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Creato da arzakk il 08/10/2008
Racconti erotici di un viaggiatore poco curioso - la lettura, per i contenuti scabrosi ed espliciti è riservata esclusivamente ad un pubblico adulto.

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Jane, bellezza nera - quarta ed ultima parte

Post n°11 pubblicato il 28 Aprile 2009 da arzakk
 
Foto di arzakk

Solleva una gamba come per darmi più spazio ed oscilla soavemente insieme alle mie spinte lente. Vedo il suo profilo chiudere gli occhi mentre mugola piano, e gli angoli della bocca sollevarsi come una bambina contenta. Voglio rendere felice questa donna che sto amando, ma non so come. Cerco di giocare piano con lei, di non lesinare movimenti normali a scatti repentini sperando di darle sensazioni sempre nuove e diverse, come piccoli particolari di un quadro, sfioro alcune vertebre e spingo altre, pizzico alcuni angoli di lei nascosti, ed altri in primo piano. Stupisco o annoio in questi pensieri di piaceri a singhiozzo. Ma con sorpresa tira indietro un braccio facendolo passare sotto al corpo, si sfiora un seno, e da lì capisco che vuole che le stringa l’altro, facendo passare una mano sotto la sua ascella umida, sfioro il morbido rotondo seno graffiandole con le mie poche unghie quel vertice fantastico e morbido, carnoso e ruvido, come un cioccolatino ripieno, una piccola ciliegia calda. Ma lei continua con la mano ed ora la sento mentre tra le dita lascia scivolare il mio sesso già preso dal suo corpo, e lo sfiora per la sua lunghezza nel momento in cui è fuori, accarezzando ed allo stesso tempo cercando di reinserilo piano ma decisamente fino in fondo. Ed allarga il palmo, come per prendere e solleticare le mie piccole sfere ormai pronte a spremersi. E sembra lei stessa strizzarle prima del dovuto, delicatamente come per bloccare una fuga che non ci sarà. Ed io resto a simulare caotici movimenti di un animale pazzo, ad entrare e lottare per la vita, a giocare e cacciare e stanare prede in semplici fori caldi.

E capisce che non fuggirò e dopo una tiepida, languida, delicata carezza, risale di pochi centimetri raggiungendo l’apice della sua entrata, che a lungo avevo degnato di attenzioni, ed inizia a sfiorarsi. Intinge dapprima le dita più in basso raccogliendo umori e liquidi vischiosi come una crema per il corpo, e con essi aiuta tra le dita, il suo fiore di carne ad assecondarla nel suo godere. E gira su di esso, e sfrega con un movimento rotatorio che non vedo ma intuisco da come il suo braccio si muove, dal gomito che sporge e segue l’arco che disegna. Lo fisso rapito alternando lo sguardo alla sua bocca, dalla quale ogni tanto la lingua fuoriesce per umettarsi le labbra. E’ brava ed allenata, si è amata da sola molte volte. Chissà quante notti ha dormito sola con il suo stesso desiderio privato. E le palpebre oscillano e capisco che l’occhio ruota, in un ritmo che sembra danzare con la bocca e la mano, in una sinfonia per strumenti silenziosi. Infatti solo piccoli respiri, come se stesse trattenendo il fiato, escono da narici e labbra andando ad appannare il tavolo sotto di lei. Ma il rumore delle sue dita sono musica mentre in un rumore di liquidi miscelati come una maionese, o come un dolce zabaione del quale  vorrei mangiare la crema montata a neve. Ora il volume della sua voce aumenta ad ogni rimescolare, ad ogni spinta e con la sua voce bassa mi dice di continuare. Mi sprona, invita, esalta, ed in lei mi sento il dovere di assecondarla. “Si… dai amore continua” io penso. Lei lo dice piano. Forse ha timore ed usa le parole che ho in mente, gli stessi suoni, e mi sprona “dai, adesso, non uscire ti prego…” le stesse parole che voglio. “adesso, adesso now! I’m coming yeah…si, si, si”. Anch’io lascio uscire dalla mia bocca un si, una vocale lenta, biascicata come un affanno, nervosa come un latrato, troncata dalla spinta del mio corpo che ora lascia uscire come una fonte quel getto che ambivo ma che volevo rimandare sempre più lontano nel tempo. Ancora ultime forti spinte che vanno a decrescere, mentre mi sento prosciugato della mia anima, al tempo spesso la riempio di mio, sento di passarle me stesso, la mia mente, travasare forza, energia ragione che lasciandomi vuoto, mi abbandona togliendomi i pensieri. Ma mi godo i rivoli bianchi che escono da lei, scivolando sulle cosce scure, lasciando quel contrasto che mi colpisce l’immaginazione. E mi sembra di vedere lumache sulla sua pelle che scivolano lasciando una bava che so, profuma di me, avvinghiate per non cadere, ma scivolano via lentissime, miste ad un liquido trasparente. E mentre sento ritirarmi come se fossi sconfitto, continuo a lanciare il mio sguardo percorrerla mentre respiriamo forte, per accumulare ossigeno, per incamerare suoni, nuovi pensieri, mentre accarezzo il corpo di lei, che al contatto mi risponde con un sorriso.

(fine)

 
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Jane, bellezza nera - terza parte

Post n°10 pubblicato il 20 Febbraio 2009 da arzakk
 
Foto di arzakk

La sento gemere forte, mischia parole nuove a quelle che conosco. I suoi dialetti cambiano, le sue intonazioni scoloriscono ma sono pur sempre la voce di una donna che sta godendo. Non potrebbe fingerlo. Il suo sesso mi dice di no mentre mi esprime i suoi pensieri liquidi, col quale parlo da vicino e nel quale la mia lingua si confonde. Stringe sempre con le cosce lasciandomi solo nella mancanza di rumori e voci che mi giungono ovattati in questo limbo uterino nel quale mi è dolce il dondolare i mie pensieri. Non sono semplicemente perso in quel che faccio, ma penso. Penso ai suoi odori, alla pelle liscia che ogni minuto in più sconvolge questa esperienza. Al fatto che la mia bocca non si stanca mai di succhiare, a come faccio a resistere in una posizione innaturale. Penso che è facile sollevare le sue esili gambe, senza sforzo, per rendere molto più agile e saporita l’azione di sprofondarmi in lei. Ma ora basta, penso. Non so se è arrivata al culmine del suo piacere. Sembrerebbe di si, per le sue frasi sempre più alte, quei gridolini sempre più acuti e forti, poi seguiti da un cambiamento del respiro. La tengo stretta per le caviglie che uso per divaricarle le gambe dritte mentre tiene ancora gli occhi chiusi. Le sollevo e lascio che raggiungano come un compasso un angolo di 90 gradi, al cui vertice, la fessura sembra respirare e piangere come una bocca o un grande occhio gonfio. Appoggio l’apice del mio sesso su questo occhio, come per accecarlo e rimettere al loro posto quelle lacrime dense che ho cercato di togliere, prima, con baci pesanti. Non faccio fatica a spingere, si apre di nuovo con eleganza e morbida sicurezza, e penetro millimetro dopo millimetro in un interminabile viaggio dalla destinazione certa. Arrivo in fondo non so quanto tempo dopo, ma sento che non posso più entrare. Mi fermo e mi concentro su questa parte di me nascosta da lei. Ora la sento tutta. Mi sfilo ancora con un movimento che non sapevo di conoscere e del quale mi stupisco in quanto non credo sia naturale. Cerco di controllarmi e non appena sono quasi completamente uscito, do’ al contrario di prima una spinta vigorosa, veloce, forte, fino a sbattere senza dolore il pube e le mie sfere ovali ormai piene, contro la sua area fiorita. Risponde con un gemito, come se il diaframma provasse uno sforzo compresso e lasciasse uscire tutta l’aria dai polmoni. E sembro un pazzo mentre con la forza che consente il mio corpo, spingo forte dieci volte, il tempo col quale lei sta iniziando ad esprimere il mio ritmo con la voce sempre più acuta; spingo col bacino e per reazione stiro le sue gambe tirandole come se dovessi staccarle, con un gesto, dietro le mie spalle, come se non dovessi arrivare in fondo, aiutandomi, e sentire che al culmine sbatto in lei, in fondo, senza poter insistere. Sento montare in me il piacere, troppo presto, troppo forte, che se dovessi continuare ancora per qualche secondo non potrei più tirarmi indietro. Ma mi fermo. E respiro profondamente. E la guardo in viso mentre sta aprendo gli occhi e mi sorride spalancando la bocca grande mostrando i denti bianchi. Il piacere di vederla sorridere è pari a quello dell’amplesso. Infilo di nuovo piano e lei richiude di nuovo occhi e bocca lentamente sollevando il mento e lasciandosi scappare un gemito. Mi fermo ancora. Devo baciarla, e mi piego verso di lei mentre lascio piano le gambe a penzolare verso il basso. Passo le braccia sotto la schiena per stringerla forte mentre poggio le labbra sulle sue e comincio a rincorrere la lingua che non fatico a bloccare tra le spire scivolose, poi dribblo e sfioro il palato come per solleticarla. Lei scivola via dalle labbra e mi sfiora l’orecchio con un soffio, poi ruota il collo e con esso agile e sinuosa, come una serpe o un rettile, una lucertola, un coccodrillo ruota completamente il corpo scivolando da sotto il mio che non preme forte, che non la comprime, la lascia spostarsi libera. Ora sotto la mia bocca è la nuca calda e profumata, stende le braccia in avanti, allungandole. Le blocco con le mie. La spina dorsale che sento sotto di me ora si inarca come una gatta. Sento le natiche tonde, grandi, muscolose che guizzano e si muovono come se avessero una vita loro riservata. Devo vederle con i mie occhi. Scivolo con la bocca dalla nuca alla colonna e scendo ed arrivo ad esse, dove sprofondo il naso e la bocca chiudendo le palpebre. Sembra che mi stia immergendo in un fiume di torba, in carne sudata morbida e profumata. Lascio uscire la lingua per assaporare e solleticare, e nel buio di queste profondità esploro creandomi una dolce mappa tridimensionale in cui non posso perdermi. Lei dilata per lasciarmi sprofondare ancora e raggiungere il fondo che ora non è così lontano. La lingua si modifica, scorre, si rilassa, poggia, appuntisce ed entra, come se stessi massaggiando o spalmando burro, come se stessi raccogliendo marmellata, o sugo dal piatto. Come in un gioco entro ora in un piccolo pertugio, rotondo, ora in una profonda fessura, e non so cosa scegliere. Non scelgo e passo da uno all’altro con stupide mosse scherzose a prima vista, ma serie nella sistematicità della scoperta per evitare che nessun minimo spiraglio di pelle rimanga non assaporato. Ma non voglio che pensi che dia importanza solo una parte di lei. Mi preoccupo di quel che pensa, e desidero che si senti amata. Tolgo il viso da lei e mi alzo, iniziando a carezzarla dal collo fino a tutte le gambe. In primo piano le sue anche piene e rotonde attirano l’attenzione come se fossero il centro del mondo.  Le stringo spingendo i pollici nei muscoli, che non cedono. È’ resistente, soda, elastica e liscia,  mi sento attirare come una calamita, e come un gioco ad incastri, rispondo al suo inarcarsi e mostrarsi mia, completamente abbandonata: gira il volto per guardarmi negli occhi e sorride. Li chiude e fa un piccolo gemito mentre il mio sesso inizia a penetrarla di nuovo e con tutta calma, le stringo i fianchi e la tiro a me. Fino in fondo. Facilmente.

Fine della terza parte - continua

 
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Jane, bellezza nera - seconda parte

Post n°9 pubblicato il 30 Gennaio 2009 da arzakk
 
Foto di arzakk

Io, Jane e la sedia, siamo ormai un tutt’uno simbiotico. Una scultura di legni diversi: mogano, abete e noce. Fermo, rimango con quel dolce peso su di me, mentre lei piano oscilla in tutte le direzioni che le sue anche permettano. Quando viene avanti i nostri ventri scivolano e si fondono con il sudore e come due ventose sembrano non volersi distaccare. Va indietro e si allontana e mi sento come spezzare il sesso che rimane in lei ma cerca di piegarsi innaturale contro la forma che, comoda, la riempie. Penso a come lei possa sentirsi posseduta da me, se gli uomini che ha avuto della sua stessa razza abbiano, è logico, dimensioni più grandi delle mie. Ho paura di non essere all’altezza e come per gioco mi inarco un poco, spingendo in alto per supplire ai miei limiti. Stringo e spingo le sue natiche in modo che possa rimanere inserita. I miei pensieri non sono rilassati. Dovrei godere ma mi faccio stupide remore. E finalmente riesco a capire che quanto immagino, non le importi. Lo capisco dalla bocca che mi bacia, dalla lingua che mi affonda, dai suoi gemiti sempre più alti e da quanto la morsa che mi stringe diventi sempre più lubrificata. Il sudore che respiro dal suo corpo è una malattia che mi fa impazzire. Le mani che la scorrono impetuose sembra corrano via su strade conosciute, lisce come liscia in modo assurdo è la sua pelle. Incredibile più del velluto, più di qualsiasi materiale nell’universo è la sua pelle. Sa di sole, di montagne in ombra, fresche di ruscelli ma calde di vita che corre sui pendii.

Sale e scende, piano, poi forte, poi si alza, si divincola, e ridiscende come un’indemoniata. I suoi occhi si aprono per un momento e nella sua bellezza vedo che le piace come la sfioro, come le mordo il naso, nel modo in cui le stringo la schiena come se avessi paura che mi scappi via. La bocca socchiusa per respirare, forse perché lei è un leopardo ed io la preda, mi annusa, mi studia. Apre la bocca di più. Forse mi mangia. Ma no, “Fermati, aspetta” mi dice con la voce bassa ed un minimo di accento strano. Mi prende la base dell’asta e si sfila, lenta. Mi vedo ora con il suo trofeo in mano, lucido, bagnato, e scopro con la sola vista che le sue cosce sono ricoperte di rivoli di liquidi trasparenti. La visione mi fa esplodere il cervello. So che questo è un momento che ricorderò per sempre. Sembra che fiumi scorrano da lei come se il suo corpo fosse la terra, un monte che origini una sorgente di acqua splendida. Mi immagino di essere un pesce che risalga la sua corrente. Il suo flusso di energia come una stella in balia di correnti dello spazio. Un buco nero che mi inghiottirà.

Ora è di nuovo in piedi e si sposta verso una scrivania in legno ricoperta di una finta pelle verde. Pelle su pelle, sembra, si siede mettendo in mostra la sua sorgente stessa. Ho sete, e la voglio bere. Si getta indietro, poggiando sulle braccia e riversando la testa ed il collo sembra offrirsi senza parole inutili. Le prendo i seni con le mani, solo quel poco per sentire che i suoi capezzoli sono rigidi e vogliono certo essere presi in considerazione. Lo faccio, li bacio e ne è contenta. Vedo smorfie di piacere ben diverse da quelle di pochi secondi prima, e come un riflesso dilata ancora più le cosce e spinge di più la nuca lontano da me, come due calamite che si respingono. Le stringo le colline soffici e mi getto con le labbra verso quel magico triangolo morbido. Spingo il più possibile la lingua in lei. E’ pazzesco come sia liquida la sua corolla, come una pianta carnivora che mi digerisca. Vorrei essere un insetto curioso che possa venir digerito dai suoi umori. Sento come se quello fosse il mio destino per questa vita. Diventare cibo per lei. E tra i petali, sembro un colibrì o un ape che veloce, cerca nettare e trova ben altro. Non è nettare ma un fluido vischioso che mi sporca, anzi mi lava sempre più mentre insisto sul punto cenrale, rigonfio come un piccolo monte da scalare, un sensibile piccolo giocattolo che non mi stancherà mai. Mi dice di continuare, ed obbediente continuo. Le cosce mi serrano la testa come se dovessero staccarla. Penso alla mantide. Forse me la staccherà. Ma perché ho questi pensieri? Devo godermi il momento, non dimostrare di aver paura. Di niente! E’ solo un bottone di rosa. Le mie dita insinuano in lei, ritmiche, in controcanti lenti ma forti in intensità. Il rumore che ascolto è uno sciabordio di risacca, musica in cui vorrei danzare come un guerriero al plenilunio. Aumento e diminuisco. Non so cosa fare, attento alle risposte del corpo che ho sotto la bocca, ora sono io ad inghiottirla. Sono io la bestia che sola, senza il branco va al pozzo. E’ un’oasi, una vasca termale, un elisir dolce in una coppa di legno. E’ la mia donna in quel momento, e potrei uccidere se qualcuno volesse togliermi il suo gusto e la mia voglia di proteggerla. E’ una regina ed io la sua ancella, l’operaia, il fuco. Non so chi sono ma sono qui per servirla.

Sento che aumenta il ritmo dei suoi gemiti mischiati ai si, agli yes, a semplici mugolii sempre più forti. Insisto, continuo cercando di non perder il ritmo. Ho il viso completamente bagnato di lei: ne sono beato, assorto nei profumi che sembrano cambiare in continuazione, ma che sono invece sempre lo stesso, delicato. Come un sommelier cerco di darle una connotato usando semplici parole abusate: fruttato, agrumato, selvatico, denso. Ma che ne so io! Ora sono pazzo di lei. Come faccio ad esaudire in semplici descrizioni la mia voglia di dare un nome alle cose, alle azioni, a definire come per catalogare ogni momento della vita, questo sprazzo di esistenza che mi vede protagonista e vittima sacrificale? 

 

Fine della seconda parte - continua

 
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Jane, bellezza nera - prima parte

Post n°8 pubblicato il 05 Dicembre 2008 da arzakk
 
Foto di arzakk

L’invito era chiaro: “per favore mi vieni a fare qualche fotografia alla sfilata?” la mia amica Jane, africana, era stata una modella una decina di anni prima, ed ora senza guadagnarci un euro si offre per sfilate di stilisti africani durante manifestazioni a sfondo etnico. Una festa per le donne africane, mostrare la loro bellezza in abiti disegnati per loro, per le loro forme, i loro colori. Un momento di pura africanità nella nostra città ormai multietnica. Ci vado volentieri. Mi piace Jane ed il suo corpo che sembra quello di una ventenne, magro con seni aguzzi ed un grande sedere, sporgente, fantastico da seguire con gli occhi, quando cammina. I suoi grandi occhi felini, un po’ a mandorla, sul naso schiacciato quel tanto che basta per darle quell’aria selvaggia, sopra due labbra grandi, carnose, che avevo potuto sfiorare alcune volte salutandola, e delle quali fissavo i movimenti mentre parlava con suo accento inglese.

La serata passa veloce, scatto foto quando passa con movenze da professionista, lo sguardo ammiccante, il passo dritto ed il portamento severo ed invitante. Al cocktail beve forse più del normale, ma per lei è un’abitudine. Ride con il suo modo di fare alla mano. A volte fragorosa, ti riempie il cuore di vivacità e vorresti sempre farla divertire, raccontarle storielle per vedere il suo viso contento. Mi guarda con occhi ai quali non puoi dire di no mentre mi chiede “perché non andiamo a casa tua così mi fai altre foto con questo bel vestito?”. Le hanno lasciato uno di quegli abiti con colori vari, forti, rossi e marroni e gialli e verdi, che ti fanno venir voglia di andare in Africa e confonderti con tutta l’umanità, e divertirti con gli occhi. In testa, sulle decine di treccine che terminano ognuna con una piccola conchiglia bianca, ha una specie di turbante della stessa stoffa e colori del vestito. Oltre la piccola scollatura si intravedono i neri capezzoli, grandi e sporgenti.

“Perché no? Ho giusto delle birre in frigo che aspettano di essere bevute!”. So che le piacciono le birre.

Voliamo via sulla moto. Lei con le cosce in mostra fuori dello spacco, con gli automobilisti che si vedeva chiaramente ne erano distratti, mi stringeva al punto che sulla mia schiena sentivo i suoi seni, ed il suoi risolini alle mie battute.

Arriviamo a casa e ci sistemiamo in salotto. Le birre vengono stappate e versate in grandi bicchieri. Non ci vuole poi molto a berle ridendo, con un sottofondo di musica del sud del mondo, a basso volume. “Cominciamo allora?” Prendo un paio di faretti e li punto su di un angolo con qualche bel quadro, dove contrastare i colori del suo vestito. Si allunga sul muro, come se volesse arrampicarsi. Le scatto decine di foto intere e di primi piani. Ha uno sguardo intenso, morbido, eccitante. Il vestito non è più stretto in vita. Sembra ora più largo, così da mostrare di più dei suoi seni. Con mosse che vedo solo sulle riviste patinate, si alza la gonna con una mano, e le sue gambe lunghe e lucide, sembrano quasi non entrare tutte nell’inquadratura. E’ bellissima, ed il mio cuore batte sempre più forte, ed addirittura sembra scoppiare quando si gira, sempre con la gonna alzata fino alle anche, mostrando uno dei sederi più belli che si siano visti al mondo. Mi sorride, ma quasi non riesco ad apprezzarlo, rimanendo ipnotizzato da quel che mostra incorniciato da un perizoma bianco che le slancia ancora di più, se possibile, le cosce color del mogano. Mi avvicino fingendo un primo piano e sempre più fino a sfiorarla, con la scusa del mirare tramite il display della fotocamera. “mettiti così” alzandole un braccio e poi scostandole una gamba. Ha la pelle più liscia che abbia mai toccato. Risalgo ed ora la mia mano è sul gluteo. Lei gira il volto e mi guarda negli occhi. Ride. Avvicino la mia bocca alla sua fino ad unirle. La risata termina. Getto la fotocamera su di una poltrona, la giro completamente e l’abbraccio stringendola. La bocca morbida mi accoglie, ma la sua lingua sembra remissiva, pur rispondendo alla mia. Sa di birra ed alcool, è grande e morbida, le sue labbra sembrano il doppio delle mie, sembrano un materasso soffice e bagnato. Si stringe sempre più senza dire una parola, senza un gemito. Mi da una spinta e mi manda a sedere su di una sedia. “stai fermo lì e lasciami fare. Togliti pantaloni e mutande”. Non sono abituato a questi comandi e mi sento stranamente in balia di lei. La situazione mi piace, però…

Tolgo la cintura, sfilo i pantaloni del tutto, poi tolgo i boxer. Sono eccitato, un po’ offuscato dalla birra e mi sembra di sognare. Jane, ondeggiando, si toglie l’abito, rimanendo in perizoma, poi si inginocchia di fronte a me, socchiude la bocca, mi sorride, mi impugna ed abbassa la testa facendo scomparire il mio sesso nella sua bocca calda. Si toglie, e con la lingua incredibilmente veloce, mi regala forti sensazioni da farmi chiudere gli occhi, estatico. Quando li riapro, la vedo sorridere mentre mi dona piacere, mentre la sua mano sinistra con lunghe unghie mi sfiora il petto strappandomi quasi i peli e lasciando i segni bianchi del suo premere la pelle. Delicatamente si rialza, con movenze che avrò visto mille volte al cinema ma che non credevo potessero verificarsi nella mia vita. E’ in piedi, sposta il peso del corpo da una gamba all’altra effettuando una specie di danza in un ritmo che non è quello della musica del cd. Poi lentamente si sfila il perizoma, e inizia a toccarsi tra le gambe, come per ravvivarsi i foltissimi peli ricci, ritagliati per dare la forma di un cuore nero. “Ora baciala” mi dice avvicinandosi, alzandosi in punta di piedi ed allargando le gambe mi strofina il suo ventre sul viso “ma non toccarmi”. Mi abbasso un poco per arrivare al punto giusto e lo bacio sopra il cuore scolpito, e sotto. Tiro fuori la lingua, curioso di sapere se i suoi sapori ed odori sono diversi da quelli delle donne bianche. Non mi sembra, i miei sensi mi tranquillizzano e l’unica differenza che trovo è in quei strani peli marroni e neri durissimi: mi graffiano quasi la faccia, ma sono al contempo come un cuscino di crine, seducenti e profumati.

“Basta così, non muoverti più”. Fa un passo indietro, prende il mano il mio sesso e piegandosi sulle ginocchia lo punta sulla sua fessura ed aiutandosi un po’ muovendolo nelle varie direzioni, lo inserisce senza fatica divaricandosi con due dita. E si siede su di me, lasciandomi completamente imprigionato nella sua trappola calda. Mi abbraccia e mi bacia il collo mentre comincia a muoversi sempre più veloce. Ha lasciato in testa il copricapo, dal quale alcune treccine mi sfiorano solleticandomi.

Fine della prima parte - continua

 
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Roberta bocca di miele - sesta ed ultima parte

Post n°7 pubblicato il 25 Novembre 2008 da arzakk
 
Foto di arzakk

Amarla ancora, amarla sempre, se per sempre sono solo quelle poche umili ore in cui, soli, rimaniamo nudi nella notte a stringerci e rimanere stretti, ma mai fermi. Fuori dalla finestra semichiusa trapelano i suoni di una notte estiva, senza cani che abbaiano, senza antifurti che suonano inutilmente, senza quelle grida di amanti che possano risuonare tra le mura del cortile. Grida che non siano le nostre, che tratteniamo per pudore, perché il nostro piacere sia solamente ed esclusivamente il nostro, da non condividere con altri, curiosi o amanti delle altrui storie, fuori questa camera in penombra.

Mentre la penetro ancora, senza stancarmi di rigettare in me quello stimolo a farla finita, perché non voglio; spingendomi ancora ad entrare perché è bello osservare i suoi occhi che si chiudono e quando si riaprono mi fissano, forse con amore. È bello ascoltare qui “si! si!...” ritmati da ogni mio piccolo muovermi, ad ogni spinta della schiena. Rigettando fuori l’aria come se le facessi male, risponde ad ogni mio gesto in un modo che mi fa sentire orgoglioso, mi rende felice perché so, spero, che non stia fingendo la passione con la quale mi riceve, con la quale pur sottolineando ogni minima penetrazione, sembra non sia mai sazia di ogni mia spinta che prende maggior forza ad ogni ritmo successivo. Ansima, e cresce nel suo tono che sa essere implorante e deciso, felice ed imbronciato, che le fa corrugare la fronte e volgere la testa all’indietro, come se in uno stimolo muscolare non possa chinarsi ma quasi fuggire dalla stretta in cui la costringo. Apre la bocca che nei suoi gemiti si asciuga, e subito la lingua riesca a riumidire le labbra rosse, che si aprono per richiamarmi a coprirle con le mie, a scontrarmi per lasciarla entrare affinché possa scrutare ancora come alla ricerca di nuove sorprese. Ma non ne trova, ormai è senza segreti per me, a parte nuovi sapori che sembra prendere quando le succhio la lingua o le lecco le guance anch’esse vermiglie, o quando mordo i lobi di orecchie ancora fresche, o quando sprofondo di nuovo con il naso tra i suoi capelli alla ricerca del suo vero odore, quello che non sparisce nel tempo, ma aumenta ad ogni minima stilla di sudore. Il mio sesso brucia proprio là dove lei è più calda, ed il suo calore mi richiama sempre più fino a farmi immaginare un fuoco lì dentro, che attizzo come un mantice o al quale cedo la mia carne combustibile che consuma, ma al contempo si spenge tra i suoi liquidi che sembrano impedire il propagarsi delle fiamme al suo esterno. Le stringo le natiche con forza, e nonostante le mie scarse unghie riesco ad aggrapparmi come un koala ad un tronco e con lo sforzo di una ginnastica dolce mi aiuto a seguire quei ritmi che ormai hanno preso il mio cervello come un mantra di carne e sangue pulsante. La sua pelle non è così calda come altrove, lì dove siede sul legno laccato, dove l’umidità dei suoi pori rende opaca ed appannata la superficie, e dove nonostante tutto vedo lei stessa riflessa nel nero, confusa ma presente. E penso quando all’indomani scoprirò le sue tracce ancora sullo stesso legno, e le annuserò di nascosto come per rendere vivo il ricordo di questi momenti attuali, e forse quelle stesse tracce assaggerò come un cane che si lecchi le ferite, come una zecca che succhi il sangue o che debba vivere del sudore altrui. E mi immagino quei sapori ormai vecchi e freddi, frammisti alla polvere di domani, alle tracce dei giorni passati, trasformati e miscelati, che non mi piaceranno, lo so già, se non come un tratto d’unione tra ciò che feci prima ed il suo ricordo.

E vorrei spremere e lasciar colare in una bottiglia tutto ciò che di lei è liquido profumato, il suo sudore, l’effluvio del suo sesso, le sue lacrime di gioia: per poterne domani e nel futuro aprire il tappo e sorbirne, poggiare il naso e lasciarmi trasportare nel tempo; rivivere con una stilla di quel succo sulla punta della lingua tutti i retrogusti acidi o salati o dolci per inglobarli in me.

Ed è come se questo pensiero mi dia nuova forza, che stranamente non cala, e mi sostiene sempre più sulle mie gambe che non sono ancora stanche, sui miei muscoli che vorrebbero saltare come per trascinarla su di un albero e consumarla la notte stessa. E la sento contrarsi proprio ora che rimango in preda di pensieri animaleschi, pensieri di cui un uomo non deve lasciarsi prendere. Prendo le sue gambe e le metto in spalla, e lei per non cadere all’indietro si stringe a me tenendomi fermo il collo e la schiena. La  schiena che sfioro con forza riporta l’irruenza dei miei assalti, e dei suoni del diaframma che viene compresso. Bacio ancora con una forza che sembra staccarmi la lingua, tanto la voglia inserire nella gola della donna, e l’unione delle bocche come una ventosa sembra essere l’unica forza che ci trattiene uniti. Tutto il resto non conta seppure è proprio ora che lei raggiunge l’orgasmo con un singulto continuo, e scatti e sobbalzi che scatenano in me quelle energie che libero e scateno e riverso in lei con un rantolo. E i nostri sussurri sembrano rimanere confinati nei polmoni e non uscire nelle stanze e dalla casa, concentrarsi nei cervelli ed esplodere in silenzio, anche se avremmo voluto urlare al mondo il nostro piacere e la volontà di lasciare che questo momento possa durare per sempre.

(fine)

 
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Roberta, bocca di miele - quinta parte

Post n°6 pubblicato il 13 Novembre 2008 da arzakk
 
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Ma i minuti passano in fretta, e così ritorna presto la voglia di amarci, stringerci in una completa soddisfazione reciproca, ed insieme come se ci dessimo la mano, cullarci in ritmici movimenti, calmi, spensierati, oscenamente belli, mantenendo tutti i nostri sensi pronti e vigili per carpire ogni minima sensazione. Una sua mano ora gioca piano con il mio sesso, che come una piccola bambolina calda risponde con piccoli movimenti scherzosi da ambedue le parti. Ora lei da’ una carezza, ora lui si sposta ed oscilla; ora lei impugna e stringe, ora lui cerca di sfuggirle, ma prende nuova vigoria e sembra rispondere all’offesa facendosi più grande. Ma la schermaglia è vana, sempre agli ordini della femmina, risponde e segue, imbelle, arrendevole, fin quando si fa forza dopo un suo bacio, un suo piccolo succhiare senza importanza, se non come se mi rendesse esposta la sua voglia di continuare. E’ difficile riuscire a rispondere negativamente ad un simile stimolo, ed ormai sono di nuovo pronto, e subito il sangue nella mia testa ricomincia a farmi lavorare nei pensieri e nei desideri, nella spinta che sento anche nel richiamo del suo sesso, che esploro con la mano che ormai era diventata asciutta e fredda. E lei con le gambe aperte, mentre si dispone meglio seduta sulle mie ginocchia, le braccia attorno al mio collo, mi bacia delicata e colma di amore e mi sembra sussurri paroline che non odo se non nel suo tono cantilenante a bassissimo volume. Non capisco cosa stia dicendo, ma mi piace ascoltarla lo stesso. Si stacca non senza un piccolo sforzo e si alza, offrendomi le mani ed incitandomi a seguirla. La seguo ovviamente, curioso di sapere dove vuole arrivare. Il tragitto è fin troppo breve, la meta il tavolo del salone, nero, lucido laccato e coperto di libri. Li sposta con un senso dello spazio calcolato, fa un paio di piccole pile e le poggia contro il muro, lasciando quel poco di spazio che le occorre per salirci sopra con un piccolo salto, sedendosi con il suo sedere nudo sul nero, così risaltando come una cornice aumenta la bellezza del quadro. L’umidità ed il calore del suo corpo a contatto con il legno, lo rende appannato, lo opacizza, ma al tempo stesso ella ci si specchia in giochi di riflessioni come un caleidoscopio rosa, tra piccole luci. E la forma delle cosce si trasforma, appiattendosi sul piano, allargandosi e conquistando spazi nuovi. Si apre ai miei occhi rivelando ancora la sua intimità dolce e carica di forze e passione seppur così indifesa. Non posso fare a meno di baciarla ancora, una volta chinato, specchiato al ripiano e tra l’appannarsi dello stesso, freddo e scomodo, completamente il contrario di lei che sopra ad esso attende che io faccia tutto.

Mi tira su il viso con le mani e guardandomi mi dice con lo stesso tono che usa da sempre con me, quasi ad implorare, a convincermi, a sedurmi nella sua voce femminile e dolce, bassa: “fammi tutto quello che vuoi, tutto…”, e puntellandosi con le braccia dietro la schiena, sembra sollevi ancora ed offra maggiormente il suo sesso aperto, a me. Tira indietro le gambe poggiando i piedi sulle sedie affianco, e sembra spezzarsi per quanto le allarghi per farmi spazio. Ed io ad un tale invito rispondo gentilmente, aiutandomi con una mano, indirizzando verso l’apertura alla quale scivolo la mia punta dall’alto in basso ed ancora più volte, con gesti che potrebbero essere volgari, come un pittore ed il suo pennello intriso di colore passa e ripassa sulla tela, disegnando e colorando lo stesso punto, la stessa area, accanito e pervaso da una spinta creatrice. E sento quelle bellissime sensazioni facendolo, e poi quando mi fermo al centro di quell’area e spingo per entrare, sento ancora una volta quel calore forte, quell’idea di sperduto, di nuovo, di curioso, di dolce violenza, di ritrovare la casa, il nido che ti accoglie e ti trattiene. Vorrei rimanere fermo, così, rilassato come per fare del sesso tantrico ma non ce la faccio. C’è un diavolo dentro di me che mi prende e mi spinge e poi come un pendolo mi costringe ad andare avanti ed indietro, prima lentamente e poi con maggiore velocità. Mi sento sempre concentrato a guardare la sua bocca che si apre per lasciarla respirare meglio, la sua lingua che di tanto in tanto si affaccia ad umettare le labbra e gli occhi che ogni tanto si aprono per controllarmi, per guardarmi e farmi sentire suo, bloccato dal laccio del suo sguardo, bello, sognante e completamente mancante di lussuria. Una dolce normale situazione di accoppiamento tra due persone che si amano, senza spinte che non siano quelle della passione. E spingo piano, e penso tra me che devo farla godere come non ho fatto mai con nessuna, e mentre le stringo i seni, roteo il bacino e mi muovo con gesti differenti ogni volta. Non voglio essere scontato, monotono, egoista, ma voglio eccitarla ed incitarla e sfiorare ogni suo punto sensibile.

Cambio ritmo, casualmente, accelero e decelero, mi fermo e riparto, poi mi umetto i pollici e proprio sopra il punto nel quale sono entrato, massaggio con le dita lubrificate, e sfioro, spero con la giusta pressione, accompagnando ogni movimento di bacino. E lei mi accompagna con le sue unghie nelle mie natiche, come se avesse paura che l’abbandonassi, che vada chissà dove, ma non sa che io vorrei rimanere dentro di lei per sempre, perché mi sembra la cosa più bella che il mondo possa regalarci, perché non capisco come possano altre cose in questa vita essere più belle del fare l’amore con lei. Non penso minimamente che in quel momento sto tradendo l’altra, forse lusingato dal fatto che ora anche la donna che sto amando, è nelle stesse condizioni delle mie, rispetto al suo uomo. Ma non ci interessa, e non so se anche lei ci sta pensando, forse no, forse magari sta pensando al suo uomo, ed io in quel momento sono solo un simulacro, una rappresentazione del suo compagno. Non posso continuare a pensare a quelle cose, devo solo lasciarmi andare ed entrare e spingere e cercare di sentire sempre più quei calori, ed aiutarmi a dimenticare infilando la lingua nella sua bocca e sentire il suo fiato caldo riempirmi e muovermi le guance come se stesse salvandomi la vita con una respirazione artificiale. Adoro il suo respiro e come quell’aria calda si impregna del suo odore, e come mi sembra che stiamo respirando la stessa aria, e la mancanza di ossigeno mi rende sempre più rosso, mi dà alla testa come se dovessi da un momento all’altro svenire. Come se sentisse i miei pensieri, porta la bocca al mio collo e mi morde, poi sul mio petto e mi morde ancora facendomi male, e la mia stretta sempre più forte fa si che porti la mia bocca sui suoi capelli, sempre immersi nel profumo più forte della sua pelle, che mi dice di baciarla e morderla e leccarla e digerirla dentro di me come quell’istinto di amarla che mi uccide fin da quando la incontrai la prima volta.

Fine della quinta parte - continua

 
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Roberta, bocca di miele - quarta parte

Post n°5 pubblicato il 31 Ottobre 2008 da arzakk
 
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“Ora tocca a me godere” esclama Roberta socchiudendo gli occhi e guardandomi con un sorriso. Simile ad un’implorazione ma più vicina ad un comando, la sua voce un po’ roca, calma, entrava in me facendomi sobbalzare internamente. Il mio corpo voleva recuperare le forze che mi avevano abbandonato nel post-orgasmo che ho sempre vissuto come una dolce morte. Avrei voluto scivolare nel sonno abbracciato a lei, anche se sapevo che mi sarei dimostrato egoista, ma non avrei potuto. Il mio orgoglio di maschio doveva aver la meglio su me stesso. Spalanco gli occhi e sorrido. Le osservo i seni gonfi come se dovesse allattare. I capezzoli svettavano come solo i capezzoli possono fare, belli e così attraenti da smuoverti l’istinto di Edipo ed aprire la bocca e succhiare succhiare, inutilmente, snaturando la natura stessa e la funzione della donna.

Ma lei sa come convincermi. Io sono seduto sul divano, in silenziosa percezione delle mie membra rilassate, e lei sale con i piedi proprio sopra il cuscino e si porge, inchinandosi e poggiando le mani ai lati della mia testa, porge i seni alla mia bocca, oscillando e come con schiaffi mi risveglia  da quel torpore estatico in cui mi aveva gettato il sesso svuotato della pulsione iniziale.

Risale ancora, così che la mia bocca, dalla sua pancia piatta, ridiscenda senza sforzo sopra quell’area tanto desiderabile quanto degna di attenzioni e di delicatezza. Ma con violenza mi viene premuta sul viso, strofinata come un asciugamano di spugna a detergere il sudore di un pugile stanco. Fremo sotto questa forza che potrebbe scarnificarmi, ma per evitare questo rischio, lubrifico con la mia bocca aperta a respirare ogni profumo ed assaggiare qualsiasi parte venga a tiro della punta della mia lingua. Sento che i sapori hanno ridestato il sangue che ora circola di nuovo con prepotenza nel mio basso ventre, rialzando muscoli e carne e gonfiando vene. “No, non così, lasciami fare ti prego” le esclamo scansandola ed alzandomi in piedi. Mi faccio subito di lato e la spingo sul divano per farla cadere, e vedere i suoi seni sobbalzare e rilassarsi per il tonfo morbido sui cuscini che presto assorbiranno copiosamente i suoi liquidi. Si sdraia con uno sguardo malizioso come se fosse la Maya desnuda, con un braccio in alto a tenersi sul bordo superiore, e con l’altra mano a stringersi il pube, ed allargando piano le gambe fino a tirar su un ginocchio, copre la visione che immagino spalancata e rosa. Quasi artigliando trascina la mano verso l’alto lasciando che le dita scorrano lungo e dentro le piccole labbra semi aperte, ed ora, una volta le dita abbiano lasciato il solco, aperte e lucide oltre che invitanti ed ingorde. La visione dei lembi morbidi e delicati mi sconvolge lasciandomi la bocca in preda ad una voglia pazza. Mi inginocchio come di fronte ad un capezzale ed allargando le braccia per toccarle testa e piedi contemporaneamente, la scorro tutta in un massaggio forte che esplora zona fredde  e calde ed asciutte ed umide, sollevando profumi e sospiri per ogni centimetro di pelle sfiorata. Come obbedendo ad un richiamo ancestrale mi inchino e le bacio gli occhi e trasporto in un’ispezione la mia bocca attraverso una linea immaginaria che mi fa visitare ancora le labbra ed il mento ed il collo che solleva, ed i seni come cuscini ad acqua, e la pancia scomoda. E giocare con la lingua all’interno dell’ombelico che racchiude un piccolo gioiello riflettente la luce, e più ancora mi trasporto mollemente ed aiutato dalle mani, apro la meta del mio viaggio e spalanco neanche dovessi completamente infilarci la testa intera. Solo la bocca si immette brucando e sciacquando come in un cocomero caldo e succoso, dolce ed acerbo, e come se dovessi mangiarne o berne del tutto il contenuto, lecco con simmetrica precisione ogni millimetro quadrato di frutto.

E dilato con le dita di una mano, e mentre mi soffermo per leccare avidamente ma delicatamente intorno allo stesso punto che sento farsi sempre più sensibile ed in rilievo, con il dito medio della mano destra trascorro momenti preziosi a giocare con le sue piegoline sempre più bagnate accennando ad infilarlo e sfilarlo ed ogni volta con meno fatica. Ed entro piano piano tra un “si…” ed un “ancora…” non incurante dei “piano…” e “più forte…” ma anzi pronto a modificare i ritmi e le pressioni di lingua e dita, insisto di più al fine di iniziare la vera esplorazione interna per darle quel piacere che mi ha chiesto pochi minuti prima. Prima di tutto il medio, poi sempre con una delicatezza che mi spaventa al solo pensiero, anche l’anulare entra completamente ed inizia a premere le sue pareti superiori, sperando di raggiungere senza esitare quei punti misteriosi per noi uomini che abbiamo imparato troppo tardi quanto alle donne piacciano. E curvo le dita in un massaggio che ho paura possa diventare violento, ma da come Roberta si agiti e muova ed emetta gemiti, capisco che le sta piacendo. Tiene gli occhi chiusi ed una mano sulla mia testa, ed alza ritmica il bacino e spalanca le gambe e le ristringe, ed a volte mi sento bloccato tra le sue cosce ma tutto ciò mi incita ad insistere e forzare ogni minima difesa, nel caso ci fosse.

“Non so cosa mi stai facendo, ma continua… continua ancora ti prego… si così… è bellissimo”. In questi momenti ti senti una persona in paradiso.

Cosa c’è di meglio che far godere una donna? A volte ci penso e mi vengono in mente i visi delle donne che ho avute, gli sguardi persi nel vuoto, gli occhi chiusi o socchiusi con il bianco che traspare e la pupilla nascosta, o la bocca aperta e la lingua, ed il loro stringere e rilassarsi e le mani che ti graffiano la schiena. A me fa impazzire tutto ciò come se fosse il concentrato di una vita intera, come se stessi spremendo un frutto per bere le vitamine e farmi forte per amarle di più e più a lungo.

Non sta fingendo. Il mio viso è completamente fradicio dei suoi umori, che lecco e bevo senza ritegno, senza vergogna, come se fosse l’ultima cosa che farò in vita mia. “Non ti fermare… così… così…” e smetto di esplorare continuando a compiere le stesse operazioni, ormai come se fossi un automa, cercando di mantenere il ritmo del suo respiro, del suo ansimare, dei suoi piccoli versi inarticolati, dei suoi muscoli che si contraggono. Come unica variazione stringo in una piccola morsa delicata ora un seno ora l’altro, prima un capezzolo e poi il secondo e con due dita ci gioco all’unisono. Lei ora mi stringe il sesso con una mano e quasi mi fa male mentre lo tira, stranamente senza un ritmo predefinito, ma caoticamente mi scopre la punta che ormai è di nuovo viscida così che scivoli nel suo palmo senza farmi male, ma come uno sprone a continuare. Lei è il fantino, io il suo cavallo e la sto trascinando via verso il suo piacere.

E vi giunge, con uno scatto liberatorio. E sento intorno alla mano lo stringere ed il sussultare quelle quattro o cinque volte, ad ogni mio tocco, ed ogni volta la mia testa sembra saltare e rimbalzare via, e la mia lingua ora lentamente spazza via ogni goccia, ed ogni suo odore scompare nel mio naso e nella mia bocca, e so che lo conserverò per molto tempo. Poi si ferma.

I prossimi minuti rimarremo a baciarci con calma: le restituirò i liquidi come lei fece in precedenza. Mischieremo le lingue e gli odori ed i sapori come se fossimo una fucina alchemica, e ci prepareremo al prossimo amplesso ed osserverò ancora la sua bocca di miele sussurrare il mio nome tra i “si”.

Fine della quarta parte - continua

 
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Roberta, bocca di miele - terza parte

Post n°4 pubblicato il 23 Ottobre 2008 da arzakk
 
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Mi teneva in pugno, letteralmente, inginocchiata davanti a me, guardandomi negli occhi. Io un po’ mi vergognavo della mia nudità così indifesa e sottomessa, mai lei mi sorrideva, e sorridendo abbassò gli occhi e socchiudendo la bocca in un modo e con una grazia che ricorderò per sempre, tirò fuori la lingua, piccola per come la ricordavo allacciarsi alla mia pochi minuti prima, e partendo dal basso iniziò a risalire l’asta già pronta e tesa da alcuni minuti, pianissimo. La sensazione di piacere prese il posto dei brividi subito dopo pochi centimetri; la sua mano sinistra mi accarezzava una coscia stringendomi i muscoli dal ginocchio ed a volte più sotto, solleticando il polpaccio, e poi velocemente, senza scatti, arrivava a quella folta peluria riccia in mezzo alla quale passava le dita prendendo ciuffetti e tirandoli, pettinandoli quasi, stressando e dividendo come piccoli covoni. Poi con la punta delle dita rigirava come se stesse inforchettando degli spaghetti e li disfaceva, staccandosi momentaneamente da quella zona e per un momento riprendere in mano, con le due mani, il mio sesso, allontanandolo, avvicinandolo e porgerselo in modo che fosse più semplice per lei usare le labbra e la lingua, ed a volte i denti.

Io respiravo calmo, poi accelerando il respiro ad ogni colpo della punta della lingua, e ad ogni bacio. Quando era completamente all’interno del suo palato, si fermava un attimo a respirare col naso e succhiava piano, poi più forte ed io sentivo un calore che aumentava insieme ai miei battiti. Infine emetteva un rumore lasciando entrare l’aria, un rumore che all’inizio sembrava brutto, inarticolato, poco musicale, ma poi dopo una decina di volte diveniva musica, ritmo che dalle orecchie mi si ripercuoteva in tutto il basso ventre, dandomi sprazzi di godimento intensi ed attesi piuttosto che cogliermi di sorpresa. Le carezzo la testa ma senza che l’aiutassi nei movimenti oscillatori che mi regalava come una macchina del piacere, ma calda del suo corpo vivo e solo mio in quella sera.. E quanto è bello osservarle gli occhi che di tanto in tanto si aprivano come per controllare che io stessi godendo della sua bocca. Come per vedere che io stessi attento a sentire ogni movimento della sua lingua, ogni suzione delle sue labbra. Mi sembrava a volte di sentirmi a disagio nell’essere così passivo, io che di solito mi getto in impossibili lotte per lasciar godere la donna con cui sto. Io che di solito, instancabile trattengo le mie pulsioni per ore pur di assaporare il corpo di una donna stesa di fronte a me. Ed ora fermo come una mummia, con la sola vita nelle dita che scivolano sui suoi capelli lisci e giocandoci le confermo che desidero la sua bocca, ma forse solo per baciarla e non per violarla in una maniera seppur delicata, non nei miei pensieri. Ma un conto è il pensiero, un altro il piacere nel sentirsi cullato da una lingua e risucchiato come se da me dipendesse la sua vita, trattato da fantoccio come se fosse l’unica cosa bella, ma come un giocattolo nelle sue mani che debba arrivare alla fine di un gioco ormai troppo lungo. Le gambe cominciano a piegarsi ai primi brividi che dalle mie reni cercano di farsi strada nel basso ventre, e le prendo la testa e le dico di aspettare, che non voglio adesso anche se lo vorrei per sempre. Che è meglio di no, che forse sarebbe meglio che si fermasse un attimo per giocare con altri mille giochi e mille momenti d’amore.

Ma lei come impossessata da un furore pazzo, scatenata aumenta il ritmo, e tira fuori la lingua e prendendomi le natiche con entrambe le mani lascia che io sprofondi nella sua bocca completamente, e stretto come in una trappola, forte, da mani che sembrano di un uomo per quanto stringano con veemenza, chiudo gli occhi per ascoltare i suoni ed ogni movimento di cui sono oggetto, di ogni giro di lingua ed ogni pressione sui muscoli o sull’oggetto della morsa che potrebbe sembrare letale, come se fossi digerito e stritolato nello stomaco e tra le spire di un boa costrictor. E così abbandonato ai miei sentimenti ed ai miei sconvolgimenti interni, sento prorompere il seme con una violenza tale da rimaner sorpreso. Una scarica nervosa e muscolare che mi costringe a gemere, stretto fino al blocco della circolazione, paralizzato come se fossi sotto tortura, legato da me stesso ai suoi capelli ed al suo corpo, seduto ma sporto in avanti in una posizione che mi sta disturbando la spina dorsale ed il collo indolenzito. Ma sto bene mentre prorompo in lei con tutta la mia forza rimasta, anche se le mie ginocchia sembrano scattare e gettare le gambe in avanti, e lasciano che io mi appoggi a lei, ma anche con impulsi continui da pazzo da legare, sempre bloccato, mi lascio svuotare dalle forze e dai liquidi e crollo  fisicamente. La sua bocca mi trattiene.

E vedo scendere dagli angoli delle labbra rivoli biancastri che lei pronta ricaccia indietro tirando su la testa con uno scatto ed un sorriso beffardo. Chiude gli occhi come per gustare un liquore e la vedo inghiottirlo con un gusto inaspettato, come un’alcolizzata, una vampira, poi mi guarda negli occhi e mi sorride chiedendomi se mi è piaciuto. “Ti adoro” le dico con un filo di voce e lei si alza, e mi abbraccia e mi bacia, e mentre apre le labbra sento la sua lingua ed il mio sapore. Non mi piace affatto, ma la cosa mi eccita, mi da’ alla testa, tanto da lasciarmi vacillare tra le sue braccia. Il suo odore è forte, sa di donna che ama, di una foresta e di pioggia. Annuso l’aria di una grotta buia e di una tana abbandonata ma ancora calda. Mi sembra di subire ondate di fiumi sotterranei e le sferzate di alghe bianche dai lunghi steli.

E la stringo aspettando di poterla possedere ancora .

Fine della terza parte - continua

 
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Roberta, bocca di miele - seconda parte

Post n°3 pubblicato il 15 Ottobre 2008 da arzakk
 
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 Sotto i miei larghi pantaloni di velluto a coste indossavo i boxer. Il risultato fu che eccitato al massimo da quella situazione altamente eroticizzante per me, in breve tempo divenne visibilissima l’erezione come se nascesse una collina conica, un vulcano in mezzo ad una pianura a causa di un terremoto del massimo grado di qualsiasi scala di misurazione. Nella penombra dell’abitacolo della mia utilitaria, proprio sotto casa, in compagnia di una ragazza che mi stava baciando, alla mercé di una qualsiasi inquilina curiosa, eravamo abbracciati. Le mie mani sulla sua pelle, le sue mani sui miei pantaloni. Ma non ce ne fregava niente nel caso qualcuno ci avesse visti. Premeva e giocava con il visibile fardello al punto da farmi male, così rigido da essere d’impaccio, così preda del suo giocare quasi senza rispetto. Ma rispetto di cosa? Dopotutto in quel momento avrebbe potuto farmi qualunque cosa, in balia della sua bocca dolce incollata alla mia. “Tesoro mio non resisto, ti prego saliamo da me” riuscii a dire quasi divincolandomi. Si staccò con ancora gli occhi chiusi, sorridendomi. “Si, andiamo, voglio essere più comoda piuttosto che incastrata in questi sedili”.

Coprendomi con una borsa, a scanso di incontri sul pianerottolo o nell’ascensore, con pochi passi fummo dentro. Fortunatamente nessuno incrociò il nostro tragitto ed in un paio di minuti fummo all’interno del mio appartamento. “Accomodati, faccio in un attimo. Ti occorre qualcosa?” le dissi facendola sedere sul divano prima di recarmi in bagno per mettermi a posto. “No, niente, ti aspetto… Sbrigati ti prego!”

Una rapida lavata con acqua fresca ed abbondante sapone per togliermi la stanchezza della giornata mi vide assente per pochi minuti. Il tempo per entrare in salone e vederla spogliata, in biancheria intima, reggiseno mutandine brasiliane di seta grigia, basse dietro, poggiata sullo schienale del divano, in una posizione di trequarti alla mia vista impazzita dalle sue forme bellissime. “Faceva caldo…” mi disse sorridendo con un viso di femmina che sapeva il fatto suo. La sua schiena arcuata metteva in risalto un sedere un poco più grande della media, tondo come la Luna piena, invitante come una torta alla panna. La spallina sinistra era scesa sul braccio come se il peso del seno potesse averla spostata per mostrarsi bianco e morbido, teso verso il basso come un frutto maturo. Rimasi ad osservare il suo corpo ed il suo viso sorridente ed interrogativo e sembrava  stesse chiedendomi “Ed ora? Cosa aspetti?”. “Sei splendida, bellissima, mi sembra come se leggessi nei miei desideri più nascosti”.

Mi tolsi la camicia ed i pantaloni in un millesimo di secondo, rimanendo con i boxer che non riuscivano a celare il mio stato di eccitazione. Mi avvicinai alle sue spalle posandole le mani sulla schiena e carezzando la avvolsi sul davanti passando sulla sua pancia e risalendo sui seni spostando la seta sottile che la ricopriva. Presi a piene mani quelle bellissime forme, fresche e morbide, stringendole un poco fino ai capezzoli che subito diventarono rigidi e scabrosi fra le mie dita. La mia pancia ed il petto si strofinavano sulla sua schiena, forse facendole il solletico e sentire che la desideravo. La mia bocca sul suo collo caldo e profumato dei suoi capelli insisteva a mordere la nuca ed i lobi delle orecchie; baciava disperata la cervicale spostando i capelli con le guance mentre la stringevo forte. Lei spostò le sue mani che la sorreggevano e rimanendo solo inginocchiata sui cuscini le portò dietro di sé aggrappandosi all’elastico dei miei boxer e tirandoli giù, spogliandomi completamente, poi una sua mano impugnò ciò che aveva liberato, stringendolo. Per vendetta, scherzosa e tremenda, così catturato, le sciolsi il gancetto del reggiseno e mi attaccai ai lati delle sue mutandine, non prima di averle accarezzato la schiena e trascinato verso il basso la sua unica copertura.. Ora era lei a strofinarsi ancheggiando e cercando di sentire il più possibile me stesso.  Sospirava, ed anch’io; respiravamo forte ed io sentivo il suo odore sempre più forte: pelle calda e sudata, scivolosa sotto le mie mani, che scendendo prendevano e stringevano la sua peluria curata, facendo scivolare tra le dita come fili di seta da avvolgere e legare.

“Siediti qui al centro” mi disse con poca voce. Lo feci e subito mi salì sopra come se fossi una motocicletta, poggiandosi sulle mie spalle ed offrendo i seni alla mia bocca. Cominciai a succhiare e con le mani le strinsi la vita i fianchi e più giù le natiche fredde. Lei oscillò ancora per molte volte ed ondeggiò come scossa dal vento, e sentivo che pian piano sembrava entrare, e scomparire, ma era sempre lì fuori ed ancora ed ancora, mentre si muoveva sempre più piano, lenta inesorabile. Mi guardava negli occhi che non riuscivo a tenere spalancati. Era più forte di me il richiudersi  e l’umettarmi le labbra . Avrei voluto sprofondare il mio viso dentro di lei, ma volevo capire cosa volesse fare di me. Si fermò. Lo prese ancora una volta con una mano e lo indirizzò verso la sua apertura che mi sembrava caldissima, e iniziò a giocarci girandoci intorno. Senza attrito, bagnata come una torta di mele, si fermava sollevandosi e poi scendendo piano faceva entrare la punta e poi sfilava, e poi ancora ed ancora fino a che cadde di peso avvolgendomi completamente senza alcuno impaccio, veloce. E solo allora sentii quel grande calore che adoravo. Sentirmi preso, circondato aumentava il piacere della semplice posizione. E rimase ferma, ma sentivo che muoveva i suoi muscoli interni e mi sentivo stringere e rilasciare, stringere e premere, ed il calore aumentare. Poi si sfilò, alzandosi mentre io con il cuore a mille le toccavo il viso e sfioravo le labbra asciutte. “no!” le dissi “perché ti levi?” e lei rispose con poche parole: “Vuoi che lo faccia con la bocca? Ti prego! Lasciamelo fare…”. Non attese la risposta che già immaginava positiva. Prese un cuscino, lo pose in terra tra le mie gambe larghe e si inginocchiò comoda...

Fine della seconda parte - continua

 
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Roberta, bocca di miele - prima parte

Post n°2 pubblicato il 10 Ottobre 2008 da arzakk
 
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All’inizio era solamente una collega. Bella, femminile, dal profumo di spezie africane. Più giovane di me di 15 anni, gentile nei suoi movimenti e nei suoi sguardi intensi. La sua bocca grande e carnosa ipnotizzava i miei occhi mentre parlava, così da fissarmi sul movimento delle sue labbra a volta increspate a volte lisce e gonfie, inumidite di tanto in tanto da un rapido colpo di lingua che le faceva diventare lucide. Il suo sorriso non era solo i suoi denti che facevano capolino mostrandosi nel loro biancore, ma anche il chiudersi di occhi allungati e verdi.

Parlavamo di poesia e letteratura io e Roberta. Ci guardavamo fissi e ci capivamo anche se spesso non stavo a sentire le sue parole, concentrato com’ero sulla sua bocca che si muoveva al ritmo di suoni leggeri o sostenuti.

Aveva un ragazzo, come io avevo la mia donna, e come accade in questi casi, quando nasce una passione non ci sono compagni che frenino. Sapevo che prendeva la metropolitana per tornare a casa, e la precedetti un giorno che ero in ferie. Era sorpresa e contenta di vedermi. La invitai per una passeggiata in un piccolo parco proprio di fronte la fermata, e vi andammo.

Mi prese sottobraccio e parlammo di cose che non ricordo, ma di cui rammento solo il suono della sua voce ed il suo braccio che mi stringeva. Ormai era quasi buio, ed alla flebile luce di un lampione decidemmo che sarebbe stato meglio sederci. La panchina era di marmo, semplicemente un rettangolo freddo senza schienale sopra il quale ci mettemmo a gambe larghe come se stessimo a cavallo uno di fronte all’altra. Parlare solo ci importava, guardarci negli occhi, vicini, troppo vicini, tanto che il mio cuore sembrava battere troppo spesso, ed avevo paura che coprisse il rumore del traffico lì vicino, che rivelasse il mio desiderio. Mi chiese qualcosa, non ricordo cosa, ma si fece più vicina ed abbassò gli occhi. Io li abbassai chiedendomi cosa fare, ma ricordo le parole che dissi “Roberta, se ti avvicini così poi corri il rischio che possa baciarti”, ma probabilmente non finii la frase che rimase nella mia mente. La sua bocca con uno scatto che ricorderò per sempre, seguiva i suoi occhi chiusi e si posava sulla mia. Era morbida, umida, grande, delicata e calda, chiusa e liscia: Io inebetito con un’esplosione nel cuore socchiusi le labbra, indeciso e senza fiato, ed improvvisamente impazzito quando la sua lingua iniziò a cercare la mia, con un sospiro ed un piccolo mugolio. Roberta si avvicinò il più possibile a me salendo sulle mie cosce e stringendomi forte. Io la strinsi passandole le braccia dietro la schiena e prendendole la nuca per sentirla di più e sentir stridere i denti mentre esploravo la sua bocca, respirando col naso e ad occhi chiusi concentrandomi sul suo corpo stretto al mio. I suoi seni sembravano allontanarmi come respingenti, ma le sue gambe al contrario mi stringevano per non cadere. Il mio sesso mi faceva male, costretto nei vestiti, imbarazzante avrebbe voluto uscire, forse scappare, forse volare via, ma certo non soffrire in quella situazione. Mi offrì il collo che baciai a lungo, annusando il calore dei suoi lunghi capelli sudati, come una medicina per la mia voglia di possederne l’odore. Come mi piaceva scivolare intorno la sua bocca, leccarne gli angoli ed entrare in essa per scontrarmi con la sua, rapida al contrario della mia, lenta, pesante, che si bagnava della sua saliva che mi sembrava di bere come alla fonte della gioia.

“Roberta ti prego sto impazzendo. Andiamo via di qui. Vuoi venire a casa mia? Sono solo stasera” le dissi staccandomi a malincuore dalle sue labbra.

“Va bene” rispose con voce calma “però non facciamo tardi. Avverto mia madre” e prese il cellulare per chiamare casa ed avvertire i genitori con i quali viveva ancora.

Ci alzammo dandoci la mano ed un piccolo bacio sfiorato e rubato ai secondi che passavano. Ora non eravamo più lenti e quasi non dicemmo più niente come se non avessimo più niente da dirci, assurdamente silenziosi. Quando c’è la fisicità sembra che non occorrano più le parole, ma solo uno stringere le dita ed una carezza leggera.. Andammo via in auto e lei mi pose una mano sulla coscia, accarezzandola mentre guardava avanti, verso la strada. Una volta arrivati sotto casa, si girò dal suo posto e mi mise le braccia intorno al collo, offrendo la sua bocca ai miei baci e poggiandosi a me che non dovetti fare altro che passarle le braccia attorno al corpo e stringerla e mantenerla dritta. Chiuse gli occhi. E mi spinse con forza indietro per farmi poggiare sul poggiatesta. Si bagnò le labbra facendo fuoriuscire la saliva con la lingua. Il liquido scese copioso dalla sua bocca finendo sulla mia. Sorpreso, rimasi bloccato con gli occhi aperti quando nel buio la vedi strofinare la sua bocca sulla mia come per verniciarla di acqua scivolosa e calda a labbra unite, bocca chiusa su bocca chiusa con un oscillare ritmico ma senza regole donandomi sensazioni e brividi mai percepiti prima d’ora. Le mie terminazioni nervose sembrarono urlare così eccitate e solleticate da movimenti inaspettati. E la sua lingua seguire le mie labbra mentre mi accarezzava ancora con le sue mani che stringevano la nuca ed i capelli. Io le passai le mani sulla schiena calda e nuda sotto un sottile maglione e mi incastrai le dita sotto il reggiseno che sembrava stringerla e toglierle il fiato. Non resistetti a non toccarla. La mia mano destra scese tra le sue cosce ricoperte dai jeans e stingendole carne morbida e calda, salì sul suo sesso stretto ricoprendolo con tutte le dita, ormai attanagliate senza la minima voglia di staccarsi. Lei gemette tra un sospiro e la ricerca della mia lingua con la sua. Sembrava fosse ricoperta di miele, che inghiottii vorace.

 Fine prima parte…

 
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Mi presento...

Post n°1 pubblicato il 08 Ottobre 2008 da arzakk
 
Foto di arzakk

Arzak era un mitico personaggio dei fumetti uscito dalle chine di Moebius, genialaccio del panorama artistico francese. Le sue avventure narrano di viaggi surreali e fantascientifici in mondi sconosciuti e lontanissimi. Mi piace chiamarmi come lui, anche se ho dovuto aggiungere un K alla fine del nick in quanto l’originale era già stato occupato. A volte veniva scritto anche in modi diversi: Arzac o Arzach… Nell’immagine è lui a volare in groppa a quello strano animale alato.

Ma ecco le mie intenzioni per le quali ho aperto questo spazio…

Visto che nei blog ci sono moltissimi utenti che scrivono e scrivono, allora mi sono chiesto sul perché anch’io non possa fare lo stesso.

Mi piace scrivere di erotismo, o di quello che io giudico e percepisco come erotico. Forse non sarà lo stesso anche per voi, e perciò vi chiedo di darmi un feedback su quello che racconto e come lo faccio, e se vi piace o no…

Grazie per l’attenzione!

 
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