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INCONTRI
Post n°96 pubblicato il 24 Giugno 2008 da pro_mos
Camminavano scalzi lungo la battigia, sabbia compatta sotto i loro piedi nella quale le impronte imprimevano traccia di quel loro passaggio che il mare, complice, cancellava subito dopo con lo sciabordio della sua onda più cheta. Niente e nessuno sapeva della loro presenza lì, allora. Niente e nessuno lo avrebbe mai saputo. Solo lo stringersi di due mani sembrava unirli. Lui che teneva quella di lei e lei che lo stesso faceva con la sua. A vederli passare non si sarebbe potuto capire chi stesse portando e chi invece fosse il portato. Nessuno dei due forse guidava l’altro lungo quella spiaggia, ma entrambi procedevano per la stessa direzione, e forse proprio quel procedere uguale li aveva per caso avvicinati, e forse era stato proprio il caso a far trovare, timide, le mani che si stringevano a volte, altre si sfioravano appena. Un abbraccio forse, fra le dita, che giocavano ad unirsi e poi a ritrarsi. Avevano entrambi la passione per il volo e per questo ognun di loro portava in una mano un aquilone. Ora qualcuno dirà che il volo è quello degli aironi, o dei grandi uccelli, il volo è quello dell’aquila o del condor, il volo è quello dei gabbiani o quello degli aerei che sorvolano il mare oceano…. Ma il volo, per chi ama volare, è alzarsi da terra, mollare ogni zavorra e librarsi anzi: liberarsi. Erano poche le parole che si erano scambiati. Bastavano gli sguardi. Forse perché le parole potevano sporcare quell’istante o forse perché lei parlava con la voce del mare e lui con quella del vento . S’infrangeva l’onda nella risacca ed era un mutar continuo di sfumature di toni in un unico rumore, un riportar di storie di tempesta tutte già passate, intessute con le grida gioiose dei giochi dei bambini nella calma dell’acqua a riva. Soffiava invece il vento il suo carezzar dell’onda mentre che increspa. Erano spifferi e zefiri gentili. Tiepido sfiorar di guance e mormorio nei capelli sfilacciati da invisibili dita. Giunti nel punto più aperto dell’arenile, quello dove nulla può impedire il volo, si fermarono. Presero ciascuno il proprio aquilone e poi, datogli un poco di filo, li lasciarono partire in volo.
-“Aspetta…”- disse lui voltandosi agli occhi di lei. Gli occhi risposero interrogativi. –“…aspetta… - riprese lui – cosa vuoi che attacchi alla tua coda?”- lei lo guardò senza parlare. Voleva che fosse lui ad indovinare. Lui la guardò per un lunghissimo istante e poi, poi allungò due dita, il pollice e l’indice all’altezza del cuore di lei. Fece il gesto di prenderselo fra le dita e poi dsi passarselo nell’altra mano. Lei lo guardò ed illuminò il volto col più grande dei suoi sorrisi. Anche lui sorrise allora e con le stesse dita. Pollice ed indice, si appoggiò al limite estremo delle labbra, e da lì staccò il sorriso di lei –“…Perché - disse – il cuore si lega solo con un sorriso “- Fece il gesto di legare il tutto alla coda dell’aquilone di lei. -“Ecco – disse – adesso può volare”- E volava davvero più alto l’aquilone di lei faceva piroette e danzava col vento, e volava, come volano gli angeli. Gli occhi di lei bambina lo guardavano rapiti.
Seduti sulla sabbia, entrambi, guidavano fili invisibili, o forse ne erano guidati, e ogni quando i due fili s’intrecciavano si guardavano accendendo nel viso il rossore d’una incipiente timidezza. |
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