Mobbing.

Una lenta discesa all'inferno

 
 

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AL MIO EX COLLEGA EX AMICO



"Indubbiamente cattivo è colui che, abusando del proprio ruolo di potere e prestigio, commette ingiustizie e violenza a danno dei suoi simili; infinitamente più cattivo è colui che, pur sapendo dell’ingiustizia subita da un suo simile, tacendo, acconsente a che l’ingiustizia venga commessa." (Einstein, in A. Einstein/S. Freud – Perché la guerra – Ed. Boringhieri, 1981).
 

LA DEPRESSIONE DA MOBBING

"...una nausea continua mi bloccò ogni stimolo a mangiare, se non per rimettere dopo qualche minuto. Da quel momento subentrarono una serie di difficoltà fisiche e psicologiche, che improvvisamente sfociarono in un collasso..."

 
 

MOBBING E SUPERIORI

"..Non mi permisero di utilizzare né la mia scrivania né il mio computer. Unica priorità in prima mattina era definire il mio nuovo contratto "non contratto". Quel giorno ci fu formazione aziendale per i commerciali, ma a me non fu permesso assistervi se non dopo aver parlato col capo.."

 

INVITO ALLE DIMISSIONI

"Il 3 aprile del 2008, dopo avermi cambiato mansione più volte e sempre improvvisamente, mi vennero chieste volontarie dimissioni".

 

ESEMPIO DI LAVORO UMILIANTE

"...La mia postazione era una scarna scrivania con un computer, il cui schermo era un televisore vero e proprio: l'unico cimelio nell'ufficio. Stavo dietro una libreria, chiuso in un angolo davanti all'ingresso; l'unico vicino alla porta e quindi obbligato ad aprirla tutte le volte che suonavano il campanello..."

 

MOBBING:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

MOBBING

Il mobbing: un tipo di stress psicosociale in ambito lavorativo

Definizione

Dal punto di vista etimologico, il termine “mobbing”lo si può far risalire a:

  • termine latino "mobile vulgus", plebaglia tumultuante;
  • all'inglese "to mob": aggredire, accerchiare, assalire in massa. Tale termine è stato usato, agli inizi degli anni 70 dall'etologo Konrad Lorenz per descrivere il comportamento di alcuni animali che si coalizzano contro un membro del gruppo, lo attaccano, lo isolano, lo escludono dal gruppo, lo malmenano fino a portarlo anche alla morte.

Heinz Leymann, nel 1984, con la prima pubblicazione scientifica sull'argomento, introduce l'uso del termine MOBBING per indicare la particolare forma di vessazione esercitata nel contesto lavorativo, il cui fine consiste nell'estromissione reale o virtuale della vittima dal mondo del lavoro.
Leymann inizia ad utilizzare la parola MOBBING,  per indicare quella forma di "comunicazione ostile ed immorale diretta in maniera sistematica da uno o più individui (mobber o gruppo mobber) verso un altro individuo (mobbizzato) che si viene  a trovare in una posizione di mancata difesa".

In Italia si inizia a parlare di mobbing solo negli anni ‘90 grazie allo psicologo del lavoro Harald Ege, che raffigura il fenomeno come "una forma di terrore psicologico sul posto di lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte dei colleghi o superiori" attuati in modo ripetitivo e protratti nel tempo per un periodo di almeno 6 mesi. Ripetitività e durata sono dunque le 2 condizioni che devono essere presenti perché si possa affermare di trovarsi in presenza di mobbing.
In seguito a questi attacchi la vittima progressivamente precipita verso una condizione di estremo disagio che, progressivamente, si ripercuote negativamente sul suo equilibrio psico-fisico.


 

 

MOBBING:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

MOBBING: cosa non è.

  1. Non è una malattia, nè una patologia, nè un problema dell'individuo, ma una situazione, un problema dell'ambiente di lavoro, non è depressione, né ansia, né gastrite, né insonnia, né stress, ecc. ma è la spiegazione di questi disturbi;
  2. Non è un problema familiare, scolastico, ecc.; è un fenomeno proprio e tipico dell'ambiente di lavoro;
  3. Non è una molestia sessuale anche si in alcuni casi i due comportamenti si possono sovrapporre: il mobber può decidere di infastidire la sua vittima tentando di aggredirla a fatti o a parole (l'azione viene posta in essere non allo scopo di ottenere una prestazione sessuale bensì per umiliare, allontanare o creare danni) oppure in caso di approccio sessuale, se rifiutato, il molestatore si può trasformare in mobber allo scopo di punire la sua vittima del rifiuto.
  4. .Non è una singola azione contro un lavoratore di tipo occasionale, non è un conflitto diffuso (organizzazione di lavoro sostenuto, sovraccarico lavoro per tutti i lavoratori dell'azienda, tensione diffusa per cambiamenti radicali, privatizzazione dell'ente, fusione, ecc.);
 

MOBBING:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

Mobbing: che cosa è.

Il mobbing è una strategia, un attacco ripetuto e continuato, secondo alcuni, almeno una volta alla settimana per almeno sei mesi, diretto contro una persona o un gruppo di persone da parte del datore di lavoro, superiori o pari grado che agiscono con finalità persecutorie.

Sono state date varie definizioni:

  • “Violenza psicofisica e molestia morale sul luogo di lavoro … allo scopo di ledere la salute, la professionalità, la dignità della persona del lavoratore …  si esegue con svariate modalità, aggressive e vessatorie, verbali e non verbali, tese all’emarginazione ed all’isolamento, alla squalifica professionale ed umana, al demansionamento, allo svuotamento  delle mansioni e/o perdita del ruolo, con l’intento finale di bloccare la carriera e/o di eliminare la persona con conseguenze dannose sulla salute, sull’attività professionale, sulla vita privata e sociale, nonché un danno economico alla società ….”.
  • “… per mobbing si intendono atti e comportamenti discriminatori o vessatori protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di lavoratori dipendenti,pubblici o privati, da parte del datore di lavoro o da superiori ovvero da altri colleghi, e che si caratterizzano come una vera e propria forma di persecuzione psicologica e di violenza morale.”
 

MOBBING:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

Gli atti e i comportamenti possono consistere in:

  1. pressioni o molestie psicologiche;
  2. calunnie sistematiche;
  3. maltrattamenti verbali ed offese personali;
  4. minacce od atteggiamenti tendenti ad intimorire od avvilire, anche in forma indiretta;
  5. critiche immotivate ed atteggiamenti ostili;
  6. delegittimazione dell’immagine, anche di fronte a colleghi ed a soggetti estranei all’organizzazione;
  7. svuotamento delle mansioni;
  8. attribuzione di compiti esorbitanti od eccessivi, e comunque atti a provocare seri disagi in relazione alle condizioni fisiche e psicologiche dellavoratore;
  9. attribuzione di compiti dequalificanti in relazione al profilo professionale posseduto;
  10. impedimento sistematico ed immotivato a notizie ed informazioni utili all’attività lavorativa;
  11. marginalizzazione rispetto ad iniziative formative di riqualificazione e di aggiornamento professionale;
  12. esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo nei confronti del lavoratore, idonee a produrre danni o seri disagi;
  13. atti vessatori indirizzati alla sfera privata del lavoratore, consistenti in discriminazioni sessuali, di razza, di lingua e di religione.

 

 

MOBBIN:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

I parametri fondamentali individuati da Harald Ege per definire il  MOBBING

  • Ambiente di lavoro;
  • Frequenza delle azioni mobbizzanti: almeno una volta alla settimana
  • Durata: almeno sei mesi
  • Tipo di azione: le azioni subite devono appartenere ad almeno due delle cinque  categorie del "LIPT Ege", questionario di Mobbing elaborato da Leymann e modificato da Ege dove vengono individuate 45 azioni ostili suddivise in 5 categorie:

a) attacchi ai contatti umani e alla possibilità di comunicare;
b) isolamento sistematico;
c) cambiamenti delle mansioni lavorative;
d) attacchi alla reputazione;
e) violenza e minacce di violenza.

  • Dislivello psicologico fra gli antagonisti, il dislivello non viene inteso in senso gerarchico, ma nel senso che il mobbizzato non ha le stesse capacità didifendersi dell'aggressore.
  • Andamento in fasi successive e in progresso: Leymann elaborò un modello a 4 fasi, successivamente modificato da Ege alle esigenze italiane, in un modello a sei fasi:;

1° - conflitto mirato;
2° - inizio del mobbing;
3° - si individuano i primi sintomi psico-somatici;
4° - compaiono errori ed abusi;
5° - serio aggravamento della salute psico fisica della vittima;
6°- si verifica l'esclusione dal mondo del lavoro. E' l'esito ultimo che può prendere la forma di  un   licenziamento, autolicenziamento, pre-pensionamento, ma che può anche arrivare a condotte auto e eterolesive 
7.- Intento persecutorio

 

 

MOBBING:FONTE WWW.PSICOLOGIADELLAVORO.ORG

Distinguere tra paranoia ed ipervigilanza:


Innanzitutto è bene descrivere le differenze tra la persona paranoica e la persona mobbizzata. Tim Field è stato il primo a fare questa distinzione e a distinguere tra danno psichico e instabilità mentale nell’ambito del mobbing. Per Field la paranoia è duratura, l’ipervigilanza tende a diminuire gradualmente o addirittura a scomparire in mancanza delle cause che l’hanno prodotta. Il paranoico non ammette di essere paranoico, mentre invece la persona mobbizzata molto spesso esprime il timore di essere paranoica. La persona paranoica ha deliri di grandezza e le frustrazioni possono indurre ad un aggravamento della situazione, mentre la persona mobbizzata ha uno scarso livello di autostima. Il mobbizzato soffre di continui sensi di colpa e di vulnerabilità, prova sensazioni di vergogna e di inadeguatezza, invece il paranoico non ha questi sintomi. Infine la persona paranoica spesso sostiene che il persecutore è sconosciuto, il mobbizzato invece spesso non è consapevole di essere stato perseguitato. Comunque per non incorrere in errori (falsi positivi e falsi negativi) è necessario oltre alla somministrazione di un questionario standardizzato sul mobbing anche un colloquio clinico e/o la
somministrazione di test proiettivi di personalità come il test di Rorschach e/o il TAT(Thematic Apperception Test di Murray), oppure di inventari standardizzati come il MMPI di Hataway e McKinley, il Big Five Factors di Mc Crae e Costa, il 16 PF(Personality Factors) di Cattell, l’Eysenk Personality Inventory appunto di Eysenk.

 

 

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Mobbing. Una lenta discesa all'Inferno. (1)

Post n°4 pubblicato il 08 Maggio 2009 da aguaplano_ss
 
Foto di aguaplano_ss


Una lenta discesa all'Inferno. (1)

Quando la salute ti fa perdere il lavoro, e il lavoro ti distrugge la salute

UN INIZIO PROMETTENTE
Iniziai a lavorare per ... srl nel giugno del 2006. Provenivo da un'esperienza annuale in un altro noto call center di Milano, il che mi permise di poter essere assunto sulla parola, dopo un  breve colloquio dove mi si offrì uno stipendio fisso accompagnato da provvigioni di sicuro interesse. Assunto come Teleseller, quasi subito dimostrai le mie doti di abile venditore, confermando al nuovo titolare ciò che alcuni conoscenti gli avevano fatto presente sul mio conto.
Nel giro di qualche mese, io e altri colleghi, arrivati con me dalla stessa azienda, moltiplicammo le vendite, incrementando così il fatturato aziendale.
A dicembre 2006, il nuovo titolare propose un progetto interessante ai primi 3 venditori dell'azienda. Tra questi c'ero io.

TANTI SACRIFICI PER UN OBIETTIVO: L'ASSUNZIONE
Il progetto aveva la durata di 7 mesi, durante i quali avremo dovuto avere come unico obiettivo l'aumento delle vendite e la crescita dell'azienda. Noi tre, da quel momento, saremmo stati non solo membri del gruppo dirigenziale, ma veri manager, responsabili ciascuno di una propria area.
A me fu affidata l'intera area delle vendite interne e del call center.
Il nostro unico e vero obiettivo era comunque l'assunzione a tempo indeterminato, con la possibilità di guadagnare direttamente dai pezzi venduti dalle varie strutture.
I mesi passavano e le vendite aumentavano sempre più, quasi raddoppiando il fatturato mese per mese. Dopo sette lunghi mesi di sacrifici, orari infernali e interminabili serate nel piccolo ufficio, arrivammo alla tanto aspirata assunzione.
Il 21 settembre ricevetti la lettera d'impegno assunzione con la mansione di "Supporto Organizzativo Reparto Vendite Terzo Livello", per 1446,88 € suddivisi in 14 mensilità.
Il 1 ottobre 2006 fui assunto.

APPENA ASSUNTO, GIÀ MI TAGLIANO LO STIPENDIO
Poco prima, però, il nostro titolare era arrivato a un punto di rottura col partner principale e tutto era cambiato. La struttura aziendale non aveva più bisogno del call center, ma puntava sulla rete commerciale esterna. L'azienda si trasferì; nello stabile vicino, dieci volte più grande del primo, e lì iniziarono i primi problemi.
Improvvisamente si mise in discussione tutto il mio operato. Da quel momento, il mio stipendio subì un drastico taglio: mi trovai solo con il fisso promesso e non più con la parte variabile costituita da provvigioni. Iniziò una sempre più pesante pressione psicologica, fatta di piccoli ma quotidiani rimproveri su cose apparentemente di poca importanza, con l'unico effetto di abbattermi irrimediabilmente portandomi ad una crescente crisi emotiva.

CHIEDO IL GIUSTO, PERDO LE MIE MANSIONI
Il mio ruolo REALE divenne Assistente alle vendite e Trainer, mi occupavo cioè della formazione sul campo. Dopo un mese circa, anche se svolgevo quel ruolo nel migliore dei modi (ottenendo ottimi risultati di vendite dagli impiegati formati da me, ma soprattutto personali), dopo la mia richiesta della parte di stipendio mancante mi vennero tolte quelle mansioni.
La motivazione ufficiale fu che il mio ruolo rischiava di compromettere il rapporto tra i venditori e il responsabile (il mio collega). Motivazioni che rifiutai categoricamente e non riuscii a capire.
In quel momento ero l'unica figura aziendale che conosceva alla perfezione i molteplici piani tariffari del nuovo partner commerciale; per questo, pian piano ero diventato il punto di riferimento delle risorse commerciali, cogliendo per primo le loro difficoltà, alleviando i primi malumori nei confronti di un'azienda sempre più esigente, guadagnandomi quella leadership e rispetto più del loro capo.
Mi si richiese personalmente di fare un passo indietro, e io lo feci, promettendo di stare più attento a non ledere il ruolo dirigenziale del mio collega, per la mia naturale predisposizione ad essere amichevolmente disponibile con il prossimo.

VENGO "PROCESSATO", MA NON POSSO "DIFENDERMI"
Nel dicembre del 2007, un incontro tra me e i miei "due" responsabili sfociò in una messa in accusa della mia persona. Come in un severo tribunale d'altri tempi, mi si lamentava una mancanza di proposte.
Provavo a ribattere, ma non mi si permetteva di replicare, poiché ogni mia parola veniva sarcasticamente interrotta da obiezioni varie che portavano il discorso su altri binari e li si ricominciava. Addirittura fu citata la mia cadenza sarda, le cui inflessioni impedivano, a detta loro, la facile comprensione dei miei ragionamenti. Pensai: "siamo alla follia".
precisando che mai per nessun cliente questa caratteristica dialettale fosse stato un problema. Insieme alla mia incredulità, lentamente prendeva corpo un'insicurezza verbale ed emotiva che mi portava a rendere più evidente e palpabile la mia rabbia.
Dopo ore di duri contrasti, la richiesta più stravagante mi venne fatta con questa premessa:
"Poiché il tuo stipendio pesa all'azienda 35 mila euro annui, ti chiedo di restituirmeli in fatturato,  dando il buon esempio ai venditori cioè vendendo più di loro".
"Bella idea", dissi, "ma riprendiamo in considerazione le provvigioni promesse, e sopratutto la possibilità di utilizzare, come tutti gli agenti, gli appuntamenti creati dal telemarketing".

QUANDO I NUMERI DIVENTANO... UN'OPINIONE
L'ufficializzazione di quelle richieste fu la presentazione del mio forecast mensile.
Numeri evidentemente buttati giù senza criterio, quantità di pezzi giornalieri talmente folli che i venditori di allora tutti insieme non raggiungevano settimanalmente. Da quel momento in poi iniziai a riconsiderare e mettere in dubbio, oltre che la stabilità mentale del mio capo, anche la mia certezza lavorativa; quei discorsi altro non furono che la giustificazione da parte del titolare per non dovermi retribuire come quanto inizialmente promesso.
In realtà di quegli appuntamenti avevo usufruito per qualche settimana e la mia ingenuità - e forse la voglia, per l'ennesima volta, di dimostrare le mie capacità - non mi aveva permesso di prendere in considerazione quel segnale negativo.

TRATTATO COME UN PACCO, POI DEMANSIONATO
In quelle settimane fui letteralmente spedito da una parte all'altra dell'hinterland milanese senza mezzo di trasporto, senza rimborsi e senza alcun supporto. Arrivai ad andare, oltre che nelle sperdute periferie milanesi, poco servite da mezzi pubblici, addirittura più volte nelle città vicine, in treno. Rientravo in ufficio a notte quasi fatta. Per la mia vita sociale e privata non avevo più tempo. Iniziai a lamentarmi, con l'unico effetto di un ennesimo demansionamento del mio lavoro.
Rientrato dalle ferie natalizie (ferie non permesse in toto come da me richieste), iniziai la mia nuova e sempre improvvisa mansione. I nuovi commerciali non mi si presentavano più. Senza mai avermelo ufficializzato, di fatto non facevo più parte del direttivo aziendale, senza alcuna spiegazione.

UN "GRUPPO" DI LAVORO CON UN SOLO MEMBRO: IO
Il mio nuovo incarico consisteva nel contattare clienti al telefono, come agli albori della mia esperienza lavorativa milanese. Un evidente e ormai ufficializzato demansionamento, tanto umiliante da compromettere ancora di più la mia salute.
Quella mente ormai lucidamente perfida del mio titolare aveva ideato una nuova trappola.
Aveva creato un nuovo progetto: un gruppo di lavoro composto da tutti i componenti effettivi dell'azienda: il back office tutto, lui stesso, il responsabile commerciale ed io, per un totale di 6 elementi. Ovviamente, cosa che mi aspettavo, mi resi conto subito che quel numeroso gruppo di lavoro in realtà non esisteva: ero l'unico a dedicare l'intera giornata a quel progetto.
Il primo mese, il 90% delle vendite furono le mie. Lo feci notare in varie occasioni, per cui nei breafing di gruppo gli unici rimproveri e insoddisfazioni sulle vendite le subivo personalmente, insieme al solito triste promemoria dei miei costi annuali.

DAGLI INCUBI A UNA REALTÀ DA INCUBO
Tutto ciò, oltre a non farmi dormire la notte, iniziava a crearmi qualche difficoltà nel relazionarmi con il mio titolare in primis, ma anche con il resto dei colleghi.
Di notte, quando riuscivo a prendere sonno, mi vedevo da solo al centro di una grande stanza circondata da pareti di vetro; i colleghi che vedevo passare al di là mi guardavano: alcuni ridevano di me; altri, quelli a me più vicini, mi osservavano con evidente compassione. Quando mi svegliavo di soprassalto, era già ora di prepararmi per andare a lavoro.
La realtà era molto più triste di quel sogno ricorrente.
La mia postazione era una scarna scrivania con un computer, il cui schermo era un televisore vero e proprio: l'unico cimelio nell'ufficio. Stavo dietro una libreria, chiuso in un angolo davanti all'ingresso; l'unico vicino alla porta e quindi obbligato ad aprirla tutte le volte che suonavano il campanello. Anche questa mansione, però, inaspettata era arrivata al suo termine.

TROVO IL CORAGGIO DI PROTESTARE, MA...
Una mattina, appena rientrato da una pausa-sigaretta, vidi nella mia mail aziendale un sarcastico  messaggio da parte del titolare, inviato a tutto l'ufficio, in cui rendeva tutti partecipi della prematura morte del mio gruppo di lavoro, motivandolo con un negativo primato di vendite, ed altrettanto sarcasticamente invitando lo staff a prendere coscienza del fallimento totale dell'iniziativa.
In quel momento,  per la prima volta, non ci vidi più dalla rabbia e dopo qualche minuto di esitazione mi diressi nel suo ufficio. Chiesi spiegazioni, ma lui, con una sottile accenno di sorriso, mi rispose che la mail le spiegazioni le dava tutte, che era meravigliato dalla mia reazione e che non vedeva motivo alcuno per prendermela personalmente.
Cercai di spiegare quanto quella "constatazione di morte" del progetto mi avesse profondamente turbato, ricordando che fin dall'inizio, come tutti sapevano, e come sempre recriminavo, quei numeri erano i miei, che per questo motivo avrei preferito essere chiamato in ufficio e magari discutere insieme sui termini della cessazione di quel progetto, facendo presente che anche io ero d'accordo, visto il poco contributo da parte dello staff alla produzione.
Lui si alzò in piedi, il volto violaceo, e iniziò a sbraitarmi addosso tutta la sua incredulità per la mia presa di posizione. Stetti male, mi venne un attacco d'asma; accortosi dell'affanno, infierì maggiormente. Disse che era preoccupato per la mia reazione, non per la mia salute ma per la mia agitazione e quindi, secondo lui, la mia "reazione istintivamente violenta nei suoi confronti". (successivamente me lo rinfacciò più volte davanti ai miei colleghi).
Mi venne un attacco di pianto improvviso e incontrollabile, in piedi davanti alla sua scrivania: mi sentivo fragile e impotente. Lui si sedette e chinò la testa verso le sue scartoffie, invitandomi ad uscire fuori e prendere un po' d'aria.

DIMISSIONI "VOLONTARIE" CHE NON VORREI PROPRIO DARE
Il 3 aprile del 2008, dopo avermi cambiato mansione più volte e sempre improvvisamente, mi vennero chieste "volontarie" dimissioni. Le motivazioni erano varie e confuse, in primis "per cessare le continue pressioni psicologiche nei miei confronti", ammettendo di aver esagerato nel pretendere mensilmente obiettivi più alti rispetto ai venditori. Altri motivi erano una sorta di riordino aziendale (in quel momento, a detta del titolare, uno stipendio a tempo indeterminato era un peso insostenibile per le casse dell'azienda) e la necessità di un venditore esperto, vista la difficoltà nel reperirne dei nuovi.
In quel momento mi crollò il mondo addosso. Tutti i miei progetti si spensero in un incontro di 5 minuti col Capo, in cui, dopo la richiesta, mi fu consegnato un normale mandato di agenzia da firmare seduta stante: un contratto di sole provvigioni senza tutte le tutele e la sicurezza economica che fino a quel momento pensavo di avere.
La mia assunzione era arrivata dopo un anno di sacrifici, con una media di lavoro giornaliero di 12/13 ore senza alcun compenso aggiuntivo, una conquista alla quale in nessun modo avrei voluto rinunciare. Pretesi, in lacrime, di poterci pensare per qualche giorno, almeno per leggere il nuovo contratto e solo dopo molta insistenza mi fu accordato.

IL COLLASSO... NON SOLO METAFORICAMENTE
Nonostante quell'assurda situazione, continuai a lavorare, cercando invano di non pensarci almeno in ufficio. Ciò comportò un carico di stress e ansia, seguito da atteggiamenti emotivi che riuscii a gestire con varie difficoltà nei rapporti interpersonali e lavorativi e che mi impedirono per settimane di dormire; inoltre, cosa che mi preoccupò ancor di più, una nausea continua mi bloccò ogni stimolo a mangiare, se non per rimettere dopo qualche minuto. Da quel momento subentrarono una serie di difficoltà fisiche e psicologiche, che improvvisamente sfociarono in un collasso. Quel giorno, mentre mi dirigevo da un cliente, persi i sensi per strada. Dopo aver passato l'intera giornata in ospedale e aver eseguito tutti gli esami di routine mi dimisero con una prognosi di severo riposo, confermata anche dal mio medico con una settimana di malattia. Avvisato il mio capo dopo essere uscito dall'ospedale, questi esordi con la richiesta di vederci in ufficio per concludere il nostro discorso interrotto (le dimissioni). Mi rifiutai categoricamente e senza dare molte spiegazioni chiusi il telefono.

IN UFFICIO, SENZA SCRIVANIA NÈ PC
Rientrato in ufficio, la settimana seguente fui accolto dal mio capo e dal mio responsabile molto freddamente, come se quella settimana fosse stata un furto da parte mia nei confronti delle casse aziendali e non un diritto sancito dal mio contratto. Non mi permisero di utilizzare né la mia scrivania né il mio computer. Unica priorità in prima mattina era definire il mio nuovo contratto "non contratto". Quel giorno ci fu formazione aziendale per i commerciali, ma a me non fu permesso assistervi se non dopo aver parlato col capo. Ero tremendamente impaurito, pensavo quello fosse il mio ultimo giorno di lavoro. Comunque, mi fu fatta la stessa richiesta di dimissioni volontarie e anche quella volta la risposta da parte mia fu un no. Avevo ancora bisogno di tempo. Il capo allora mi propose di andare a casa e pensarci tutto il giorno per poi l'indomani dare una risposta definitiva. Uscii dall'ufficio e mi diressi dritto alla sede del sindacato. Avevo bisogno di informazioni e forse di altro. Lì mi diedero il consiglio di fare causa e andare in malattia, anche perché, secondo la psicologa, avevo bisogno di tranquillità e anche di qualche seduta..............continua

 
 
 
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Un blog di: aguaplano_ss
Data di creazione: 26/04/2009
 

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MERAVIGLIOSO-NEGRAMARO

È vero
credetemi è accaduto
di notte su di un ponte
guardando l'acqua scura
con la dannata voglia
di fare un tuffo giù uh
D'un tratto
qualcuno alle mie spalle
forse un angelo
vestito da passante
mi portò via dicendomi
Così ih:
Meraviglioso
ma come non ti accorgi
di quanto il mondo sia
meraviglioso
Meraviglioso
perfino il tuo dolore
potrà guarire poi
meraviglioso
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
Meraviglioso
il bene di una donna
che ama solo te
meraviglioso
La luce di un mattino
l'abbraccio di un amico
il viso di un bambino
meraviglioso
meraviglioso...
ah!...
(vocalizzato)
Ma guarda intorno a te
che doni ti hanno fatto:
ti hanno inventato
il mare eh!
Tu dici non ho niente
Ti sembra niente il sole!
La vita
l'amore
meraviglioso
(vocalizzato)
La notte era finita
e ti sentivo ancora
Sapore della vita
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso
Meraviglioso

 

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IL GIORNO DI DOLORE CHE UNO HA. (LIGABUE)

ligabue

Quando tutte le parole sai che non ti servon più
quando sudi il tuo coraggio per non startene laggiù
quando tiri in mezzo Dio o il destino o chissà che
che nessuno se lo spiega perché sia successo a te
quando tira un pò di vento che ci si rialza un pò
e la vita è un pò più forte del tuo dirle "grazie no"
quando sembra tutto fermo la tua ruota girerà.

Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu...

Quando indietro non si torna quando l'hai capito che
che la vita non è giusta come la vorresti te
quando farsi una ragione vora dire vivere
te l'han detto tutti quanti che per loro è facile
quando batte un pò di sole dove ci contavi un pò
e la vita è un pò più forte del tuo dirle "ancora no"
quando la ferita brucia la tua pelle si farà.

Sopra il giorno di dolore che uno ha.
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu...

Quando il cuore senza un pezzo il suo ritmo prenderà
quando l'aria che fa il giro i tuoi polmoni beccherà
quando questa merda intorno sempre merda resterà
riconoscerai l'odore perché questa è la realtà
quando la tua sveglia suona e tu ti chiederai che or'è
che la vita è sempre forte molto più che facile
quando sposti appena il piede lì il tuo tempo crescerà

Soprail giorno di dolore che uno ha
Tu tu tu tu tu tu tu tu tu...

 

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