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Antonioni: il disagio implacabile della cinepresa

Post n°301 pubblicato il 12 Dicembre 2012 da cinemagora
 
Foto di cinemagora

Il 34° Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano dell'Avana omaggia MICHELANGELO ANTONIONI nel centenario della sua nascita.

Quando Michelangelo Antonioni  debuttò nel lungometraggio con "Cronaca di un amore"(1950),  riuscì a consolidare il neorealismo italiano come movimento estetico. Film come "Ossessione" (1942) di Luchino Visconti, "Roma, città aperta (1945) e "Paisà" (1946), entrambi di Roberto Rossellini, "Ladri di biciclette "(1948) di Vittorio De Sica, per citarne solo alcuni, resero visibile il corpus audiovisivo che  se ne parlò tanto  durante quegli anni.

I primi film di Antonioni non imposero questa etichetta innovativa, ma   negli anni '60,  ne fecero un riferimento imprescindibile della cultura del XX° secolo.
Eppure, film come "La signora senza camelie" (1953), "Le amiche" (1955), e "Il grido" (1957), lo presentarono come un creatore inquietante, qualcuno che ricerca uno stile proprio in mezzo a un contesto in cui l'approccio neorealista aveva cominciato a seguire questa formula.

Antonioni è stato, insieme a Federico Fellini, il regista italiano che ha contribuito maggiormente a rinnovare il tocco cinematografico del suo paese. Non si trattava solo di controllare lo scenario sociale  pubblico, ma di indagare nell'intimità dei suoi personaggi   (e non meno devastati nell'aspetto fisico) che vivevano  i membri della borghesia del tempo. D'altra parte, l'universo femminile è un mistero affascinante per Antonioni. In "Le amiche", per esempio, Antonioni con l'aiuto aiuto delle scrittrici  Suso Cecchi D'Amico e  Alba de Céspedes di Cuba (nipote di Carlos Manuel de Céspedes), in modo da formare uno script in cui, secondo le parole di Guillermo Cabrera Infante, "il mondo della donna è stato visto con un occhio maschile, ma con una empatia totale ".
Ma è con la tetralogia che rendono "L'avventura"  (1960), "La Notte" (1961),  "L'Eclissi"  (1962) e "Deserto rosso" (1964), che Antonioni riesce a imporre il suo  stile particolare, perché fondamentalmente,  non solo vuole denunciare  un disagio sociale, ma a sua volta vuole esercitare una critica abbastanza schiacciante al modello egemonico  per quel priodo.
Per alcuni, i film di Antonioni si sviluppano con molta enfasi in quello che potrebbe essere chiamato "l'estetica della delusione." Il fatto che il regista prescinda dalla abituale apologia dell'entusiasmo, e invece si appella all' antiemotivo sguardo glaciale, contribuisce a rafforzare tale percezione. Tuttavia, si deve pensare di Antonioni come un  grande artista che ancora attira la nostra attenzione verso l'invisibile trama dell'essere sociale.
La sua cupa osservazione  dei nostri modi di tutti i giorni di mancanza di comunicazione, ha finito per trasformarlo in una sorta di profeta. Non è forse questa epoca di mezzi di comunicazione che gli esseri umani non comunicano? Come il fotografo di "Blow-Up" (1966) scopre una realtà invisibile alla sguardo più comune, Antonioni continua a spogliare  implacabile  questi paesaggi interiori in cui viviamo e non possiamo vedere chiaramente.

A cura di Cinemagora

 
 
 
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