, e in quel campo io mi sentivo sempre esclusa dal gioco.

La lezione più amara e produttiva della vita l'ho imparata da lui. Perché quando me lo strappai dal cuore per poter sopravvivere, chiusi tutto, ogni possibile imbocco, ogni spiraglio. Dissi a me stessa che sarei andata avanti perché dovevo, ma che la porta che sprangavo non si sarebbe riaperta, perché se non aveva potuto amarmi lui, allora non l'avrebbe fatto nessuno. Ma poi un paio d'anni dopo lo incontrai per caso al braccio della sua fidanzata. Non so come riuscii ad avere una conversazione apparentemente normale con loro. Ero ipnotizzata da un'assurda evidenza: lei non corrispondeva affatto alle descrizione della donna ideale con cui mi aveva crocifisso alla mia inadeguatezza anni prima, ma nemmeno un po'. In effetti all'incirca non era molto diversa da me. Mi ricordo che sentii una sorta di cosmico boato metafisico alla mie spalle, diciamo come se l'intero empireo dei beati si fosse alzato per una gigantesca ola, mentre una voce roboante squarciando le nubi diceva: adesso l'hai capita, povera imbecille, che in amore non è mai la bellezza che ti premia, mentre è sempre la mancanza di ambizione che ti fotte?

Dopodiché sono passati gli anni. Moltissimi anni.

E poi ci siamo incontrati di nuovo. Prima via mail. Poi di persona. La vita aveva fatto di noi personcine fatte e finite: casa, matrimonio, lavoro, nel suo caso figli. Il rapporto è nato sulla base di una calda e solida amicizia, molto più forte di quella che era stata tanti anni prima. E a me è capitata un'esperienza metafisica: dentro di me, l'adolescente che avevo congelato in assenza d'amore perché quel dolore non la uccidesse di schianto, in sua presenza si è risvegliata.

Sia chiaro: non ero io. L'ho sentito distintamente. Alla mia vita di donna adulta non mancava niente e non avevo vuoti da riempire. Era la ragazzetta annichilita di vent'anni prima che reclamava spazio e che sgomitava per ritagliarsi aria in superficie. Per lei il tempo non era passato. Voleva vederlo. Voleva sentirlo. Stavolta addirittura voleva toccarlo, perché sul piano della didattica del desiderio io - l'organismo ospite - nel frattempo avevo pur sempre imparato qualcosa, e lei era perfettamente capace di apprezzare la differenza.

In quel periodo lei mi ha odiato. Mi guardava con occhi di rimprovero. Mi diceva: ti rendi conto di cosa mi hai fatto? Perché sono stata chiusa tutto questo tempo dentro un buco mentre tu vivevi la mia vita? E io non sapevo cosa replicare. Perché aveva ragione. Lo sapeva lei. E lo sapevo io.

Ma la verità è che non sono riuscita a salvarla. Ho smesso di dormire. Per un po' ho smesso perfino di mangiare. E chi mi conosce sa che questo può accadere solo se sto davvero male. Ma non ho trovato una soluzione. Non sono riuscita a prendere quell'adolescente per mano e a farle percorrere tutta la strada fatta per arrivare a fonderla con la donna che nel frattempo ero diventata.

Alla fine ho deciso che ancora una volta dovevo staccarmi da lei, altrimenti lo strazio mi avrebbe divisa in due come un'accetta che si abbatte con tutta la forza su un tronco di legna. L'ho lasciata indietro di nuovo. Le ho detto: mi dispiace, bisogna che ti fermi qui, perché non riesco a trascinarti con me, e devo tornare a vivere la mia vita.

Ho celebrato l'addio con una canzone, poi ho slegato tutto quello che c'era da sciogliere, e ho nuotato fino a raggiungere la superficie del mare. Ogni volta che mi capita di ascoltarla so che sono ancora viva e piena di entusiasmo. E ogni volta celebro la forza di quella ragazzina che non ha avuto diritto all'amore e malgrado questo si è sacrificata due volte perché io potessi continuare a camminare per il mondo libera e felice. Perché sono stata io a sciogliere il vincolo. Ma non avrei mai potuto farcela se lei non avesse accettato di lasciarmi andare.

La canzone, se per caso vi interessa, è questa. 

 
 
 
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Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

Samuel Beckett

 

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