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DIEFROGDIE?
Perchè DIEFROGDIE? La storia è lunga. La si può sintetizzare nel modo seguente: tutto sembra nascere da un verso di una poesia (l'immortale "Se questo è un uomo" di Primo Levi). Il verso è "Vuoti gli occhi / e freddo il grembo / come una rana d'inverno", verso successivamente ripreso nella poesia di Scardanelli "Canto di Azatoth II" (http://blog.libero.it/scardanelli), nella quale poesia la rana diviene il simbolo della morte, della sconfitta, del tradimento. Allora muori (DIE) rana (FROG) muori (DIE), perchè la vita nonostante tutto deve continuare. La mia amica Gessica, in verità, insinua anche un accostamento fra la rana del titolo e un nome (cognome) proprio di persona. Ma è solo una sua maligna illazione... Buona lettura a tutti.
Recentemente anche il Parlamento francese e quello israeliano hanno parlato ufficialmente di genocidio armeno. L’eliminazione fisica di un milione e mezzo di armeni da parte dei turchi rappresenta ancora oggi un tabù. Come ha spiegato lo storico Yehuda Bauer, fu il progetto più vicino all'Olocausto nazista, perché si tinse di razzismo "scientifico"(“chi si ricorda del genocidio armeno?”, diceva cinicamente Hitler).
Nelle regioni dell’Armenia centrale, tutti i maschi dai dodici anni in su furono oggetto di uno sterminio collettivo, che li vide freddati a colpi di arma da fuoco, annegati, gettati nei burroni o vittime di altri supplizi. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro.
Fu l’"assassinio di una nazione", come ebbe a definirlo l’allora ambasciatore americano a Costantinopoli, Morghentau. Gli italiani dovrebbero averne particolare memoria, perché fu Giacomo Gorrini, console italiano a Trebisonda, a raccontare che migliaia di armeni morirono su enormi barconi fatti affondare al largo della città. Centinaia di persone incatenate, vive o morte, gettate nell’Eufrate.
Le orde fanatiche dei musulmani si gettarono sopra i cristiani di oriente, sopra i figli della nazione armena, cattolici e scismatici, portando tra di loro la strage e la morte.
Scopo finale era quello di sradicare il cristianesimo dall’impero della mezzaluna. Gli armeni inermi vennero sgozzati barbaramente, in gran numero.
Non trovavano aiuto da nessuna parte, non ricevevano soccorso. Le potenze europee non se ne curavano. Gli scampati fuggirono per il mondo, in una diaspora ignorata.
Al pari dei nazisti hitleriani persecutori della razza ebraica, anche il Partito nazionalista dei Giovani Turchi trattò la minoranza armena, come quella greca, alla stregua di categorie etnico-religiose "indegne" di vivere. Ci furono gli armeni sgozzati a Ak-Hissar, le barbare esecuzioni a Bitlis, a Sasun, a Trebisonda, a Erzurum, la speciale pulizia etnica riservata alla Cilicia, lo sterminio di massa nell'Anatolia, il massacro di madri e figli nel cortile della scuola tedesca di Aleppo, gli orfani rifugiati nel Caucaso e buttati nei fiumi come inermi palloncini. Lungo è l'elenco di questa anticipata Shoah.
Vergogna che non si abbia ancora il coraggio di gridarne la verità in faccia a questi pericolosi razzisti turchi.
Le notizie arrivate a Natale dalla Nigeria, con la serie di attentati contro le chiese cristiane che hanno provocato decine di morti, sono come un pugno nello stomaco per noi cattolici italiani che abbiamo come orizzonte natalizio una tranquilla messa della Veglia – se non siamo troppo stanchi sennò andiamo a quella del mattino –, il pranzo di famiglia e il predicozzo contro il consumismo che ci mette a posto la coscienza.
Sono come un pugno nello stomaco perché ci ricordano che in molte parti del mondo c’è poco da scherzare, si rischia la vita soltanto per l’intenzione di celebrare la messa. E non è piacevole sentirselo ricordare mentre si sta addentando una fetta di panettone o di qualche altro dolce tipico.
In realtà quello che prevale è la sensazione di una sproporzione tra le condizioni che viviamo qui e quello che altri fratelli nella fede vivono in Nigeria, ma anche in Pakistan, In India, in Cina, in Egitto, in Palestina, in Iraq, in Turchia e chissà in quanti altri paesi ancora.
E in fondo ci riteniamo fortunati, “siamo nati dalla parte giusta del mondo” sentiamo dire tante volte. Ma forse soltanto perché usiamo dei criteri sbagliati. Sia ben chiaro: dovremmo davvero ringraziare Dio ogni minuto della nostra vita per quello che abbiamo, ma ciò non toglie che noi rischiamo di scambiare la Grazia con le condizioni di benessere materiale e fisico, la positività del disegno di Dio su di noi con l’andar bene delle cose.
Vale a dire: ci sentiamo più fortunati perché le cose ci vanno bene, non perché siamo più vicino a Dio – qualsiasi sia la nostra situazione -, più “pronti con le lampade accese” all’incontro con lo Sposo.
Se invece adottiamo il criterio dellavicinanza con Dio, allora forse dobbiamo rivedere la classifica dei fortunati e degli sfortunati: chi subisce o rischia il martirio ogni giorno, per il solo fatto di segnarsi con la croce o per partecipare alla messa, è enormemente più avanti di noi, che facciamo fatica perfino a essere fedeli a un piccolo gesto di digiuno.
Certo, non è necessario augurarsi per noi la sofferenza né tantomeno di essere dilaniati da bombe o torturati a morte, ma è indispensabile guardare con occhi diversi a coloro che vivono in queste difficili realtà: non sono soltanto fratelli nella fede che dobbiamo aiutare sia nella preghiera, sia economicamente sia politicamente per quel che possiamo – e questo è certo doveroso -, ma sono anzitutto dei testimoni da cui dobbiamo imparare l’amore a Gesù, l’amore alla Verità che viene prima di ogni tornaconto personale.
Non dobbiamo guardali con compatimento, ma con ammirazione. E imparare la stessa tensione alla santità per affrontare nel modo più vero le mille insidie (per l’anima) di una vita comoda.
Periodicamente ritornano le solite stupidaggini, quasi che una menzogna, se ripetuta all'infinito, cessi di essere tale e si trasforma in verità. E' quindi scoppiata nuovamente la polemica sull'inesistente pagamento dell'Ici sugli immobili di proprietà della Chiesa. Il motivo è il ritorno dell'Ici, la tassa sulla prima casa (ora chiamata Imu), voluto dalla manovra del governo Monti. Si parla di un'evidente ingiustizia e favoreggiamento dello Stato nei confronti della Chiesa che in tal modo sfrutterebbe i cittadini italiani costretti a pagare una tassa a cui essa può comodamente fare a meno. Una campagna portata avanti dalle solite lobbies radical-massoniche, da quotidiani come Il Fatto Quotidiano, il Partito radicale e gruppi di disinformati, che però raccolgono su Facebook il sostegno di migliaia di partecipanti (disinformati pure loro).
Infuria l’attacco contro la Chiesa cattolica che non paga l’ICI. Ed è vero: per molti suoi immobili la Chiesa non la paga né la deve pagare. Non per un privilegio esclusivo, ma per una legge, la 504 del 30 dicembre 1992 (primo ministro Giuliano Amato), che, se oggi fosse fatta cadere, penalizzerebbe assieme alla Chiesa una schiera nutritissima di altre confessioni religiose, di organizzazioni di volontariato, di fondazioni, di Onlus, di Ong, di Pro loco, di patronati, di enti pubblici territoriali, di aziende sanitarie, di istituti previdenziali, di associazioni sportive dilettantistiche, insomma di enti non commerciali. Per non dire dei partiti e dei sindacati, per i quali vige un’analoga disciplina.
La legge esenta tutti questi enti non profit, compresi quelli che compongono la galassia della Chiesa cattolica, dal pagare l’ICI sugli immobili di loro proprietà “destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all’articolo 16, lettera a) della legge 20 maggio 1985 n. 222″, ovvero le attività di religione o di culto.
Questo vuol dire, ad esempio:
– che una parrocchia di Milano non paga l’ICI per le aule di catechismo e l’oratorio, ma la paga per l’albergo che ha sulle Dolomiti, abbia o no questo al suo interno una cappella.
– che la Caritas di Roma non paga l’ICI per le sue mense per i poveri, né per l’ambulatorio alla Stazione Termini, né per l’ostello nel quale ospita i senza tetto. E ci vuole un bel coraggio a dire che così fa concorrenza sleale a ristoranti, hotel e ospedali.
– che la Chiesa valdese giustamente non paga l’ICI per il suo tempio di Piazza Cavour a Roma, né per le sale di riunione, né per l’adiacente facoltà di teologia. La paga, però, per la libreria che è a fianco del tempio.
– che la comunità ebraica di Roma non paga l’ICI per la Sinagoga, per il Museo, per le scuole. Ma la paga per gli edifici di sua proprietà adibiti ad abitazioni o negozi.
– che Emergency non deve pagare l’ICI per le sue sedi. Ma la deve pagare per gli eventuali suoi immobili dati in affitto.
– che non va pagata l’ICI per l’ex convento che fa da quartier generale della comunità di Sant’Egidio, né per le sue case per anziani. Va pagata invece per il ristorante che la comunità gestisce a Trastevere.
Insomma, questo vuol dire che su case date in affitto, negozi, librerie, cinema, ristoranti, hotel, eccetera, di proprietà di un qualsiasi ente non commerciale, l’ICI già la si paga da un pezzo. Per legge. E da quest’obbligo la Chiesa cattolica non ha alcuna esenzione.
Tant’è vero che a Roma, dove Propaganda Fide e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica possiedono un buon numero di palazzi, questi due enti vaticani “sono tra i primi se non i primi contribuenti ICI della capitale”, testimonia Giuseppe Dalla Torre, presidente del tribunale e dell’autorità di informazione finanziaria della Santa Sede.
Questo stabilisce la legge. Eppure i giornali e i giornalisti che danno prova di esserne a conoscenza si contano sulle dita di una mano sola.
E gli altri? Saranno anche grandi testate e grandi firme, ma se in una materia così elementare non si mostrano capaci di una minima verifica dei fatti, non fanno onore alla professione.
Come obnubilati dalla febbre della polemica, tutti costoro nemmeno sembrano capire che pretendere che la Chiesa cattolica paghi l’ICI anche per gli immobili su cui è esentata – cioè le chiese, i musei, le biblioteche, le scuole, gli oratori, le mense, i centri d’accoglienza, e simili – vuol dire punire l’immenso contributo dato alla vita dell’intera nazione non solo dalla Chiesa stessa ma anche da ebrei e da valdesi, da Caritas e da Emergency, da Telethon e da Amnesty International, insomma da tutti quegli enti non profit per i quali vige l’identica normativa.
Se l’esigenza numero uno dell’Italia è la crescita, tale multiforme, generosa, formidabile offerta di apporti non va penalizzata, ma sostenuta.
Le esenzioni dall’ICI previste dalla legge non sono denari in perdita. Sono risorse che ritornano moltiplicate allo Stato e alla società.
Insomma, volendo ancora ricapitolare per chi non sente - perchè non vuole sentire:
Nel 1992 lo Stato italiano ha istituito l’ICI, l’imposta comunale sugli immobili. Nello stesso intervento normativo (decreto legislativo n. 504/1992) sono state previste delle esenzioni: “alla Chiesa cattolica”, penserete subito. Sbagliato: l’esenzione ha riguardato tutti gli immobili utilizzati da un “ente non commerciale” e destinati “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive”.
Dunque, secondo la legge, perché venga applicata l’esenzione è necessario che si realizzino due condizioni:
1. Il proprietario dell’immobile deve essere un “ente non commerciale”,ossia non deve distribuire gli utili e gli avanzi di gestione ed è obbligato, in caso di scioglimento, a devolvere il patrimonio residuo a fini di pubblica utilità. In pratica tutto quello che un ente non commerciale “guadagna” (con attività commerciali, con richieste di rette o importi, con la raccolta di offerte, con l’autofinanziamento dei soci, con i contributi pubblici, ecc.) deve essere utilizzato per le attività che svolge e non può essere intascato da nessuno.
2. L’immobile deve essere destinato “esclusivamente” allo svolgimento di una o più tra le otto attività di rilevante valore sociale individuate dalla legge.
Evidente ed apprezzabile la finalità delle esenzioni: lo Stato ha voluto agevolare tutti quei soggetti che svolgono attività sociale secondo criteri di “no profit”.
Stando ai primi risultati, da verificare, i Fratelli Musulmani hanno conquistato fra il 40 e il 50 per cento dei voti in Egitto. Al secondo posto i talebani salafiti. I Fratelli Musulmani sono dei rivoluzionari antisemiti e antioccidentali in nome dell’utopia coranica, una visione attualizzata del ritorno al XII secolo salafita. Sono i leader egemoni dell’islam contemporaneo, dal Cairo a Gaza, da Londra al Sudan. Paul Landau, in “Le Sabre et le Coran”, descrive Hassan al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, come un personaggio paragonabile a Hitler.
Nella loro storia spicca Haj Amin al-Husseini, il Mufti di Gerusalemme che, alleato di Hitler, aiutò ad organizzare una divisione musulmana delle Waffen-SS e, dopo la guerra, quand’era ricercato per crimini di guerra riuscì a fuggire in Egitto grazie proprio all’aiuto di al Banna. Al Banna elaborò un doppio motto sull’importanza della morte come obiettivo del jihad: “L’arte della morte (fann al mawt) e “la morte è arte” (al mawt fann).
Vogliono costruire un nuovo Egitto ostile ai cristiani (al-dallin, “coloro che vagano nell’errore”), agli ebrei, agli atei, agli eterodossi, ai trasgressori della morale islamica e alle donne, da sottomettere in tutto e per tutto per ricostruire dalle fondamenta una società assolutamente conforme alla sharia, la legge di Allah, che deve essere imposta con ogni mezzo.
Nel maggio 1936, in Egitto, i Fratelli Musulmani invitarono, come i nazisti in Germania, a boicottare i prodotti e i negozi ebraici servendosi di volantini e sermoni carichi d’odio. Così cominciarono i pogrom. Secondo uno dei testimoni del processo di Norimberga, il Muftì avrebbe personalmente incontrato Adolf Eichmann anche all’interno del campo di Auschwitz e "incitato la guardie a incrementare l’uso delle camere a gas". Questa settimana al Cairo i Fratelli Musulmani sono tornati a promettere che "uccideremo tutti gli ebrei".
Ma il dato che fa più paura nelle elezioni in Egitto, oltre all'egemonia dei Fratelli Musulmani, è il secondo partito, che non è laico o modernista, ma salafita. A maggio hanno pregato per Osamabin laden e hanno chiesto il rilascio dello "sceicco cieco", Omar Abd ar-Rahman, che si trova in un carcere americano per il primo attentato al World Trade Center. Rahman è uno degli ispiratori dei salafiti egiziani e ha emesso una fatwa che autorizza i suoi seguaci a uccidere gli ebrei. Dice che gli americani "discendono dalle scimmie e dai porci che si sono nutriti alla tavola dei sionisti, dei comunisti e dei colonialisti". Ha esortato i musulmani a dare l’assalto all’Occidente, "a paralizzare i trasporti dei paesi occidentali, gettarli nel caos, distruggere le loro economie, bruciare le loro aziende, annientare i loro interessi, affondare le loro navi, abbattere i loro aeroplani, ucciderli in mare, in aria e a terra".
La parola "salaf" rinvia ai venerati compagni del Profeta. Finora i salafiti non avevano mai preso parte attiva alla vita politica. I salafiti sono nemici dichiarati dei cristiani nella vita pubblica. Dicono che è “blasfemo” pensare che un non musulmano possa dare ordini a un islamico. Sono finanziati dall'Arabia Saudita e negano l'Olocausto. Hanno un programma semplice: rendere pia, sottomessa e anonima la società egiziana, bandendo l'uso degli alcolici, la mescolanza dei sessi, la nudità e i comportamenti non islamici dalla vita pubblica.
Gran parte dei quadri fondatori del salafismo vengono dai Fratelli Musulmani, da cui si staccarono negli anni Settanta. Dicono che ogni deviazione dal Corano è “bidaa”, innovazione, eresia. I salafiti si rifanno al saudita Mohammed ibn Abd al-Wahhab, un revivalista del XVII secolo convinto che i musulmani avessero tralignato dalla vera religione quale s’era manifestata durante l’età dell’oro del Profeta. Wahhab rifiutava le preghiere intercessorie rivolte ai santi e le espressioni di venerazione per i morti; chiedeva che i musulmani smettessero di rifilare le loro barbe. Mise al bando le festività, incluso il compleanno del Profeta, e i suoi seguaci distrussero un gran numero di luoghi santi, da lui considerati degli idoli. Attaccò le arti in quanto frivole e pericolose. Sentiremo parlare a lungo di quest'apocalisse religiosa. E' stata scelta da un quarto degli egiziani.
In Siria è arrivata la guerra confessionale fra cristiani, alwaiti e sunniti. L'abbiamo chiamata "primavera", ma è il solito medio oriente di sempre. Anzi, molto peggio. In Tunisia gli islamici hanno conquistato le elezioni e c'è da aspettarsi che dove un tempo c'era il più alto numero di minigonne del mondo arabo compariranno tanti modelli di habaya. Gli islamici che hanno vinto le elezioni, definiti in fretta "moderati" da tutta la stampa italiana, hanno annunciato che lavorano per il "sesto califfato". Inoltre, dicono che Israele non arriverà al 2027. Sarà distrutto molto prima. In Egitto il potere militare ha stretto un patto con i Fratelli musulmani, ha represso il popolo, protegge Hamas e spara addosso ai cristiani. Israele negli anni, fiducioso nel rapporto di pace con l’Egitto, ha disinvestito dal confine col Sinai spostando le truppe verso il nord e sul confine di Gaza. E' stato un errore e dalla rivoluzione di piazza Tahrir i segnali sono stati tutti pessimi. L'Iran, che si avvia a costruire la bomba atomica, ha in mano anche il Libano, con i missili di Hezbollah puntati su Tel Aviv e un governo amico. In Libia i ribelli hanno venduto a Hamas e agli Hezbollah migliaia di proiettili "sporchi" e sono guidati da ex terroristi di al Qaeda. Trema la dinastia giordana. La Turchia ha da tempo impugnato la religione del nostro tempo: l’odio contro Israele. Il Sudan genocida è una pista di rifornimento di armi iraniane e di Al Qaeda. Lo Yemen è un puzzle fuori controllo.
Noi intanto balbettiamo parole come "libertà", "diritti" e "democrazia" senza aver capito cosa sarebbe uscito dal vaso di Pandora.
L'odio è un grande albero nero dalle mille foglie, nessuno osa mai fissarlo mentre estende la sua ombra.
Egitto, Gaza, Libia, Siria, Tunisia, Turchia: tra poco tutta la grande mezzaluna sarà dominata da una generazione legata ai Fratelli Musulmani, gli Ikhwan, che da sessant'anni lavorano per questo momento. Ogni paese ha proprie specificità e differenze, ma se ci sono riusciti in Tunisia, dove Ennahda ha conquistato il 40 percento dei voti in un paese fino a ieri definito "laico", gli islamisti possono conquistare il potere ovunque.
We can only wait, see and pray for the best.
Vittoria assoluta degli islamisti in Tunisia. Ennahda, il partito fondamentalista legato ai Fratelli musulmani responsabile negli anni 80 di una campagna terroristica contro gli hotel, ha ottenuto quasi la metà dei voti. L'unica "speranza" è che il sistema parlamentare li costringa a fare dei compromessi. In ogni caso, la Tunisia che conoscevamo è finita (libertà d'espressione, uguaglianza, dignità della donna, separazione di stato e moschea etc...). L'elemento più impressionante è che Ennahda fino allo scorso gennaio era semplicemente un partito illegale e il suo leader, Rachid Ghannouci, viveva a Londra come un Khomeini maghrebino. Sono bastati pochi mesi e la "primavera araba" ha risvegliato gli impulsi islamici profondi che covano nel seno del medio oriente. Ricordiamo che Ghannouchi è il numero due di Yusuf Qaradawi, l'imam che teorizza l'uccisione di ebrei e "infedeli" occidentali.
In Libia è già arrivata la Sharia. C'era qualcosa di strano nel fatto che la guerra in Libia fosse stata la prima guerra in cui l'America e l'Europa fossero dalla stessa parte di Al Qaeda, dei Fratelli Musulmani e di tutti gli altri preti islamici. E allora chi dominerà la Libia dopo Gheddafi? Non c'hanno messo molto gli ex compagni d'affari di Gheddafi a delinerare i loro piani. Si parla già di interessi finanziari stabiliti dalla legge islamica, di reintroduzione della poligamia e dell'abolizione del divorzio.
Per quel che riguarda Gaza, sarebbe bello sottolineare che nessun pentimento è stato manifestato dalle donne che Israele ha liberato per riavere Gilad Shalit. Colte, dure, fanatiche, fiere del martirio: ecco "le spose della Palestina".
La carneficina e l'intolleranza anti-cristiana non è una anomalia dell'Egitto. E' la sua storia ordinaria e uno dei parti di questa miserabile "primavera araba". L'anomalia, che è stata positiva per la stabilità del medio oriente, fu il regime di Hosni Mubarak. L’Egitto conserva la legge che punisce l’apostasia con la morte; coloro che "denigrano" l'islam vengono arrestati e torturati; i copti, sfiancati, minacciati, umiliati, vengono costretti ad abbandonare la loro antica patria; per costruire e riparare le chiese è necessario un permesso, che non viene mai concesso; i cristiani vengono attaccati, i loro negozi saccheggiati e le donne rapite. Si ripercorre la storia degli ebrei originari dell’Egitto: così come è successo agli ebrei, un giorno soltanto i cimiteri e le rovine evocheranno il passato cristiano d'Egitto.
Verità e giustizia sul massacro dei copti, contro la menzogna e la superficialità Bernardo Cervellera - www.asianews.it
Roma (AsiaNews) - I corpi martoriati dei cristiani copti uccisi il 9 ottobre scorso attendono verità e giustizia. I 26 cadaveri ancora insanguinati, le teste sfracellate dalla violenza degli autoblindo militari, sono ammucchiati in alcune sale dell’ospedale copto del Cairo e in altri ospedali della città nell’attesa di autopsia. Ihsan Kamel, capo dell’ufficio di medicina legale, ha dichiarato che ci vorrà tempo e che i risultati saranno pubblicati solo il 27 ottobre. Egli ha anche affermato che tutto quanto si dichiara in questi giorni da parte di medici forensi potrebbe essere inaccurato.
Forse quest’ultimo avvertimento è dovuto a scrupolo ed accuratezza scientifici. Ma non vorremmo che sia dettato dal tentativo di squalificare testimonianze di dimostranti e medici che in questi giorni hanno sottolineato che la morte di diverse vittime è stata causata da proiettili di armi da fuoco e dal peso schiacciante di veicoli pesanti.
Ieri, Magda Adly, capo di El Nadeem, un Centro di riabilitazione per le vittime della tortura, ha dichiarato di aver assistito all’autopsia sul corpo di otto degli uccisi a Maspero (la zona vicina a piazza Tahrir, dove è avvenuto il massacro). Secondo la Adly è evidente che sei cadaveri erano stati schiacciati da “veicoli pesanti” e due avevano ricevuto un “eccessivo” numero di pallottole.
In queste immagini è evidente che i soldati hanno sparato contro la folla inerme, come pure è evidente che gli autoblindo hanno puntato diritto sui dimostranti indifesi.
In Egitto e nel mondo vi è il tentativo di nascondere la verità. Un solo esempio: Mina Daniel, un cristiano che era anche uno dei leader della “primavera araba” di piazza Tahrir, è stato ucciso il 9 giugno con colpi di armi da fuoco e poi sfracellato da un autoblindo. Ma il suo certificato medico non dice nulla delle cause della sua morte.
Il tentativo più potente di cancellare quanto è successo il 9 ottobre viene dai militari. Due giorni fa in una conferenza stampa, l’esercito ha rigettato tutte le accuse contro di esso. Mostrando ai giornalisti video e foto, i due generali Adel Emara e Mahmoud Hegazy, hanno detto che i soldati non avevano munizioni letali e che gli autoblindo cercavano in tutti i modi di evitare di investire le persone che invece lanciavano molotov e pietre.
Contro questo tentativo di cancellare la verità e la giustizia si è levato anche il capo degli ortodossi copti, papa Shenouda III. Incontrando ieri il premier Essam Sharaf, egli ha ribadito che la manifestazione dei copti lo scorso 9 ottobre “era pacifica e i dimostranti non avevano armi”.
Nella sua catechesi del mercoledì pomeriggio, due giorni fa ha ribadito lo stesso concetto e ha dichiarato che il massacro dei giorni scorsi “non ha precedenti” nella storia recente della Chiesa in Egitto. Egli stesso ha citato i primi risultati delle autopsie secondo cui due terzi dei martiri uccisi presentano ferite di armi da fuoco e che i restanti sono stati travolti e schiacciati da veicoli militari.
Molti cristiani e musulmani si domandano anche perché - se la manifestazione dei copti era autorizzata - vi era uno spiegamento di centinaia di poliziotti e migliaia di soldati. Ciò fa supporre che lo scontro fosse premeditato, forse per ritardare le elezioni, forse per mantenere lo stato di emergenza.
La condanna dell’esercito e dei suoi metodi “fascisti”, peggiori che al tempo di Mubarak, sta unendo i molti rappresentanti della “primavera araba”, ma anche tanta parte della popolazione egiziana. Eppure, contro tutto questo, vi è lo scandalo annunciato ieri: sul massacro di Maspero vi sarà solo un’inchiesta ed essa sarà condotta dai militari.
Il ritornello dell’esercito è che fra i dimostranti vi erano persone violente, armate, che hanno iniziato gli scontri con le forze dell’ordine. Il ministro per la giustizia, Mohamed El-Guindy, ha dichiarato che sono iniziati gi interrogatori dei dimostranti arrestati e che gli accusati saranno giudicati non da un tribunale civile, ma militare.
Le organizzazioni copte dell’Europa, in un loro comunicato giunto ad AsiaNews, condannano il “trionfo della vergogna” per l’esercito egiziano. Esse puntano il dito anche verso il ministro dell’informazione, Osama Heikal e per i media a lui sottomessi, che hanno lanciato gli appelli contro i copti che “stavano uccidendo” l’esercito e l’Egitto.
L’occidente sembra distante da quanto succede in Egitto. Pressata dai problemi dell’euro, la Ue ha condannato la violenza e ha chiesto più rispetto per i diritti delle minoranze; la Casa Bianca ha addirittura sposato la tesi dell’esercito egiziano. Il presidente Obama, infatti ha deplorato la “tragica perdita di vite fra i dimostranti e le forze di sicurezza”, aggiungendo che “è tempo di moderazione da entrambe le parti”.
Così le richieste di democrazia, libertà di stampa, parità di diritti per cristiani e musulmani – il cuore delle lotte della “primavera araba” egiziana – sembrano allontanarsi. Di questa visione democratica fa parte anche il diritto dei cristiani a edificare luoghi di culto alla pari dei musulmani. Ancora una volta, la libertà religiosa si manifesta come l’elemento chiave dei diritti umani. La manifestazione dei copti – appoggiata anche da molti musulmani – era nata per rivendicare il diritto di una chiesa ad Assuan, distrutta dagli integralisti, appoggiati dal governatore locale (un ex generale). Con la sua tragica conclusione, essa ha però manifestato anche i tanti diritti umani di cui la popolazione egiziana è derubata.
Alcune organizzazioni copte ci hanno inviato alcune foto terribili sul massacro dei loro fratelli di fede, chiedendo che vengano pubblicate. Pur con qualche esitazione e avvertimento abbiamo deciso di pubblicarle. “Il sangue dei martiri – ha detto Shenouda III ai funerali di alcune vittime – non è a basso prezzo”: esso è il prezzo enorme che gli egiziani pagano per la dittatura dei loro capi e per la superficialità dell’occidente. Finché non sarà fatta giustizia ai massacrati di Maspero, non ci sarà giustizia per nessun egiziano.
ATTENZIONE: Le immagini che presentiamo sono molto crude e potrebbero impressionare un pubblico sensibile. Per vedere le immagini clicca qui.
Prosegue la strage dei cristiani d'Egitto: 24 morti! I cristiani sono vittime della "primavera araba" e dell'avvento di un regime militare ossequioso verso i fondamentalisti. I cristiani avevano un futuro al Cairo fintanto che a governare era un regime dispotico, corrotto e nemico dei religiosi. Da quando è caduto Mubarak, 100.000 cristiani hanno già lasciato il paese. E altri decine di migliaia lo faranno nei prossimi mesi. E' dal 1972 che i cristiani vengono dati in pasto alla folla.
Oggi per i cristiani è rischioso persino far la coda davanti a una panetteria. Barbuti integralisti ritengono di avere la precedenza su qualunque cristiano e passano davanti a un copto senza che questi abbia il coraggio di lamentarsi. Durante il ramadan molti cristiani preferiscono evitare di mangiare o bere davanti a testimoni, per scongiurare ogni conflitto. Per quanto riguarda i musulmani che decidono di abbandonare la religione e di convertirsi al cristianesimo, qui vale una regola semplice: ognuno è libero di entrare nell’islam, ma se ne può uscire soltanto in barella. Resteranno al Cairo soltanto quei cristiani che, come i loro fratelli libanesi venduti a Hezbollah, sceglieranno di svolgere fino in fondo la parte che viene loro assegnata dal Corano: dhimmi. Sottomessi nello spirito. Distrutti nell'identità. Accondiscendenti verso i nuovi padroni.
Nella datazione la Bbc ha deciso di ignorare la nascita di Cristo
Un’ipocrisia storicamente insensata
La notizia che la Bbc ha deciso di cambiare la definizione della data — sostituendo alle usuali sigle che rimandano ad avanti Cristo e dopo Cristo un generico «era comune» per non offendere i credenti di altre religioni — non ha suscitato grandi reazioni.
A parte quelle di moltissimi non cristiani, che attraverso vari portavoce hanno fatto sapere che non si sentivano per nulla offesi dalla datazione tradizionale.
Ma queste composte e rispettose prese di posizione non hanno toccato i dirigenti dell’emittente britannica, come già è successo in casi analoghi. In realtà, è ormai ben chiaro che il rispetto delle altre religioni è solo un pretesto, perché coloro che vogliono cancellare ogni traccia di cristianesimo dalla cultura occidentale sono solo alcuni laici occidentali.
E non è certo la prima volta che ciò accade. Il tentativo di cambiare la datazione venne dalla Rivoluzione francese, che impose un nuovo calendario nel quale il computo del tempo cominciava dal 14 luglio 1789, tradizionale giorno d’inizio dei moti rivoluzionari, e inventò nuovi nomi per i mesi, ovviamente cancellando le feste cristiane, sostituite da altre «rivoluzionarie». Alle settimane, per cancellare la domenica, subentrarono le decadi. Il calendario durò poco, cancellato nel 1806 da Napoleone: le nuove date avevano qualcosa di posticcio e di ridicolo anche per i più fieri illuministi.
Il secondo tentativo venne fatto da Lenin, che cambiò calendario sostituendolo con una datazione che partiva dal colpo di Stato del 24 ottobre 1917. Questo calendario, rimasto in vigore dal 1929 fino al 1940, sostituiva le settimane con una scansione di cinque giorni, e naturalmente aboliva le feste cristiane, rimpiazzandole con quelle nate dalla rivoluzione. Anch’esso, però, non ebbe molto successo, come dimostra il fatto che fu usato parallelamente al calendario gregoriano, anche per mantenere rapporti con il resto del mondo. Così fu anche per la datazione a partire dalla marcia su Roma, con la quale iniziava l’Era fascista, imposta da Mussolini e che però si affiancava a quella tradizionale, senza pretendere di sostituirla.
Insomma, l’idea di rimuovere il calendario cristiano ha pessimi antecedenti, con numerosi fallimenti alle spalle. Bisogna dire che questa volta la Bbc si limita a cambiare la dizione e non il computo del tempo, ma, così facendo, non si può negare che abbia compiuto un gesto ipocrita.
L’ipocrisia di chi fa finta di non sapere perché proprio da quel momento si comincino a contare gli anni.
Negare la funzione storicamente rivoluzionaria della venuta di Cristo sulla terra, accettata anche da chi non lo riconosce come Figlio di Dio, è un’enorme sciocchezza. E, dal punto di vista storico, lo sanno tanto gli ebrei quanto i musulmani.
Come si può far finta di non sapere che soltanto da quel momento si è affermata l’idea che tutti gli esseri umani sono uguali in quanto tutti figli di Dio? Principio su cui si fondano i diritti umani, in base ai quali si giudicano popoli e governanti. Principio che fino a quel momento nessuno aveva sostenuto, e sul quale invece si basa la tradizione cristiana.
Perché non riconoscere che da quel momento il mondo è cambiato?Che sono scomparsi tabù e impurità materiali e che la natura è stata liberata dalla presenza del sovrannaturale proprio perché Dio è trascendente? Da queste realtà è nata la possibilità per i popoli europei di scoprire il mondo e per gli scienziati di iniziare lo studio sperimentale della natura che ha portato alla nascita della scienza moderna.
Perché allora negare perfino i debiti culturali che la civiltà ha nei confronti del cristianesimo? Non c’è niente di più antistorico e di più insensato, come ebrei e musulmani hanno capito chiaramente.
Non è questione di fede, ma di ragione. Anche questa volta.
Inviato da: Nicole
il 10/05/2011 alle 21:04
Inviato da: claudio
il 02/03/2011 alle 16:36
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il 14/01/2011 alle 23:28
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il 16/11/2010 alle 21:59
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il 26/10/2010 alle 17:24