Era una mattina fredda come tante altre negli ultimi giorni, il nostro giaciglio era reso ancora più gelido dal fatto che lui non ci fosse, ormai erano già alcune settimane che non dormiva più accanto a me, non che la cosa mi toccasse, ma mi intristiva profondamente l'idea che la nostra unione, che sembrava così solida, si fosse spenta così, senza un motivo valido, ci eravamo allontanati semplicemente, con un tacito assenso.
Alzandomi, e sentendo la gelida pietra sotto i piedi, mi prese una forte nostalgia, ripensavo alla vecchia dimora nei boschi, all'odore del muschio e della terra, alla candida rugiada e ai suoni della natura. Queste cose le avevo abbandonate da tempo, scegliendo di percorrere il mio cammino insieme a lui, un bravo mago, ma pur sempre un mago, uno studioso, per così dire, ad ogni modo molto distante dal mio mondo.
Come druida, stando insieme a lui, avevo tradito la mia gente e la tradizione, è noto che da generazioni non corre buon sangue tra druidi e maghi "bianchi", entrambe le genti si guardano con disprezzo e diffidenza, non si capiscono, ma io, dal nostro primo sguardo, sapevo cosa sarebbe stato "quel mago" per me, sarebbe stato il mio compagno di vita e il padre di mio figlio, un meraviglioso bambino mezz'elfo di 2 anni e mezzo.
Il mio bambino, il solo pensarci mi fece venire le lacrime agli occhi, erano già quasi sei mesi che non potevo vederlo, toccarlo, baciarlo, e non so quando avrei potuto, visto che ormai da settimane ci trovavamo sotto assedio, arroccati in un vecchio castello, simile ad un forte difensivo, dal quale non potevamo nè fuggire nè inviare messaggi o messaggeri alcuni verso l'esterno.
Cercai di scacciare le lacrime e la tristezza di quella condizione, guardando il cielo dalla piccola finestrella della nostra stanza, un enorme manto di nubi copriva alla vista l'azzurro e il sole, il vento era gelido sul viso, una volta sistemata la tunica e la cintura decisi che avrei indossato uno dei suoi mantelli, scelsi quello più logoro ma più pesante, non mi importava apparire, piuttosto ripararmi dal freddo pungente.
Scendevo le scale tortuose e malmesse della torre lentamente, facendo attenzione ad ogni passo, per non inciampare nel lungo manto, mentalmente continuavo a domandarmi come avrei potuto almeno per quel giorno alleviare le sofferenze dei malati e soprattutto della piccola Còstance.
Còstance, "Costanza" era il nome che avevamo deciso di darle Vargas ed io, quando lui la salvò da un gruppo di stregoni sei mesi addietro. La sua famiglia, così come quasi tutti i componenti del suo clan erano stati sterminati, proprio da questi signori della morte, un intero villaggio bruciato e distrutto e circa un centinaio di druidi, tra cui molte donne e bambini, brutalmente uccisi, solo perchè avevano il dono di guarigione e questi stregoni avevano l'ordine di uccidere qualsiasi druido che incontravano sul proprio cammino. La piccola Còstance fu salvata da una palla di fuoco, propizia, che mise in fuga gli assassini, da quel momento Vargas divenne il suo eroe ed io la sua nuova mamma.
Còstance riposava insieme agli altri, anche loro si erano ammalati in seguito ad un'epidemia scoppiata non si sa come, e che aveva già mietuto alcune vittime, per lo più donne e bambini, assomigliava al tifo, ma molto più difficile da combattere, indeboliva fortemente i polmoni e le ossa. Io ne ero immune, tutti i druidi lo sono, ma Còstance no, era troppo piccola per poter far fronte alla malattia.
Era ormai da più di una settimana in preda ad una forte febbre e una forte tosse che le impediva di respirare, la sentivo delirare, farfugliava parole in druidico che solo io capivo e spesso, molto spesso, chiamava suo padre, Vargas.
Quando arrivai nel grande salone che avevamo adibito per i malati, dove stava anche Costance, nell'angolo più caldo e luminoso della stanza lo vidi, Vargas seduto in terra accanto al fuoco con la bimba in braccio, per un attimo dovetti trattenere le lacrime ed anche l'immensa voglia che avevo di correre verso di lui e abbracciarlo; camminai verso di lui lentamente, con una sensazione sempre più crescente di angoscia e paura..jpg)
Continuava a cullarla con molta dolcezza e mentre mi avvicinavo, potevo distintamente sentire la melodia che gli stava cantando in elfico, forse una ninna nanna o una canzone per bambini, quale padre avrebbe potuto fare meglio?
Quando Vargas mi vide, si interruppe e mi guardò per un lungo momento, il suo solito sguardo calmo e sereno, quasi imperturbabile, ma il suo viso tradiva una forte emozione, un grande dolore. Adagiò delicatamente il suo corpicino sul letto, sistemò la coperta, le baciò la fronte, le sistemò i capelli e le manine, come faceva tutte le mattine dopo aver vegliato su di lei tutta la notte, fu allora che mi guardò e disse:
"L'ho lasciata andare, così come il vento che non si può fermare..."
Inviato da: Io_piccolo_infinito
il 31/01/2010 alle 09:18
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il 29/01/2010 alle 23:32
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il 28/01/2010 alle 08:31
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il 15/01/2010 alle 10:52
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il 13/01/2010 alle 19:32