Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

Peltier e il Pricipio di reciprocitÓ

Post n°309 pubblicato il 03 Marzo 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Se c'è una persona che ti sta antipatica... puoi star certo che anche tu lo sarai per lei!
Poco ma sicuro!
Questo è uno dei risvolti del Principio di reciprocità, che vale in tantissimi campi, dalla fisica alla sociologia, come si è visto.
La sociologia la abbandono immediatamente, preferisco applicare il principio ad una scienza sperimentale che ho più sottomano.
Naturalmente questo principio non vale sempre: se dò corrente ad una lampadina essa emetterà luce, ma se le fornisco luce essa non emetterà corrente! E così via...

Ho voluto verificare questo semplice discorso:

- se applico una potenza (volt x ampere) ad una cella di Peltier, questa da un lato si raffredda e dall'altro si riscalda (è costruita apposta per questo!).

- se viceversa raffreddo un lato della medesima e l'altro lo riscaldo, dalla cella uscirà potenza?

Il principio di reciprocità dice decisamente di sì... andiamo a verificare, anche se sappiamo già la risposta.

A questo link avevo già trattato della cella di Peltier, avevo fornito potenza ed essa mi raffreddava il becher d'acqua.
In quell'esperimento la corrente di alimentazione era 4 A su 13 V, quindi la bellezza di una cinquantina di Watt per avere un pessimo rendimento del 5%; questo perchè l'esperimento era solo dimostrativo e non strutturato in modo da curare al massimo le dispersioni termiche, quelle volute e quelle non volute.
Curando questi particolari il rendimento si triplica, ma in ogni caso rimane basso ed è per questo motivo che le Peltier vengono usate solo in quei rari casi dove la potenza assorbita (e quindi il costo) non è un problema.
Ma facendo lavorare una cella al contrario quale sarà il rendimento? Anche qui sicuramente pessimo, ma quanto pessimo?

Ho preso la solita cella, già assemblata da una parte con il radiatore in alluminio e dall'altra con il radiatore in rame per poter asportare (o in questo caso fornire) calore alle due superfici.
Ho fatto in modo che il delta T° tra i due lati fosse circa un centinaio di gradi e ho misurato l'uscita in tensione e corrente.

In questa brutta fotografia, ecco l'accrocco che accende un LED:

Peltier a rovescio

Tutto qui? Purtroppo sì, tutto qui.

A vuoto (zero Ampere sul carico) la tensione è circa due volt e mezzo e la corrente di cortocircuito  (zero Volt sul carico) è poco più di un Ampere... un rendimento veramente da schifo.
C'è da dire a sua discolpa (della cella) che è stata costruita per lavorare "dritta", non "rovescia"! In questo non possiamo darle torto, lei ci mette un pochino di impegno, ma alla fine fa quello che può.

Ecco dimostrato un caso di principio di reciprocità, diciamo così, molto anisotropo: in un senso funziona decentemente bene mentre in senso opposto molto molto meno.
Trasposto il concetto in senso sociologico, è come dire che se qualcuno mi è molto simpatico, magari a quel qualcuno io lo sono assai di meno... vabbè, accontentiamoci, in fin dei conti tutta la vita è anisotropa.

 
 
 

Sistema Pratico, ottobre 1958

Post n°308 pubblicato il 21 Febbraio 2015 da paoloalbert

Sistema Pratico, Sistema "@", Fare, La Tecnica illustrata... sono alcune di quelle riviste di divulgazione tecnica di allora che se uno le ha lette da bambino mai più le dimentica.
Le comprava ogni tanto mio padre negli anni '50 e io me le sono trovate un po' più tardi e le conservo gelosamente.
Qualche numero si trova ancora sulle bancarelle dell'antiquariato, vendute di solito a caro prezzo a qualche inconsolabile nostalgico.
In quelle riviste (Lire 150) di parlava di tutto, dall'elettronica all'allevamento, dall'astronomia alla botanica, dalla chimica all'arredamento, dalla meccanica alla pesca.
Ma non insisto... chi le conosce perchè le ha vissute sa perfettamente di cosa parlo; chi invece non le ha vissute (come la stragrande maggioranza di chi legge questo blog) NON PUO' adesso nel 2015 capirne lo spirito. Ma non ha importanza.

Scorrendo il numero di ottobre dell'anno millenovecentocinquant'otto ho trovato questa chicca chimica, il cui macroscopico errore del titolo è sfuggito all'allora trentenne Giuseppe Montuschi, già direttore della più venduta rivista hobbistica del tempo.
(Montuschi si sarebbe in seguito confermato un vero geniaccio di questo tipo di editoria, che riuscì a tenere in piedi con successo praticamente per mezzo secolo).

Ecco l'articoletto intero, mi sarebbe piaciuto che si potesse leggere agevolmente, ma per farlo occorre ingrandire.

Ma almeno l'erroraccio lo vedete subito, vero?...


Sistema Pratico 10/58

 
 
 

Tre Carneade formichieri

Post n°307 pubblicato il 12 Febbraio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Francis Jessop, John Ray, Andreas Sigismund Marggraf... cos'hanno in comune questi tre Carneade?
Hanno in comune il primo acido organico, quello con solo un idrogeno attaccato al carbossile, l'acido formico H-COOH

Guardate cosa fece Herr Marggraf nel 1749: raccolse quasi sette etti e mezzo di formiche rosse, le arrostì per bene nel suo athanor (distillatore) e ottenne tre etti e mezzo di (puzzolentissima, dico io) quella che in seguito sarebbe stata chiamata "Acqua di Magnanimità di Hoffman", ovvero un liquido contenente una buona percentuale di acido formico.
Data la fonte, tale acido non poteva chiamarsi che così...
Naturalmente Marggraf non era un qualsiasi alchimista da strapazzo, ma un'ottimo chimico sperimentale dei suoi tempi: oltre ad isolare lo zinco, migliorò il metodo di estrazione del fosforo (allora lo si otteneva dall'urina), il riconoscimento di metalli alla fiamma e diede inizio nientemeno che all'estrazione dello zucchero dalla barbabietola, svincolandolo da quello della esotica canna da zucchero.

Anche il grande naturalista inglese John Ray ebbe a che vedere con l'acido formico, perchè presentò nel 1671 alla Royal Society il lavoro di quello che fu il primo vero distillatore di formiche, Francis Jessop, che fece l'esperimento con l'amico John Fisher un anno prima.
Più tardi il chimico tedesco Johann Doebereiner scoprì che l'acido poteva essere prodotto per ossidazione dell'acido tartarico, distillandolo con acido solforico e biossido di manganese, ma il metodo migliore lo si deve al grande Marcellin Berthelot, che nel 1856 lo produsse in grande riscaldando assieme glicerina e acido ossalico, passando dall'intermedio monoformiato di glicerile.

L'acido formico è un liquido incoloro, di odore e sapore fortemente pungenti; applicato sulla pelle è assai irritante e può produrre ulcerazioni.
Ecco perchè è il componente che le formiche rosse e alcuni bruchi urticanti usano per la loro guerra chimica verso i predatori, e le ortiche quando ci piantano i loro peletti nelle gambe (ma in questo caso il peggior danno lo fa l'istamina). 

A proposito di Formica Rufa: una volta vedevo spesso i rossi imenotteri passeggiando nei boschi della mia zona, brulicanti attorno ai loro giganteschi nidi a forma di vulcanetto costruiti con gli aghi delle conifere... ora non più, sembrano scomparse.
Ora solo le piccole formiche nere vivono a milioni anche attorno al mio orto, ma di quelle grandi, rosse e cattive più nessuna traccia.

Va bene, ho capito... l'acido formico per il lab mi tocca proprio comprarlo.

(Ah, mi son preso anche lo sfizio di fare il calcolo di quante formiche arrostì Herr Marggraf nel suo esperimento: circa 93mila, mille più, mille meno...).

 
 
 

Ramatura chimica insolita

Post n°306 pubblicato il 31 Gennaio 2015 da paoloalbert

Nel mio Test di ramatura elettrolitica del ferro, concludevo che avrei provato un altro tipo di ramatura, utilizzante un sale inedito, e lo spunto per questo esperimento me lo dava ancora il "Turco" della Hoepli.
Fra le mille e mille ricette di ogni tipo, l'Autore propone la ramatura chimica dell'alluminio per mezzo del lattato di rame.
Ecco una buona occasione per preparare un pochino di questo composto e finalmente un sale di rame insolito che abbia una parvenza di utilità.

Come inciso, osservo che il rame è il metallo di elezione per i giovanisssimi chimici inorganici del web, che fornisce la possibilità di giocare con dei sali di un metallo colorati, anche se quasi sempre monotonamente monocromatici.
Il motivo dell'azzurro successo del rame è che ha il vantaggio, rispetto a tanti altri metalli di transizione che fornirebbero sali colorati, di essere reperibile, economico e facile da trattare.

Se ad una soluzione di CuSO4 si aggiunge (rispettando la stechiometria) del carbonato di sodio Na2CO3, non si ottiene il carbonato neutro, CuCO3, che non esiste, ma un precipitato di carbonato basico di rame CuCO3.Cu(OH)2 :

2 CuSO4 + 2 Na2CO3 + H2O → Cu2(OH)2CO3 + 2 Na2SO4 + CO2

che una volta lavato perfettamente e filtrato ben si presta alla preparazione di tutti gli altri sali di rame, essendo l'acido carbonico facilmente spostabile da qualsiasi acido anche non forte.

Soluzione di lattato di rameIn questo modo ho preparato una soluzione di lattato di rame CH3-CH(OH)-COO-Cu-OOC-CH(OH)-CH3 salificando opportunamente il carbonato basico con l'acido lattico, CH3-CH(OH)-COOH.


Il lattato di rame è solubilissimo in acqua e per questa ramatura chimica sperimentale ne ho preparato una soluzione abbastanza concentrata (circa 200 g/l, anche se il Turco non dice quanto dovrebbe essere) leggermente acidificata con acido lattico e portata all'ebollizione.

Nel frattempo avevo predisposto un piccolo angolare di alluminio, detergendolo prima con una soluzione al 10% di NaOH fino a svolgimento di idrogeno e poi ravvivandola col rapido passaggio in una soluzione di acidi cloridrico/fluoridrico al 5%.
Regola generale in tutti questi esperimenti di deposizione è che la superficie dei metalli deve essere perfettamente linda.

Appena immerso il pezzo di alluminio nella soluzione bollente di lattato comincia ad avvenire le deposizione di un bel colore rosso e lo si lascia immerso per circa una decina di minuti, agitando sempre vigorosamente.
L'aderenza del rame sull'alluminio con questo metodo chimico direi che è molto buona e tenace, anche se lo spessore rimane molto sottile.
Una volta depositato lo strato chimico si potrebbe facilmente aumentarne lo spessore per via elettrolitica secondo il metodo classico già visto.
Purtroppo, nonostante l'impegno, non sono riuscito a avere un deposito di colore perfettamente omogeneo ma è rimasta qualche zona un po' più scura dovuta al solito motivo: la non PERFETTISSIMA pulizia del pezzo.

Alluminio ramato

Evidentemente occorre decappare la superficie lasciando che la soda caustica e poi gli acidi la aggrediscano senza pietà, il metallo deve essere profondamente "al vivo"!
(La prossima volta... ghe pensi mi!)

Saldatura su ramatura chimicaHo verificato la tenacità della ramatura al lattato provando a saldare a stagno un conduttore elettrico sulla superficie così ricoperta .
La brasatura a stagno si può fare su molti metalli, ma sull'alluminio è assolutamente impossibile.

Con la ramatura ecco invece il filo saldato sulla barretta in maniera sicura e resistente alla trazione.
(Purtroppo la fotografia è brutta assai...)

Mi è rimasta una bella soluzione azzurro verde di lattato di rame, che ho provato a far cristallizzare, senza successo.
Il sale è troppo solubile ed anche concentrando parecchio e poi lasciando raffreddare esso non cristallizza, almeno lavorando con quantità piccole come in questo caso.
Ho allora fatto evaporare senza esagerare con la temperatura, ottenendo il cuprico lattato in granuli azzurri, lentamente ma perfettamente solubili in acqua, quindi non dovrebbe essersi idrolizzato.
La sostanza avrà un indefinito grado di idratazione, compreso tra anidro, monoidrato e diidrato (i due casi che ho trovato in letteratura), diciamo Cu(C6H10O6).nH2O con n tra 0 e 2.

Lattato di rame

 
 
 

Michael Faraday e il mio test di ramatura

Post n°305 pubblicato il 23 Gennaio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Avete avuto occasione di dare un'occhiata alla biografia di Michael Faraday? Grand'uomo! Una delle pietre miliari della chimica e fisica sperimentali.
Faraday ebbe anche il merito (fra i tanti altri) di proporre le sue due famose leggi dell'elettrochimica:

1- La massa di un elemento depositata su un elettrodo durante una elettrolisi è direttamente proporzionale alla quantità di carica elettrica trasferita da quell'elettrodo

2- La massa di un elemento depositata dalla stessa quantità di elettricità è proporzionale al peso equivalente dell'elemento. Nello specifico, per depositare un equivalente di sostanza occorrono 96500 Coulomb

Siccome la corrente di 1 Ampere corrisponde al passaggio di 1 Coulomb di carica al secondo (sono 6,24*1018 elettroni!), le leggi di Faraday si possono esprimere con la formula seguente:

M = m*A*s/v*F

dove:

- M è la massa in grammi depositata
- m è la massa molare dell'elemento
- A è la corrente in Ampere
passata nel bagno elettrolitico
- s è il tempo in secondi
- v è la valenza dell'elemento
- F è la costante di Faraday, ovvero 96500

L'altra volta avevo fatto il test di ramatura e (fortunatamente per questo post!) il primo esperimento era fallito in quanto la laminetta di rame depositata sul tondino di ferro si era staccata quasi per intero ed avevo avuto l'accortezza di conservarla.
Quale migliore occasione di verificare a costo zero la legge del nostro amico Michael?

Nel nostro caso la reazione che interessa la zona catodica dove il rame si deposita è Cu2+ + 2 e-Cu
Poichè siamo partiti da una soluzione di solfato di rame (Cu2+) occorrono 2 moli di elettroni per mole di sostanza trasformata.
In quell'esperimento avevo fatto passare corrente per circa 10 minuti e la corrente medesima era 1 A (4 A/dm2).
Applicando la formula di cui sopra si ha quindi:

M = 63,5*1*600/2*96500    da cui M = 0,197 grammi, circa 200 milligrammi.

Andiamo a verificare e pesiamo la laminetta: 0,18 grammi.
Considerato che non tutta la laminetta si era staccata, e che avevo condotto l'esperimento sommariamente e senza pensare che l'avrei verificato quantitativamente, direi che facendo le cose con adeguata precisione ci siamo alla grande!
Thanks, Michael.

 
 
 

Test di ramatura

Post n°304 pubblicato il 16 Gennaio 2015 da paoloalbert

In lab fa un freddo cane, come tutti gli inverni, ma qualcosa di vagamente chimico bisogna pur fare ogni tanto, altrimenti sembra un lab abbandonato!
Chiaro che le sintesi sono OFF, proviamo quindi qualcosa di semplice nel locale (adibito alla radio/elettronica) che posso provvisoriamente riscaldare.

Chi, giocando con i primissimi rudimenti della chimica, non ha mai provato a ramare un pezzo di ferro?
Ad ogni piccolo chimico, per quanto sprovveduto, sarà capitato di immergere un chiodo in una soluzione di solfato di rame e di aver visto che il ferro si ricopre immediatamente di una patina rossa di rame.
Che bello! dice subito... ma poi scopre che basta un colpo di dito e la patina di rame che sembrava aderente vien via praticamente tutta, lasciando sul dito un segnaccio nero e il chiodo grigio come prima.
Chimicamente succede che il ferro, metallo meno nobile, si ossida e passa in soluzione come FeSO4 e il CuSO4 si riduce e si attacca come metallo al supporto in ferro.
Tutta colpa, o merito, della posizione reciproca dei due elementi nella serie elettrochimica (basta dare un'occhiata in rete su questo tema e si scoprirà anche il significato di "nobiltà" dei metalli).
E i giocolieri chimici, dopo aver osservato questo fenomeno, hanno puntualmente constatato che la ramatura fatta in tal modo è del tutto insoddisfacente.
Per ramare più seriamente, assicurando un deposito durevole e con perfetta aderenza, serve la ramatura galvanica, o galvanostegia.

Ma fatta in quali condizioni? Ho provato a fare qualche esperimento, cercando sul Turco della Hoepli alla voce "Ramatura - Bagni al solfato".
(Il Turco della Hoepli, ovvero il "Nuovissimo ricettario chimico", è un librone di 1800 pagine di ricette industriali di ogni tipo, per lo più d'epoca ma anche abbastanza recenti; in pratica è una miniera da esplorare. L'avevo comprato in tempi migliori, assieme ai sette volumi del Villavecchia... meno male che l'avevo fatto, sono davvero libri cult!).

Il librone mi dice di provare con una soluzione di 200/250 g/l di CuSO4, acidificando con H2SO4 per circa 50 g/l, a temperatura di 20-50° e con una densità di corrente di 2-5 A/dm2 senza agitazione, mentre con forte agitazione si può salire a 5-15 A/dm2.

Ho preparato la soluzione "galvanostegica" e scaldato a circa 40° e poi ho pulito per bene, molto per bene (o almeno CREDEVO di averlo fatto) con spazzola di acciaio e HCl un tondino di ferro, del quale ho calcolato la superficie, 24 cm2.
Come alimentatore ho usato quello che avevo costruito appositamente per usi elettrolitici, del quale posso regolare a piacimento la corrente.
Per evitare che il ferro si rami chimicamente, ho alimentato gli elettrodi (anodo una piastrina di rame, catodo il tondino di ferro) e POI ho immerso quest'ultimo nella soluzione, mantenendo una corrente di circa 4 A/dm2, sotto buona agitazione.

ramatura


Il tondino si è ramato magnificamente in pochi minuti e la pellicola sembrava bella consistente.
Provando a graffiarla con un taglierino, ho visto che era veramente una laminetta formata, ma che una volta tagliata lungo una direttrice si sfilava dal tondino.
Insomma, una aderenza del cavolo!
Ecco la laminetta staccata, e mi son preso pure la briga di misurarla: in poco tempo era già cresciuta a 2,5 centesimi di spessore.

spessore rame


Delusione totale! Dove sta il problema?
Il problema sta in gran parte nella pulizia del supporto, che deve essere assolutamente perfetta.
Vogliamo ricorrere a metodi sbrigativi? Qui si tratta solo di un test, quindi mano alla lima e alla carta vetrata!
La seconda volta ho veramente messo a vivo il ferro, risciacquandolo e immergendolo immediatamente nella soluzione con le modalità dette prima.
All'inizio ho anche dato una robusta botta di corrente, circa 15 A/dm2, per prevenire per quanto possibile la labile deposizione chimica.
Dopo pochi minuti la ramatura sembrava come la precedente, ma stavolta il rivestimento NON si staccava dal supporto. Molto bene!
Su questo rame depositato si potrebbe fare anche una brasatura a stagno, per esempio per saldarci un filo, senza tema che si stacchi.

tondino ramato


Conclusione:
a parte la galvanostegia industriale, che ha tutte le sue accortezze appunto "industriali", per fare una degna ramatura casalinga del ferro ho verificato che servono:

- una pulizia PERFETTA del pezzo (la cosa in assoluto più importante)

- una corrente iniziale molto forte (sempre riferita in A/dm2), con decisa agitazione; poi, avvenuta la prima deposizione bene aggrappata, si può diminuire

- la giusta temperatura e composizione del bagno, ma questi sono elementi meno critici.
Ho detto qualcosa di nuovo? Assolutamente no... ma mi piace verificare di persona.

Sempre il buon Turco, mi suggerisce ora di provare una ramatura chimica di un altro metallo usando un metodo e soprattutto un sale inedito che mi stuzzica: prima o poi voglio provare!

 
 
 

Forte e chiaro Samantha!

Post n°303 pubblicato il 09 Gennaio 2015 da paoloalbert

Dopo la strenna di Natale, cioè l'avvistamento ad occhio nudo della stazione spaziale ISS di cui ho accennato l'altra volta, oggi altro piccolo regalino da parte della nostra eccezionale Samantha Cristoforetti.
Alle 11:14 di questa mattina 9 gennaio tre scuole romane (Scuola Santa Teresa del Bambino Gesù, Istituto Salesiano Villa Sora, Scuola Pontificia Pio IX) avevano uno sked via radio su frequenza radioamatoriale con la stazione, dalla quale l'astronauta italiana avrebbe brevemente colloquiato con gli alunni.

Non volevo mancare a questo appuntamento d'ascolto, in verità facilissimo ma sempre estremamente entusiasmante dato il tipo di evento; collegare, anche solo in ricezione, chi ti sta in orbita sopra la testa non capita tutti i giorni.
La frequenza downlink (dallo spazio verso la terra) è in questo caso 145,800 MHz in FM ed il nominativo della stazione, come fosse italiana, è IR0ISS.
Il moto orbitale è molto veloce e trovandosi la stazione a soli 400 Km di altezza il tempo della permanenza entro l'orizzonte utile per la ricezione a portata ottica in VHF è molto breve, una decina di minuti al massimo.

Ho acceso il ricevitore alle 11:05, aspettando il satellite che sarebbe arrivato da NW e tramontato a SE, con un'ottima altezza zenitale, quindi con perfette probabilità di sentirlo.
Alle 11:10 il primo segnale, debole e strappato... arriva, buon segno!

Col passare dei minuti la voce di Samantha, semplice e disponibile come sempre, diventa chiarissima, per chi sta a terra una vera telefonata!
Essendo il collegamento in FM a banda abbastanza larga l'effetto doppler non disturba minimamente e non c'è bisogno di ritoccare la sintonia, in un senso in avvicinamento e nell'altro quando si allontana.
Dopo i pochi passaggi veloci in risposta alle domande di qualche ragazzo fortunato i minuti volano via, come quell'aggeggio spaziale che in un attimo vede già la Grecia ed il suo segnale sempre più debole sparisce sotto l'orizzonte.

 

frequenza downlink iss


Alle 11:20 tutto si chiude ed al ricevitore arriva solo il fruscio
.

Grazie ancora una volta Sam, e alla prossima!

 
 
 

Intervallo

Post n°302 pubblicato il 08 Gennaio 2015 da paoloalbert

 

A fra poco...

 
 
 

Buon 2015... col vischio!

Post n°301 pubblicato il 31 Dicembre 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

L'ultima bellissima quercia che ho visto "invischiata" come un addobbo natalizio (simile all'albero qui sotto raffigurato) l'ho trovata tanti anni fa nella foresta a nord ovest del paesello di Lungro, in Calabria.
Lungro tranquilla, col suo monumentino a Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (ci sarà ancora il pope laggiù? Si continuerà a parlare la lingua alto-albanese? E cosa ci facevo in quella foresta sperduta? Siccome ha a che fare vagamente con la chimica, magari ne parlerò...).

 

Vischio 2015


Quando mio nonno era giovane il vischio era usato, in una terra di cacciatori come la mia montagna, per impaniare gli uccelletti, che allora si cacciavano non per mero esercizio venatorio ma solo per aggiungere qualche proteina alla tavola della domenica.
In ogni caso le piante di vischio sono sempre state rare nei boschi della mia zona, tant'è che adesso sono del tutto scomparse e addirittura negli ultimi decenni non le ho mai incontrate nelle mie passeggiate.

Il vischio è una pianta dalle bacche assai velenose per la presenza, assieme ad una miriade di altri componenti, di due sostanze citotossiche complesse: le glicoproteine Lectine e i polipeptidi Viscotossine.
Le Lectine sono basate su una struttura a 264 aminoacidi, per un peso molecolare medio di circa 60.000; meno complesse (si fa per dire) le Viscotossine, che con una catena di "solo" 46 aminoacidi hanno un p.m. di circa 5.000-
E' interessante notare che le viscotossine sono strettamente correlate con il gruppo di cardiotossine presenti nel veleno dei cobra! Fatte le debite proporzioni...

Nella medicina tradizionale il vischio era usato per le sue proprietà ipotensive, sedative e cardiaco-depressive, mentre oggi ci sono studi clinici orientati al suo possibile impiego per alcune terapie antitumorali, dal momento che l'attività citotossica dei due componenti principali è ben documentata.
Le altre sostanze contenute in questa pianta sono flavanoidi, flavanoni, flavoni, terpenoidi, lignani, fenilpropanoidi e polisaccaridi, dei quali ometto evidentemente formule e quant'altro.
Per queste quattro notiziole che ho ristretto il più possibile mi sono basato sul bel libro "Herbal Medicines", di J.Barnes, L.Anderson e D.Phillipson (Pharmaceutical Press, Londra 2007).

Perchè ho parlato del vischio? Per augurare a tutti

        B U O N   D U E M I L A Q U I N D I C I  !!!

 
 
 

Buon Natale Samantha...

Post n°300 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da paoloalbert

... e grazie dell'ultima bella visibilità del 2014.

Oggi, giorno di Natale, ti ho vista benissimo a -3.2 di magnitudine!
Non è che ti ho prorio vista di persona, cara Samantha Cristoforetti, ma alle cinque e mezza la tua ISS brillava come una stella di primissima grandezza e dietro quegli enormi pannelli fotovoltaici riflettenti mi immagino che tu fossi lì a guardar giù.
Più o meno come quel vecchio con la barba che una volta all'anno cavalca il cielo con la slitta con le renne (ma quello mai che si sia fatto vedere una volta!).

ISS


Per chi volesse replicare questa esperienza consiglio questo link, che porta ad un sito tedesco dedicato alla ISS fatto meravigliosamente bene.
In Observation si può inserire la propria località ed avere gli orari dei passaggi visibili, naturalmente tutti al tramonto, per ogni decina di giorni e con i dati utili per l'osservazione (azimut, zenith, minuti, magnitudine).
L'altezza della stazione è di circa 410 Km, la velocità circa 27000 Km/h e la magnitudine varia da circa -3,5 a -0,5 a seconda dell'orbita.

In Home del sito si può seguire l'orbita in tempo reale, con lo sfondo di Google Map che localizza perfettamente la posizione e quindi ciò che gli astronauti vedono in quel momento guardando "in basso" fuori dal finestrino.
Nel momento in cui scrivo Samantha è in pieno oceano, su Kiribati; ma fra un attimo, quando avrò finito, sarà già su Terranova, o chissà mai dove... e avanti così, come una fantastica giostra intorno al mondo.

Ecco un altro bel regalino di Natale a costo zero che mi son trovato quest'anno, avendo la testa, come spesso mi accade, fra le nuvole.

 
 
 

Buon Natale!

Post n°299 pubblicato il 22 Dicembre 2014 da paoloalbert

Aurora australis


Che si realizzi un Natale sublime come questo capolavoro della natura.

 
 
 

Sal di Spello

Post n°298 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da paoloalbert

Salnitro nuovo e salnitro vecchio... ho parlato anche troppo di salnitro e quindi voglio concludere questa saga che sta andando troppo per le lunghe.
Mettiamo dunque che il discorso finisca al termine di queste poco impegnative riflessioni, e poi non se ne parlerà più.

Mi sono fatto in novembre un bel giretto in terra umbra, in occasione di quella bella iniziativa che si chiama "Frantoi aperti".
Frantoi aperti è un esempio di una di quelle numerose iniziative che convengono a tutti: alle piccole aziende perchè si fanno conoscere e vendono il loro prodotto, ai Comuni (magari pressochè sconosciuti) nei quali le aziende insistono e che vedono incrementato il loro turismo, e finalmente ai visitatori che godono per questa conoscenza che viene offerta in condizioni favorevoli.
A Gualdo Cattaneo, fra la visita di un "castello" e l'altro ho assaggiato (e apprezzato!) quel clorofillissimo olio locale, verde come un prato e fruttato come un quadro di Arcimboldo.
Poi a mangiare in quella deliziosa cittadina di Spello, in una rusticissima taverna aperta in occasione della festa di paese, allegra e deliziosa pure quella.
Meravigliosa Italia, da tanti punti di vista non temi rivali (e lasciatelo dire da uno ferocemente critico nella fallimentare gestione di questo splendido Paese, che il cancro burocrazia sta inesorabilmente ammazzando).

Qualcuno in quella rusticissima taverna di cui dicevo, deve avermi preso per matto perchè mi son messo, devo dire il più discretamente possibile, a grattare il muro accanto al mio tavolaccio perchè vi pendevano, piccole ma invitanti, nientemeno che delle barbette di quello che la gente chiama "salnitro", e che a me fan venire la smania dell'analisi chimica.
Ho detto grattare per modo di dire, perchè la quantità e gli aghetti erano talmente fini che è bastato un delicatissimo sfioramento per farli finire in una cartina appositamente ripiegata.
A proposito di cartine, ho imparato da giovane a ripiegarle in modo professionale per conservare piccole quantità di sostanze chimiche.
Me l'insegnò quel farmacista dal quale, per un pelo, non riuscii a farmi consegnare niente meno che dell'arsenito di sodio... ripeto, Na3AsO3!
(Trasponendo il ragionamento nelle farmacie del 2014, sarebbe come tentare di farsi dare un pezzetto di bomba atomica).

Ma ritorniamo a Spello: potevo dunque esimermi dal grattare il muro? No, è stato più forte di me, e ho religiosamente raccolto la polverina.
Spero che quasi nessuno mi abbia visto, spacciandomi per un potenziale quanto fastidioso denunziatore all'ARPA.
Adesso, Sal di Spello, sei nelle mie mani e ti posso confrontare col mio "Sal di muro" di cui parlavo tempo addietro.
Vediamo se hai il potassio e i nitrati... solo allora ti potrai degnamente chiamare SALNITRO!
Ho fatto come l'altra volta, cercando il sodio, il calcio, il potassio, i solfati, i carbonati, i cloruri, i nitrati.
Analisi semplici, naturalmente, ma accurate appena quanto basta per verificare quello che mi proponevo.


SODIO
Alla fiamma; questo elemento non manca mai, inutile farsi illusioni: c'è.

CALCIO
Alla fiamma; il rosso del calcio si vede benissimo: c'è.

POTASSIO
Alla fiamma; col vetrino si vede: c'è.
Col cobaltinitrito sodico; precipita giallo in maniera evidentissima: c'è.

SOLFATI
Con BaCl2; l'opalescenza è più leggera di quanto mi aspettavo: ci sono, ma poco significativi.

CARBONATI
Con HCl; effervescenza: anch'essi ci sono, abbastanza abbondanti.

CLORURI
Con AgNO3; quasi nessuna opalescenza: possiamo dire che non ci sono.

NITRATI
Con la brucina; colorazione arancio evidentissima: non credo ai miei occhi!
Ho fatto il test in riferimento ad una stessa quantità di KNO3 (diciamo un paio di mg in 1 ml di H2SO4) e la colorazione era quasi uguale; va bene che la reazione è sensibilissima, ma non c'è dubbio che lo ione nitrato fosse in buona quantità.
Eureka, ho finalmente trovato un sal di muro ricco di nitrati! Essenzialmente quindi gli anioni erano nitrati e carbonati ed i cationi potassio, calcio e sodio, in rapporti naturalmente tutti da definire.

Dovevo andare in Umbria per trovare il salnitro? Sembrerebbe proprio di sì; quel muro infatti non era per niente "moderno" e avrà fatto parte in passato magari di un ambiente ricco di emanazioni "organiche", non saprei dire ovviamente di che tipo o in quale situazione.
Fatto stà che in quel muro di quella "cantina" ci sono i nitrati (da farci un fiammifero, eh, mica a palate!) ed ora sono contento di averne trovato almeno uno che li contenga.

Per concludere fuori tema, per me che son di campagna e amo la tecnica e l'archeologia industriale, ecco il finalino: a Spello, fra le altre piacevoli cose, ho anche visto un raro trattorino Raimondi Leprotto dei primissimi anni '50, scoppiettante come nuovo!
Forza Acquatino... musica e allegria!

 
 
 

Santa Lucia 2014

Post n°297 pubblicato il 10 Dicembre 2014 da paoloalbert

Il tredici dicembre è la festa di Santa Lucia nella mia città.
Vogliamo sforzarci un tantino, e far finta di non vedere tutto ciò che di commerciale  gira attorno ormai a tutte le ricorrenze, i maledetti soldi e tutto il resto?
Beh, se scrolliamo via tutto ciò, allora è una bella festa e ancora molto sentita da noi.
Ai bimbi piccoli (ma proprio piccoli, perchè negli anni 2000 già quelli di sei anni hanno mangiato la foglia) è lei che porta i regali, non Babbo Natale.

Santa Lucia è festeggiata in tantissimi posti, da Siracusa in su, in su, in su... fino al profondo nord della Svezia; anzi, è uno dei pochi santi celebrati dai popoli scandinavi, che ne vedono il simbolo della luce che trionfa sulla lunga notte invernale.
Anche lassù ella porta i regali ai bambini.
Ecco un video svedese molto carino dedicato a loro, con la canzoncina napoletana che è diventata un classico del folklore scandinavo e della ritualità luterana del 13 dicembre.

 

 
 
 

The Chemist

Post n°296 pubblicato il 03 Dicembre 2014 da paoloalbert

"The Chemist", di Charles Moeller, dipinto nel 1875.

Non è facile trovare la chimica nell'arte! Metto questo quadro perchè si situa proprio in quel periodo di transizione di fine secolo che fu fondamentale per la storia della chimica e poi... come posso commentare un improbabilissimo quadro di un laboratorio moderno, pieno di bruttissimi quanto utilissimi "apparecchi  con la spina"?
Ci siano care quindi queste preziose testimonianze di un mondo passato. 

Comunque ecco quello che io vedo nel  "Chimico" di Moeler: l'uomo, nella sua figura e nell'abbigliamento sembra già molto più moderno rispetto ai contemporanei barbuti e baffuti scienziati ottocenteschi in redingote; nel mentre le caratteristiche del laboratorio, quasi un antro e con l'immancabile fuoco sullo sfondo, evocano chiari riferimenti alla chimica alchemica da cui questa scienza è nata.
Gli apparecchi in rame, la vetreria, i mobili, sono invece tipici e databilissimi per il periodo dell'opera.


Nell'insieme traspare evidente anche lo spirito solitario della ricerca di quei tempi: il chimico è tutto preso nel verificare il pallone ed il probabile precipitato che viene a formarsi, chiaro frutto di un esperimento personale, mentre il lavoro di "equipe", come si dice oggi, era ancora di là a venire.

Mi sembra che in "The Chemist" si rifletta anche il comune sentire della chimica nella nozione popolare, duro a morire: una scienza quasi esoterica e misteriosa (e purtroppo per questo, come per tutte le cose che non si conoscono, ritenuta quasi sempre pericolosa e nemica).

 
 
 

La mucca moltiplica i capezzoli

Post n°295 pubblicato il 26 Novembre 2014 da paoloalbert

Ecco sentita un'altra bella proposta che arriva da quel posto là.
Il canone per la televisione di stato (pubblicità martellante, centinaia di milioni di euro di passivo) verrà fatto pagare a tutti coloro che possiedono un contratto per la fornitura di energia elettrica, indipendentemente dal possesso di un televisore.
Se l'idea va in porto, è un altro colpaccio da maestro!
Basta problemi; il budget per i sanremi non sarà più limitato ad una sola manata di milioni di euro!
L'Uovo di Colombo!

Ciccio, ti rendi conto di quanti contatori elettrici ci sono da Gorizia a Marsala?
Ti rendi conto di quanta robina ci potrebbe stare ancora? Frullatori, microonde, aspirapolvere, bidè... (no, il bidè va ad acqua, ma basta aggiungere anche il contatore dell'acqua ed è fatta!).
L'idea è tanto geniale che fa aggiungere alla mucca da mungere tanti di quei capezzoli che il latte potrà scorrere a fiumi!
E vuoi scommettere che ci sarà anche la frase magica? Pagheremo tutti e così pagheremo meno... questa è sempre la più divertente di tutte!
E poi basterà un ritocchino ogni anno, senza tanta pubblicità... non servono inutili allarmismi.
(Poi la mucca, poverina, morirà, ma questo è solo un irrilevante dettaglio).

Già che siamo in tema storico con i post precedenti, mi guardo le principali tasse medioevali, bellissime da meditare.
Tutte lì? Medioevali dilettanti! Noi riusciamo a battervi per diecimila a uno!

IL FOCATICO
L'imposta sui fuochi e focolari domestici (beh, puoi sempre magnà tutto crudo)

L'IMBOTTATO
La tassa pagata per i prodotti agricoli che si possedevano (e che posso magnà?)

L'ACQUATICO
Per poter attingere acqua da fonti o sorgenti (sennò basta mettere una tinozza e aspettà che piova)

L'ERBATICO
Tassa sulla falciatura dell'erba in un prato (da dare alla vacca che allora aveva ancora quattro capezzoli)

IL GLANDATICO
Per poter raccogliere ghiande o condurre maiali nei querceti (si chiama "glandatico", ma si riferisce alle "ghiande")

IL LEGNATICO
Tassa sul taglio e raccolta di legna di alto fusto (roba da ricchi)

IL MACCHIATICO
Tassa sulla raccolta di arbusti e legna di basso fusto (roba da morti di fame)

IL PANTANATICO
Per poter pescare anguille (!) e rane negli stagni (beh, diciamo più rane che anguille...)

IL PASCOLATICO
Per avere il permesso di condurre greggi al pascolo (poi lana e carne vanno naturalmente sempre in quel posto là...)

IL PEDATICO
Per poter percorrere a piedi strade, sentieri o proprietà private (puoi sempre startene a casa, no?)

IL PISCATICO
Tassa sul pesce catturato in acqua dolce o salata (per una romantica cenetta a base di pesce)

IL PONTATICO
Per poter transitare sui ponti (impara a nuotare, lavativo!)

IL RIPATICO
Tassa sull'approdo o sosta sulle rive di acque interne (così impari a navigare senza fermarti!)

IL SILIQUATICO
Per poter raccogliere carrube ed altri baccelli (mi sembra giusto; mangiare di lusso dev'essere un lusso)

LO SPICATICO
Lo paga che vuol spigolare spighe dopo la mietitura (ho detto "spicatico", non "psicopatico")

IL RAIATICO
Per dover pagare la TV anche se non hai la TV.
Questa è modernissima, l'ho aggiunta io. Ma potrebbe anche essere medioevale, tanto mica c'erano i televisori allora.

E per il futuro?
No problem... una ventata di ottimismo non guasta mai! Abbiamo un asso nella manica, basta spostare una erre:

L'ARIATICO
Sarà una tassa limitata, di poco conto. La pagheranno solo coloro che insisteranno a voler respirare. Per tutti gli altri sarà assolutamente facoltativa.

 
 
 

La storia a cavallo del 1540

Post n°294 pubblicato il 20 Novembre 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Dopo il prologo a Biringuccio, le tre puntate sulla produzione cinquecentesca del salnitro (che nei tre secoli successivi non varierà sostanzialmente) con la relativa conclusione, voglio inquadrare come ripasso storico per me il decennio in cui si svolge il precedente discorso.
Ci vuol molto a indovinare com'era l'Italia? Naturalmente era il solito coacervo di stati e staterelli che tutti conosciamo (Savoia, Milano, Venezia, Firenze, La Chiesa, Napoli, Sicilia, ducati e controducati, eccetera, eccetera). L'unità italiana si conferma solida e consistente come un ectoplasma.

Ecco una dozzina di avvenimenti che mi son parsi significativi fra i mille e mille accaduti tra il 1535 e il 1545.

- A Roma il papa è Paolo III Farnese, mecenate e committente del Giudizio Universale di Michelangelo

- Il cristianissimo Francisco Pizzarro, dopo aver distrutto (fra l'altro) la civiltà Inca, fonda Lima, in Perù

- Enrico VIII d'Inghilterra fa decapitare anche la moglie Anna Bolena, ma... nessun problema, fuori una sotto la prossima

- Francesco I rende obbligatorio in Francia l'uso del francese. Vecchio latino... addio!

- Il genovese Andrea Doria comanda la flotta cristiana contro gli ottomani

- MUORE VANNOCCIO BIRINGUCCIO senese, protagonista di questo lavoro

- Inizia a Parigi la costruzione del palazzo del Louvre

- Nascono (Sir) Francis Drake, corsaro, e Antonio Amati, liutaio. Ancora una volta  il mondo è bello perchè è vario

- A Roma viene istituita la benemerita Congregazione del Sant'Uffizio (Santa Inquisizione...)

- Si pubblica a Norimberga il "De revolutionibus orbium coelesticum" di Copernico

- Fernao Mendes Pinto stabilisce il primissimo contatto tra europei e giapponesi

- Paolo III convoca il Concilio di Trento... roba grossa!

- ...

Decisamente il periodo è un gran fermento... ma restituisco immediatamente agli storici un lavoro che non mi compete.
Ecco il mondo nel quale il nostro Vannoccio Biringuccio viveva, scrivendo di Metalli e di Pirotechnia nel suo interessante e ponderoso trattato in dieci capitoli.

Per terminare, un'ultima osservazione sulla sostanza chimica oggetto di queste riflessioni: quanti ANNI di lavoro e quante montagne e MONTAGNE di "letame porcino et humane dejezioni" ci saranno volute per produrre il salnitro consumato per esempio IN UN SOLO grande assedio, tipo quello di Costantinopoli del 1453?
Mah, mi piacerebbe proprio saperlo.

Del resto per la guerra (la cosa più allucinante che si possa concepire) e per i soldi (intesi solo come schifoso e volgare interesse materiale) il genere umano non è forse sempre stato (ed è) disposto a qualsiasi sacrificio?

 

 
 
 

Vannoccio Biringuccio, 1540... terza e ultima parte

Post n°293 pubblicato il 15 Novembre 2014 da paoloalbert

...DELLA NATURA DEL SALNITRO ET DEL MODO CHE A FARLO SI PROCEDE

Hor questo levato con uno scarpello dalle sponde del vaso dove congelato e nelle sue medesime acque lavato sopra a tavole si mette a scolare e bene asciugare da l'acqua.
Et parendovi che gli habbi dibisoglio, o pur volendolo havere oltre al comuno uso per qualche vostro effetto più purificato e al tutto senza terra grossa e senza grassezza e senza sale, che per fare polvara finissima e acqua forte da partire così essere vuole, e in somma per li qual si vuogli causa che così vi venga bene volerlo fare.
Fassi ciò in un de li due modi che appresso vi insegnarò. Il primo e quel che per migliore più mi piace e con acqua.
Et il secondo e con fuocho e con acqua s'affina in questo modo, si piglia dalla sopradetta maestra fatta di calcina cenere e allume disoluto, e appresso per ogni barile d'acqua che havete messo nella caldara per disfare il sal nitro vi mettarete dentro quatro o sei bocchali di tale capitello, overo acqua forte.
Et in questa quantità d'acqua così preparata mettarete tanto sal nitro quanto vi par che conporti ben a liquefarlo, e così fattolo con il bollire bene risolverete quanto per un bollore harà alzate le schiume allhora il cavarete de la caldara e lo mettarete in uno tino, nel quale habbiate prima messo nel fondo quatro dita di sabbione di fiume ben lavato e sopra il coprirete con un pannaccio, e per un buchetto che havrete fatto nel fondo a pocho a pocho in un altro tinello che sia sotto per recipiente il lo farete scolare, e così questa acqua che ne uscirà metterete nella medesima, o altra caldara di nuovo a ribollire e a fare maggiore parte di acqua che vi metterete evaporare, e al fin si deve tanto bollire che andiate chel sia da ristregnare dandogli qualche volta a chamino una pocha della sopraditta acquaforte, e massime quando gonfiasse e elevate schiume, e così tal materia disposta la cavarete dalla caldara e la mettarete in casse, o altri vasi di legname a congelare, il quale essendo in quantità grande in tre o quatro giorni quello che sarà da congelare il troverete congelato, del quale farete cavandolo come di sopra faceste de l'altro.
Et de quella acqua che vi si congela si mette di nuovo a ribollire e a farne evaporare una parte e si rimette a congelare e così di volta in volta facendo fin che tutto si ristrenga e si congeli, e così havrete il vostro sal nitro bianchissimo e bello e assai migliore che non di prima cotta.
Raffinasi anchora il sal nitro in un altro modo col fuocho, ma poca quantità per volta a volerlo fare bene, e per ben che sia modo presto pocho si consuma, serve a cavare del sal nitro grasso anchor che manda in fondo assai terrestrità.
Pure a me più piace la via sopradetta che si purga con l'acqua che questa del fuocho.
Ma per fare ciò si piglia una celata, o altro vaso di ferro, o di rame e s'empie di sal nitro, e sopra vi si fa un coperto di ferro, o di rame, o pur con un di questi da pignati fatto a posta di terra grosso a bastanza adatto da poter levare e porre a vostra posta, e questo vaso ben coperto bene si mette in mezzo a un buon fuocho di carboni e fassi fondere el sal nitro e quando il praticho artista crede chel sia fuso lo scopre e lo vede, e se non è ben fuso e egli el ricopre e lassalo ben fondere.
Essendo ben fso, piglia polvare di solfo macinata sottile e gli ne va daendo sopra, e se da se non vi s'appicchasse il fuocho ve l'appiccha lui e lassa bruciare fin che il solfo del tutto si consumi qual altro non brucia che la superficie e certe grossezze ontuose del sal nitro le quali quando saranno bruciate il vedrete chiaro e netto e allhora il levarete dal fuocho e il lassarete freddare, nel qual vaso fredo che farà tutto trovarete in un pezzo il vostro sal nitro biancho e simile a un marmo, e nel fondo tutte le terrestrità e al sal nitro per fare la polvare assai laudabile, ma non ad altro effetto.
E sopra a quella opera del sal nitro tanto assotigliato l'ingegno delli huomini che si trova modo di farne produrre alle terre e alli luochi che non havevano prima dissolvendo il sal nitro con acqua e con quella acqua bagnandone le terre, e lassatole così stare certo spatio di tempo vi se ne genera il sal nitro,cioè quel che vi fu messo di gran longa moltiplica anchora, e cosa certa che al fare sal nitro le terre già operate messe amontinate in luocho coperto che le pioggie non le lavino fra il termine di cinque o sei anni si possano di nuovo rilavorare, e si ritrovano havere rigenerato sal nitro e renderne assai più che non fecero la prima volta.
Et tutto questo che v'ho in questo capitolo narrato è quanto del sal nitro vi so dire.

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Eccoci arrivati ai due metodi di purificazione finale, con l'acqua (il metodo che piace a Biringuccio) e con il fuocho.
Si tratta, riassumendo, di filtrare con cura la soluzione di salnitro grezzo, dandogli anche un "aiutino di conversione" con l'aggiunta di "acquaforte" (acido nitrico, il chè è comprensibile) e poi concentrare e "ricongelare" più volte, fino alla bianchezza del prodotto cristallizzato.
Il secondo metodo, quello con fuocho (che a dir il vero lascia perplesso oltre all'autore anche il sottoscritto) evidentemente anche si faceva da parte di alcuni mastri salnitrieri.
Ricorrendo allo zolfo si "bruciavano" le impurezze superficiali gettandolo sul sale portato alla temperatura di fusione (ma quanto nitrato si perdeva per decomposizione in nitrito? 2 KNO3 + calore = 2 KNO2 + O2 !); le "terrestrità" (che termine originale per dire impurezze più pesanti!) rimanevano sul fondo del blocco fuso, che poi veniva macinato per poter produrre la preziosissima "polvare".

Ci sarà qualche lettore che haverà havuto la patientia di leggere fino in fondo l'italiano rinascimentale di Vannoccio?
Visto quanto azoto organico, sali di potassio, quantità industriali di batteri nitrificanti servono per la formazione naturale del nitrato di potassio?
Beh, quei pochi sono liberi di insistere a chiamare le moderne efflorescenze ancora
"salnitro"...

 
 
 

Vannoccio Biringuccio, 1540... seconda parte

Post n°292 pubblicato il 10 Novembre 2014 da paoloalbert

...DELLA NATURA DEL SALNITRO ET DEL MODO CHE A FARLO SI PROCEDE

Et appresso a quello per la metà minore n'havete a fare un altro che sia due parti di calcina viva e tre cenere di cerro, overo di quercia, o d'altri ceneri che rendin sapore gusto acuto e forte e benissimo l'un con l'altro monte, di poi mescolare e di tal compositione empirete le tine che havete messe a cavallo fin alla boccha un palmo, over non volendo insieme co la terra le ceneri e calcina mescolare, metterete pria nel fondo delle tine un palmo di terra, poi di sopra un suolo d'in dito o due di ceneri e calcina, e dipoi sor un altro palmo di terra e un altro suolo di ceneri e calcina simil, così mettendo un suolo dell'una cosa e un altro suolo dell'altra empirete tutte le botti e tine e altri vasi che havete lassato con un doccio l'empirete d'acqua, la quale per tutte le terre penetrando a pocho a pocho la lasserete scolare nei recipienti, overo nel doccio, o docci che la conduchino in uno o più tinozzi, o dove voi volete, e così vedrete di ricorrer ben tutta l'acqua che metterete sopra alle terre passandola per li buchi de fondi quale hora portata con se tutta la sustantia e virtù del sal nitro che era dentro a tal terra.
Del quale mettendovene alquanta in su la lingua la gusterete e trovandola mordace e fortemente salsa sarà buona e haverete ben fatto non di nuovo un'altra volta sopra alle medesime terre, overo sopra altre nuove la rimettarete, e essendo la prima di sustantia caricha abbastanza e bene che di nuovo si rimetta acqua per lavarle meglio le terre lassate, e che in uno altro vaso questa seconda si ricoglie, e ache doppo queste si potria fare la terza per havere l'ultimo d'ogni loro sustantia perfettamente.
Ma questa seconda e mancho la terza non mescolate con la prima se già per forte non venisse del medesimo sapore che non il credo.
Ma mettetele di per se in altri vasi che son buone da mettere sopra alla seconda muta delle terre succedenti, e così andar facendo e coligendo di tali acque una buona quantità advertendo che le sieno ben cariche di tal sustanzia nitrosa.
La quale quando non vi paresse di quella perfettione che vorrete ritornatela sopra alle medesime terre e sopra a altre terre nuove e tanto fate che la satisfatione che conosciate sia pregna di gran sustantia di tal nitro.
Appresso a questo che havete fatto, si fa un fornello dove si mura sopra una una o due caldare di rame grandi simili a quelle che s'usano nelle tentorie e s'empino de l'acqua nitrosa sopradetta più caricha che si può circa alli due terzi e si fa pian piano bollire tanto che la strorni un terzo in circha, e dipoi si cava e si mette a postare in un tinozzo grande coperto e sia bene di commissure e cerchi ferrato e stretto perchè non versi, e così quando e tale acqua possata e ben chiara una purgatione terrestre e grossa che in se contineva se ne cava e di nuovo sopra alla medesima caldara, o altra si ritorna a rifare bollire.
Et perchè ogni volta che bolle chi non ci adverte si mette la schiuma e tanto gomfia alcune volte trabocchando versa e se ne porta assai del buono, al che volendo remediare si fa un capitello forte di tre quarti di soda, o di cenere di cerro, o quercia, overo di cenere di sanle d'oltre che sonno cosa perfetta e con il quarto di calcina e di più per ogni cento libre d'acqua vi sia dissoluto libre quatro di allume di roccha.
Et di questo capitello bollendo la caldara se ne va daendo un bocchale o due per volta, e massime quando vedete che l'acqua dal sal nitro si eleva in schiuma, la quale pocho stante la vedrete calare e farsi chiara e di colore azzurigna e bella, e così tanto la fare bollire che le parti sottili esalino e quelle del sal nitro s'ingrossino tal che cavata e messa in casse o tinelli rifredata si congeli.
Il che assai si fa meglio quando l'acqua è condotta minor quantità cavandola e mettendola in una caldara minore, e così in essa disporla alla congelatione, e la quale acqua saggiata, e vedendola ridotta che la congeli li caverete e mettarete in vasi di legno, overo di terra rozzi attraversati par dentro con alcuni legnetti a congelare, e così lassatela fredare e bene riposare un tre o quatro giorni per decantatione, cioè per declinazione del vaso, overo per cannella messa in fondo.
Tutta l'acqua che non sarà congelata cavarete e la salvate per ricocere.
Il sal nitro che trovarete congelato in quantità sarà secondo la virtù che era ne l'acqua, overo nella terra.
Ma la clarità e bellezza verrà dalla virtù della maestra del capitello che nel bollire gli va daendo, il quale ha forza di purgarlo e di farlo venire come raffinato nella prima cotta.

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Questa seconda parte riguarda l'operazione vera e propria di conversione in sale potassico per mezzo della cenere, ricca in K2CO3 (come abbiamo visto anche su questo blog) e precipitazione dei carbonati come CaCO3 per mezzo della calce, idrossido di calcio Ca(OH)2.
Alla fase di estrazione del liquido, che si va arricchendo in KNO3 buttando e ributtando il liquido entro quei tinozzi col buco, segue l'altrettanto laboriosissima fase di concentrazione, saturazione, purificazione e cristallizzazione del sale potassico, che Biringuccio chiama "congelatione", e che favorisce alla fine con quei legnetti ai quali i cristalli si attaccano.
Per queste fasi è evidente e fondamentale la lunghissima esperienza da parte dell'artigiano salnitriere, per non trovarsi alla fine solo con dei "tinozzi" pieni nient'altro che di acqua sporca dalla quale non cristallizza niente, sormontata da mezzo metro di schiuma puzzolente.
Ecco la necessità di tutti quei travasi e ribollite, tanto da portare in saturazione il liquido (e ce ne vuole! Il nitrato di potassio si scioglie in acqua a 20° quasi in rapporto 1:2).

Nella terza e ultima parte vedremo la conclusione.

 
 
 

Vannoccio Biringuccio, 1540... prima parte

Post n°291 pubblicato il 05 Novembre 2014 da paoloalbert

DELLA NATURA DEL SALNITRO ET DEL MODO CHE A FARLO SI PROCEDE

Il salnitro come alli luochi de sali si disse un composto di più sustanzie estratto con fuoco e acqua di terre aride e letaminose, o di quel fiore che sputano le muraglie nuove in luochi opachi overo di quella terra che si trova smossa dentro alle tombe, o dishabitate spelunche dove la pioggia non possa entrare, nelle quali terre secondo il credere mio vi si genera humidità aerea della siccità terrestre beuta e presa.
La natura del quale per i suoi effetti considerando non mi so risolvere a dire quel che propriamente la sia, li dotti e sapientissimi phisici oltre alle sperientie medicinali per il gusto trovandolo salso, e con molta aculta sottile, e considerando al suo molto modificare si resolveno a dire che sia di natura calda e secca.
Da l'altra parte vedendo essere cosa generata d'aere, e toccho dal fuocho farsi infiammabile e vaporoso e impetuosità elevarsi come composto nella polvere delle artigliarie militari manifestamente dimostra pare che sia di natura caldo e humido.
E appresso vedendolo con bianchezza lucida e trasparente e che ogni fuoco e fusibile come cosa alla natura acquea conforme, par che dire si possi chel sia di natura acqueo trovandolo grave, al che s'aggiogne la sperientia del tatto e della molta infrigidatione che mette nell'acqua nelli tempi, estiul, a chi rinfreschar vuole il vino, e che con pocha percossa si tritura e rompe si potrebbe dubbitare che fusse terrestre di natura, e tanto più come si vede che sel si brucia co altretanto solfo si converte in una pietra dura e biancha.
Talchè per concludere d'ogni qualità de elemento, par che vi sia proprio predominio.
Hor questo o altra cosa simile li antichi scrittori li chiamarono nitro, e Plinio nelle sue historie naturali nel libro XXXI ha detto essere cosa non molto differente dal sale, e che li medici non pare che anchora habbin conosciuto la sua natura, e che se ne trova in diversi luochi, e che il più migliore si rova in Macedonia.
Ma hoggi dalli moderni e massime dalle parti nostre quel che dice Plinio, o li altri scrittori non sa quel che sia per essere secondo il predetto Plinio e altri antichi naturale di miniere.
Et questo artificiale in luocho di quello havere la medesima e forte più potente natura alli medesimi effetti medicinali come quel naturale o meglio si trova chel serve secondo ch'alcuni dicono.
Hor questo come v'ho detto di sopra si estrahe dalle sopradette letaminose o de luochi opachi dove sieno stati longho tempo sollevate e smosse pur che le pioggie la siccità terrestre smorzar no habbino potuto.
Ma di tutti il migliore e più ottimo sal nitro si fa di letami d'animali convertiti in terra nelle stalle, overo nelle latrine humane longo tempo non state, e sopra tutto di quella che deriva dal porcino si tra di sal nitro più quantità e migliore.
Quella terra di letami quale si vuol essere dal tempo ben convertita in propria terra e al tutto riseccha da certa humidità, anzi a voler che la sia buona vuol essere che sia fatta polverosa.
La chiarezza che in se contenga bontà si pigliare con il gustare con la lingua se ha mordacità e quanta, e trovandola potente in mordacità tanto che siate resoluto di volerla lavorare mediante il saggio, e che n'habbiate quantità trovata, e di necessità di fare apparecchio di caldare, forni, tinelli, o casse, e cosi di legna, calcina, cenere di soda, overo di cerro, o quercia, e primamente d'una capanna grande, o altra stanza murata, dove sia vicino acqua, della quale havere ne bisogna assai come anchora assai terra e comoda al luocho, e così ognaltra cosa necessaria.
Et primamente si fa li fornelli alle caldare e ci si mettono sopra e s'ordinano nel modo che di fare fano li tentori le loro.
Appresso di travi s'ordina una armadura o due longha quanto tutta la stantia e largha quanto comodamente star vi si possino sopra a cavallo botti sfondate, casse quadrate, tini o tinelli fino alla somma di 50 o 60 o 100 secondo le caldare e la capacità del luocho, e infra ogni due d'esti vasi vi si mette un tinozzo per recipiente de l'acqua che sera da scolare, overo vi s'adatta un canale di legno che passi a canto a canto a gli orli sotto li fondi di tinozzi che havete messi a cavallo e si referisca con la testa che scoli tutto quel che riceve in uno tino grande, overo in due cappaci a contenere tutte l'acque pregne di sustantie di sal nitro che de tinozzi usciranno, e a quelle botti sfondate, tinozzi, o casse che sieno, fare se lo deve in fondo da una banda un bucho con uno trivello grando di larghezza quanto un grosso, o pocho più, overo tre o quattro piccoli, e sopra adesso si mette una pocha di tela rada, overo ponte di scope o paglai, acciò tenga la terra in quel luogho suspesa e si collatoro a l'acqua che vi s'ha da mettere appresso di tal terra che volete lavorare saggiata col gusto o con altro modo che siate certificato che contenga sal nitro havete a farne in mezzo della stanza vostra dove volete fare il lavoro un gran monte.

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Insomma, questo salnitro pone alcuni dilemmi esistenziali al nostro Biringuccio: che sia substantia calda e secca? Oppure calda e humida? Che sia di natura acquea? O terrestre? Per tagliare la testa al toro conclude che forse "d'ogni qualità d'elemento vi sia predominio"... e da questo momento ce ne laviamo le mani.
Poi abbiam capito che occorre tanta ma tanta materia derivante da "terra di letami dal tempo ben convertita", meglio se tale terra deriva da un buon  letame "porcino" e son benvenute anche le monnezze raccolte nelle "humane latrine".
Condizione essenziale è che questo materiale sia ben maturo (che chimicamente si traduce nel fatto che l'azoto ammoniacale sia stato il più possibile ossidato ad azoto nitrico, il chè avviene molto lentamente, nell'arco di molti mesi/alcuni anni).
Di tutto se ne farà "un gran monte" e si predisporrà l'officina in modo da poter innaffiare con acqua e raccogliere il colaticcio ben filtrato.
Si è anche capito che senza ombra di dubbio la fabbricazione del salnitro non era propriamente adatta ai nasi sensibili... e nemmeno ai palati, perchè vedremo che l'indispensabile analisi la si faceva saggiando con la lingua l'estratto, che doveva dimostrarsi "potente in mordacità".

Nella seconda parte vedremo il prosieguo.

 
 
 

Prologo a Biringuccio

Post n°290 pubblicato il 01 Novembre 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Parlavo qualche tempo fa del sal di muro, ovvero di quel ""salnitro"" (le doppie virgolette sono d'obbligo) che riveste talvolta i muri umidi e che salnitro proprio non è (nel mio caso si trattava di Na2SO4, senza traccia nè di nitrati nè di potassio).
La popolare opinione, che di chimica e del nitrato di potassio sa men che nulla, continua e continuerà tuttavia a chiamare tali comuni efflorescenze col nome di salnitro, infischiandosene allegramente della sua vera composizione.
Sottolineavo d'altra parte proprio la grandissima difficoltà di ottenere il vero KNO3, difficoltà che è continuata per circa mezzo millennio perchè tale sale è sempre stato una sostanza strategica, essendo il componente principale per la fabbricazione della polvere nera da sparo.
Constatato che da Adamo in poi il genere umano a tutto può rinunciare ma non alla guerra, si capisce l'enorme importanza storica di questa sostanza, fondamentale per potersi ammazzare in santa pace, più facilmente ed anche con maggiore "resa".

Dicevo dunque che non basta grattare i muri umidi per ottenere il nitrato di potassio e per dimostrarlo mi propongo di mettere in più puntate su questo blog (lo faccio principalmente per me, per leggermelo come si deve) un capitolo del Libro Decimo del famoso testo De la pirotechnia di Vannoccio Biringuccio, edito "al segno del lion" a Venezia nel 1540 .
Il maggior impegno è stato la "traduzione" del testo in caratteri moderni, facilmente leggibili e comprensibili; la lettura del tomo originale è infatti lenta e stancante, sia per il modo di espressione sia per quelle fastidiosissime "esse" che assomigliano a delle "effe" e per altre differenze tra i tipi di stampa odierna e quelli che si torchiavano nelle calli veneziane del sedicesimo secolo.

Ho lasciato il testo esattamente tal quale e si noterà che nonostante la trasposizione dei caratteri che semplifica in modo notevolissimo la lettura, essa rimarrà comunque impegnativa.
Ma alla fine avrò (avremo, per chi sarà stato molto paziente...) dato un'occhiata approfondita ad un frammento di un testo famoso attinente alla chimica e ci saremo convinti, se del caso e come continuo a ripetere, che non basta grattare i muri per ottenere... eccetera.
Fra qualche giorno la prima puntata, dovrebbero essere tre o quattro.

 
 
 

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