Creato da middlemarch_g il 24/01/2008
'Fallisci meglio' è il mio secondo nome
 

 

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Post n°167 pubblicato il 23 Luglio 2008 da middlemarch_g
 

Quando sono a Roma mi capita sempre di vedere cose che altrove non noto. Ma suppongo sia solo perché ho un occhio interiore più allenato rispetto ad altri luoghi dove magari mi sento un’estranea.

 

Mentre ero seduta al bar in piazzetta, nel quartiere dove sono cresciuta, ho visto avvicinarsi da lontano una coppia di vecchietti sulla soglia dell’eternità. Macilenti, magrissimi, spettrali nei loro abiti estivi che con quella temperatura erano obbligatori ma che hanno il difetto di mostrare tutto lo scheletro senza pietà. A quell’età è pieno di gente che si porta avanti col lavoro e assume pose e iconografie cadaveriche. Le ginocchia spigolose, le braccia con la pelle che non sembra più nemmeno attaccata alle ossa, i volti fatti solo di zigomi e occhi.

 

Lei era, nella sua assoluta e arcaica vetustà, una delizia di vecchietta, di quelle con la faccetta furba da bambina, un contrasto stridente tra la mobilità degli occhi, che mi ricordavano da morire un’Audrey Tatou ottuagenaria, e la paralisi pressochè totale degli arti, soprattutto inferiori. Aveva i capelli a caschetto, col cerchietto. L’ho adorata solo per questo.

 

Lui invece era un ex pennellone brusco di modi, di quelli che da vecchi si inarcano per compensare l’altezza col peso degli anni, e diventano una specie di parentesi circonflessa su due gambe. Molto magro – ma a quell’età e in quelle condizioni fisiche, non ce n'è uno che non lo diventi – con tutti i capelli in testa, una zazzerona grigia e lucente.

 

Lei si è seduta in silenzio ai tavolini all’aperto, e non ha voluto niente.  Lui invece, impiegando un tempo infinito, è entrato, ha ordinato un cappuccino e un cornetto, ed è uscito portandoseli fuori da solo. Con calma. Perché è questo il bello. Che arrivati a quel punto, hai tutta la calma del mondo. Lo voglio vedere uno che a un simile monumento al tempo gli dice di sbrigarsi. L’emergenza, la fretta, le scadenze, te le sei lasciate alle spalle almeno un paio di lustri prima. Sei nell’anticamera di una nuova condizione. Le leggi della giungla per te non valgono più.

 

Alla fine – ed è passata un’altra eternità per bere il cappuccino e mangiarsi il cornetto – lui l’ha guardata. Non so se si stessero rivolgendo la parola anche prima, non l’ho notato, so solo che mi ha raggiunto questa frase: ti senti a disagio senza una scopa in mano, eh?

 

E’ passato un tempo infinito prima che vedessi le labbra di lei schiudersi in un sorriso, e poi dietro alla sua boccuccia da bambina, s’è messo a ridere anche lui. Una battuta. Allusiva di chissà quale gioco in codice che questi due si fanno magari da prima della III guerra di indipendenza. E’ stata una risata ipogea, perché per ridere di gola ci vuole una montagna di energia. Messa insieme tutta l’energia che restava a quei due, non avrebbe alimentato l’ombra di un sorriso. Cinonostante la loro anima aveva voglia di ridere – che Dio li benedica! – e delle energie residue se ne sbatteva altamente. L’hanno trovato il modo. Una specie di tossetta scatarrante che li ha sconquassati appena sotto la superficie della pelle, un tremolio delle spalle animato di elettricità statica, un gorgoglio estratto da chissà quale residua fonte alternativa di vitalità. Se proprio dovessi azzardare un’ipotesi scientifica, direi che la forza gli è venuta dall’unità. Dal fatto di essere insieme. Ancora. In quelle condizioni. Dopo tutto quel tempo e quel passato condiviso.

 

Magari a voi non sembra un episodio particolarmente rilevante, e forse non lo è. Ma se penso che sui giornali ci finiscono le guerre, le elezioni, o il matrimonio Briatore-Gregoraci, allora credo proprio sia arrivato il momento di affermare che il concetto di rilevanza deve subire una drastica, radicale revisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 
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Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio.

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