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« LA RAGAZZA DI TRIESTE - ...ZEN E ZAZEN »

IL VIOLINO DI ROTSCHILD di Anton Cechov

Post n°36 pubblicato il 25 Agosto 2013 da paolafarah

Secondo me non è mai il momento sbagliato per leggere Cechov, e i suoi racconti sono talmente tanti da poterne leggere uno per volta come intermezzo fra un romanzo e l’altro o ... nell' indecisione fra un romanzo e l'altro. Ho preso quest' abitudine e mi piace. Ho la raccolta sul comodino.

Ieri è stata la volta de “Il violino di Rotschild”, un racconto dal sapore amaro in crescendo che narra di un costruttore di bare nonché violinista e, soprattutto, delle sue “perdite”, quelle che annota ogni giorno sul relativo quaderno.

Dal suo punto di vista, ovviamente, sono “perdite” le persone che non muoiono e quelle, troppe, che vanno a morire in città.

Anche la costruzione della bara su misura per la moglie viene annotata come perdita: due rubli e 40 copechi.

Ma il racconto si avvolge di un’amarezza totale quando, ormai malato, Jakov si rende conto in un lampo di lucidità che dalla sua morte non avrebbe avuto altro che vantaggio:

non bisognava più né mangiare né bere, né pagare le tasse, né offendere la gente e… poiché l’uomo giace nella sua piccola fossa per migliaia e migliaia di anni,… se si fosse fatto il conto, ne sarebbe risultato un vantaggio enorme …

Dalla vita viene all’uomo la perdita, dalla morte l’utile.

Che dire? Un racconto che parla fin troppo chiaro, senza bisogno di commenti.

Un estratto:

L'ispettore di polizia era stato malato due anni ed era deperito e Jakov aveva impazientemente aspettato che morisse, ma quello se ne era andato in città a curarsi ed era morto lì. Ecco un'altra perdita, per lo meno di dieci rubli, perché la bara sarebbe stata di prezzo, con broccato.

Il pensiero delle perdite travagliava Jakov specialmente la notte; egli si metteva accanto sul letto il violino, e quando gli passavano per la testa sciocchezze d'ogni sorta, toccava le corde, il violino dava un suono nell'oscurità, ed egli si sentiva meglio.
Il sei maggio dell'anno scorso, all'improvviso, si ammalò Marfa. La vecchia respirava pesantemente, beveva molta acqua e barcollava, ma ciò nonostante alla mattina accese la stufa lei stessa e andò perfino ad attinger l'acqua. Verso sera si coricò.
Jakov sonò il violino durante tutta la giornata; quando fu buio del tutto, prese il taccuino, nel quale segnava le perdite giorno per giorno e, per ammazzar la noia, si mise a fare la somma di tutto l'anno. Ne risultò più di mille rubli. Questo lo scosse a tal punto che sbatté il pallottoliere in terra e si mise a calpestarlo. Poi lo raccattò e di nuovo a lungo lo fece schioccare sospirando profondamente e con sforzo.
Aveva il viso paonazzo e bagnato di sudore. Pensava che, se questi maledetti mille rubli fossero stati messi in banca, avrebbero dato come interesse non meno di quaranta rubli. Anche questi quaranta rubli erano una perdita.
In una parola da qualunque parte si voltasse soltanto perdite e più nulla.

 
 
 
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