Stultifera Navis

Non sono ubriaco, ma diversamente sobrio

 


Vado alla ricerca della felicità naturale e possibile
sapendo che la felicità non è una meta,
ma un modo di viaggiare

 

AREA PERSONALE

 

ULTIMI COMMENTI

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Ottobre 2020 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31  
 
 
Citazioni nei Blog Amici: 13
 

TAG

 

CHI PUÒ SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom
 
 

AVVERTENZA

I testi contenuti in questo blog, salvo dove specificatamente indicato, appartengono al sottoscritto.
Non valgono una sega, ma se qualcuno volesse copiarli da un'altra parte mi farebbe piacere saperlo.

Grazie

 

 

« Eiger NordWandEccoli qua »

Caterina

Post n°566 pubblicato il 23 Luglio 2018 da hieronimusb

Il cancello della casa famiglia si apriva su una via abbastanza vicino al centro di Racconigi, una di quelle vie vecchie dei paesi di una volta, troppo centrali per essere periferia e troppo periferiche per essere curate.

Dietro al cancello un piccolo cortile, al piano terra le zone comuni, il refettorio con la cucina ed il laboratorio dove si facevano quei lavoretti che non rendono nulla, ma servono ad impegnare il tempo, al primo piano le camerette dove si dormiva in due o tre per stanza e c'era sempre lo spazio per accogliere un ospite o un amico.

Una piccola comunità di cui non ricordo il nome, poteva essere "arcolabeno" o "girasoli", un nome semplice, un grande disegno sulla porta che serviva più che altro perchè se un ospite si perdeva gli bastava poter dire quella parola o mostrare il cartoncino con l'indirizzo e veniva riaccompagnato.

Gli ospiti erano liberi di andare e venire, si cercava di inserirli in qualche modo nel tessuto sociale della città cercando piccoli lavoretti, ma a quei tempi, quasi 35 anni fa non c'era ancora la sensibilità di oggi e si pensava che quelli li , "ca l'eru pa da bin", fossero più che inutili, un peso per la comunità.

Nel mio dialetto la frase che ho riportato prima significa che non erano a posto, non erano normali , o meglio non erano per bene e veniva usata indifferentemente sia per i down, che per i malati psichici. E' una frase talmente radicata in me, nella mia cultura, che ancora oggi non riesco a vederla con una valenza di giudizio negativo, ma come una classificazione povera e sommaria, un po' come il tempo che si divideva in giornate in cui pioveva oppure no.

In questa casa abitavano dai sei agli otto ragazzi e ragazze con problemi di varia natura e tre ragazze che fungevano da assistenti,  coordinatrici, amiche ma che per nessun motivo volevano essere distinte dagli altri, quella era una famiglia e loro erano a tutti gli effetti membri di quella famiglia, con pari diritti degli altri.
I doveri erano ovviamente diversi, ma questo faceva solo parte del concetto per cui chi poteva dare di più lo avrebbe fatto, come si direbbe oggi, senza "se" e senza "ma".

Una di queste ragazze era Caterina. L'avevo conosciuta per via di quegli incroci strani che avvengono quando sei adolescente, un mio amico era moroso della MariaTeresa che era amica dell'Ornella che era la sorella di Caterina, così' un giorno al compleanno a casa dell'Ornella mi sono trovato a parlare con lei. Ci siamo raccontati, o meglio lei mi ha raccontato, io avevo ben poco da raccontare se non qualche cazzata alle spalle di cui ero più o meno orgoglioso. A quel tempo bazzicavo con il gruppo Abele di Rivalta, nel senso che frequentavo i locali, partecipavo alle attività, suonavo la chitarra insieme a Dario e facevo parte di quei ragazzi fuori dal giro che danno un senso di normalità al tutto.

Lei mi ha raccontato di quello che faceva e tra le altre cose mi ha detto che tra gli ospiti c'era un ragazzo del mio paese che conoscevo, e poi l'invito "Perchè non vieni a trovarmi?"

E' iniziato così un periodo bello, lei era poco più vecchia di me ed aveva già la patente, passava a prendermi con la sua 2CV rossa, la mitica Citroen 2CV con i finestrini che si aprivano a metà in senso orizzontale e quando viaggiavamo alla pazzesca velocità di 70Km/h si muovevano nell'aria come le orecchie di un cocker.
Quando sopra eravamo in quattro la partenza in salita non era possibile, se ci fermavamo al passaggio a livello di Racconigi, per ripartire dovevamo scendere, lei iniziava a muoversi e risalivamo al volo.
Tempi mitici!

Ma per me il suo lavoro non era semplice, per me non era facile essere di aiuto. per carattere, per educazione metto barriere alte alla comunicazione, alle relazioni interpersonali, metto spazio tra me e l'interlocutore e così un sistema di relazioni per cui era naturale che un ragazzo o una ragazza della comunità ti abbracciasse per dirti che era contento di rivederti mi metteva in imbarazzo, quasi in soggezione.

Per Caterina invece era tutto naturale, li capiva, si entusiasmava per i loro stessi entusiasmi, lei sorrideva ed il suo sorriso era una luce che le accendeva il viso e gli occhi.

E cercava di spiegarmi quel mondo in cui mi muovevo come un pesce fuor d'acqua, il più a disagio ero proprio io, quasi a rimorchio, anche io come gli altri ad accudire a semplici compiti, taglia le cipolle, pela le patate, lava i piatti, suona qualcosa.

Caterina rideva quando le spiegavo le difficoltà che incontravo, e mi raccontava che forse avrei dovuto semplicemente lasciar fare ai ragazzi perchè il mio problema era la rigidità, in un certo senso mi sentivo superiore e dentro di me pensavo di dover essere io ad instaurare una comunicazione, mentre invece la comunicazione deve sempre avvenire ad un livello comune.

Mi ricordo bene quella chiaccherata, era l'estate del '77, sera tardi, tutti riposavano e noi stavamo fumando una sigaretta nel cortile godendoci un po' di fresco.

"Tu sei bravissimo", mi diceva, "ma come tutti quelli che si reputano normali pensi di dover essere tu a scendere al loro livello, pensi di dover essere tu ad aprire ponti con loro e non ti rendi conto invece di quello che loro possono insegnare a te, tu pensi a loro come portatori di handicap, e non riesci a vedere che sono semplicemente persone, ragazzi come te e me
Tu pensi di doverti abbassare al loro livello e non capisci che invece sono su un altro livello, non più in alto o più in basso, semplicemente un altro piano, in cui sanno muoversi e si sentono a loro agio, un piano in cui invece tu ti trovi in difficoltà"
Ed un altra volta mi disse ancora
"Tu credi di sapere cosa sia l'amore ed hai la testa piena di concetti epici, di parole altisonanti, ed invece l'amore è sostanzialmente capirsi, accettare che un altro entri nel tuo spazio, non difenderti, ma accoglierlo".

E' difficile cambiare un atteggiamento in maniera razionale, è difficile capire qualcosa con il cervello ed applicarla al cuore, perchè di norma ragione e sentimento camminano per strade differenti, per cui ho continuato a faticare, ma ad impegnarmi gratificato dal sorriso di Caterina, dalla sua amicizia e da quella sensazione di avere a portata di mano qualcosa di straordinario, ma che non riuscivo ad afferrare.
Dove però mi trovavo a mio agio era con la chitarra, stonato io, stonati i ragazzi, ma chissenefrega, si canta tanto per cantare mica per andare a sanremo.
Uno degli ospiti era Antonio, un ragazzino taciturno, introverso, che amava solo la sua tromba. Quasi mai c'era verso di riuscire a suonare qualcosa insieme, anche se si interessava alla musica che gli facevo ascoltare. Il "gloria in excelsis deo di Handel", "l'Ave Maria" di Gounod, i concerti di Vivaldi, tutti pezzi a cui la tromba regala un fascino particolare.
Ma anche Granada, il De Guello, il silenzio.

Per uno spettacolo avevamo provato l'Ave Maria di Gounod, io alla chitarra e lui alla tromba, Caterina a fare da mediatrice.
Era davvero bravo, non leggeva la musica, andava ad orecchio, ma se imparava una cosa non la dimenticava più.
Avevamo partecipato ad uno spettacolino in una parrocchia e tutto era andato bene, tanto che Caterina gli aveva detto che lo avrebbe voluto a suonare l'Ave Maria al suo matrimonio.
Era questa una promessa penetrata nella testa di Antonio che molte volte le faceva capire a suo modo che se ne ricordava  quasi a chiederle "quando sarà?"

Nel frattempo la vita seguiva i suoi ritmi, la vita di ognuno di noi segue le sue personali strade che a volte si allontanano altre si avvicinano, nel maggio 1978 sono partito militare, di ciò che avvenne in seguito ho avuto solo un racconto.

E' successo una sera che ad un incrocio, un furgone non avesse rispettato la precedenza e centrato in pieno la 2CV che stava arrivando, quella scatoletta di sardine si era accartocciata come fosse stagnola ad avvolgere un corpo immobile.
Trasportata all'ospedale le erano state riscontrate varie fratture, ma soprattutto un grave trauma cranico. Caterina era in coma e sembrava non volesse svegliarsi.
Al suo capezzale si alternavano i genitori, gli amici, i ragazzi e le ragazze della casa famiglia, le parlavano, le facevano ascoltare la musica che le piaceva, la stimolavano massaggiandole le mani, ma sembrava davvero che nulla potesse arrivare là dove lei era, nulla che potesse richiamarla, riportarla indietro.

I medici avevano lasciato fare, anzi all'inizio avevano anche incoraggiato questi tentativi, ma erano ormai passati quasi due mesi dalla data dell'incidente e Caterina non reagiva assolutamente, oltretutto l'ospedale di Fossano era troppo piccolo per tenere una persona così grave ed allora si stava decidendo di trasferirla a Torino, alle Molinette dove avrebbe potuto essere seguita meglio, ma questo significava la quasi impossibilità per i ragazzi di andarla ancora a trovare, di starle vicino.
La disperazione era palpabile,

Quel pomeriggio Antonio uscì da solo, da solo prese l'autobus, da solo arrivò fino all'ospedale. La porta che conduceva alla rianimazione era chiusa, ma c'era un'altro modo per arrivare, passando attraverso gli spogliatoi degli infermieri si arrivava ad un piccolo vestibolo dove i visitatori dovevano indossare le maschere protettive, il camice e le soprascarpe per non portare batteri in quegli ambienti sterili:
Diligentemente Antonio si vestì come aveva fatto altre volte, poi tolse dal suo zaino l'oggetto che aveva portato con se e tenendolo stretto si avviò verso la stanza dove Caterina dormiva il suo sonno senza risveglio.
Il ronzio delle macchine, i piccoli suoni degli apparecchi erano l'unico rumore nel reparto.
A me piace immaginare che quei suoni siano stati l'arpeggio introduttivo, poi nel silenzio del reparto si alzò piano, con quel suono pulito che è proprio delle trombe il canto lieve dell'Ave Maria.

Far ascoltare la musica ad un degente è facile, gli metti in testa le cuffiette, non disturbi nessuno, il suono di una tromba è tutta un'altra cosa, le note rimbalzano sulle pareti, si propagano, svegliano chi dorme, fanno saltare sulle sedie dottori ed infermieri.
In un attimo ci fu un trambusto indescrivibile, ma Antonio non lo poteva sapere, lui era li, solo in quella stanza dove dormiva la sua grande amica, lui , consapevole di essere il solo che potesse svegliarla e se questo non fosse avvenuto, tutto il resto non avrebbe comunque avuto importanza.

E le note salivano di intensità mentre la melodia si snodava, nessuno sa perchè l'infermiera fermò il medico che si stava per lanciare su Antonio, forse fu colpita dalla melodia, forse intenerità dal fatto che Antonio suonasse mentre le lacrime gli scorrevano sulle guance come un fiume in piena, o forse perchè semplicemente si era resa conto che il canto stava finendo ed ormai quel che era stato fatto era stato fatto, tanto valeva attendere quei pochi istanti in cui il ragazzo avrebbe staccato le labbra dalla tromba ed il silenzio sarebbe tornato
Poi dolcemente come una madre lo abbracciò e lo tenne stretto finchè si fu calmato e smise di piangere.

...ma le note erano entrate in cunicoli scuri dove l'oscurità è regina, come un filo d'Arianna si erano distese nei labirinti della mente fino ad arrivare al luogo dove dormiva la coscienza di Caterina, l'avevano presa per mano e la stavano riportando indietro...

... forse
.... e forse no!

Personalmente credo che i miracoli avvengano quando Dio si accorge di essersi distratto e che le situazioni hanno preso pieghe inaspettate, mi piacerebbe credere ad un Dio pietoso che ascolta l'umile suono di una tromba, la disperazioen di un ragazzo scartato dalla vita e che aveva in un angelo dai capelli neri la sua unica speranza di riscatto.
Mi fermo qui, ma voi potete decidese se questo sia fiaba o realtà ed in base a questo, potete scegliere il vostro finale.

La URL per il Trackback di questo messaggio è:
https://blog.libero.it/stultiferanavis/trackback.php?msg=13723860

I blog che hanno inviato un Trackback a questo messaggio:
Nessun trackback

 
Commenti al Post:
Stolen_words
Stolen_words il 17/09/18 alle 21:19 via WEB
ti adoro :)
 
RavvedutiIn2
RavvedutiIn2 il 22/07/19 alle 14:06 via WEB
Bellissimo. Averti letto è stato bellissimo . Caterina , Antonio , la 2cv con i finestrini che si muovevano come le orecchie di un cocker . E la tua considerazione su Dio mi lascia senza parole , senza risposta . Ciao . Grazie
 
Gli Ospiti sono gli utenti non iscritti alla Community di Libero.
 
 
 

INFO


Un blog di: hieronimusb
Data di creazione: 10/12/2008
 

UANDEO (E SE) MORIRÒ

Quando , (e se), un giorno morirò
non voglio un prete che mi parli di un dio in cui non credo
o di paradisi che non mi interessano,
di inferni che non ho meritato
e se un purgatoriò ci deve essere
non sarà diverso dal mondo in cui ho vissuto

quando , (e se), un giorno morirò,
non voglio tombe costruite come casa
nè che si estirpino  fiori
se il senso della vita deve essere
nel tornare da dove son venuto
sarà l'utero della terra la mia ultima casa

Quando, (e se) morirò
sarà perchè ho vissuto
in un lungo istante senza tempo
raccolto come seme che diventa albero e poi frutto
come il fiume che corre e corre per tornare al mare
senza pensare neppure un momento
che questa vita possa finire

Se e quando morirò,
sarà perchè ho cercato nell'ultimo viaggio
la chiave segreta del tutto

 Alex