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                             A CHI ?

Post n°64 pubblicato il 11 Aprile 2008 da aidanred
Foto di aidanred

Io esprimerò il mio voto, è un diritto al quale non intendo rinunciare, andrò con tristezza, ma ci andrò. In questa giostra multicolore attenderò il carro più lento, quello che trasporta i poveri, i deboli, quell'umanità che non può difendersi da sola. Io starò dalla loro parte, anche se le promesse non saranno la soluzione a tutti i problemi. Stiamo sorvolando cieli di nubi e ritrovare un angolo di luce diventa difficile. Questo paese scarabocchiato, malato e spesso umiliato non risorgerà se non nella speranza di chi continuerà a credere nei veri valori della vita, alla pace, all'amore, al rispetto della terra, degli altri esseri umani e dei loro colori.

 Non credo nelle parole forti e altisonanti, credo che ce la possiamo fare se rispetteremo alcune priorità, pensiamo ai giovani, al precariato, agli anziani con le pensioni da terzo mondo, pensiamo alla scuola come momento di cultura e di crescita per tutti, nello stesso modo, con uguali opportunità. La realtà ci mostra un mondo spaccato nettamente in due : ricchi e poveri e questi nonostante il "progresso" aumentano ogni giorno. 

Nonostante tutto, io andrò a votare perchè il silenzio non mi appartiene.

 
 
 

Dove volevamo andare...

Post n°63 pubblicato il 06 Aprile 2008 da aidanred
Foto di aidanred

 

Il mio primo anno alla scuola superiore si arricchì col tempo di nuove e impensate emozioni. Nessuno di noi poteva prevedere quali strade si sarebbero aperte ai giovani, stanchi di respirare l’aria pesante dell’immobilità.

Dall’America e dall’Inghilterra ci arrivavano messaggi di pace e di libertà: i testi di Bob Dylan, I Beatles e i Rolling Stones ci insegnavano ad osservare e a giudicare con occhi più critici la nostra società. Un mondo nuovo di speranze sarebbe stato il domani che noi avremmo costruito.

Mettete dei fiori nei vostri cannoni’, ‘Fate l’amore, non fate la guerra’, ‘Sai cos’è/l’isola di Wight,/è per noi l’isola di chi/ha negli occhi il blu/della gioventù…’: i testi dei grandi gruppi stranieri erano tradotti dai nostri cantanti e a ‘Bandiera Gialla’ o nelle ‘Hit Parade’ occupavano i primi posti. Li imparavamo presto e li cantavamo con l’orgoglio di appartenere e quella generazione che le cose le avrebbe davvero cambiate.

A morte l’ipocrisia, il perbenismo, la società borghese -  immobile nei suoi schemi di vita. Basta con la guerra! Cosa ci faceva L’America nel Vietnam? La parola ‘pace’ sventolava nelle grandi manifestazioni; che mondo avevano costruito i nostri padri, quali ideali avevano rincorso? Noi avevamo un sogno nuovo da inseguire ed i nostri cantanti ce lo suggerivano nei testi dei loro brani musicali.

Io stavo imparando a comprendere, ad aprire gli occhi sulla realtà, ed ora potevo spiegare perché ‘Dio era morto/in stanze da pastiglie trasformate’… Il conformismo ci spaventava e non volevamo essere pecoroni di un gregge che si muove uniforme e ordinato: tutti insieme, nella stessa direzione, tutti uguali… Mai!

Sentivamo il bisogno di respirare in piena libertà e a fondo il profumo della speranza: noi quel mondo di ipocriti lo avremmo cambiato. Non ci saremmo lasciati intrappolare dagli ingranaggi della normalità non-pensante. L’alba di un giorno nuovo ci attendeva mentre seduti su un prato ci perdevamo nella luce rossa di un tramonto.

 Crescevano i capelli insieme ai sogni di lontani orizzonti. Chi l’avrebbe mai immaginato allora dove saremmo arrivati? Era ancora troppo presto per trovare risposte. La Storia di un periodo si può leggere e comprendere meglio in ogni suo aspetto quando il presente diventa un passato lontano. Mentre si vive sul percorso della vita spesso non si sa perché ci siamo e che ruolo assumeremo.

Nella storia dei miei quindici anni io mi trovavo a vivere senza piena coscienza degli eventi; mi sentivo spinta dall’euforia, dall’ansia, dai messaggi che vibravano nell’aria che respiravamo e di cui ci nutrivamo. La Storia è un cocktail di piccoli, innumerevoli, invisibili ed apparentemente insignificanti elementi che nel destino trovano una combinazione magica per cui a sorpresa esplodono… E poi chi li ferma più?

     

Quell’anno a scuola si alimentava tra gli studenti il desiderio di ribellione nei confronti della società e di un’istruzione retrograda, paralizzata in schemi mentali lontani dalla realtà del mondo che al contrario aveva iniziato ad intraprendere nuove strade inesplorate. Il malcontento cresceva e si presentarono tante buone occasioni per organizzare iniziative di protesta.   

Io mi informavo, e nei cortei delle manifestazioni   studentesche volevo esserci. Seguivo la massa e mi sentivo importante nello sfilare per le vie della città urlando le parole d’ordine che nascevano spontanee nelle assemblee degli studenti o sui muri della città. Probabilmente era nel mio DNA il desiderio di partecipare alle proteste.

Le mie prime fotografie da bambina le avevano scattate i compagni di partito di mio padre, durante le feste dell’Unità o nei cortei organizzati per ricordare la Liberazione e la fine della guerra, ed io in quel clima che sapeva di rivoluzione ci ero cresciuta.

Il papà in fabbrica era capo commissione, aveva il compito di organizzare le assemblee e di stabilire con il sindacato il programma degli scioperi. Come avrei potuto entrare in classe se fuori i miei compagni scioperavano? Non volevo apparire diversa da quel che ero, mi dispiaceva solo perdere le lezioni di Italiano e di Tedesco; ma loro, i miei insegnanti, avrebbero capito, dovevano capire!

Crumiri – così venivano chiamati in famiglia quelli che scavalcavano i picchetti ed entravano a lavorare mentre gli altri ci rimettevano la paga. Tutti avevano una famiglia da mantenere, però gli aumenti ottenuti grazie alle assemblee di fabbrica e alle manifestazioni degli altri non gli facevano schifo, e se li portavano a casa quei due soldi in più, in silenzio e senza nemmeno dire grazie.

Io sfilavo anche per quei vigliacchi che non volevano fare brutta figura con i professori per non rischiare la bocciatura. Vigliacchi - sì, lo ripetevo con convinzione; ci avrebbero guadagnato anche loro da una scuola diversa. Se avessimo ottenuto i rappresentanti di classe, libere assemblee in cui esprimere i nostri pareri, se i nostri pensieri fossero stati anche solo presi in considerazione allora gli insegnanti ci avrebbero ascoltato, e il preside avrebbe dovuto demolire le barricate del dissenso che si era eratto davanti alla presidenza.

Una scuola fossilizzata, ancorata ad un sapere immobile, sorda ai richiami del tempo storico e della vita che cresceva fuori dai suoi cancelli, vita che prima di tutto richiedeva anime pensanti. Insegnanti robotici, manichini di un ben misero potere che la cattedra aveva loro garantito; mentre si cullavano ingenuamente nell’illusione di non poter essere toccati, venivano sbriciolati dalla fragilità stessa di un sapere d’argilla, e sembravano non comprendere la necessità di un cambiamento che li avrebbe indotti a riflettere, a rompere il muro dell’individualismo e del perbenismo.

Cultura per tutti! Pari opportunità! Quanto profondo dovesse essere il significato racchiuso in quelle parole non era semplice spiegarlo, ma sapevano di buono, di innovazione, di taglio netto con il passato. Era giunta l’ora di leggere il vero libro della Storia, dove chi è sottomesso si chiede ‘perché’ e cerca risposte convincenti.

Loro, i professori, avevano studiato… Perché si ostinavano a non capire? Li aveva ben plasmati il potere che cresceva nel silenzio delle anime non-pensanti? Non potevano negare l’evidenza di un mondo che voleva spogliarsi di un abito liso dal tempo, per spezzare le catene della mediocrità e dell’inferiorità.

 

Le cose accadono e a volte non sai nemmeno spiegarne il perché, come se nell’essere umano nascesse a sua insaputa un’idea, una convinzione che si costruisce in silenzio una  strada fin quando esplode in una travolgente reazione a catena; e tu ti ritrovi lì, stretto tra esseri come te che pensano e parlano la stessa lingua, e sai già cosa fare perché è così che deve essere.

Si erano accesi i primi fuochi ricchi di speranze ed io mi alimentavo di ideali e di grandi illusioni:

‘Aboliamo gli applausi, lo spettacolo è dappertutto

Guardatevi, siete tristi

Ho qualche cosa da dire ma non so che cosa

Non mi liberare me ne occupo io…

Studenti, operai, uniti nella lotta

Fine alla guerra

Vietnam libero

No al razzismo’

Italian graffiti, fuori dalle scuole, dentro le aule, sui muri delle strade: erano i nuovi messaggi che diventavano slogan da urlare nei nostri cortei

 
 
 

VIRGINIA

Post n°62 pubblicato il 30 Marzo 2008 da aidanred
Foto di aidanred

Se l’essere razionale che sentivo presente in me, ha rappresentato un freno ai miei voli fantastici, ciò è mancato del tutto a mia sorella maggiore, che di ogni storia creava un romanzo, i cui protagonisti diventavano eroi mitologici o cavalieri di poemi epici calati in un mondo ideale, dove non esistevano barriere e il bene e il male non avevano ragione di essere. Mia sorella poneva tutti in un limbo ovattato, in cui ferite e dolori non lasciavano traccia. La tragica morte del nonno, la guerra partigiana di nostro padre, le privazioni della nonna, vestivano i chiari colori di una grande avventura eroica, in cui chi muore sulla scena ritrova la vita dietro le quinte, in una spirale continua, senza inizio ne fine. Forse fu lei ad insegnarmi a sognare e a credere che niente finisce.       Pur essendo la primogenita, Virginia non assolse mai il ruolo di sorella maggiore cui mia madre potesse demandare l’incombenza di alcuni compiti domestici. La Vergi, come la chiamavamo noi, non c’era mai, o se c’era fisicamente rimaneva del tutto estranea a ciò che poteva succederle di fronte.Le sue apparizioni erano fugaci, silenziose, ed io per lei avevo quel rispetto in più che si prova con chi non si conosce bene, ma che occupa un posto speciale.Alla nostra nuova casa preferiva quella delle sorelle di mia nonna, le prozie nubili, Gina e Angelina.A lei piacevano la vecchia cucina a volto sotto il portico, le due camere sulla loggia e il gabinetto in fondo al cortile non la spaventava neppure di notte, quando doveva uscire da sola.Con le zie viveva il fratello scapolo, che rinunciò al matrimonio per non lasciarle sole e ciò attribuiva una certa singolarità alla loro naturale convivenza. Virginia perciò trascorse la sua infanzia e adolescenza  in quella casa che in paese veniva denominata come il numero 4 e solo di domenica si fermava a dormire da noi.

 Durante la settimana preferiva rimanere là dalle zie, che non avendo provato la gioia della maternità, vedevano in lei una figlia da coccolare e proteggere.A nulla valsero le comodità della nostra nuova abitazione, i servizi in casa e non più nel cortile, le camere da letto nel corridoio di fronte alla cucina e al salotto e gli affreschi sulle pareti che raffiguravano il mondo di cavalieri descritti nei libri di epopee cavalleresche che  solitamente leggeva davanti alla fiamma del camino.Ella si sentiva protetta in quelle vecchie mura nel centro storico del paese, di sera si fermava da sola in cucina fino al rientro dello zio a notte inoltrata.  Solo allora riponeva le letture sul piano della credenza, apriva e chiudeva dietro di sé la porta e saliva senza fare rumore i gradini della scala di legno che portava alla loggia e da questa alle camere. Le zie di solito l’aspettavano sveglie e da sotto le coperte, con voce bassa, le chiedevano il riassunto delle   ultime pagine di quelle avvincenti avventure.

Ci ricordavamo che la Vergi era parte della nostra famiglia ogni volta che qualcuno, di solito giovane e bello, si presentava al cancello di casa chiedendo di lei.I personaggi maschili che venivano a cercarla non erano ragazzi comuni, avevano sempre un qualcosa di particolare.  In loro, quando ci vedevano aprire la porta, notavamo un certo stupore negli occhi e un non so che di delusione. Forse avranno pensato che noi fossimo la servitù, perché chissà quale immagine di sé riusciva a dipingere fuori dalla sua casa.

Ben pochi sapevano che lavorava come sartina in un laboratorio in cui si confezionavano tonache per preti, gli unici clienti erano proprio loro, parroci, curati di Brescia e provincia.  Solo raramente appariva un monsignore, ma ciò non favorì mai l’aumento del salario, che rimase sempre troppo basso per soddisfare i suoi e i nostri bisogni.

Ogni domenica pomeriggio mia sorella, che amava tanto il cinema, si recava in una vecchia sala cinematografica nel centro del paese, in cui di preferenza si proiettavano i grandi colossal della cinematografia italiana e americana.La sua strategia stava nel mettersi davanti all’ingresso in atteggiamento d’attesa. Lei era considerata una delle due ragazze più belle del luogo e sedersi in platea in sua compagnia era certo un gran privilegio, pertanto non doveva attendere molto che qualche giovanotto le pagasse il biglietto d’entrata. Fortuna volle che anche il macchinista addetto alla proiezione avesse un debole per lei e la facesse entrare direttamente dalla porta di servizio, prima che il pubblico occupasse tutti i posti a sedere, il che le permetteva di scegliere a piacere la fila e la poltroncina più comoda.

Film, come I dieci Comandamenti, Benhur, Maciste, Ercole, I tre moschettieri....,li vide e rivide fino a memorizzare scena dopo scena, battuta dopo battuta e tutto questo senza spendere una lira.

Era in quel modo che riusciva a risparmiare quel poco che mia madre le lasciava del suo misero stipendio e a comprarsi i velluti per gli abiti arricciati che si confezionava da sola, copiando dalle riviste o dalle figurine colorate disegnate nei romanzi di cappa e spada. Ne aveva un baule pieno di storie di cavalieri e moschettieri, anche le zie alimentavano questa sua  passione per la lettura e contribuivano alla spesa lasciandole sotto la tazza del caffè della domenica piccole mance. Pure lo zio, di nascosto dalle sorelle, le infilava nelle tasche qualche spicciolo, perché quella nipote gli rallegrava la casa.Le troppe letture l’allontanarono sempre più dalla realtà.

Quasi ventenne non seppe mai prendere seriamente le proposte di matrimonio dei tanti pretendenti che bussarono alla nostra porta. Ci fu poi un periodo in cui decise di cambiare il proprio nome e di farsi chiamare Sissi, ma solo fuori casa.

Il familiare Cicci non era più all’altezza del rango al quale si sforzava di appartenere, e scavando nel passato della nostra famiglia, si aggrappava a tutto ciò che poteva avere un sia pur minimo riferimento ad un qualsiasi legame di nobiltà.

Quando poi mio padre le raccontò la storia di una vecchia prozia raffigurata nel quadro appeso nel mezzo della parete del corridoio di casa nostra, la quale aveva vissuto nel castello di Montichiari e che probabilmente si era comprata il titolo di contessa, fu certa dell’origine nobiliare della nostra famiglia e di quella che avrebbe dovuto essere la sua esistenza.Le sorprese non tardarono.  Un giorno uno dei soliti pretendenti apparve davanti al cancello di casa e chiese della Con. Sissi.  Mia nonna, onnipresente, rispose che lì non abitava nessuna ragazza con quel nome, ma non seppe tenere il segreto per sé e da quel momento per tutti noi della famiglia la Cicci divenne Consissi.

Ricordo che il volo decisivo, che le permise di approdare nel suo mondo ideale, lo intraprese con la visione ripetuta ben dieci volte del film Laurence d’Arabia. Fu proprio di fronte a quelle immagini esotiche, vestite di mitica poesia, che scoprì ciò che stava cercando. Mi riferisco al deserto infinito e caldo di sabbia. Iniziò così a scurirsi la pelle, a simulare danze del ventre, a seguire corsi di lingua araba e sostituì i libri d’avventura con incomprensibili   volumi di grammatica araba.  Penso che a quel tempo a Brescia fosse l’unica persona interessata ad acquisire tale cultura, e l’amico libraio dei portici faticava non poco a procurarle ciò che lei gli chiedeva.

Di sera, quando rientrava dal lavoro, le zie le facevano trovare la tavola apparecchiata e la cena pronta.  Dopo aver sparecchiato, si mettevano accanto a lei e rimanevano in assoluto silenzio, rispettose del suo impegno nel trascrivere sul quaderno i segni strani e incomprensibili di una lingua sconosciuta.

 Quella nipote era veramente speciale e a bassa voce erano solite ripetere - Così intelligente avrebbe dovuto studiare, poteva diventare maestra, essere la primogenita di cinque fratelli, questa era stata la sua rovina! Virginia studiava per ore, anche le zie avevano imparato che gli arabi scrivono e leggono al contrario di noi: da destra a sinistra. In quei mesi, le sue scelte maschili la portavano a ricercare i tratti orientali nei volti di tutti i ragazzi che chiedevano di lei, e tra le pagine dei suoi quaderni nascondeva fotografie d’uomini con pelle olivastra e bocche carnose dalla dentatura bianchissima.

Brescia non era certo l’ambiente ideale in cui poter trovare principi azzurri di tali fattezze, viaggiare doveva e in paesi stranieri. L’idea di andarsene dal luogo in cui era nata cresceva a dismisura, ma il denaro necessario chi glielo avrebbe dato? Le zie non potevano permettersi di finanziare viaggi e tanto meno in paesi lontani, bisognava perciò trovare al più presto una soluzione.

A quel tempo, un amico fotografo immortalò mia sorella e fu talmente soddisfatto del risultato che decise di esporre in vetrina le immagini con il suo ritratto. Molti gli chiesero chi fosse quella giovane ragazza dai lunghi capelli neri e lui imparò a rispondere - E’ una aspirante attrice.

La voce si sparse e ben presto per le vie del centro, quando la Vergi passava, era guardata con interesse e chi non sapeva di lei veniva informato delle sue grandi aspirazioni artistiche.

Le prime proposte per apparire come comparsa in film che avrebbe narrato storie di pirati non si fecero tardare. A Peschiera, sul lago di Garda, erano approdati velieri seicenteschi sui quali vennero allestiti set cinematografici, giovani aspiranti attori trovarono l’opportunità di farsi conoscere al grande pubblico e per alcuni iniziò una vera carriera. Anche Virginia approdò in quel di Peschiera sul sedile posteriore della vespa dell’amico fotografo, era estate e lei indossava una gonna di raso verde mare, il suo colore preferito e una camicetta di tela bianca scollata, senza maniche.

Nello scendere dalla vespa, si tolse il foulard dalla testa e liberò una cascata di capelli neri e lunghissimi che sin da bambina non aveva mai voluto tagliare.

La vide l’aiuto regista, il quale, abbagliato da tale naturale bellezza, le affidò immediatamente il ruolo di una nobile schiava. Le promise un primo piano e se si fosse dimostrata disinvolta di fronte alla macchina da presa avrebbe potuto recitare una piccola battuta. Sì, il suo destino era segnato, un destino speciale che sembrava abbracciare i membri di questa mia famiglia; la nostra storia già ricca di vicende di eroi e di martiri, ora con la Vergi si arricchiva di un’eroina che vestiva i panni di una nobile schiava rapita, privata della sua ricchezza e sedotta da crudeli pirati. Virginia partecipò alle riprese del film di nascosto da mio padre, ma con l’approvazione del resto della famiglia, zie comprese, che nel loro fiabesco immaginario non avevano perso la speranza di essere, un giorno, rapite e fosse anche fatte schiave.

Mio padre seppe solo molti mesi dopo di avere una figlia attrice e la cosa non lo entusiasmò per niente. In quel mondo “di celluloide” lui vedeva la rappresentazione falsata della realtà e la realizzazione di ideali di vita capitalisti, in antitesi con le vere problematiche reali, che da sempre si manifestavano nella giusta lotta di classe.La cinematografia russa o il neorealismo del dopoguerra, avevano rappresentato per lui un momento di grande cultura che ci riproponeva ogni qualvolta che al circolo ricreativo della cooperativa si proiettavano film come l’armata Potionki .......... Sciuscià o Ladri di biciclette.

Il film, in cui mia sorella appariva nelle vesti della giovane e nobile schiava, arrivò nella vecchia sala cinematografica di Mompiano, in seconda o terza visione. Alla proiezione non mancava nessuno, tutti i posti a sedere erano esauriti.

 Io, i miei fratelli, le zie, gli amici e conoscenti, occupammo le prime file per non perdere un’immagine e una sia pur piccola battuta.Nel volto di ogni donna cercavamo di riconoscere i tratti della Vergi e al grido di - Eccola e lei, no, non mi sembra! -, ci perdemmo gran parte della storia. In realtà io mia sorella non riuscii mai a riconoscerla e quella fu una gran delusione.Ci disse che il trucco l’aveva trasformata.  La parrucca bionda poi aveva modificato il contorno del suo volto in modo tale da renderlo irriconoscibile. Io considerai ciò una vera ingiustizia, che gusto c’era fare l’attrice se poi nessuno ti avrebbe riconosciuto?. In quella pellicola cercavo mia sorella per poterla indicare alle amiche, che spesso consideravano i miei racconti frutto di una spiccata fantasia e in quel modo rischiavo di perdere tutta la mia credibilità.

Nonostante la sua immagine fosse rimasta nell’anonimato, Virginia continuò a sognare di diventare un’attrice famosa e non perse l’occasione di apparire, sempre come semplice comparsa, in pellicole considerate di cassetta. Un’importante opportunità le fu offerta il giorno in cui un regista, ancora sconosciuto, le propose di partire per la Spagna, dove avrebbe partecipato alle riprese di un film in costume sulla storia dei gitani. Avrebbe avuto anche una parte come generica e  recitato qualche battuta.

Anche il salario sarebbe stato buono e sicuramente quel film avrebbe rappresentato un buon trampolino di lancio per la sua desiderata carriera.Riuscì persino ad indossare quelli che avrebbero dovuto essere i suoi costumi di scena, e con essi si fece fotografare tra le mura secolari del Castello di Brescia.

L’amico fotografo le scattò molte fotografie con abiti  da gitana e quelle pose sognanti di gloria per alcuni anni rimasero esposte nella vetrina del suo negozio.

Il sogno si stava veramente realizzando, avrebbe smesso di cucire tonache per preti e monsignori, ora era lei a mettersi in costume e a vestire i ruoli delle eroine dei  libri di avventure, letti e riletti davanti al camino di una vecchia casa nel centro di una sconosciuto paese.

Purtroppo il risveglio non fu bello quanto il sogno, del regista non si seppe più nulla!.Ricordo l’attesa di una lettera che non arrivò mai. Ci speravamo tutti in famiglia, quella parte nel film ci induceva a pensare  un futuro ricco di illusioni. Di sera, quando ci ritrovavamo seduti intorno al tavolo della cucina, le elencavamo i regali che avremmo voluto ricevere  e le facevamo giurare di mantenere tutte le promesse. La speranza era dura a morire e nella cassetta della posta guardammo ancora per lungo tempo e fu il tempo a venire in suo aiuto e con lui mio padre, che da alcuni mesi era partito per la Svizzera, in cerca di fortuna.

Questi scrisse una lunga lettera in cui descriveva la bellezza del paese.  Aveva trovato un buon lavoro,  abitava in una casa con frutteto e lavanderia, c’era pure la lavatrice che lavava e asciugava i panni. Quest’ultimo particolare convinse mia madre, che da vent’anni si spaccava la schiena sui bucati settimanali, a partire per quello che doveva essere sicuramente il paese della cuccagna.

 Virginia non volle rimanere esclusa da quello che avrebbe potuto rappresentare un nuovo sogno e decise di partire anche lei.

Se la mancanza di mio padre aveva creato un vuoto nella nostra famiglia, la partenza di mia madre e di mia sorella rese quel vuoto incolmabile e l’inverno che ne seguì mi parve il più freddo di tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

PASQUETTA SUL COLLE

Post n°61 pubblicato il 23 Marzo 2008 da aidanred
Foto di aidanred

 

 Se spalanco la finestra, oggi non vedo ciò che un tempo riempiva i miei occhi. L'orizzonte di verde e di cielo mi è stato nascosto, cancellato dai muri alti di grigio cemento, in cui a fatica stento a riconoscere i volti e le voci care e familiari.

Mompiano dall'aria leggera, come acqua di fonte, dalla terra generosa, impotente al volere del tempo, ha permesso che i suoi prati fossero calpestati. L'erba non è più cresciuta e di questa s'è perduto anche il profumo dell'ultimo fieno.

Sulle pendici del colle le ferite si fanno ogni anno più larghe e gli ulivi piangono i giorni in cui volgevano i rami ai raggi del sole che sembrava splendere solo per loro. Avevano radici profonde e c'è voluto un freddo coraggio per riuscire a strapparle, ma qualcuno l'ha fatto e siamo rimasti a guardare.

A Pasquetta, quando ero giovane, ci ritrovavamo tutti su, sopra il colle di San Giuseppe e i sentieri pietrosi si affollavano di passi ansanti e di voci chiassose e felici. Stendevamo, come lenzuola aperte su un letto di primule e viole, le ampie tovaglie e volgevamo lo sguardo dall'alto verso la città che faceva capolino in piccoli gruppi di case aldilà dall'anfiteatro delle nostre montagne.

Poi solo campi, una distesa piatta ed estesa che si estendeva verso il nord per poi perdersi dietro la curva di un monte.

La valle, coi suoi vigneti e frutteti, campi verdi di erba e gialli di frumento maturo, macchiava una tavolozza di colori che si mescevano in toni accesi o pacati nello  scorrere perpetuo delle stagioni.

Una fisarmonica e un mandolino suonavano le nostre canzoni e i "Mazzolin di fiori" si alzavano al cielo di quelle primavere nascenti, come canti augurali per i giorni futuri. Era la festa delle uova, del salame e dei "ridicì".

Uova fresche delle nostre galline e salame di quello buono, nostrano. Allora ce ne bastava una fetta per mangiarci due o tre pani; bagnato di vino rosso era ciò che di meglio potevamo gustare.

La lunga camminata in salita, fino sulla cima del colle, alimentava la nostra fame e tutto 'sto ben di Dio ci appariva così buono.

Il giorno di Pasquetta lo segnavamo sul calendario, era il giorno in cui "quelli di Mompiano", che avevano ancora due buone gambe, si presentavano all'appuntamento cui nessuno avrebbe voluto mancare.

I giovani erano i primi ad arrivare sulla cima, loro il sentiero lo salivano a passo veloce e con voci alterate da sonore risate accompagnavano il ritmo accelerato dei respiri ansanti.

I bambini ci arrivavano in piccole corse a singhiozzi, sordi ai richiami dei genitori che avrebbero voluto averli al loro fianco: tranquilli e ubbidienti.

Gli anziani si arrampicavano lenti e pensosi e in ogni passo gli occhi ed il cuore ritrovavano un ricordo e il sapore malinconico degli anni trascorsi, graffiato nella corteccia di un albero, con i tratti sbiaditi di una freccia e di un nome.

A Pasquetta ci toglievamo le calze che l'inverno aveva voluto coperte di lana spinosa e a gambe nude lasciavamo che il sole ci accarezzasse la pelle senza pudore. Quanti miracoli potevano accadere in una giornata di primavera!

Io ricordo d'essermi promessa al mio Giuseppe il giorno di Pasquetta del 1919: eravamo ancora due ragazzini, ma quel sì fu per sempre. Ci sposammo il primo di maggio: il giorno della festa dei lavoratori. Lui mi diceva: “Noi faremo la rivoluzione, vinceremo e non ci saranno più né servi né padroni…Il primo maggio regalerà la nuova primavera dei popoli e la nostra felicità…”.

Ci credeva il mio Giuseppe ed era convinto che Cristo la povera gente l'avrebbe aiutata…ma non fu così.

C'eravamo promessi amore sul colle e sul colle noi scegliemmo di vivere. La nostra casa di giovani sposi c'è ancora, se guardi verso l'alto la puoi ben vedere. Aveva un bel portico, una cucina grande e due camere luminose.

Nell'orto piantammo un ulivo, lui non lo vide crescere.

La vita spesso illude i suoi figli e quando gli strappa ciò che gli è caro, rimane un incolmabile senso di vuoto.

Fin che ho avuto le gambe buone ogni anno a Pasquetta sono ritornata sul colle perché non volevo mancare all'appuntamento con il mio unico amore.

Mi è stato strappato che ero ancora giovane, non hanno avuto rispetto di me e della mia bambina che a quel tempo aveva solo due anni.

Ora tutto ciò che successe mi appare così terribile da non trovare   giustificazioni all'agire dell'uomo.

Guardo fuori dalla finestra questo mondo che cambia, sospiro di malinconia e mi abbandono al suono amico dei ricordi.

 

Tratto da " FILOMENA E LE ALTRE" Un libro che ho scritto per mantenere viva la memoria del passato

Sono ricordi di un tempo lontano, riemersi dai racconti delle donne del mio paese: storie di quotidianità nascoste che non vogliono essere dimenticate. 

 

                                          

                                               

                                         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

PER TUTTI SIA UNA PASQUA SERENA

Post n°60 pubblicato il 22 Marzo 2008 da aidanred
Foto di aidanred

Non ho parole per commentare versi così strazianti, la vita scava nel cuore ferite profonde. Ognuno lotta per una speranza, una possibile resurrezione 

                                   Ho conosciuto Gerico

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch'io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c'era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.

Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso la messe,
la messe di nostro Signore
e Cristo Salvatore.

Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
perché, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.

Ma un giorno da dentro l'avello
anch'io mi sono ridestata
e anch'io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all'inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica

                                                    Alda Merini

 
 
 
 
 

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