Frivolezze care a Dioniso

  Nell’Alcesti di Euripide, Eracle dice: Avanti, vieni qui, divertiti e bevi anche tu. La vita va assaporata giorno per giorno. Al resto non pensare e lascialo al destino. Su, siediti, mettiti delle corone di fiori: vedrai che quando avrai bevuto da questa coppa, tutte le tue angosce svaniranno. Che potere magnifico ha il vino!”.

  E, incontestabilmene, Eracle ha ragione purché si tenga fede alla regola dei tre bicchieri: uno per la salute, uno per l’amore, uno per il sonno, ché andare oltre è un azzardo. Però il vino va servito nel bicchiere appropriato e per questo Jancis Robinson, critica enologica di fama mondiale, ha creato il suo (foto) in collaborazione col designer londinese Richard Brendon: un calice a tulipano, elegantissimo, di cristallo soffiato, perfetto per esaltare il bouquet e il colore di tutti gli assaggi.

  Tuttavia chi avesse in animo di fare le cose in grande e soprattutto volesse stupire, dovrebbe ricorrere al sabrage, antica e nobile arte che risale alla Francia di Napoleone, quando per festeggiare le vittorie in battaglia si aprivano le bottiglie con lo strumento più a portata di mano: la sabre, ovvero la sciabola. Pare che la migliore in commercio sia quella realizzata da Due Cigni: la lama nera, teflonata, consente l’apertura della bottiglia grazie a un colpo secco che colpisce il collo e lo separa dal collare, facendolo volare via insieme al tappo. Prima però è consigliabile fare un po’ di pratica con le card Sciaboliamo: realizzate in acciaio, sono dotate di un foro che permette di agganciarle, tramite una catenella, alla gabbietta della bottiglia, impedendo che il tappo decolli senza controllo. Prosit!

SABRAGE CARD TESSERA Per Sciabolare Champagne Sciabola SCIABOLIAMO ...

  “I biscotti che le comprava erano conosciuti col nome di Blackout cookies. Li vendevano alla Columbus Bakery, che era sul percorso della sua passeggiata quotidiana. Lui cercava di non mangiarli. E si asteneva anche dal bere: l’alcol interferiva con una delle numerose medicine che prendeva. Per Alice, però, sceglieva bottiglie di Sancerre o Pouilly-Fuissé e, dopo averle versato quello che lei voleva, infilava di nuovo il tappo sulla bottiglia e la posava sul pavimento accanto alla porta, così poi Alice si sarebbe ricordata di portarsela via.

   Una sera, dopo aver sbocconcellato un biscotto, Alice bevve un sorso di vino e fece un’espressione di garbato disgusto.

   “Che c’è?”

   “Scusa se te lo dico,” rispose lei. “Non vorrei sembrarti ingrata. È solo che, sai com’è, non stanno bene insieme”.

   Lui rifletté per qualche istante, poi si alzò e andò in cucina a prendere un bicchiere e una bottiglia di Knobb Creek.

  “Prova questo”.

   La guardò famelico addentare il biscotto e bere un sorso. Il bourbon scese come una fiamma.

     Alice tossì. “Divino,” disse”.

tratto da Asimmetrie di Lisa Halliday

Così non va

No, non eravamo preparati a questo flusso di negatività, perché la fiducia nella scienza e un benessere diffuso, benché traballante, ci avevano illuso di essere invincibili. Ma la pandemia di Covid-19 ha cambiato le carte in tavola e niente è stato più lo stesso, dal momento che lo sconquasso che ne è derivato ha determinato un ribaltamento totale e totalizzante degli stili di vita, costringendoci a prendere atto, da un giorno all’altro, che non eravamo più liberi di andarcene per il mondo, ove per mondo è da intendersi il comune di residenza. Ma quand’è che la distopia ha smesso d’essere materia per racconti e serie tv? Un paio di mesi fa, quando cinesi e pipistrelli si sono prestati a folli spiragli narrativi e la distopia ha cominciato a essere rubricata, con maggiore o minore consapevolezza, in racconti di sottesa inquietudine, condivisi con amici, famigliari, social, nelle forme più svariate, dalle stories su Instagram ai canti sui balconi; a prevalere, tuttavia, è sempre stato il risentimento per un nemico che aveva fatto dell’invisibilità la sua cifra. Così, con la presunzione d’essere l’eccezione, neppure sfiorati dall’idea che il destino avrebbe potuto mettere in serbo per noi, che siamo andati sulla luna, una di quelle catastrofi lette nei libri di scuola, siamo finiti tra le maglie di un virus che ci ha costretti a una sciagurata segregazione e a un confronto drammatico col futuro.

Questo post è stato scritto più di un mese fa, quando ancora la cosiddetta riapertura apriva a spiragli di speranza; nel frattempo molto è cambiato, in peggio. Ieri sera, nel programma di Corrado Formigli, il nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, lamentava la sostanziale inerzia del Governo; tra le altre cose ha accennato ai navigator, quelli voluti dai 5 Stelle, ricordando che sono ancora operativi. A quel punto ho riaffidato al silenzio la mia casa.

Esiste il diavolo?

– Esiste il diavolo?

– Certo, anche se cerca di persuaderci che la sua esistenza è solo una superstizione.

– Quindi esiste anche l’inferno…

– È all’interno di ognuno di noi.

 

Questo, in buona sostanza, un dialogo immaginario con Ananda K. Coomaraswamy, studioso di cultura indiana e occidentale, fermamente convinto dell’esistenza del diavolo. Nel saggio La tenebra divina, il nostro parte dall’assunto che una delle astuzie più sottili del diavolo è quella di lasciarci credere che la sua esistenza sia frutto della superstizione, e prosegue spiegando che in ogni uomo esiste una parte mortale e una divina per cui, grazie a quest’ultima, Dio è in noi.

Fin qui tutto chiaro, soprattutto perché siamo avvezzi alle semplificazioni del catechismo cattolico; ma la via verso la salvezza, chiarisce Ananda K. Coomaraswamy, viene ostruita dall’uso della parola Io che spetterebbe solo a Dio, e che invece l’uomo pronuncia a sproposito, rivelando così la presenza satanica in sé.

In pratica vantandoci di un Io, entriamo in rotta di collisione con Dio giacché è come proclamare l’indipendenza dal divino e la sottomissione al male.

Il punto di vista di Papa Francesco

“A questa generazione, e a tante altre, hanno fatto credere che il diavolo fosse un mito, una figura, un’idea, l’idea del male. Ma il diavolo esiste e noi dobbiamo lottare contro di lui. La vita è una milizia. La vita cristiana è una lotta, una lotta bellissima, perché quando il Signore vince in ogni passo della nostra vita, ci dà una gioia, una felicità grande: quella gioia che il Signore ha vinto in noi, con la sua gratuità di salvezza. Ma sì, tutti siamo un po’ pigri, no, nella lotta, e ci lasciamo portare avanti dalle passioni, da alcune tentazioni. È perché siamo peccatori, tutti! Ma non scoraggiatevi. Coraggio e forza, perché c’è il Signore con noi. La vita cristiana è un combattimento continuo contro le tentazioni, contro il demonio, il mondo e le passioni della carne. Il diavolo esiste e bisogna sconfiggerlo, lo dice Paolo, non lo dico io! La Parola di Dio lo dice. Ci vogliono forza e coraggio per resistere e per annunziare. Per andare avanti nella vita spirituale si deve combattere. Non è un semplice scontro, no, è un combattimento continuo. Non si può pensare a una vita spirituale, a una vita cristiana senza resistere alle tentazioni, senza lottare contro il diavolo, senza indossare questa armatura di Dio, che ci dà forza e ci difende”.

 

Houston, abbiamo un problema

  Trascrizione fedele di due vocali WhatsApp.

“Houston, abbiamo un problema: Anna minaccia di buttarsi dal terrazzo, quello piccolo in stile shabby chic, se entro oggi non esce da casa, ma non ha intenzione di unirsi a noi perché dice che camminare in tre equivale a un assembramento e quindi vuole che ci andiamo da sole, io e lei. Ora, tenendo conto che ti avevo promesso un’altra camminata come quella dell’altro ieri, come usciamo da questa impasse?”

“Teso’, che vuoi che ti dica? se Anna sta male esci con lei, non sono mica egoista; comunque diglielo che sta esagerando, che quando usciamo dall’abitato chi cazzo ci rompe le palle? Dai, andate voi, però un po’ mi rode perché mi ero organizzata col lavoro per ricavarmi un’ora e mezza da dedicare a te…vorrà dire che ci vado da sola a camminare. Ci sentiamo, baci”.

In realtà, in tutto questo, Covid-19 e le misure di  contenimento non c’entrano nulla: tra le due non corre più buon sangue e non c’è intenzione, né da una parte né dall’altra, di metterci una pezza; infatti è da un annetto che Anna e Houston si scambiano frecciatine e se proprio devo dirla tutta sarei tentata di mandarle al diavolo, cosa che però non farò perché le reputo amiche. Tuttavia mi dispiace che venga ignorato un particolare non di poco conto e cioè che sono io quella che dovrebbe dare di matto perché sto elaborando un lutto in aggiunta a quattro anni passati tra sale operatorie e day hospital oncologici. Ciò detto, se dovessi salvaguardare il mio tornaconto, dovrei uscire con Houston perché con lei la camminata è un buon allenamento, mentre con Anna camminare significa passeggiare, il che mi andrebbe anche bene, ma non servirebbe nell’ottica di una pratica di fitness in piena regola. Comunque uscirò con Anna perché ha bisogno di me.

  P.S. È proprio vero che per apprezzare fino in fondo quel poco o tanto che ci arriva dalla vita è necessario, prima di ogni cosa, riconoscersi vulnerabili (vedi alla voce malattia) per poi prendere congedo dalle ragioni cosmiche che sono fuori dalla giurisdizione umana. Le mie amiche, buon per loro, non hanno i miei trascorsi di sofferenza né attingono a manuali di sopravvivenza per configurare un approccio alla vita che sia profondamente autosufficiente e in grado di ammutolire ogni bisogno. E questo spiega perché, in un tratturo assolato e nel profumo delle erbe selvatiche, io ritrovo la lingua del pieno, mentre Anna e Houston si schermano dietro un virus pur di non riconoscere il marcio che soggiace nelle loro dinamiche amicali.

 foto di Rankin

A lezione di smart working

  Che il cielo benedica le persone che, nonostante gli scenari foschi, riescono a conservare il senso dell’umorismo. Come Mattia Carzaniga, autore dell’articolo che segue.

 “Ci hanno stanati. Fanno quello che facciamo noi. Vogliono essere noi. Qualche settimana, e sono tutti smartworker. Vaglielo a dire che noi lo eravamo before it was cool, o almeno safe. Che l’abbiamo ripetuto per anni: stare a casa è bello, è meglio. Ora tutti eroi. Pionieri. Trendsetter. Come all’alba degli italiani su Facebook: un circolino con la selezione all’ingresso. Poi (2008) il boom, e l’umanità chiassosa venuta in massa a bucarci il pallone.

  Con lo smart working sarà lo stesso? Che accadrà alla ripresa? Attendiamo poco fiduciosi, avendo monitorato l’impaccio con cui la maggioranza ha scoperto l’acqua calda. Letteralmente: c’era tempo per un bagno appena alzati, invece del solito rush doccia-caffè in piedi-di corsa fuori. Forse il tele-impiego scatenerà impavide civil action aziendali, in cambio di quel giorno casalingo che per i datori di lavoro è una minaccia a consolidati decenni di fantozziano cartellino. Più facilmente, resterà la magnifica distopia di un momento. Siamo il Paese di Checco Zalone, inteso come archetipo patrio col sogno del posto fisso, in trepidante attesa dell’ente pubblico che gli consegni una scrivania con poltrona ergonomica. Ciò che rimpiange di più chi s’è beccato il mal di schiena per i giorni curvi sul tavolo della cucina – bastava un buon seggiolino svedese: ma voi che ne sapete.

  Ovunque ci porterà il futuro, noi smartworker professionisti liberi (in tutti i sensi) siamo qui per educarvi. A un patto. Primo: la casa non è l’ufficio. Ci avete convertiti – noi che da una vita andiamo avanti a mail (molte) e telefonate (pochissime) – a video-call in cordata, codici d’accesso da decrittare, quesiti oscuri: “Ce l’hai Skype Business?”. Scordateveli. Secondo: basta battute sulla tuta, oggi detta activewear. Noi abbiamo trovato da un pezzo la quadra perfetta per avere indosso capi comodi, ma non da tamarri degli assembramenti domenicali, e possiamo offrirvi lezioni (online, si capisce). Ultimo: la cucina, altra scoperta collettiva (ben svegliati!). Non basta un impasto ben lievitato a rendervi smartworker Dop. Ne dovete passare di ore davanti allo stracotto sul fuoco, per essere davvero come noi”.

Illustrazione di Pier Paolo Rovero

Barbareschi: Riapriamo i teatri o sarà troppo tardi

  Non sarà facile per il teatro, in tempi di distanziamento sociale, tornare a essere ciò che era, ovvero un luogo la cui vocazione è chiamare a sé spettatori che, fianco a fianco, godono di uno spettacolo. Gli addetti ai lavori chiedono l’intervento del governo e qualcuno ha sottolineato che la Germania ha stanziato fondi che sono già nelle tasche degli attori. La proposta più semplice è quella di riaprire i teatri, accogliendo il pubblico nel rispetto delle norme sanitarie vigenti. Luca Barbareschi, direttore e proprietario dell’Eliseo di Roma, su questo punto è categorico: “Sono un europeista convinto: non l’Europa delle banche, l’Europa delle culture. L’Europa deve ritrovare la dignità delle identità culturali. Il teatro non solo è utile, ma è l’architrave narrativo di ogni Paese. Resta l’unico luogo dove ritrovarci con i nostri simili, ed è importante per la nostra crescita che nasce nel confronto e non nell’isolamento. Quindi, coronavirus o no, lo sviluppo del teatro deve essere una scelta politica: non nel senso delle nomine, nel senso di un progetto culturale che in Italia non esiste. I nostri politici non sono interessati alla materia e, tranne in rari casi, non frequentano le sale. Di conseguenza non concedono al teatro, che ritengono inutile, le risorse necessarie, come avviene in Francia, Germania, Inghilterra. Nel bilancio dello Stato, trovare 700 milioni per il teatro è irrilevante. Ho fatto parte di varie commissioni e so che nelle pieghe delle leggi finanziarie si buttano via centinaia di milioni di euro solo per ragioni di consorteria” L’intervista a Emilia Costantini, da cui ho tratto il virgolettato, si conclude con l’esortazione di Barbareschi ai colleghi, invitati a organizzarsi tramite associazioni di categoria, perché “non si può badare solo al proprio teatrino e continuare a farci le guerre da servi sciocchi; dobbiamo costruire un lavoro comune. Combattendo insieme, senza paura, rinasceremo più forti”.

Tambellini: Siamo i primitivi di una nuova era

  Aldo Tambellini, filmaker sperimentale, videoartista e poeta, ha da poco compiuto novant’anni e, ribadendo che l’arte è creatività pura ed energia, “qualcosa a cui non fare domande, sulla quale non discutere”, torna su un suo vecchio lavoro (foto) e dice: “Nel 1961, quando coniai questa espressione, mi riferivo ai progressi tecnologici raggiunti dall’uomo: avevamo scoperto il potere dell’atomo e intrapreso la strada dell’energia nucleare, i figli di quell’epoca erano i primitivi che avrebbero sperimentato l’assenza di peso, come gli astronauti. L’umanità cominciò a desiderare un nuovo corso: il razzismo non era più accettabile così come la divisione tra chi possiede molto e chi non ha nulla, mentre le persone di colore rivendicavano uguali diritti. Se dovessimo pensare a quell’epoca, potremmo dire che tutti i nostri nemici erano facilmente identificabili, sapevamo chi era responsabile dello status quo e come denunciare quello che succedeva. Nel 2020 dobbiamo affrontare un problema non altrettanto trasparente e identificabile. Abbiamo incontrato un nemico che ci ha colto di sorpresa e che non ci saremmo mai aspettati. In questo senso siamo nuovamente dei primitivi che stanno intraprendendo un nuovo viaggio per imparare a navigare in un mondo sempre mano sicuro, in cui vivere con nuove regole, in cui vedere molte persone morire a causa di un’infezione virale che influisce su ogni aspetto della nostra vita. Siamo consapevoli di essere in una nuova realtà, che la nostra vita cambierà per sempre, così come le nostre priorità, e comprendiamo quanto siamo tutti interconnessi. Com’eravamo quando eravamo uomini?, scrissi in una delle mie poesie. Penso che la domanda sia ora, più che mai, attuale“.

Foto: Aldo Tambellini, We Are the Primitives of a New Era

Come cambia il Dna degli animali che abitano le città

  Impresa ardua, da un paio di mesi a questa parte, sperare di leggere un settimanale che non dedichi il 90% degli articoli a Covid-19;  ma per una felice coincidenza mi sono imbattuta in un articolo di Fabio Deotto, pubblicato su La Lettura di domenica 26 aprile. Scientifico in primis, ma altresì poetico se rapportato a questo tempo di attesa.

 “[…] Se passiamo agli uccelli, le differenze si fanno ancora più interessanti. Basti pensare al junco occhi scuri, un passero della città di San Diego che canta su frequenze più alte (per contrastare il rumore cittadino), nidifica in luoghi più elevati ed è apparentemente monogamo; o ai cardellini dell’aeroporto di Madrid che hanno imparato a cantare a un’intensità maggiore e in orari diversi, per non farsi schiacciare dal rumore degli aerei. La lista continua: ci sono piccioni che hanno sviluppato ali grazie alle quali predono quota più rapidamente; falene che hanno preso un colore più scuro per mimetizzarsi meglio in ambienti inquinati; vedove nere che depongono uova più piccole e più numerose per aumentare le probabilità di sopravvivenza in un ambiente rischioso”.

 “[…] Quello della cosiddetta contemporary evolution è un terreno di ricerca accidentato, dal momento che non sempre è facile distinguere tra gli adattamenti evolutivi veri e propri e quelli resi possibili dall’elasticità comportamentale delle varie specie. Ad esempio, in molte città sono stati osservati (e filmati) corvi che lasciano cadere noci sulla strada per poi aspettare che passi un’auto a romperne il guscio. Non è ancora chiaro come abbiano sviluppato questo comportamento, ma è possibile che si tratti di una pratica appresa con l’esperienza, o tramandata da esemplari più anziani”.

 “[…] Negli ultimi dieci anni, Menno Schilthuizen e altri ricercatori olandesi hanno mostrato a più riprese come gli esemplari di un particolare tipo di chiocciola (Cepaea memoralis) prelevati in città tendano ad avere un guscio più chiaro e giallastro, mentre quelli prelevati dalle foresti circostanti tendano ad averlo più rosaceo e opaco, in alcuni casi marroncino. Poiché il colore del guscio è determinato da geni specifici, questo indicherebbe come le chiocciole di città si siano evolute per ridurre la quantità di calore assorbito, ritrovandosi per la maggior parte del tempo in ambienti esposti alla luce”.

Con buona pace del pathos apocalittico che ci sommerge.

Illustrazione di Pierpaolo Rovero

Ricominciare a vivere

Bibiána Baltovičová & Adam Bardy in 'Freedom on Hold' by Branislav ...

  Prima o poi Covid-19 sarà affidato agli annali della storia. Due scrittori e una regista provano a indovinare quel che sarà. Astenersi pessimisti. I punti di vista a seguire vengono da persone privilegiate.

  André Aciman, autore di Chiamami col tuo nome

“Dal mio punto di vista, come scrittore, sogno che presto le persone che mi hanno invitato per ascoltare le mie parole e sentirmi leggere brani dai miei libri si riuniranno di nuovo in tanti luoghi diversi in giro per il mondo per darmi il benvenuto, che mi verranno a cercare con ancora più entusiasmo e che mi permetteranno di mostrar loro, come mi è sempre piaciuto fare, quanto sia grato della loro fiducia, della loro lealtà e della passione che hanno dimostrato per quello che ho scritto fino a ora”.

  Manuel Vilas, autore di In tutto c’è stata bellezza

“Quando tutto questo finirà, credo che non daremo mai più un bacio privo di significato. Tutti i baci saranno baci potenti, forti, enormi, sexy e salvaggi. Quando la vita tornerà, perché lo farà, mi troverà con un sorriso benevolo sulle labbra. Perché la vita tornerà. E io uscirò in strada con le mie scarpe nuove”.

  Alice Rohrwacher, regista e sceneggiatrice, vincitrice del primo per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes per Lazzaro felice

“In questi giorni, vedendo le immagini dei droni che passano sulle città deserte, mi sono ricordata dei miei viaggi archeologici e ho letto quegli spazi come una sorta di archeologia del presente. Vedere questi spazi contemporanei vuoti mi ha fatto pensare che per quanto ne dicano, non sono belli in sé, ma sono belli per la memoria che ci riportano della vita della gente. È come vedere lo scheletro di una persona amata in una radiografia, e poi ritrovarla florida e allegra nella stanza accanto. È proprio l’averli svuotati che li ha resi desiderosi del pieno. Da troppo tempo erano asfissiati del nostro viavai quotidiano, che ne aveva cancellato il tempo e lo spazio, li aveva drogati in un andirivieni ormai cieco ed estraneo. Ma ora, per la prima volta dopo tanto tempo liberi, li abbiamo visti come risvegliandoci da un torpore, e abbiamo desiderato ritrovarli gremiti e abitati, invasi da manifestazioni e cortei umani. Le piazze, i viali, gli alberi sono belli perché ci mancano”.

  La foto in alto è di Branislav Simoncik che ha scelto di ritrarre due modelli che sono una coppia anche nella vita; ha volontariamente citato una foto del 1937, anno di una violenta epidemia di influenza in tutto il mondo; a Hollywood gli attori provavano le scene d’amore con le mascherine.

D’Agostino, io ti amo

  Con la solita ironia irriverente, Roberto D’Agostino ha scritto un articolo sui vip che, durante il lockdown, hanno dispensato consigli e intrattenimenti vari con piglio da filantropi. Spero che i diretti interessati lo leggano. E si vergognino.

  “Dicono che una crisi faccia emergere il meglio e il peggio delle persone e mai affermazione è stata più pertinente. Mentre è sotto gli occhi di tutti lo straordinario lavoro degli operatori sanitari, le stupidaggini di alcuni personaggi emergono in maniera ancora più dirompente. Eccoli che brillano raggianti su quotidiani e social, ricordandoci di «rimanere positivi», perché «siamo tutti insieme». Non avendo uno stipendio bloccato da maledire, hanno iniziato a consigliare serie tv, ricette ed esercizi di yoga, quasi che l’epidemia fosse una leggera variazione sul tema della vacanza.

  Cinguettano: «Stare a casa è la mia superpotenza…». Mica tutti hanno le loro case. Ci sono famiglie di 6 persone in 80 metri quadrati, ci saranno eserciti di disoccupati e sottoccupati. Ma Lor Signori si chiedono cosa accadrà se questa situazione andrà avanti?

  Quando Jennifer Lopez ha pubblicato un video al riparo della sua villona di Miami trafficata di servitori, il vaffa è scattato in modalità «urlo di Tarzan». In questa tragedia, poteva mancare «l’idea geniale» di Oliviero Toscani basata, pensate un po’, sugli autoscatti dei soliti morti di fama per «lasciare testimonianza» della quarantena? La Repubblica ha dato notizia in prima pagina della strabiliante trovata: «Un selfie per Oliviero Toscani. Diventiamo reporter di noi stessi». La risposta popolare si può riassumere in una parola non proprio francesizzante: esticazzi?

 Ecco La Stampa che dedica una pagina a Monica Bellucci spaparanzata in una villa del Sud-ovest francese. Il suo dramma? «Da qui vedo l’oceano, ma in spiaggia non si può andare. In giardino, piove ed è verdissimo. Manteniamo un rapporto con la natura». (Meno male, ora siamo più tranquilli: la natura c’è). Intervista che ha fatto incazzare pure Sonia Bruganelli. Su Instagram, la vispa moglie di Paolo Bonolis scrive: «Io resto a casa lo voglio scritto da chi vive in 50 mq con tre figli e senza tata».

  Poi c’è Madonna che ha elevato la tragedia a una sorta di performance art. In una serie di video su Instagram stranamente professionali che suggeriscono una concentrazione pericolosa di membri dello staff nella sua casa da 20 milioni di dollari, può essere vista nuda in una vasca disseminata di petali mentre pontifica sugli effetti sociali del virus. Completamente disconnessa dalla realtà, ha sentenziato che Covid-19 è «il grande livellatore». Il miliardario americano David Geffen voleva che il mondo conoscesse la sua lotta al virus, pubblicando una foto dal suo yacht: «Isolato nelle Grenadine per evitare il virus. Spero che tutti stiano al sicuro». Ci stiamo provando, Dave, ma sfortunatamente non abbiamo uno yacht da 590 milioni di dollari.

  Lo spettacolo più scoppiettante, tuttavia, l’ha offerto su twitter Elettra Lamborghini in versione poetessa. «Quando la playstation supera la figa, ti devono portare via il pene con la biga» ha verseggiato, inondata di ironie: «Elsa Morante scansate proprio».

 Tra gli impatti sociali del coronavirus c’è anche il rapido smantellamento del culto delle celebrità. I famosi sono i rappresentanti vicari della meritocrazia; incarnano il sogno della ricchezza attraverso talento, fascino e duro lavoro. Ma il sogno si dissipa quando la società si blocca, l’economia va a ramengo e il futuro è congelato nel loro palazzo signorile. La differenza tra i «celebro-lesi» addivanati nei loro appartamenti e le masse, traumatizzate dallo spettro della morte, non è mai stata più evidente. Così, mentre gli scaffali dei supermercati diventano vuoti, alcuni hanno suggerito che forse si dovrebbero mangiare i ricchi e famosi”.