Creato da SeFossiMichelle il 11/03/2007

Tracce di rossetto.

Emozioni, sentimenti, esperienze di vita a confronto, sotto la lente d'ingrandimento della memoria.

 

 

Amicizie interessate.

Post n°19 pubblicato il 10 Novembre 2007 da SeFossiMichelle
Foto di SeFossiMichelle

Accorgersi un giorno che gli amici che conosci e frequenti da molti anni agiscono nell'ombra da diverso tempo con un obiettivo, che nulla a che vedere con lo spirito di solidarietà e di fraternità, proprio dell'amicizia sincera e disinteressata, può comportare uno sconvolgimento interiore, capace di segnare irrimediabilmente e per sempre i rapporti inter-personali.
Oggi, cari amici bloggers, è un giorno pre-festivo e ho così rinunciato ad occuparmi di una delle tante notizie di cronaca nera e di politica, che "monopolizzano" le prime pagine di tutti i quotidiani nazionali e locali. Leggerò con interesse e con rinnovato piacere i vostri interventi sull'approvazione di un disegno di legge, che  prevede una riduzione dei costi della politica e mi soffermerò tra i post che approfondiscono il venerdì nero per le Borse Europee o sui primi timidi o presunti tentativi di dialogo tra UdC e PD (che peraltro mi vedono contraria). Temo invece che non mi lascierò solleticare dalla prurriginosa curiosità di cogliere qualche altro elemento diabolico nella dinamica dell'omicidio della povera studentessa statunitense di Perugia.

Oggi è sabato...Preferisco raccontarvi il tormento e il dolore che si sono insinuati nel mio cuore, ineluttabilmente, dopo aver scoperto che la mia migliore amica aveva ordito, in una frazione di tempo imprecisata, un disegno per trarre vantaggi e favori dal ruolo professionale che ricopro.

Per anni abbiamo condiviso gioie e preoccupazioni, talora inerenti anche il luogo di lavoro al quale entrambe apparteniamo. Quante conversazioni, confidenze, paure, sogni, speranze ci siamo confidate al telefono, nei ritagli di tempo del lavoro, in serate in trattoria, durante gite trascorse in compagnia di altri amici. Quante energie, impegno, presenza, costanza e perseveranza abbiamo profuso per aiutare un comune amico, per anni ostaggio di terribili crisi depressive. Quanto anche lei ha investito in prima persona per non lasciare mai solo questo caro amico, che in più di una occasione aveva manifestato propositi suicidi.
Sei stata un'alleata, una sorella, una mamma, una baby-sitter, un'assistente sociale ineccepibile, oserei dire, una donna paziente e sensibile che non si è mai tirata indietro di fronte al pericolo. Hai contribuito fattivamente alla rinascita di S. Hai sacrificato te stessa per un nobile intento, quello di ridare vita ad un giovane, che nella vita non credeva più. La sua rivincita è anche la tua rivincita, la ricompensa più nobile per un grande gesto d'amicizia.

Non comprendo quindi le ragioni che ti hanno indotta ad "usarmi" e proprio perchè credevo in te e nella tua straordinaria sensibilità, non avrei mai immaginato che tu fossi capace di mentirmi, sino al punto di programmare a mia insaputa un piano che mi penalizzasse fortemente, durante la tua assenza per ferie. Visto che la nostra amicizia era improntata sul dialogo, o almeno questo io lo avevo sempre creduto, come mai ti sei mossa nell'ombra, per uscire allo scoperto, solo quando ti ho messa alle strette, rivendicando quella lealtà, quella sincerità, che io non ti avevo mai fatto mancare?

Perchè, perchè, come mai, come ho potuto non accorgermi, sono quesiti che rimbalzano ancora nella mia mente, senza trovare una risposta esauriente, capace di lenire il mio dolore.

Una sera, alla festa di compleanno di S., hai lanciato la sciabolata decisiva, che avrebbe dovuto aprirmi gli occhi, già allora... Il nostro caro amico, ritrovato dopo un lungo periodo oscuro, ci aveva invitate, insieme a tanti altri amici d'infanzia e cugini, alla sua festa di complenno. Dall'angolo opposto dell'immenso salone nel quale ci intrattenevamo, con voce insolitamente sibillina, hai scagliato un dardo avvelenato nelle orecchie di mio marito, benchè fosse indirettamente rivolto a me. Quella tua esclamazione così estemporanea, fuori luogo, proferita con tanta veemenza racchiudeva in sè le fasi iniziali di un disegno scellerato, mirato a colpirmi ingiustamente nella mia dignità di donna, di AMICA e, cosa che ho scoperto successivamente, di collega.

Come hai osato tanto? Perchè?
Per mia volontà ogni contatto, anche di natura professionale, è stato azzerato, dopo aver accolto le tue scuse, abbozzate con l'unico scopo di non negare l'evidenza e di convogliare ad uno scherzo puerile (da te definito GOLIARDICO) quelle prese di posizione così incredibilmente meschine, che non meritavo, in nome della profonda, incrollabile amicizia, che ti avevo offerto.

Chiedo a me stessa e agli amici bloggers cosa può spingere la mente umana ad ordire una trama per "usare" un amico sincero per scopi subdoli o per interessi personali. Non ho trovato alcuna risposta degna di essere descritta, perchè reputo l'amicizia un valore sacro ed inviolabile. Evidentemente non è così per tutti...

L'immagine allegata al post è tratta da una collezione privata. Si tratta di un Viso di donna di Matisse, 1949.

 
 
 

Secchiona, fai schifo!

Post n°18 pubblicato il 04 Novembre 2007 da SeFossiMichelle

Così mi apostrofavano i compagni di classe nei primi due anni di Scuola Media, frequentati in un piccolo paese della verdeggiante pianura padana. Quella parola, scagliatami in faccia come una gelida palla di neve, ancora echeggia nelle mie orecchie con un suono spettrale. All'epoca, tra gli 11 e i 13 anni, il mio viso informe, devastato da orribili solchi, scavati  dall'acne e il mio corpo pingue, che si nutriva smodatamente di cibo, per sopperire alla fame di affetto, contribuirono ineluttabilmente a procurarmi un secondo soprannome, POLDO. Gli estimatori di fumetti, ricorderanno il leggendario e paffuto personaggio di "Braccio di Ferro", immancabilmente intento a divorare panini super-farciti in abbondanza.

Ebbene gli elementi che mi caratterizzavano allora erano lo studio e il cibo. Applicandomi con indefessa dedizione ai libri e ai compiti assegnati da tutto il corpo docente, ero incurante delle uscite festive delle mie coetanee. Le più "emancipate" si recavano a trascorrere le domeniche pomeriggio presso un bar-pizzeria del paese, ricettacolo di giovani tutte le età, luogo di perdizione per eccellenza, secondo la mia testa pervasa da ben altri interessi. Le ragazzine meno "emancipate" invece seguivano la famiglia per vedere un film in città o per la classica gita fuori porta con genitori, fratelli, sorelle e nonni al seguito, magari a Imola, in occasione del Gran Premio, per poi fare una mega-grigliata nel parco antistante il circuito di F 1.

Io invece sempre ricurva sui libri, esploravo il mondo circostante, la bruna campagna ferrarese con occhi rapiti, cogliendo un tocco di poesia nella rugiada del mattino, che permeava come un velo magico la natura tardo-autunnale oppure osservando il sopraggiungere della luna, quando ancora il sole non era calato dietro l'orizzonte. In quei momenti, quando la nebbia non si stendeva come una coltre umida impalpabile su tutte le cose, ecco in quei giorni i rami spogli degli alberi assumevano forme bizzarre, talvolta mostruose, che mi ispiravano fiabe e racconti, ma sempre a lieto fine.

Il mio mondo era sospeso a mezz'aria tra i libri di scuola, che fagocitavo come i panini di Poldo e la distesa pianeggiante che scrutavo da quell'enorme finestra, dove la zanzariera era sempre di troppo.

"Sei anocra lì, Poldo? Schifosa secchiona, vai a casa a piedi. In corriera non ti vogliamo!". Così, all'uscita di scuola tuonavano i miei beneamati compagni di classe e coetanei che, come me, si servivano del mezzo di trasporto pubblico per fare rientro a casa. Morivo dentro di paura, di angoscia, di rabbia, ma anche di sete di vendetta, per quelle parole insopportabili, come un marchio, che sistematicamente ricevevo tutti i giorni.

Intanto le mie "amiche" continuavano ad uscire e a crescere con la Febbre del Sabato Sera in testa, con le unghie laccate, i capelli vaporosi, schiariti con l'acqua ossigenata e il lucida-labbra di grido. Io invece, nella mia camera con vista sulla sconfinata pianura ferrarese, osservavo i pettirossi posarsi fugacemente sui cornicioni, per poi riprendere liberi il volo. Divoravo "Il Barone Rampante" di Italo Calvino, nella stessa misura in cui divoravo i miei adorati panini. Finiti i compiti, terminato lo studio di quel capitolo di storia o di quelle nuove formule algebriche e una volta fatta la parafrasi (oddio, no!) di qualche altra pagina dell'Iliade, mi tuffavo nel mio mondo, quello della lettura. I classici della letteratura russa hanno caratterizzato gli anni della mia adolescenza, gli anni più bui oserei dire, se non mi fossi appagata da quel mondo.

I mesi più terribili erano quelli invernali, proprio perchè la corriera era l'alternativa alla bicicletta per il tragitto sino a scuola. Le parole infamanti, le grida anche da lontano "SEcchiona" rimbalzavano nel mio cuore come i rulli di tamburo accompagnavano il malcapitato al patibolo.

La mia salvezza fu il trasloco in città, derivato dall’esigenza di mio padre di trasferire l’abitazione a fianco della attività artigianale, che lo occupava nottetempo. Frequentai così l’ultimo anno della scuola media con compagni di classe nuovi, che mi accolsero con curiosità, ma con altrettanta ospitalità. I miei soprannomi restarono brutti ricordi sigillati in un anfratto oscuro del mio cuore e proseguii con profitto gli studi. Inutile precisare che fui promossa a pieni voti e che anche in seguito, dapprima al Liceo e poi all’Università collezionai risultati brillanti, senza sforzi, perchè il mondo era sempre quello, lo studio.

Talvolta in sogno, benchè siano passati orami 26/27 anni da allora, mi riappaiono ancora quei compagni di classe famigerati, che io odiavo con tutta me stessa per la loro insana crudeltà. Sono consapevole di aver narrato la mia storia di alunna secchiona con gli occhi dell’adolescente di allora, perchè la paura e il desiderio di vendicarmi non si sopirono mai. Ora forse la mia vendetta si è consumata dentro di me e non al di fuori, perchè sono riuscita a realizzare le mie aspirazioni, perchè il mio corpo ha reagito positivamente e nessuno più mi rivolgerebbe la parola chiamandomi “Poldo”, perchè non mi è rimasta alcuna parvenza del personaggio dei fumetti, che mangiava quantità industriali di panini. Ho fatto pace con me stessa e con il mondo dell’adolescenza, che mi era ostile.

Penso però che per un adolescente, come lo è stato per me, sia un trauma sentirsi tacciati, ghettizzati, insultati e derisi per qualcosa, sopratutto se quel qualcosa rappresenta il suo mondo, la sua più alta ragione di vita.

 
 
 

Perdere l'amore...per troppo lavoro.

Post n°17 pubblicato il 31 Ottobre 2007 da SeFossiMichelle
Foto di SeFossiMichelle

Anzichè il cinema, il ballo, la serata in trattoria, l'incontro in pizzeria in allegria, tra amici, di sovente mi attendono dietro l'angolo impegni fitti di lavoro, per i quali è noto l'orario di inizio, per via delle convocazioni scritte, ma non quello di conclusione.

Non è certamente facile la vita di chi si dedica anima e corpo al lavoro, nella triste consapevolezza che ciò, un pò per volta comporterà incomprensioni e gelo all'interno delle pareti domestiche, tra gli affetti più cari, che reclamano, a giusta ragione, tempo e attenzioni, dopo tanta e prolungata trascuratezza.

Non è altrettanto facile conciliare il tempo da dedicare al lavoro, soprattutto quando questo è senza orari, con quello da riservare alla famiglia e anche a se stessi, al meritato relax, perchè il rischio di notti insonni derivanti dallo stress è sempre dietro l'angolo.

Non ho figli e riconosco di aver investito gran parte della mia vita dapprima nello studio e successivamente nel lavoro. Quest'ultimo, al pari del primo, si è trasformato in una autentica passione, più che in un impegno o in un dovere.

Prima o poi tuttavia la latitanza dalle pareti domestiche e dal cuore della persona amata diviene oggetto di aspri conflitti di coppia. Ad aggravare il quadro appena descritto, subentrano le illazioni ed i sospetti, che fanno capo alla gelosia e all'amarezza per vedersi vanificare serate allettanti al ristorante, vacanze di più o meno breve durata e in generale spazi di vita condivisa.

Gradirei così confrontarmi con chi vive l'impegno professionale con dedizione tale da sacrificare spesso la propria vita privata e in primo luogo la sfera affettiva. In particolare chiedo se è ancora uno scoglio insuperabile quello della donna MOLTO impegnata (trovo sprezzante l'espressione DONNA IN CARRIERA). Ho sentore che ancora solo agli uomini vengano concesse scusanti ed attenuanti per il super-lavoro. Il retaggio dell'educazione, dei tabù, delle regole non scritte, inducano anche le famiglie più aperte da questo punto di vista, ad adottare pretesti, freni e pregiudizi di antica, infausta memoria. Non parliamo più di quote rosa, per favore...

Che ne pensate?

 
 
 

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno...

Post n°16 pubblicato il 22 Ottobre 2007 da SeFossiMichelle
Foto di SeFossiMichelle

Il fragore dei tuoni oltre il campo sportivo, imbiondito dai colori tenui dell’autunno incipiente attutiva i singhiozzi del pianto di Monia. Ignara della mia presenza dietro la porta del bagno.

L’abbaiare insistente di Laika dirottò le mie attenzioni altrove, sull’uscio, dove il portalettere, con stampati in volto i segni evidenti del panico, a gesti mi indicava un registro sul quale apporre la firma di ricezione di un pacco, di piccole dimensioni.

Mi affrettai a firmare, reggendo con la mano sinistra il mio cane inferocito, augurando al portalettere: “Mi scusi e grazie per la pazienza!”.

Uscendo di corsa dal cortile, mi intimò: “Fate curare Monia, perché così non può andare avanti.”

Ripetei dentro me, mille e più volte quelle poche parole, mentre la pioggia battente, infiltrandosi da alcune fessure del tetto, penetrava persino nel mio spirito, profondamente turbato.

Per un istante rividi i momenti salienti della mia infanzia spensierata insieme a Monia e del suo lento, inesorabile mutamento, che l’aveva trascinata sull’orlo del precipizio della vita.

Monia, la piccola bomba pasciuta e paffuta, che nascondeva le sue floride guance rubescenti tra le ciocche sparse di una folta chioma castana, era divenuta l’ombra di se stessa, un esile fuscello magro e avvizzito, senza grazia alcuna.

Era una giovane senza tempo, senza età, scavata nel volto e nelle mani da profondi solchi, che denotavano la sua magrezza e la sua sofferenza.

Monia che pervicacemente aveva ancorato i suoi sogni ad un porto insicuro, era stata sospinta in mare aperto, sotto i colpi di un violento fortunale, che l’aveva portata alla deriva. “Non posso garantirti un futuro, Monia, sono troppo vecchio per te, che sei nel fior fiore della vita. Meriti un uomo, che ti dia un avvenire. Non sono io quell’uomo.”

Dopo tanti anni Monia vide dileguarsi il suo sogno d’amore e fu così che per lei iniziò il calvario. Non ricordo come e quando, ma all’improvviso Monia cominciò a spegnersi, rifiutando le uscite con le amiche, per trascorrere gran parte del tempo, sdraiata sul letto con lo sguardo assorto oltre i vetri della finestra.

Per distoglierla da quel pensiero fisso le preparavo spesso la torta con le mele renette, che nonna ci cucinava, ogni volta che trascorrevamo il fine settimana in campagna, da lei.

Il profumo di mele e vaniglia, che pervadeva la cucina, mentre la torta lentamente si rigonfiava nel forno, non solleticava più l’ingordigia di Monia, che un po’ per volta instaurò con il cibo una battaglia senza quartiere.

Il portalettere non mente. Monia che ha riversato sul cuscino gli ultimi afflati d’amore, non vuole più mangiare, perché non crede più nella vita. Nella sua stanza risuonano incessantemente le strofe di una leggendaria canzone di De Gregori…

“E con le mani amore, per le mani ti prenderò e senza avere paura nel mio cuore ti porterò…”

“Monia sei troppo magra, andiamo, ti accompagno io, dove possono prendersi cura di te…”

Oggi ho avuto il coraggio di parlare con lei, per la prima volta, come non mai.

 
 
 

"Non dico che dividerei la montagna, ma andrei a piedi certamente a Bologna...

Post n°15 pubblicato il 15 Aprile 2007 da SeFossiMichelle

 Per un amico in più...un caro Amico TU!”. Con una strofa di un celebre brano di Riccardo Cocciante, dedicato all'AMICIZIA, torno al mio blog, cari amici, affidando alla rete il mio caloroso saluto per ciascuno di voi.

Come me avete il cuore a brandelli perchè un amico vi ha inspiegabilmente girato le spalle? Ancora vi arrovellate dopo aver manifestato al vostro migliore amico la vostra incrollabile fiducia e la vostra indiscussa presenza in ogni circostanza e poi, quando meno ve lo aspettavate vi ha pugnalato alle spalle?

Come me ancora vi interrogate sulla crudeltà efferata del tradimento perpetrato a vostro danno dal vostro migliore amico, dovpo avergli regalato la vostra anima, la parte migliore di voi stessi, insieme al tempo prezioso condiviso nella buona e nella cattiva sorte?

Dietro ad un gesto così disumano ed inspiegabile, se non si cela l'ambizione o l'invidia di natura professionale, è sotteso un disegno machiavellico...Forse il vostro migliore amico si è innamorato irrimediabilmente di chi vi sta accanto, della vostra metà...

Temo che questo sia successo a me, ma ciò che mi fa più male è non conoscere un motivo, un barlume di ragione per essere stata così crudelmente tradita dalla mia migliore amica. Fin tanto che non riuscirò a trasformare il dolore in indifferenza, non riuscirò in nessun modo ad essere serena. Forse non ce la farò mai a rimuovere questo dolore così pungente, che mi scava dentro inesorabilmente.

Avete un amico del cuore? Cosa mi suggerite? Grazie. Un abbraccio.immagine

 
 
 
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