Creato da carlopicone1960 il 13/01/2008

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Il programma del Carroccio

Post n°500 pubblicato il 19 Maggio 2019 da carlopicone1960
 
Foto di carlopicone1960

E poi ti ritrovi a leggere sulle pagine locali del "Mattino", un articolo che parlava dell'ultima manifestazione elettorale del Carroccio avellinese, svoltasi nella sede di Casapound, "alleata di ferro" della candidata sindaca leghista, Biancamaria D'Agostino. L'accurato reportage evidenziava la presenza nel capoluogo di uno dei leader romani della formazione di estrema destra, Luca Marsella, consigliere municipale nella capitale. Arrivato anche lui a supportare l'avvocata, recentemente fulminata sulla via di Damasco dal verbo salviniano. 
Ma il pezzo forte dell'articolo sono state le dichiarazioni di Giuliano Bello, candidato nella lista della Lega insieme a qualche altro camerata, e quelle della stessa aspirante prima cittadina. Nessun "prima gli avellinesi", per mancanza di altre etnie che vengono a toglierci il pane ed il lavoro, data la povertà imperante. Nessun pogrom annunciato nei confronti delle badanti ucraine né delle domestiche rumene, ma soltanto una sovrapposizione di punti del programma, in vista dell'appuntamento con le urne. 
Così si è scoperto, leggendo le parole del duo Bello-D'Agostino, che la salviniana dell'ultim'ora ha importato nel suo programma i dieci punti indicati da Bello nella scorsa campagna elettorale, quando correva per la poltrona di sindaco, racimolando pure circa settecento voti. E si può dire che il programma elettorale di Casapound costituisca il corpo delle proposte per la città della donna di legge D'Agostino. All'insegna dell'"ordine e disciplina" salviniano, coniugato secondo le esigenze di sicurezza, ripristino degli spazi urbani e soccorso pauperistico al disagio dei cittadini più sfortunati. 
Quasi fossero un'unica cosa, il Carroccio e la Tartaruga, hanno pertanto sancito un'alleanza che qui ad Avellino ha il significato di un'unione vera e propria, priva di infingimenti o problemi ideologici. Visto che, per la lista di D'Agostino, forte soprattutto in ambienti giudiziari, di ideologie non se parla proprio. Ad eccezione di qualche nostalgico del Ventennio, ex forzisti o un professore seguace di Julius Evola. E questa è solo una delle manifestazioni della nuova destra avellinese.

 

 
 
 

I Giornali non dicono

Post n°499 pubblicato il 18 Maggio 2019 da carlopicone1960
 
Foto di carlopicone1960

Dopo aver assistito allo show dei pentastellati in Piazzetta "Biagio Agnes" ad Avellino, dove, accolta come una star, è venuta la ministra del Sud, Barbara Lezzi, a sostenere il candidato sindaco Ferdinando Picariello, ci saremmo aspettati nelle cronache del quotidiano più letto in città almeno una nota sulla scarsa affluenza di pubblico, che ha caratterizzato oggettivamente l'evento. 
Non è da poco, infatti, che una forza politica impegnata nelle prossime amministrative si avvalga di membri del governo nazionale, chiamati a rotazione a dar manforte nella difficile campagna elettorale 2019. Così, mentre la ministra alla Salute, Grillo annuncia il suo ritorno in Irpinia, dove, prima della Lezzi, si è fatto vedere il titolare del dicastero della Cultura, Bonisoli, sarà Luigi Di Maio, avellinese solo di nascita e per l'attuale compagna, a chiudere l'andirivieni di "grillini" al potere, proprio in concomitanza dei festeggiamenti di Santa Rita, quella dei casi impossibili. In un autentico spiegamento di "pezzi da novanta", decisi a riportare il comune di Avellino sotto le bandiere del M5S. Con spirito di rivalsa, dopo aver perso, a causa del solito Pd, il titolo di primo capoluogo del Meridione a guida pentastellata. 
C'è però l'impressione che il Movimento continui ad essere visto da queste parti come un partito di extraterrestri, un po' strambi e visionari al pari dei terrapiattisti, del resto quasi legittimati ultimamente dall'ideologo Di Battista. Solo così si spiega il numero limitato di persone accorse ad assistere al comizio elettorale dell'altra sera. Nonostante la cospicua presenza di forze dell'ordine, con tanto di cane a bonificare la zona intorno al palco. Malgrado le facce dei candidati proiettate, in loop, alle spalle del giornalista-vocalist presentatore del piccolo festival a Cinque Stelle. C'erano, infatti, solo i loro familiari e qualche amico del cuore: uno scenario alquanto deludente per la trafelata ministra ospite d'onore. Insieme a lei, sul palco, lo stato maggiore del M5S quasi al completo: gli onorevoli Maria Pallini e Michele Gubitosa; il sottosegretario all'Interno Carlo Sibilia e l'aspirante fascia tricolore, Picariello, benedetti dall'ex sindaco per 5 mesi, Vincenzo Ciampi, in prima fila confuso nella claque. Con il gran finale affidato alla bionda esponente dell'esecutivo giallo-verde, salentina, per la prima volta nella sua vita ad Avellino. Molte ripetizioni e diverse dimenticanze nei discorsi ascoltati. Lo slogan da Casaleggio Associati "Continuare x Cambiare", con all'interno un ossimoro; le consuete litanie anti-Pd, la professione di fede neutra, né di destra né di sinistra, per poi dedicarsi unicamente agli attacchi alla sinistra, in nome dell'"Onestà". E poi, promesse ed insindacabili certezze: si riprenderanno il Palazzo municipale, da cui sono stati ingiustamente cacciati. 
In verità, le argomentazioni degli onorevoli irpini, specie di Gubitosa, e dello stesso candidato sindaco Picariello, che ha recitato quasi integralmente il contenuto dell'opuscolo stampato in questi giorni per fare propaganda, hanno omesso il dato più importante: al primo turno delle scorse elezioni i 5S avevano preso solo il 20%, non la maggioranza relativa dei voti degli avellinesi; mentre le liste del Pd, in appoggio a Nello Pizza, si erano fermate al 40% (il doppio). Mentre il clamoroso successo di Ciampi al ballottaggio era da ascrivere esclusivamente alla faida interna ai dem e al "dispetto" ai danni di De Mita e Mancino da parte dell'elettorato. 
Da un anno a questa parte nulla ci sembra mutato, a livello locale. Sebbene l'onorevole-imprenditore si sia profuso in un'ardua spiegazione della caduta di sindaco dei 5 mesi, richiamando calcoli statistici e qualche logaritmo di troppo, tanto da risultare incomprensibile, a parte la divisione del 50% in due pezzi da 25... 
Barbara Lezzi, quella che in tv dichiarava che la mini-ripresa economica del governo Gentiloni era dovuta alla calura estiva e all'uso diffuso di condizionatori e frigoriferi; quella che all'Ilva di Taranto ancora aspettano, è stata preceduta anche dalle vibranti dichiarazioni del plenipotenziario locale, Carlo Sibilia. Ancora lontano però dall'acquisire il carisma necessario. 
A questo punto, si aspettavano toni e argomenti differenti dalla ministra del Sud. Lei ha provato a chiarire il senso del suo mandato governativo, ricordando ai più, che tuttora le ignorano, le iniziative compiute in favore del Mezzogiorno, ma anche Lezzi, piuttosto di essere propositiva e concreta, al di là dell'esaltazione del reddito di cittadinanza o del "fantomatico" bacino industriale avellinese, si è dedicata pressoché interamente a fare da contrappunto polemico alla politica del Pd, al quale ha consigliato pure di cambiare nome. 
Un quarto d'ora di spettacolo che non rimpiangeremo più di tanto, da queste parti.

 

 
 
 

Semplici coincidenze

Post n°498 pubblicato il 12 Maggio 2019 da carlopicone1960
 
Foto di carlopicone1960

Franco Freda, detto “Giorgio”, è un signore di 78 anni. Di origini irpine, anche se nato a Padova, ha deciso di trasferirsi da qualche anno ad Avellino, dove ci sono ancora i suoi parenti. Così, ha preso casa nella centralissima Piazza Libertà. Qui ha affittato la mansarda del settecentesco Palazzo Testa, ex Filippo de Concilij, che è diventata la sede delle sue Edizioni di Ar, casa editrice e centro di diffusione dei suoi libri in catalogo, rigorosamente on line, fondata nel 1963 in quel di Padova. Fin qui, niente di male. 

Ma se ci si sofferma un po’ sul suo nome e sulla sua attività editoriale, come, qualche tempo fa, fecero le più importanti testate nazionali e qualche voce isolata a livello locale, si ripiomba nelle atmosfere lugubri dell’estremismo di destra italiano, quello implicato nella tragica strage di Piazza Fontana del 1969 a Milano, che causò 17 morti e 88 feriti. “La madre di tutte le stragi”, che insanguinarono il nostro Paese negli anni del terrorismo. L’orrendo crimine, consumato alla Banca nazionale dell’Agricoltura, vide inizialmente   accusato proprio Freda insieme all’altro camerata, Giovanni Ventura, poi deceduto in Argentina, con altri esponenti del neofascismo di allora. 

Al termine di un interminabile iter processuale, però, il Tribunale di Catanzaro prima condannò l’ideologo veneto all’ergastolo, per poi dichiararlo, con sentenza della Cassazione, “non responsabile” della strage di Piazza Fontana. Franco Freda, a quel tempo difeso dall’avvocato Taormina, non riuscì però a sottrarsi alla pena in via definitiva di 15 anni di carcere per associazione sovversiva, inflittagli nel 1982. Scontata la condanna, il fine intellettuale neonazista, razzista e antisemita, ha scelto la tranquilla Avellino come suo “buen retiro”, dove passare una comunque attiva vecchiaia, fatta di intensa attività editoriale e cura maniacale della libreria di Ar, il radicale da cui prende nome la piccola azienda a conduzione domestica impiantata a Piazza Libertà, in uno dei palazzi più belli del capoluogo irpino. 

Il lungo catalogo delle sue Edizioni, consultabile sul sito web, fa impressione per il gran numero di pubblicazioni di appartenenti a tutte le destre, ed oltre, tra i quali spiccano senz’altro tutto Hitler, accanto a testi di Nietzsche rivisitati, del razzista de Gobineau, Spengler e Julius Evola. Fermo restante il diritto di espressione e di stampa, nel garantismo generale di chi permette la libertà di parola anche a chi professa ideologie che vorrebbero negarla, instaurando uno stato autoritario; quello che colpisce è il proclamato revisionismo dell’Olocausto di cui Franco detto “Giorgio” Freda si dice fiero assertore, prendendo in prestito le farneticanti asserzioni dell’autore del “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” di de Gobineau, per ribadire il suo pensiero anti-umanistico, anti-democratico e anti-moderno. Sostenitore di un razzismo “morfologico”, Freda, tra l’altro, è stato fondatore nel 1989 del Fronte Nazionale, organizzazione sciolta nel 2000, in applicazione della legge Mancino. Prima di individuare Avellino come la nuova destinazione della “torre d’avorio patriarcale”, secondo il suo linguaggio forbito, infarcito di continui riferimenti filosofici, di fronte ai quali il “turbocapitalismo” di Diego Fusaro o gli slogan di Casapound e Forza Nuova sembrano bazzecole. 

E proprio rispetto alla polemica nata intorno all’esclusione della casa editrice Altaforte legata a Casapound, al Salone del libro di Torino, il sempre ironico “cattivo maestro” ha ultimamente dichiarato di aver venduto “per dodici anni” il suo saggio sulla razza senza che nessuno lo censurasse. 

Spiegato il personaggio, divenuto ormai residente avellinese a tutti gli effetti, non ci si può sottrarre dalla curiosità offerta da questa frenetica campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale, che vede la ricerca affannosa di punti di raccordo per la propaganda dei vari candidati sindaci. Ebbene, è ben visibile dov’è collocato il comitato elettorale del candidato del centro-sinistra, Pd e liste affini: nella centralissima Piazza Libertà, proprio in quel Palazzo Testa dove c’è la casa editrice-abitazione del “fascistissimo” Franco “Giorgio” Freda. Solo al piano più basso, nell’ex sede dell’Accademia “Kandinsky”. Una delle stranezze, un po’ imbarazzanti, di questa campagna 2019. Mentre meno strano è che nella lista della Lega, con la candidata sindaco Biancamaria D’Agostino, figura uno dei più assidui redattori proprio delle Edizioni di Ar, Massimo Pacilio, autore di due volumi: “L’invasione. Prodromi di una eliminazione etnica” e “Conoscenza tradizionale e sapere profano. René Guénon critico delle scienze moderne”. Un fan di Julius Evola e del firmatario del “Manifesto della razza”, Giovanni Preziosi. 

 

Del resto, Franco Freda ha espresso giudizi assai lusinghieri sul capo della Lega, Matteo Salvini, quasi fosse un “salvatore della patria”. 

 
 
 

Oblio del dissesto

Post n°497 pubblicato il 11 Maggio 2019 da carlopicone1960
 
Foto di carlopicone1960

C’è un dato che accomuna i “magnifici sette” che si contendono la poltrona di sindaco di Avellino. Tutti, compreso il candidato di FI e FdI, Dino Preziosi, esperto di bilanci comunali non fosse altro per la lunga permanenza nel civico consesso, stanno attenti a non tirar dentro ai loro discorsi elettorali la questione del dissesto finanziario. O meglio degli svariati milioni di debiti che incombono sull’Ente di Piazza del Popolo: 40 milioni o forse più, dalle notizie giornalistiche di qualche tempo fa. 

 

Sì, qualcuno ha fatto pure cenno, ma solo un cenno senza approfondire, alla clamorosa situazione di passivo del Comune, avviato addirittura al fallimento, tuttavia nessuno, nelle proprie dichiarazioni programmatiche, ha spiegato come far cassa, allo scopo di recuperare l’incresciosa esposizione debitoria, pianificando le necessarie azioni di rientro. 

Certo, è difficile in campagna elettorale annichilire ogni speranza di ripresa delle finanze comunali, affrontando temi di economia locale così impopolari. Meglio far finta di niente, ignorando i capitoli, oltremodo tristi e difficili, con i quali la prossima amministrazione sarà costretta a misurarsi. Ma è altrettanto irrealistico proporsi nel ruolo di coloro che restituiranno alla città il volto che spetta al capoluogo, promettendo l’irrealizzabile, a meno di riempire di altre tasse la popolazione o di ottenere cospicui prestiti da qualche emiro arabo oppure da un miliardario cinese. Eppure lo stanno facendo quasi tutti i candidati, dal “ridens” Gianluca Festa allo stesso Preziosi, passando per il klausdaviano Cipriano, il “lato b” (nel senso di 45 giri) di Ciampi, Nando Picariello, colei che si presenta come “manager municipale”, ovvero Biancamaria D’Agostino, esponente del “Carroccio” avellinese, e compagnia bella. Tutti loro, ad eccezione proprio dell’avvocatessa neo-leghista, da anni impegnati nell’agone politico locale. Circostanza che contribuisce a rendere ancora più debole la loro credibilità quando cominciano a spararle grosse. 

Eppure se ne sentono ogni giorno, in questo periodo che precede l’appuntamento con le urne. Al voto, a poco meno di un anno dalle ultime elezioni che finirono per premiare a sua insaputa il M5S, gli avellinesi, però, non ne appaiono stufi, piuttosto mostrano di essere propensi ad abbandonarsi alla curiosità di vedere dove i “magnifici sette” vogliono andare a parare. 

Resta comunque l’interrogativo sullo stato più che precario del bilancio comunale, mentre qualcuno semplicisticamente pensa che possa bastare, per la cittadinanza, pulire le aiuole, dipingere delle strisce rosa al posto delle blu, “illuminare bene” la Torre dell’Orologio, piantare qualche albero in più; ricorrere ai writer per abbellire il capoluogo, realizzare “10 piazze digitali”, aumentare il numero dei cestini e dei posacenere, organizzare eventi nel centrostorico, regalare lo sconto di un quarto d’ora di parcheggio agli automobilisti che già pagano tariffe da urlo e approntare la digitalizzazione degli sportelli comunali, abbattendo la burocrazia con “un click”. Tutte “cose” condivisibili. Peccato si tratti di idee già sentite e qualcuna già concretizzata dalle passate amministrazioni, che dovrebbero chiedere i diritti d’autore a chi ultimamente le ha riprese e sventagliate. 

 

Un solo dubbio, però, quanto costerebbero tali interventi? Già la sola digitalizzazione degli sportelli comunali pare alquanto dispendiosa. Ma tanto siamo in campagna elettorale. I bilanci sono stati accantonati e tutto si può promettere.        

 
 
 

La via della speranza

Post n°496 pubblicato il 05 Maggio 2019 da carlopicone1960
 
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Incontro con don Luigi Merola al Liceo “Publio Virgilio Marone”

Mentre Napoli sembra essere ripiombata in una nuova e più cruenta guerra tra bande criminali, che, in maniera sempre più violenta e senza scrupoli, si fronteggiano per il controllo del territorio e dei traffici illegali: è di pochi giorni fa l’agguato in pieno centro città, a piazza Nazionale, in cui è stata gravemente ferita una bambina di quattro anni, dopo l’altra esecuzione compiuta davanti ai bambini di una scuola a San Giovanni a Teduccio; assume un’importanza particolarmente significativa la venuta ad Avellino del sacerdote “anticamorra” e scrittore, don Luigi Merola. 

Il presbitero, che ha fatto della lotta per la legalità la sua ragione di vita, sarà ospite stamattina del Liceo “Publio Virgilio Marone” di via Tuoro, dove alle ore 10.30 incontrerà gli studenti dell’Istituto, grazie all’iniziativa fortemente voluta dal dirigente scolastico Lucia Forino e organizzata dai docenti Carlo Picone e Giuseppe Campiglia. La sua testimonianza di prete in trincea, già parroco nel quartiere caldo di Forcella, sempre in prima linea nell’impegno civico e autore di testi di grande interesse come l’ultimo “Oltre ogni speranza”, è molto attesa, proprio alla luce dell’attuale emergenza criminale che investe il capoluogo partenopeo e di riflesso l’intera Campania. 

Don Luigi Merola, 46 anni, sacerdote dal 1997, un passato di ragazzo ribelle che l’ha aiutato alquanto a comprendere ancora più a fondo gli aspetti più rilevanti del fenomeno camorristico, nel 2004 è stato messo sotto scorta, dopo l’infuocata omelia rivolta ai criminali che avevano ucciso per sbaglio la 14enne Annalisa Durante, proprio a Forcella. Omelia nella quale invitava apertamente i napoletani a ribellarsi alla camorra. Ebbene, le cosche non gliela perdonarono e in diverse intercettazioni telefoniche oltre che in alcuni episodi di chiara intimidazione subiti dall’allora parroco, giurarono di eliminarlo. Per 12 anni, quindi, gli fu applicato il servizio di protezione, “i miei angeli terreni”, come don Luigi li definiva, prima che il 1 marzo 2016 gli è stato revocato il servizio di protezione dall’allora ministro dell’Interno, Alfano, nonostante le interpellanze parlamentari contrarie a tale inspiegabile provvedimento. Divenuto, intanto, consulente del Miur per l’educazione alla legalità, il prete “anticamorra”, che ha come fonti d’ispirazione San Giovanni Bosco, don Lorenzo Milani e don Peppe Diana, giornalista pubblicista dal 2008, ha concentrato la sua attività nella gestione dell’associazione “A Voce d’e Creature”, da lui fondata nel quartiere difficile dell’Arenaccia, teatro proprio dell’ultima sparatoria tra la folla di cui è stata vittima la bambina di quattro anni, esportandola anche a Pompei e Castellammare, mentre a Salerno nonostante le promesse dell’amministrazione comunale non ha avuto ancora seguito. 

Al contempo, don Luigi Merola, insignito del titolo di cavaliere della Repubblica dal presidente Napolitano, nel 2012, è tornato a fare il docente e a girare per l’Italia, con conferenze ed incontri con le scolaresche. Quelle più coinvolgenti, visto il suo linguaggio chiaro, schietto e senza filtri di sorta. Così lui ha fatto della legalità il suo impegno quotidiano, perché è proprio questo il mezzo più efficace per sconfiggere la camorra. Infatti, solo servendosi della cultura, dell’educazione, dell’istruzione si può vincere, secondo Merola, la difficile battaglia contro l’emergenza criminale. Più che l’esercito o l’aumento del numero dei poliziotti, pur inutilmente promesso dall’attuale titolare del dicastero dell’Interno, Salvini, egli crede che sia necessario “un esercito di insegnanti e educatori” per ristabilire il ruolo dello Stato, in una realtà dove sembra predominare l’Anti-stato. 

Ora ancor di più, rispetto all’emergenza educativa che attraversa la società italiana, che appare intossicata, secondo don Luigi, da “cattive maestre” come Maria De Filippi, a livello mediatico, e dalla “spettacolarizzazione” del crimine organizzato, come quella che proviene dalla camorra trasformata in fiction di successo, come la discutibile trasposizione televisiva di “Gomorra-La serie”. 

 

Ma di tutti questi temi si potrà discutere con l’ex parroco di Forcella, oggi, al Liceo “Virgilio”. Consapevoli che, in questi tempi, non esistono zone franche nella lotta per la legalità e si è in cerca di speranza, come scrive nel suo ultimo libro.          

 
 
 
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