Creato da middlemarch_g il 24/01/2008
'Fallisci meglio' è il mio secondo nome
 

 

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Grandma

Post n°552 pubblicato il 25 Agosto 2009 da middlemarch_g
 

Mia nonna Marcella faceva una pastiera imperiale.

La pastiera è un dolce napoletano, e siccome lei era nata al Vomero, direi che quel talento da Dea della Pastiera dimostrava una sua inesorabile e logica coerenza. Per quel che riesco a ricordare questa era l’unica cosa in lei con una sua inesorabile e logica coerenza, perché per il resto era una donna piuttosto squinternata, e non necessariamente nel senso affettuoso del termine. Diciamo che non era una nonna di tipo tradizionale. Oltretutto io non ero la nipote che sognava di avere. E le due cose occasionalmente hanno partorito conflitti piuttosto deflagranti, anche perché non sono mai stata beneficiata da un animus da educanda propensa a stemperare il clima o ripiegare verso atti di pacifica mansuetudine per amore di carità. Io sono piuttosto il tipo che dà fuoco alle polveri. Specie quando avevo vent’anni, che insomma, per definizione, è un’età da Artificieri del Male. Oggi però l’ho rivalutata. In fondo riconosco che sapeva esercitare uno strano fascino maliardo da donna appassionata della vita, anche se quasi solo nelle sue varianti più prosaiche e mondane, e una propensione alla socialità che faceva di lei una persona capace di stare allegramente in compagnia. E poi romanzava la verità. Lo facciamo tutti d’accordo, ma mica tutti siamo capaci di vero talento. Lei si, lo sapeva fare. Si rigirava l’oggettività di certe storie come un Maître pâtissier con una crêpe, e alla fine si ritagliava addosso la versione che le si addiceva meglio secondo un suo personalissimo criterio di onestà che poi difendeva con le unghie e con i denti. Voi dite quello che vi pare, ma secondo me questa è una qualità essenziale se intendi scrivere una bella storia. Se non sei capace di imporre il peso della tua visione soggettiva, secondo me non sarai mai un vero incantatore. E poi la verità è sopravvalutata. Ammesso che esista.

Cucinava bene qualsiasi cosa - mi ricordo ancora di certe caponate! E il sugo al pomodoro che a me d‘abitudine fa schifo! Solo che il suo non era un sugo al pomodoro qualsiasi, era nettare e ambrosia, era quintessenza di sugo in quintessenza di pomodoro! - ma la pastiera le veniva via come un capolavoro di oreficeria gastronomica. Infatti quando si metteva all’opera ne preparava dieci o dodici in contemporanea. Lo faceva per l’intera famiglia, e aveva quattro figli, otto sorelle e centododicimila nipoti, per cui ci impiegava due giorni lavorando tutto a mano. Compresa la pastafrolla, ça va sans dire. Era un sacrificio, d’accordo, ma si poteva sopportare, tenuto conto che in omaggio alla tradizione veniva fatto una sola volta l‘anno, a Pasqua, e poi zero tituli fino all’anno successivo. Credo che sia una scelta obbligata dalla qualità della ricotta prodotta col latte delle mucche che mangiano l’erbetta novella. L’erba ha un sapore particolare, una specie di primizia, e il latte delle mucche ne risente positivamente. Per cui se vuoi fare una pastiera coi controcazzi hai quella finestra temporale ristrettissima di un paio di settimane, una breccia nello spaziotempo di cui devi sapere approfittare, altrimenti l’orizzonte ti si richiude a tenaglia e la tua pastiera non sarà più che un modesto succedaneo indegno di questo nome.

Non so se c’è una vera ragione per cui vi racconto questa microstoria familiare che, me ne rendo conto, non ha proprio le risonanze epiche del Cid Campeador, e non so bene nemmeno perché mi sia tornata in mente. Forse perché verso quelle pastiere ho un tremendo e doppio rimpianto. Il primo è che ne ho mangiate davvero poche, una quantità risibile se rapportata all’estensione biografica che io e mia nonna abbiamo condiviso, e questo per colpa di un’ambiguità epistemologica di cui ancora oggi non mi faccio una ragione, e che ha fatto sì che rifiutassi severamente di mangiare pastiere per anni. Credevo di schifare i canditi. Invece non era vero, li confondevo con l’uvetta per colpa del panettone, che li contiene entrambi, e io non sono mai stata il tipo da far caso a certi dettagli anatomo-gastronomici. Per me i pezzetti di roba infestante dentro al panettone erano tutti della stessa natura, e io sapevo solo che non ci volevo avere niente a che fare. Ci ho messo anni a capire che non erano la stessa cosa, e quando finalmente ho iniziato a comprendere l’entità saporosa di quello che mi ero persa, s’era fatto troppo tardi. La parabola terrena di mia nonna era in esaurimento. Visse abbastanza a lungo perché mi rendessi conto di cosa m'ero persa, ma se ne andò molto prima che potessi seriamente pensare di rifarmi.

E il secondo rimpianto è che fui l’unica nipote ad assistere al sacro rito della preparazione. La 48 ore delle pastiere in batteria. La ierogamia del grano cotto con la la ricotta in una superiore simbiosi di dolcezza. Non volevo che quel sapere andasse perduto, e non lo voleva neanche lei. Così presi appunti, poi trascrissi tutto religiosamente sul mio pc, lo plastificai, lo inserii nel mio quadernetto di ricette, e lo passai a mia cugina che mi chiese di poterne avere una copia. E in un momento e un luogo imprecisato fra casa sua e casa mia, la ricetta di perse. Oggi penso a mia nonna un po’ come a certe mummie egizie sepolte coi loro servi e i loro cavalli e tutto quello di cui potevano avere bisogno oltre l‘esistenza terrena. Mia nonna s’è portato il segreto della sua pastiera nella tomba. Ed è una delle cose che mi dispiace di più nella vita. Perché sono arrivata a un’età in cui comincio a comprendere il valore della sacralità che accompagna l’atto di onorare le proprie radici - nessuno sfugge al confronto con il suo Muladhara - e preparare una pastiera perfetta come sintesi ultima di un'intera catena generazionale che risaliva ai normanni, sarebbe stato un gran bel modo di farlo.

Se non altro, particolarmente adatto alla mia natura.

 
 
 
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