Il piatto di spaghetti usato come posacenere dai rifugiati

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L’immagine condivisa raffigura un piatto di pasta usato come posacenere, ecco il testo che presenta qualche piccolo particolare: “Ecco cosa combinano gli immigrati al centro rifugiati, usano la nostra pasta come posacenere.
Insultano gli italiani con questo ignobile gesto.
Bisogna farlo sapere a tutti, kondividi se sei indigniato”
Capisco che ci siano utenti incapaci di scrivere decentemente l’italiano, ma l’admin della pagina doveva fare attenzione leggendo l’oscenità della “k” nel “condividi” e gli “uno” insieme ai punti esclamativi, elementi che bastano per far suonare un campanello d’allarme chiamato “TROLLAGGIO“.
La stessa foto la troviamo nel sito Darwinite-blog.com pubblicata nel 2016.
Pensare che un utente, quindi non una pagina Facebook seguitissima da centinaia di fan, aveva pubblicato la stessa immagine ottenendo oltre 49 mila condivisioni.
Bel coraggio ci vuole per leggere questa gente.

Il piatto di spaghetti usato come posacenere dai rifugiatiultima modifica: 2018-03-28T16:53:21+02:00da lacky.procino
  1. Lorena Cotza, responsabile comunicazione della rete In Difesa Di e assistente campagne e comunicazione dell’ong Front Line Defenders fa parte della collaborazione tra Osservatorio Diritti e la rete In Difesa Di, una coalizione di oltre 30 ong e movimenti italiani che si dedica al supporto e alla protezione dei difensori e delle difensore dei diritti umani

  2. Un contesto così ostile zittisce le voci di chi cerca di tenere viva la memoria di Alan Kurdi e degli altri che sono morti mentre attraversavano un confine e fa sì che i corpi di altre persone in movimento siano ritrovati sul bagnasciuga o in cimiteri senza nomi, o che semplicemente svaniscano senza lasciare traccia, in numeri che non possiamo perdonarci. Sostenere chi difende i diritti dei migranti è fondamentale se si vogliono evitare altre tragedie

  3. Nelle sue raccomandazioni, il relatore speciale chiede a tutti gli Stati e alla comunità internazionale di impegnarsi a proteggere il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza delle persone in movimento e di chi difende i loro diritti, riconoscendo pubblicamente il fondamentale e legittimo ruolo svolto dai difensori e dalle difensore.
    Chiede inoltre di condannare pubblicamente ogni forma di violenza, discriminazione, intimidazione e rappresaglia nei loro confronti; di non criminalizzare chi salva vite in mare; di assicurare che i difensori e le difensore in esilio siano adeguatamente accolti e protetti, senza il rischio di essere espulsi.

  4. Inoltre, i loro oppositori (autorità, attori non statuali, imprese private o criminalità organizzata) spesso continuano a perseguitarli anche nel Paese in cui hanno trovato rifugio o minacciano e attaccano i loro familiari rimasti in patria.
    Per questo sono particolarmente importanti iniziative come le “città rifugio” per i difensori dei diritti umani – come quella recentemente proposta dal Consiglio provinciale di Trento che possano accogliere difensori e difensore che devono temporaneamente o o per periodi più estesi – lasciare il proprio Paese a causa delle minacce ricevute.

  5. Spesso un difensore o una difensora costretto all’esilio non riceve supporto adeguato dall’Unhcr (Alto commissariato Onu per i rifugiati) e dallo Stato in cui presenta domanda d’asilo e per mesi o anni si ritrova a vivere in un limbo.

  6. Ci sono anche molti difensori e difensore costretti a lasciare il proprio Paese per sfuggire a minacce e violenze direttamente collegate al loro impegno in difesa dei diritti umani. Per loro l’esilio non è mai una scelta facile e comporta ulteriori difficoltà: sradicati dalla propria comunità, faticano a continuare il proprio lavoro e trovare nuove opportunità.

  7. Un ulteriore rischio a cui vanno incontro difensori e difensore che si occupano di immigrazione deriva dal coinvolgimento della criminalità organizzata nella tratta di esseri umani e nei viaggi dei migranti. Chi espone e denuncia le violazioni dei diritti umani commesse da gruppi criminali si ritrova in una posizione ancora più vulnerabile.

  8. Forst cita anche il caso di Helena Maleno Garzón, difensora spagnola che si occupa della Frontera Sur tra Spagna e Marocco. Negli ultimi 16 anni, Helena – con la sua organizzazione Caminando Fronteras – ha assistito chi cercava di attraversare lo stretto di Gibilterra, avvisando i servizi d’emergenza appena riceveva notizie di imbarcazioni in difficoltà, offrendo primo soccorso ai migranti appena sbarcati e battendosi contro deportazioni e rimpatri forzati. Il tribunale di Tangeri, in Marocco, ha accusato Helena di favoreggiamento del traffico di essere umani e collusione con i trafficanti e l’attivista rischia il carcere a causa del suo prezioso lavoro.

  9. La criminalizzazione dei difensori rinforza lo stigma verso le persone in movimento e chi è solidale con loro. Come dice un attivista italiano citato da Forst, «criminalizzare la solidarietà rischia di promuovere, nell’opinione pubblica e nell’arena politica, l’indifferenza verso migranti e rifugiati, o posizioni razziste e nazionaliste

  10. La criminalizzazione dei difensori rinforza lo stigma verso le persone in movimento e chi è solidale con loro. Come dice un attivista italiano citato da Forst, «criminalizzare la solidarietà rischia di promuovere, nell’opinione pubblica e nell’arena politica, l’indifferenza verso migranti e rifugiati, o posizioni razziste e nazionaliste

  11. Tra i casi citati dal relatore speciale spicca l’Italia, dove ong e attivisti per i diritti dei migranti hanno subito processi e gravissime campagne di delegittimazione. Ad esempio, contro quattro attivisti del movimento No Borders fu emesso un foglio di via, che vietava loro l’ingresso in sedici comuni della provincia di Imperia per tre anni. La loro “colpa” era aver portato acqua e supporto a dei migranti a Ventimiglia.

  12. Recentemente una guida alpina francese ha soccorso una migrante incinta di otto mesi che tentava di attraversare il confine con la Francia a 1900metri di altezza insieme al marito e ai due figli,viste le condizioni della donna si stavano recando in ospedale (dove poche ore dopo ha partorito) ma sono stati fermati dalla gendarmeria, ora rischia fino a 5 anni di carcere con l’accusa di traffico di esseri umani.In poche parole è accusato di avere un cuore e un minimo di umanità…

  13. Infatti, si assiste a un crescente restringimento dello spazio d’azione per i movimenti e le organizzazioni della società civile. Chiunque difenda i diritti delle donne, dell’ambiente, dei popoli indigeni o dei migranti è considerato una minaccia, perché sfida e cerca di cambiare lo status quo.

  14. In questo contesto, con le persone considerate responsabili di ogni male, chi sta dalla parte dei rifugiati diventa un facile bersaglio. Gli attacchi ai difensori dei diritti delle persone in movimento si inseriscono in un momento storico in cui è il concetto stesso di “diritti umani” a essere sotto attacco.

  15. A peggiorare il quadro, sono la «mercificazione» delle persone in movimento (considerate solamente da un deumanizzante punto di vista economico e numerico), l’approccio securitario invece che umanitario al tema della migrazione e un uso repressivo delle leggi sulla cittadinanza e sullo status di residenza che fa sì che vengano negati diritti universali e inalienabili.

  16. A peggiorare il quadro, sono la «mercificazione» delle persone in movimento (considerate solamente da un deumanizzante punto di vista economico e numerico), l’approccio securitario invece che umanitario al tema della migrazione e un uso repressivo delle leggi sulla cittadinanza e sullo status di residenza che fa sì che vengano negati diritti universali e inalienabili.

  17. I leader politici utilizzano le persone in movimento come capro espiatorio, incolpandoli di problemi sociali e politici che hanno ben altra origine. La violenza xenofoba diventa uno strumento per fare campagna elettorale, e i media non fanno altro che riprodurre e amplificare queste narrative semplicistiche e inaccurate

  18. Si tratta di una precisazione importante, che sottolinea come ognuna di queste persone – al di là delle motivazioni che l’hanno spinta o costretta a lasciare il proprio Paese – abbia gli stessi diritti e la stessa dignità e come chiunque abbia il diritto a proteggerle e agire in solidarietà con loro.

  19. Il nuovo rapporto del relatore speciale Onu sui Difensori dei diritti umani denuncia l’attacco in corso contro chi protegge le persone in movimento. Si parla di processi contro chi dà da mangiare ai migranti, campagne di denigrazione e accuse di vicinanza ai trafficanti. E c’è spazio pure per l’Italia

  20. Denunce e processi contro chi dà cibo e acqua ai migranti, accuse infondate di collusione con i trafficanti contro le organizzazioni non governative che salvano vite in mare, minacce e aggressioni contro gli operatori di centri che offrono sostegno a migranti e rifugiati.
    Insomma, diritti umani?
    Sotto attacco chi difende i migranti.

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