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CONVERTITI A CRISTO

Post n°220 pubblicato il 20 Ottobre 2012 da diefrogdie
 

MUSULMANI CONVERTITI AL CRISTIANESIMO

Parigi (AsiaNews) - Persecuzione diretta da parte della comunità islamica; imbarazzo e indifferenza verso la loro sorte da parte dei cristiani: è la situazione che affrontano molti musulmani che si sono convertiti al cristianesimo, non solo nei loro Paesi di origine, ma anche in Europa, dove - invece di garantire la libertà di coscienza - si difende soltanto la libertà per i musulmani di testimoniare la loro fede. Mohammed Christophe Bilek lancia un appello con questa lettera inviata ad AsiaNews.

Mohammed Christophe Bilek è nato in Algeria nel 1950 e vive in Francia dal 1961. È l'autore di due libri, "Un algerino non troppo cattolico" (1999, Cerf) e "Sant'Agostino raccontato a mia figlia". Dagli anni '90 egli è anche il responsabile del sito Notre Dame de Kabylie, per l'evangelizzazione dei musulmani e il dialogo islamo-cristiano.

 Cari amici, se la persecuzione è il destino di numerosi cristiani, che dire dei musulmani che vogliono diventare cristiani? Essi sono come dei bambini che stanno per nascere, ai quali si rifiuta il diritto di esistere!

Questa settimana, un algerino battezzato a Pasqua mi ha detto: "Questa comunità [musulmana] mi fa stare male, questa Umma che vuol fare di me il suo schiavo! Non è Allah che fa di me il suo schiavo - come essi pretendono - ma essa...nel nome di Allah! Io non voglio essere prigioniero di un dogma, non voglio vivere nella menzogna! Al contrario, Dio mi chiama alla verità del Vangelo che libera. Io non impongo la mia fede a nessuno, nemmeno a mia figlia... Perché mi si vuole imporre la fede musulmana?".

Sì, cari amici, coloro che oggi scelgono di seguire Gesù Cristo, come me già più di 40 anni fa, si nascondono anche in Francia, in Europa, per paura di violenze e rappresaglie familiari o comunitarie. A maggior ragione, immaginate la vita dei nostri fratelli che non hanno la possibilità di vivere in Paesi che rispettano la libertà di coscienza, che vivono seppelliti in Marocco o in Tunisia, per esempio.

Essi ci supplicano, vi implorano di pregare per loro e di non dimenticarli.
Ma occorre fare di più e prendere le loro difese contro leggi liberticide che non vengono da Dio, ma dagli uomini, checché ne dicano coloro che le vogliono imporre.

Come prendere le loro difese? Con le armi? No, certo. Piuttosto, con le armi del Vangelo: quelle della giustizia, della verità, della carità, della fraternità.

Quanto a giustizia e verità, si continua a negare questa evidenza: che noi, in quanto cristiani, in tutto il mondo musulmano, siamo spogliati dei nostri diritti e della libertà. Basta ricordare la legge sull'apostasia, istituita con la sharia e praticata da numerosi Paesi come l'Arabia saudita o l'Iran.

Lasciate che vi domandi: forse Gesù Cristo ha imposto la sua legge? Sebbene essa sia una legge d'amore, ha mai Egli forzato qualcuno a praticarla? Forse che la Chiesa cattolica, per esempio, scomunica e lancia della fatwa contro coloro che la abbandonano per divenire musulmani? Forse che essa minaccia i fulmini e l'inferno per il fatto che essi sono iscritti sui registri del battesimo?

No, certo. E perché? Perché la fede è un'adesione liberamente consentita da Dio. E dunque a Lui ognuno renderà conto.

Ora, questo diritto di abbandonare il cristianesimo, riconosciuto ai convertiti all'islam, perché non è riconosciuto a coloro che vogliono abbandonare la religione musulmana per seguire Gesù Cristo? Vogliamo dunque dire ai musulmani sinceri: mostratevi caritatevoli e accettate questa uguaglianza davanti a Dio, solo giudice, in modo definitivo e senza concessione! Ditelo pubblicamente, almeno qui in Francia, in Europa, dove voi reclamate i vostri diritti. Siate conseguenti e credibili, ammettendo uguali diritti umani ai vostri fratelli che hanno scelto un'altra via!

Riguardo alla fraternità cristiana, non posso che citare ancora le parole di quell'algerino: "I musulmani mi fanno stare male, è un fatto, perché essi si immischiano nella mia vita interiore, mentre essa riguarda [solo] Dio; ma quelli che mi uccidono sono questi fratelli cristiani, che chiacchierano con i musulmani, ma non levano nemmeno il dito mignolo per aiutarci: forse ci prendono per dei bugiardi? Mi domando: per loro siamo dei falsi fratelli o dei fratelli di secondo ordine?".

L'amico algerino ha ragione: come si può credere alla sincerità di questi cristiani, convinti o no, che qui in Francia e in Europa, hanno in bocca solo parole come "islamofobia", "stigmatizzazione dei musulmani", ma si tacciono o si volgono altrove per non vedere le sofferenze e gli abusi che i cristiani subiscono, impediti di vivere la loro fede nei loro Paesi d'origine e nei loro Paesi di esilio? Non accade forse che essi pongono una discriminazione fra noi e loro? Senza arrivare fino a parlare di razzismo, non praticano forse una segregazione fra noi e loro? Essi si credono giusti, ma denunciano solo alcune ingiustizie.

In conclusione, vogliamo riaffermare qui, davanti a Dio, per coloro che hanno orecchie per intendere, le parole di una celebre figlia di Francia: noi non abbiamo il compito di convincervi. Ad ogni modo, poiché nostro Signore deve essere il primo ad ricevere il nostro servizio, in accordo con Giovanna di Francia [d'Arco],.. e poiché la nostra anima appartiene a Dio, secondo l'espressione di sant'Agostino, ... noi testimoniamo pubblicamente che oggi Gesù Cristo è perseguitato nei fratelli e nelle sorelle che provengono dalla tradizione musulmana.

da www.asianews.it

 
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UNO SCANDALO INESISTENTE

Post n°219 pubblicato il 21 Agosto 2012 da diefrogdie
 

Uno scandalo inesistente

Sulle polemiche sollevate in Francia a proposito della preghiera per l’Assunta, pubblichiamo un articolo uscito su «Le Monde» del 19 agosto. L’autore è stato critico letterario dell’autorevole quotidiano parigino, collabora con «La Croix» e «La Revue des deux mondes», e ha scritto tra l’altro un Petit éloge du catholicisme pubblicato nel 2009 da Gallimard, tradotto in Italia l’anno successivo dalle Edizioni San Paolo.

 

 

«La Chiesa è abituata a essere lo zerbino su cui si puliscono i piedi», si è sfogato il cardinale Barbarin. Infatti, ogni occasione è buona. In discussione è una preghiera redatta da monsignor André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, presidente della Conferenza episcopale francese, per la festa dell’Assunzione. Si può notare subito la sproporzione flagrante tra la delicatezza del testo e le accuse violente che ha suscitato.

Questa preghiera non attacca, né mette in discussione nessuno, e certamente non gli omosessuali. Ricordo la quarta invocazione, quella che fa nascere la polemica, ma che, notiamo, viene dopo altre tre, una delle quali per coloro che sono stati «recentemente eletti per legiferare e governare». Ecco la frase scandalosa, che fa fremere le anime virtuose certe del loro buon diritto: «Per i bambini e i giovani; che tutti aiutiamo ciascuno a scoprire il proprio cammino per progredire verso la felicità; che cessino di essere oggetto dei desideri e dei conflitti degli adulti per godere pienamente dell’amore di un padre e di una madre».
Non voglio fare un’analisi del testo, ma non è forse evidente che ciò che qui è difeso non è accompagnato da alcuna condanna nei confronti delle persone e dei gruppi che non condividono la stessa visione dell’umanità e delle sue leggi?

E se questi gruppi e queste persone non rinunciano a esprimere la loro opinione, perché la Chiesa non dovrebbe esprimere il suo pensiero su un tema che è al primo posto tra le sue preoccupazioni? Con buona pace di coloro che confondono laicità e anticlericalismo militante. Sì, da un lato un’opinione, molto attuale, ma datata, la cui eventuale pertinenza viene misurata a colpi di sondaggi, che sono essi stessi la somma di opinioni convergenti. Dall’altro un pensiero meditato, fedele a venti secoli (e molti di più, perché bisogna risalire alla Genesi, il primo libro dell’Antico Testamento) di antropologia religiosa.

Ed è qui che il malinteso, unito a una buona dose di disonestà, diventa patente. Certo, è permesso elevare a rango di legge inviolabile l’evoluzione dei costumi, che si può addirittura, volendo, definire progresso — quella «teoria di inganno e disinganno», come diceva Charles Péguy.
Ma non si può ignorare che la Chiesa afferma con dolcezza e mansuetudine, con santa ostinazione, la permanenza di una visione antropologica in cui si radica l’affermazione dei diritti imprescrittibili di ogni uomo e di ogni donna.

Una visione non formata a partire da un capriccio, da un ghiribizzo o da interessi di categoria. È nata dalla stessa Rivelazione divina, come ce la consegnano le Sacre Scritture e tutta la tradizione.

Ricordando una parte di questa verità di cui è depositaria, la Chiesa esce forse dal suo ruolo?
Se il Governo e il Parlamento danno la loro opinione sul matrimonio e decidono di cambiarne la natura, non è legittimo che la Chiesa, che ha appreso da Cristo la dignità del matrimonio e del legame tra la donna e l’uomo (dignità elevata a rango di sacramento), faccia anch’essa sentire la sua voce?
Una voce che non cerca di coprire le altre, ma che non accetta di essere resa essa stessa non udibile a forza di sarcasmi e di processi infondati.

Che cosa si rimprovera al cardinale Vingt-Trois? Di dire quella parola che ha il compito di far sentire, che ha il dovere, non di conservare nel segreto delle sacrestie, ma di rendere pubblicamente intelligibile?
Quella parola, che non è quella di un partito o di un gruppo di opinione, non la inventa, non la calcola secondo interessi di circostanza. Non la modifica. Può solo cercare le parole, le frasi più adatte, quelle che feriscono meno. Che è ciò che ha fatto, lo ripeto, con grande delicatezza.
Ma sui contenuti, la posizione della Chiesa non può cambiare.
La sua forza e anche la sua debolezza sono in questa intangibilità. Dopo di che, spetta a ciascuno decidere secondo coscienza.

Perché, qualunque cosa se ne dica, il ruolo della Chiesa non è di evolvere con il suo tempo. Se lo avesse fatto nei secoli scorsi, da tempo non sarebbe più ascoltata.

Il suo ruolo non è neanche quello di coprirsi gli occhi e di spaventarsi per l’evoluzione dei costumi, ma di mantenere una vigilanza, uno stato di attenzione in funzione della verità che ha ricevuto.

Al fine di difendere e di spiegare questa verità, ovunque e sempre, a tempo opportuno e inopportuno — anche sotto gli insulti. Allora, dov’è lo scandalo? Dove sono i pregiudizi? Forse non là dove i clamori della malevolenza pretendono di scoprirli.

  Patrick Kéchichian
21 agosto 2012 -
www.osservatoreromano.va 

 
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SIRIA, LA DIPLOMAZIA GETTA LA SPUGNA!

Post n°218 pubblicato il 03 Agosto 2012 da diefrogdie
 

SIRIA, LA DIPLOMAZIA GETTA LA SPUGNA!

SSIRIIA

Cari amici, l’inviato speciale per la Siria, l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan si è dimesso. Ha spiegato il suo gesto citando l’aumento della «militarizzazione sul terreno» e la «chiara assenza di unità nel Consiglio di Sicurezza». Un riferimento, quest’ultimo, alle posizioni di Russia e Cina, tradizionali alleate di Assad, che con il loro veto bloccano la possibilità di interventi sanzionatori più decisi contro il regime siriano.

Contemporaneamente, i media americani riferiscono che Obama ha autorizzato i servizi segreti ad aiutare «l’opposizione» nella sua lotta contro Assad, anche se ufficialmente solo con contributi economici e umanitari. Il rifornimento di armamenti potrebbe però arrivare da Paesi vicini con cui gli Usa sono in contatto.

È un’involuzione della crisi che non promette nulla di buono: già oggi in Siria sono arrivate milizie islamiche fondamentaliste che hanno combattuto in Iraq e in Libia. La risposta repressiva del governo, che non si è mai fermata, ha provocato già migliaia di morti fra la popolazione civile. È davvero triste che l’Europa, alle prese con lo spread, l’impazzimento dei mercati e la recessione, non riesca a giocare un ruolo maggiore in questa vicenda. L’implosione interna della Siria, con la guerra civile, oltre a provocare innumerevoli vittime innocenti e ondate di profughi che già si riversano in Libano e Giordania, finirebbe per destabilizzare ancora di più l’intera regione.

Il Papa è intervenuto già due volte, chiedendo che si persegua una soluzione negoziata della crisi. La sua voce, come spesso accade, è caduta nel vuoto. In ogni caso la decisione di Kofi Annan di gettare la spugna la dice lunga sulle possibilità di successo della diplomazia. Com’era già avvenuto per Saddam Hussein e per Gheddafi, considerati per molto tempo dai governi occidentali fattori di stabilità nell’area, anche per Assad sta accadendo lo stesso. Non ci sono dietro l’angolo, a quanto pare, ipotesi di interventi militari internazionali. Ma nemmeno ipotesi praticabili per una transizione «morbida» e concordata a un nuovo governo in Siria, a meno che Assad non decida autonomamente – dopo aver ottenuto le necessarie garanzie – di lasciare il Paese.

I cristiani, una presenza storicamente importantissima per la Siria, hanno goduto di protezione e libertà di culto sotto l’attuale regime siriano. E ora condividono le angosce dell’intera popolazione, ben coscienti, purtroppo, della lezione irakena e dell’instabilità che ancora oggi, a quasi dieci anni dall’inizio della guerra contro Saddam, si vive nel Paese.

Ho ancora molto vivo il ricordo del viaggio di Giovanni Paolo II, nel 2001. Il Papa entrò nella grande moschea degli Omayyadi, in oigine un luogo di culto cristiano dove si venerano delle reliquie di Giovanni in Battista. Mi colpì molto vedere a Damasco, quante fossero le antiche chiese e come s’intrecciassero minareti e campanili, in un contesto di pacifica convivenza.

Una mattina, con l’amico Orazio Petrosillo (il vaticanista del Messaggero, scomparso nel maggio 2007), noleggiammo un’auto e andammo a visitare Maaloula, il villaggio dove ancora qualcuno parla l’aramaico, la lingua di Gesù. Nel discorso in moschea, Papa Wojtyla disse: “E’ importante che ai giovani vengano insegnate le vie del rispetto e della comprensione, affinché non siano portati ad abusare della religione stessa per promuovere o giustificare odio e violenza”. Mancavano soltanto tre mesi all’attacco alle Torri Gemelle.

Andrea Tornielli - Sacri Palazzi

 
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ANCHE QUESTO E' L'ISLAM

Post n°217 pubblicato il 09 Giugno 2012 da diefrogdie
 

 

ANCHE QUESTO E' L'ISLAM

Pubblico questo agghiacciante articolo così come l'ho trovato su www.asianews,it.
Al lettore ogni commento.

Anche questo è islam. Il video della decapitazione di un giovane tunisino convertito
di Samir Khalil Samir
Il terribile video è stato diffuso non da gruppi anti-islamici, ma da un giornalista egiziano, Tawfik Oshaka, che condanna i salafiti e i Fratelli musulmani. L’estremismo islamico presenta un’immagine crudele dell’islam. Ma i semi della violenza sono presenti nel Corano e nella vita di Maometto. È tempo per i musulmani di condannare in modo esplicito questa violenza.

 

Beirut (AsiaNews) - Nei giorni scorsi AsiaNews ha ricevuto un agghiacciante video in cui si mostra la decapitazione di un giovane tunisino accusato di apostasia perché musulmano convertito al cristianesimo. Nel video, postato su Youtube, alcune persone mascherate brandiscono un coltello per uccidere un giovane disteso per terra, con la faccia tenuta immobile. Dopo il grido di alcune preghiere rituali, e il sussurro di alcune parole del giovane bloccato per terra (una preghiera?), uno degli uomini col volto nascosto gli taglia la gola, mentre scorre sangue a fiumi, in una scena lunga e orribile. Infine la testa è presentata come trofeo.

In origine il video è stato mostrato alla televisione di "Egitto oggi" (Misr al-Yawm). "Egitto oggi" è un noto e stimato quotidiano, anche con un'edizione on-line in arabo.

La persona che ha diffuso e commentato questo video, Tawfik 'Okasha, è un giornalista molto conosciuto e serio. Attualmente lui è attaccato e condannato da varie tendenze islamiche (Fratelli Musulmani e salafiti) perché diffonde critiche all'islam fanatico.

Il video della decapitazione è preceduto da un avvertimento di Okasha, che sconsiglia di guardare se la gente è sensibile, in particolare per i bambini, le ragazze, le signore.

Alla fine, Okasha commenta: Fratelli miei, voi pensate che questo sia l'islam? State facendo una cattiva pubblicità alla nostra religione. Questo filmato gira per l'Europa e l'America, in Germania, in Francia, in Inghilterra e altrove. Questa è l'immagine che noi stiamo dando di noi stessi.

Il video è autentico?

Viene da domandarsi sull'autenticità delle immagini.

Le preghiere che si sentono in sottofondo durante l'esecuzione sono preghiere autentiche, formule ben note di improperi contro chiunque abbandona l'islam; imprecazioni fatte a Dio contro chi è apostata, contro gli increduli, e conto tutti i nemici dell'Islam.

Tawfik Oshaka è certo autentico e conferma la sua linea di difendere l'islam contro gli estremisti. Proprio per questo è preso di mira dagli estremisti. Okasha crede alla veridicità del video e lo ha diffuso.

Non ho le competenze per verificare in modo preciso tale autenticità. La sequenza in cui il giovane apostata viene sgozzato e decapitato, fino a mostrare la testa in trionfo sembra non avere cesure. Ma colpisce anche che l'uomo ucciso rimanga tranquillo, senza reazione, sussurrando solo alcune parole, senza muoversi.

La crudeltà è inerente al terrorismo

Sorprende però che questa decapitazione avvenga con un semplice coltello che si dilunga per quasi due minuti nell'esecuzione, accrescendo l'orrore degli spettatori. Di solito, le esecuzioni di apostati avvengono da parte di boia specializzati e con una spada affilata, assestando un colpo netto.

Il video è fatto senz'altro per terrorizzare chiunque voglia diventare cristiano.

È importante sottolineare che il video è stato diffuso non da persone e gruppi anti-islamici, ma da persone che vogliono difendere l'islam, accusando i fondamentalisti.

Il commento di Okasha è "Quello che vediamo non è islam e non è accettabile". Il suo commento quindi è pro-islamico e anti-terrorista.

La selvaggia brutalità dei terroristi islamici mostrata nel video non sorprende: abbiamo visto altre volte esecuzioni simili con video dall'Iraq. Anche le preghiere che si sentono sono fatte da imam veri, che le sanno a memoria; non sono una declamazione teatrale o letteraria.

L'attribuzione alla Tunisia sorprende

Non ci sono dati per stabilire in modo preciso che il video viene dalla Tunisia. Tanto più che questo Paese è uno dei più liberali in fatto di islam e la stessa Ennhada, il partito dei Fratelli musulmani ora al potere, vuole mostrarsi molto tollerante.

D'altra parte, gli islamisti sono divenuti ormai un gruppo internazionale e si infiltrano dovunque. Ve ne sono anche in Siria, dove si sono mescolati con l'opposizione per dichiarare una "guerra santa" contro Assad. Ne abbiamo visto in Libia, mescolati con l'opposizione contro Gheddafi. Il radicalismo islamico e i terroristi sono ormai un movimento internazionale.

L'islam radicale e fanatico ha sempre fatto queste cose. In Algeria, negli anni '90 hanno compiuto cose terribili, uccidendo più di 100mila persone. Hanno sventrato donne incinte per uccidere anche il bambino!

Una minoranza islamica che rovina l'immagine dell'Islam

Abbiamo deciso di pubblicare il link con il video - avvertendo della crudeltà delle sequenze - perché questi atti danno l'immagine di una minoranza islamica che rovina tutta la comunità islamica. L'islamofobia di cui spesso i musulmani si lamentano, è causata da queste cose. Fino a che i musulmani moderati non protesteranno contro questi gesti, l'islam sarà sempre associato alla violenza.

Certo, ci sono tanti musulmani che rinnegano questi atti inumani, e molto probabilmente la maggioranza le rinnega. Ma non basta protestare con parole! Ci vogliono azioni visibili, per contrastare queste azioni spettacolari e drammatiche. Ci vogliono manifestazioni di massa, ben organizzate. L'islam autentico e umanista deve dimostrare a tutti che l'islam non ha niente a che fare con questa violenza gratuita e inaudita!

Ma si deve anche riflettere sul rapporto tra Islam e violenza

Questa violenza non è l'islam maggioritario. Tutt'altro! Però è anche vero che la violenza trova il suo seme nel Corano, e trova il suo nella vita di Maometto e le sue razzie... talvolta anche molto violente.

È necessario che i musulmani condannino questa violenza, non solo dicendo "ma questo non è islam". Purtroppo anche quello è islam e pesca nel Corano. Vi è infatti un seme di violenza all'interno dell'islam e del Corano e che oggi viene ripreso dalle tendenze radicali. Fogni gruppo radicale ha il suo imam, che emette delle fatwa autorizzando tale violenza, fatwa fondate sulla tradizione islamica. E i terroristi lo fanno convinti di rendere un culto a Dio!

L'islam ha bisogno, come tutte le religioni, di essere ripensato!

Forse nel VII secolo tale violenza era comprensibile, fra gente che viveva nel deserto. Ma oggi va condannata e va salvato il cuore religioso dell'islam.

Anche la Bibbia presenta dei passaggi violenti nell'Antico Testamento. E mi ricordo che il grande biblista, l'attuale cardinal Gianfranco Ravasi, aveva scritto per denunciare queste violenze fatte in nome del Dio e della Bibbia.

Ma nessuno di noi cristiani, che pur riconosciamo l'AT come un testo rivelato, ci sogniamo di applicare alla lettera quanto scritto in alcuni di quei libri. Sarebbe inaccettabile.

Se nessuno dice nulla, tantomeno i musulmani, il seme della violenza crescerà. Il rifiuto della violenza dev'essere assoluto e radicale, per tutti quelli che credono in Dio, per tutti quelli che credono nell'Uomo, in nome di Dio e in nome dell'Umanesimo!

 

Attenzione: le immagini del video citato possono urtare la vostra sensibilità.

Questo è il link con il video di "Egitto oggi":

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=sxGWlOQZyEs&skipcontrinter=1

 

 
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A CHI TOCCA DIRE A FARE

Post n°216 pubblicato il 05 Maggio 2012 da diefrogdie
 

A CHI TOCCA DIRE E FARE

Inermi. In chiesa a pregare, disarmati, fiduciosi nel prossimo e aperti alla spe­ranza come solo gli universitari in un Pae­se in tumultuoso e caotico sviluppo pos­sono essere.
Eppure, la furia del terrori­smo che si dichiara ispirato a un’altra re­ligione non ha esitato a colpire durante la Messa degli studenti di Kano, Nigeria. Quanto sia esecrabile un simile attacco, quanto dolore susciti, quanta solidarietà fraterna e indignazione politica debba sollecitare è stato detto per una volta con confortante ampiezza anche in un’Italia a volte distratta nel rimirare il proprio ombelico.

Per questo merita soffermarsi su un a­spetto non sempre illuminato, alla radi­ce del fondamentalismo islamico – pur inquinato e strumentalizzato anche da altri interessi, spesso di segno economi­co – che dichiara guerra ai cristiani, in quanto tali e come rappresentanti di un altrettanto odiato 'Occidente'.

Proprio ieri, il pastore americano Terry Jones – già reo di aver bruciato nel mar­zo del 2011 una copia del Corano – ha ri­petuto il suo censurabile gesto in Flori­da.
Nell’Occidente considerato 'nemi­co' dai fanatici nigeriani di Boko Haram la condanna è stata unanime, l’isola­mento del provocatore totale. Così come sotto inchiesta sono i soldati americani che hanno distrutto copie del libro sacro all’islam in Afghanistan.

La sensibilità per le violazioni ai diritti dei cittadini mu­sulmani è così accentuata in Europa che qualcuno accusa il Vecchio Continente di usare in casa propria due pesi e due mi­sure rispetto alla tradizione cristiana fon­dativa.

Senza sottovalutare il valore dei simboli religiosi, e l’offesa che reca ai fedeli con il loro disprezzo, il rogo di un volume ri­mane assai meno grave dell’uccisione a sangue freddo di esseri umani raccolti in preghiera.
Ma per le vittime di domeni­ca, come per quelle in Iraq, in Pakistan, in Egitto... non si vede quella censura uf­ficiale, netta e senza ambiguità che ci si aspetterebbe dal mondo musulmano.

L’estremismo di chi usa la violenza in no­me di Dio è certamente un’aberrazione che nulla ha a che fare con la religione, come Benedetto XVI non si stanca di ri­petere.

Va quindi evitato l’errore capitale di ad­dossare all’islam la responsabilità dei massacri.
Ma non si può nemmeno mi­nimizzare, di fronte al dilagare di episo­di di persecuzione anti-cristiana in Pae­si a maggioranza o forte presenza mu­sulmana, il ruolo che istituzioni e perso­nalità religiose, politiche e culturali pos­sono svolgere.

Sappiamo bene come il terrorismo si possa limitare e anche scon­figgere facendo terra bruciata intorno a esso. Se non si contrasta la propaganda, se non si condannano gli attentati come semplicemente sbagliati e odiosi, se non si toglie spazio ai proclami degli imam incendiari, se non si oscurano i messag­gi di addio dei kamikaze dipinti come martiri di una causa giusta, se non si in­terrompe il sostegno economico ai grup­pi e alle moschee dove si predica l’osti­lità verso le altre fedi, non si farà un solo passo avanti.

Dietro il reclutamento della manovalan­za del terrore ci sono il contagio di al-Qaeda, il mito distorto di Benladen, le condizioni sociali ed economiche, l’idea di una rivalsa contro i presunti sfruttato­ri coloniali.
Tuttavia, il clima in cui pro­spera il morbo fondamentalista è quello in cui si predica il wahhabismo (la cor­rente sunnita più radicale), la sharia co­me unica modalità di gestione dei rap­porti politici e interpersonali, il discredi­to nei confronti degli altri culti in una concorrenza per le anime che rifiuta l’i­dea di libertà di coscienza (come dimo­strano le leggi sull’apostasia).

Nulla di tutto questo è di per sé un inci­tamento alla violenza aperta, ma ne può essere l’anticamera. Ecco perché «un mondo nel quale alla dignità di ogni per­sona viene accordato il dovuto rispetto», un mondo in cui il perdono si faccia stra­da «nei dibattiti internazionali sulla riso­luzione dei conflitti» – secondo l’invito lanciato ieri da papa Ratzinger alla Pon­tificia accademia delle scienze sociali – deve vedere non lo scontro di civiltà, ma un franco e onesto dialogo animato dal­la sincera volontà di tolleranza.

Ricor­darlo con decisione a grandi e piccoli Pae­si musulmani, ispiratori e finanziatori dell’espansione globale dell’islam, è un dovere a tutela delle minoranze inermi che fanno quotidianamente le spese di u­na perversa lettura dei precetti religiosi.

 
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LA MALATTIA DELL'ISLAM

Post n°215 pubblicato il 14 Aprile 2012 da diefrogdie
 

Mohammed Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam.

Un grande filosofo musulmano francese si domanda se la violenza salafita - come quella che ha ucciso i bambini della scuola ebraica di Tolosa - non sia il sintomo di qualcosa di guasto nella tradizione musulmana. Una religione che si è chiusa in se stessa. Per rinnovare oggi l'islam occorre accettare la sfida della modernità e dell'umanesimo. " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? ".
L'analisi di p. Samir Khalil. da www.asianews.it

Mohammed Merah, ucciso a 23 anni, è tristemente famoso per aver compiuto, lo scorso 19 marzo, la strage dei bambini ebrei davanti alla scuola di Tolosa (Francia) e per l'uccisione giorni prima di alcuni parà francesi a Montauban. Assediato per ore dalla polizia nella casa dove si era rinchiuso, è morto in uno scontro a fuoco lo scorso 22 marzo.

Abdennour Bidar è un filosofo francese musulmano, che ho avuto la gioia di conoscere. Il 23 marzo scorso, egli ha pubblicato un articolo sul quotidiano "Le Monde", dal titolo: "Merah, un monstre issu de la maladie de l'islam (Merah, un mostro creato dalla malattia dell'islam ) ". Vista la sua importanza, vorrei presentarlo qui.

"Dopo che l'uccisore di Tolosa e di Montauban è stato identificato come 'salafita jihadista'... il discorso dei dignitari dell'islam in Francia è stato quello di evitare ogni 'amalgama' fra la radicalità di questo individuo e la 'comunità' pacifica dei musulmani di Francia" per ben "distinguere fra islam e islamismo, islam e violenza".

Rimane però una grave questione : " Nel suo insieme, la religione islam può essere sdoganata da questo tipo di azione radicale ?... Non vi è comunque in questo gesto l'espressione estrema di una malattia dello stesso islam ? ".

Bidar ricorda che nell'islam esiste una " degenerazione " che prende delle forme multiple : " ritualismo, formalismo, dogmatismo, sessismo, antisemitismo, intolleranza, incultura o 'sottocultura' religiosa sono i mali da cui è incancrenita ".

Queste malattie sono diffuse, ma si trovano anche " musulmani moralmente, socialmente, spiritualmente illuminati dalla loro fede ". Non si può dunque dire che " l'islam è per essenza intollerante ". Si può però dire che l'islam contiene - affianco a esigenze morali certe - anche elementi di intolleranza che riappaiono a periodi in diverse circostanze. E aggiunge : " Tutti questi mali che ho enumerato alterano la salute della cultura islamica in Francia e altrove ".

Di fronte a una simile situazione, i musulmani devono reagire con coraggio. L'autore dice che l'islam deve riconoscere " che questo tipo di gesto, pur essendo estraneo alla sua spiritualità e alla sua cultura, è comunque il sintomo più grave, più eccezionale, della profonda crisi che esse attraversano ". E si domanda : " Chi avrà questo coraggio ? Chi si prenderà questo rischio ? "

Ci si può chiedere perché l'autore parli di coraggio. Il motivo è che "da diversi secoli" l'islam è bloccato nelle sue certezze. Non osa rimettersi in questione. Si accontenta di affermare e riaffermare la sua "verità".

Più si afferma con forza, più mostra la sua debolezza interna. Di fronte al mondo che lo contesta, esso risponde con la violenza, perché non osa affrontare il mondo esterno, se non per dichiararlo malvagio e corrotto. Esso "è incapace di autocritica", dice Bidar.

È questa la malattia dell'islam: "considerare in modo paranoico che ogni messa in causa dei suoi dogmi è un sacrilegio.
Corano, Profeta, ramadan, halal, ecc..: anche presso individui educati, coltivati, in tante cose pronti al dialogo, il minimo tentativo di rimettere in causa questi totem dell'islam, si scontra con un ultimo rifiuto".

Nella loro maggioranza, i musulmani negano a chiunque di poter rimettere in questione le loro tradizioni, i loro riti, i loro costumi o abitudini. Essi si sono murati nel loro mondo proprio, che assolutizzano, sacralizzano, dichiarano sacro.
"La più parte delle coscienze musulmane si rifiutano e rifiutano pure a chiunque il diritto di discutere ciò che una tradizione fissata in una sacralità intoccabile ha istituito da millenni: riti, principi, costumi, che però non corrispondono più a tutti i bisogni spirituali del tempo presente".

Essi sono rimasti attaccati a queste tradizioni, stabilite nel 7° secolo, in un contesto beduino, e "non si rendono conto nemmeno loro stessi che sempre più sovente, le loro rivendicazioni hanno cambiato natura". I valori che essi sostengono come autenticamente musulmani, perché fedeli alla pratica degli "Antichi" (i salaf, da cui la parola salafita), non corrispondono più del tutto ai criteri attuali degli stessi musulmani, criteri stabiliti "in nome di valori del tutto profani: diritto alla differenza, alla tolleranza, alla libertà di coscienza".

E il nostro autore aggiunge: "Come stupirsi se in questo clima generale di civilizzazione, congelato e schizofrenico, qualche spirito malato trasformi e radicalizzi questa chiusura collettiva in fanatismo assassino?". [...]

 
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Shahbaz Bhatti martire della Chiesa”

Post n°214 pubblicato il 18 Marzo 2012 da diefrogdie
 

SHAHBAZ BHATTi MARTIRE DELLA CHIESA

Islamabad (AsiaNews) - Un appello a papa Benedetto XVI, perché dichiari "Shahbaz Bhatti martire della Chiesa".
Così i cristiani del Pakistan - assieme a musulmani, indù e altre minoranze - hanno onorato la memoria di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico assassinato il 2 marzo 2011.
Nel primo anniversario dalla morte si sono tenute messe e veglie di preghiera a Faisalabad, nel villaggio natale di Khushpur (nel Punjab), a Lahore, nel Multan, a Karachi e in altre località.
Nella capitale Islamabad, dove è morto per mano degli estremisti, si è tenuta la cerimonia conclusiva, con una fiaccolata che ha toccato la sua abitazione e il luogo in cui è avvenuto l'agguato mortale.
Nel corso della giornata, un gruppo di attivisti ha consegnato a Paul Bhatti, fratello di Shahbaz e attuale consigliere speciale del Primo ministro Gilani per l'Armonia nazionale, la bandiera di Apma - All Pakistan Minorities Alliance, fondata proprio dal ministro cattolico - come segno concreto di un passaggio del testimone e un invito a "continuarne la missione" nella lotta per l'uguaglianza e la parità dei diritti fra cittadini.

Shahbaz Bhatti è stato ucciso la mattina del 2 marzo 2011 mentre andava al lavoro, il corpo crivellato da una trentina di proiettili. In questi mesi gli inquirenti hanno cercato di insabbiare la vicenda, attribuendo il movente a dissapori familiari o a divergenze economiche.
Ad oggi non si ha un identikit degli attentatori, anche se il gesto è stato fin da subito rivendicato da una fazione estremista pakistana. Gli inquirenti ammettono di brancolare nel buio. Tuttavia, la società civile intende mantenere vivo il suo ricordo, promuovendone il testamento politico e culturale per un Pakistan laico e multiculturale, come pensato dal padre fondatore Ali Jinnah.

Mons. Joseph Coutts, arcivescovo di Karachi e amico personale di Shahbaz, ha celebrato la messa di suffragio a Faisalabad; nell'omelia il prelato ha ricordato che egli "è vivo nella nostra memoria per la sua missione e il suo sacrificio nel nome della cristianità".
Era un ambasciatore di pace, ha aggiunto il presidente della Conferenza episcopale pakistana, di amore, di uguaglianza e fratellanza e "continueremo la nostra battaglia seguendo le sue orme". P. Anjum Nazir ne ha esaltato la fede incrollabile, tanto che il ministro cattolico "teneva sempre con sé un rosario" in ogni momento della giornata. P. Pervez Emmanuel, raccogliendo il sentimento di tutta la comunità cristiana pakistana, ha invece lanciato un appello a Benedetto XVI, perché dichiari "Shahbaz Bhatti martire della Chiesa".

Il ministro per le Minoranze è stato ucciso per la sua battaglia contro la blasfemia e la difesa di Asia Bibi, la 45enne e madre di cinque figli condannata a morte in base alla "legge nera".
P. Pervaiz, parroco di Khushpur, villaggio a grande maggioranza cattolico, ha parlato delle elezioni per il senato pakistano in cui, per la prima volta e proprio grazie all'opera del ministro, saranno assegnati quattro seggi ai rappresentanti delle minoranze. "È il risultato della battaglia di Shahbaz" ha commentato il sacerdote. P. Anwar Patras aggiunge infine che "ha vissuto la sua vita come un vero discepolo di Cristo" e, pur sapendo "che sarebbe stato assassinato, è rimasto fermo nella lotta per dar voce agli emarginati".  

La fecondità della testimonianza di Shahbaz va oltre il Pakistan: essa è divenuta un'ispirazione per milioni di persone nel mondo. Soprattutto quello che viene chiamato il suo "testamento" è divenuto una pietra di paragone per l'impegno di tanti.

"Io voglio servire Gesù da uomo comune...  Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora - in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan - Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire".

da www.asianews.it

 

 
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IL TABU' ARMENO

Post n°213 pubblicato il 02 Gennaio 2012 da diefrogdie
 

IL TABU' ARMENO

Recentemente anche il Parlamento francese e quello israeliano hanno parlato ufficialmente di genocidio armeno. L’eliminazione fisica di un milione e mezzo di armeni da parte dei turchi rappresenta ancora oggi un tabù.
Come ha spiegato lo storico Yehuda Bauer, fu il progetto più vicino all'Olocausto nazista, perché si tinse di razzismo "scientifico" (“chi si ricorda del genocidio armeno?”, diceva cinicamente Hitler).

Nelle regioni dell’Armenia centrale, tutti i maschi dai dodici anni in su furono oggetto di uno sterminio collettivo, che li vide freddati a colpi di arma da fuoco, annegati, gettati nei burroni o vittime di altri supplizi.
In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro.


Fu l’"assassinio di una nazione", come ebbe a definirlo l’allora ambasciatore americano a Costantinopoli, Morghentau. Gli italiani dovrebbero averne particolare memoria, perché fu Giacomo Gorrini, console italiano a Trebisonda, a raccontare che migliaia di armeni morirono su enormi barconi fatti affondare al largo della città. Centinaia di persone incatenate, vive o morte, gettate nell’Eufrate.

Le orde fanatiche dei musulmani si gettarono sopra i cristiani di oriente, sopra i figli della nazione armena, cattolici e scismatici, portando tra di loro la strage e la morte.

Scopo finale era quello di sradicare il cristianesimo dall’impero della mezzaluna. Gli armeni inermi vennero sgozzati barbaramente, in gran numero.

Non trovavano aiuto da nessuna parte, non ricevevano soccorso. Le potenze europee non se ne curavano. Gli scampati fuggirono per il mondo, in una diaspora ignorata.

Al pari dei nazisti hitleriani persecutori della razza ebraica, anche il Partito nazionalista dei Giovani Turchi trattò la minoranza armena, come quella greca, alla stregua di categorie etnico-religiose "indegne" di vivere.
Ci furono gli armeni sgozzati a Ak-Hissar, le barbare esecuzioni a Bitlis, a Sasun, a Trebisonda, a Erzurum, la speciale pulizia etnica riservata alla Cilicia, lo sterminio di massa nell'Anatolia, il massacro di madri e figli nel cortile della scuola tedesca di Aleppo, gli orfani rifugiati nel Caucaso e buttati nei fiumi come inermi palloncini.
Lungo è l'elenco di questa anticipata Shoah.

Vergogna che non si abbia ancora il coraggio di gridarne la verità in faccia a questi pericolosi razzisti turchi.

Articolo di Giulio Meotti - http://www.ilfoglio.it/zakor/971

 

 
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NATALE IN NIGERIA

Post n°212 pubblicato il 27 Dicembre 2011 da diefrogdie
 

NATALE IN NIGERIA

Le notizie arrivate a Natale dalla Nigeria, con la serie di attentati contro le chiese cristiane che hanno provocato decine di morti, sono come un pugno nello stomaco per noi cattolici italiani che abbiamo come orizzonte natalizio una tranquilla messa della Veglia – se non siamo troppo stanchi sennò andiamo a quella del mattino –, il pranzo di famiglia e il predicozzo contro il consumismo che ci mette a posto la coscienza.

Sono come un pugno nello stomaco perché ci ricordano che in molte parti del mondo c’è poco da scherzare, si rischia la vita soltanto per l’intenzione di celebrare la messa.
E non è piacevole sentirselo ricordare mentre si sta addentando una fetta di panettone o di qualche altro dolce tipico
.



In realtà quello che prevale è la sensazione di una sproporzione tra le condizioni che viviamo qui e quello che altri fratelli nella fede vivono in Nigeria, ma anche in Pakistan, In India, in Cina, in Egitto, in Palestina, in Iraq, in Turchia e chissà in quanti altri paesi ancora.

E in fondo ci riteniamo fortunati, “siamo nati dalla parte giusta del mondo” sentiamo dire tante volte. Ma forse soltanto perché usiamo dei criteri sbagliati.
Sia ben chiaro: dovremmo davvero ringraziare Dio ogni minuto della nostra vita per quello che abbiamo, ma ciò non toglie che noi rischiamo di scambiare la Grazia con le condizioni di benessere materiale e fisico, la positività del disegno di Dio su di noi con l’andar bene delle cose.

Vale a dire: ci sentiamo più fortunati perché le cose ci vanno bene, non perché siamo più vicino a Dio – qualsiasi sia la nostra situazione -, più “pronti con le lampade accese” all’incontro con lo Sposo.

Se invece adottiamo il criterio della vicinanza con Dio, allora forse dobbiamo rivedere la classifica dei fortunati e degli sfortunati: chi subisce o rischia il martirio ogni giorno, per il solo fatto di segnarsi con la croce o per partecipare alla messa, è enormemente più avanti di noi, che facciamo fatica perfino a essere fedeli a un piccolo gesto di digiuno.

Certo, non è necessario augurarsi per noi la sofferenza né tantomeno di essere dilaniati da bombe o torturati a morte, ma è indispensabile guardare con occhi diversi a coloro che vivono in queste difficili realtà: non sono soltanto fratelli nella fede che dobbiamo aiutare sia nella preghiera, sia economicamente sia politicamente per quel che possiamo – e questo è certo doveroso -, ma sono anzitutto dei testimoni da cui dobbiamo imparare l’amore a Gesù, l’amore alla Verità che viene prima di ogni tornaconto personale.

Non dobbiamo guardali con compatimento, ma con ammirazione. E imparare la stessa tensione alla santità per affrontare nel modo più vero le mille insidie (per l’anima) di una vita comoda.

di Riccardo Cascioli, da www.labussolaquotidiana.it

 

 
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ICI E CHIESA

Post n°211 pubblicato il 09 Dicembre 2011 da diefrogdie
 

ICI E CHIESA

Periodicamente ritornano le solite stupidaggini, quasi che una menzogna, se ripetuta all'infinito, cessi di essere tale e si trasforma in verità.
E' quindi scoppiata nuovamente la polemica sull'inesistente pagamento dell'Ici sugli immobili di proprietà della Chiesa.
Il motivo è il ritorno dell'Ici, la tassa sulla prima casa (ora chiamata Imu), voluto dalla manovra del governo Monti.
Si parla di un'evidente ingiustizia e favoreggiamento dello Stato nei confronti della Chiesa che in tal modo sfrutterebbe i cittadini italiani costretti a pagare una tassa a cui essa può comodamente fare a meno.
Una campagna portata avanti dalle solite lobbies radical-massoniche, da quotidiani come Il Fatto Quotidiano, il Partito radicale e gruppi di disinformati, che però raccolgono su Facebook il sostegno di migliaia di partecipanti (disinformati pure loro).

Provo a fare un pò di chiarezza, riallacciandomi a http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2011/12/09/chiesa-e-ici-quellesenzione-che-vale-miliardi/

Infuria l’attacco contro la Chiesa cattolica che non paga l’ICI. Ed è vero: per molti suoi immobili la Chiesa non la paga né la deve pagare.
Non per un privilegio esclusivo, ma per una legge, la 504 del 30 dicembre 1992 (primo ministro Giuliano Amato), che, se oggi fosse fatta cadere, penalizzerebbe assieme alla Chiesa una schiera nutritissima di altre confessioni religiose, di organizzazioni di volontariato, di fondazioni, di Onlus, di Ong, di Pro loco, di patronati, di enti pubblici territoriali, di aziende sanitarie, di istituti previdenziali, di associazioni sportive dilettantistiche, insomma di enti non commerciali. Per non dire dei partiti e dei sindacati, per i quali vige un’analoga disciplina.

La legge esenta tutti questi enti non profit, compresi quelli che compongono la galassia della Chiesa cattolica, dal pagare l’ICI sugli immobili di loro proprietà “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985 n. 222″, ovvero le attività di religione o di culto.

Questo vuol dire, ad esempio:

– che una parrocchia di Milano non paga l’ICI per le aule di catechismo e l’oratorio, ma la paga per l’albergo che ha sulle Dolomiti, abbia o no questo al suo interno una cappella.

– che la Caritas di Roma non paga l’ICI per le sue mense per i poveri, né per l’ambulatorio alla Stazione Termini, né per l’ostello nel quale ospita i senza tetto. E ci vuole un bel coraggio a dire che così fa concorrenza sleale a ristoranti, hotel e ospedali.

– che la Chiesa valdese giustamente non paga l’ICI per il suo tempio di Piazza Cavour a Roma, né per le sale di riunione, né per l’adiacente facoltà di teologia. La paga, però, per la libreria che è a fianco del tempio.

– che la comunità ebraica di Roma non paga l’ICI per la Sinagoga, per il Museo, per le scuole. Ma la paga per gli edifici di sua proprietà adibiti ad abitazioni o negozi.

– che Emergency non deve pagare l’ICI per le sue sedi. Ma la deve pagare per gli eventuali suoi immobili dati in affitto.

– che non va pagata l’ICI per l’ex convento che fa da quartier generale della comunità di Sant’Egidio, né per le sue case per anziani. Va pagata invece per il ristorante che la comunità gestisce a Trastevere.

Insomma, questo vuol dire che su case date in affitto, negozi, librerie, cinema, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l’ICI già la si paga da un pezzo. Per legge.
E da quest’obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione.

Tant’è vero che a Roma, dove Propaganda Fide e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica possiedono un buon numero di palazzi, questi due enti vaticani “sono tra i primi se non i primi contribuenti ICI della capitale”, testimonia Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale e dell’autorità di informazione finanziaria della Santa Sede.

Questo stabilisce la legge. Eppure i giornali e i giornalisti che danno prova di esserne a conoscenza si contano sulle dita di una mano sola.

E gli altri? Saranno anche grandi testate e grandi firme, ma se in una materia così elementare non si mostrano capaci di una minima verifica dei fatti, non fanno onore alla professione.

Come obnubilati dalla febbre della polemica, tutti costoro nemmeno sembrano capire che pretendere che la Chiesa cattolica paghi l’ICI anche per gli immobili su cui è esentata – cioè le chiese, i musei, le biblioteche, le scuole, gli oratori, le mense, i centri d’accoglienza, e simili – vuol dire punire l’immenso contributo dato alla vita dell’intera nazione non solo dalla Chiesa stessa ma anche da ebrei e da valdesi, da Caritas e da Emergency, da Telethon e da Amnesty International, insomma da tutti quegli enti non profit per i quali vige l’identica normativa.

Se l’esigenza numero uno dell’Italia è la crescita, tale multiforme, generosa, formidabile offerta di apporti non va penalizzata, ma sostenuta.

Le esenzioni dall’ICI previste dalla legge non sono denari in perdita. Sono risorse che ritornano moltiplicate allo Stato e alla società.



Insomma, volendo ancora ricapitolare per chi non sente - perchè non vuole sentire:

Nel 1992 lo Stato italiano ha istituito l’ICI, l’imposta comunale sugli immobili.
Nello stesso intervento normativo (decreto legislativo n. 504/1992) sono state previste delle esenzioni: “alla Chiesa cattolica”, penserete subito.
Sbagliato: l’esenzione ha riguardato tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”.

Dunque, secondo la legge, perché venga applicata l’esenzione è necessario che si realizzino due condizioni:

1. Il proprietario dell’immobile deve essere un “ente non commerciale”, ossia non deve distribuire gli utili e gli avanzi di gestione ed è obbligato, in caso di scioglimento, a devolvere il patrimonio residuo a fini di pubblica utilità. In pratica tutto quello che un ente non commerciale “guadagna” (con attività commerciali, con richieste di rette o importi, con la raccolta di offerte, con l’autofinanziamento dei soci, con i contributi pubblici, ecc.) deve essere utilizzato per le attività che svolge e non può essere intascato da nessuno.

2. L’immobile deve essere destinato “esclusivamente” allo svolgimento di una o più tra le otto attività di rilevante valore sociale individuate dalla legge.

Evidente ed apprezzabile la finalità delle esenzioni: lo Stato ha voluto agevolare tutti quei soggetti che svolgono attività sociale secondo criteri di “no profit”.

Maggiori informazioni per i radical-massoni, particolarmente ignoranti, su:
http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-quello-che-non-vi-dicono-su-chiesa-e-denaro-2797.htm

 
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