Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

Verso le Dolomiti con la 740

Post n°315 pubblicato il 13 Aprile 2015 da paoloalbert

La 740 è una famosa locomotiva, costruita nel periodo a cavallo della prima Guerra Mondiale, anni prima, anni dopo.
L'esemplare che domenica 12 aprile ci ha fumosamente portato dalla piana di Treviso alle Alpi di Longarone è stato costruito dalle Officine Meccaniche e Navali di Napoli nel 1920.
Per gli appassionati della tecnica e dell'archeologia industriale (come il sottoscritto) queste macchine sono dei capolavori assoluti.
117 tonnellate di tecnologia allo stato puro, scolpite nel ferro, nell'acciaio, nel bronzo.
Anni orsono un amico macchinista mi aveva accompagnato in una visita approfondita a bordo di una di queste locomotive (in manutenzione presso le storiche Officine Ferroviarie di Verona), ed ero rimasto sbalordito; seguire il funzionamento del solo "acceleratore" della 740 e dei sui annessi, pesanti dei quintali, lascia senza fiato.
Vengono da paragonare i flussi di controllo della vaporiera a quelli di un cellulare moderno: qui i dati viaggiano negli ultramicrochip con 10 milioni di transistor per mmq, là viaggiano in un labirinto pazzesco di tubetti di ottone verso macroscopici manometri, valvole, rubinetti...

Mezza storia dell'ingegno umano passa certamente tra questi due estremi.

Ecco che quando si è presentata l'occasione di fare un viaggetto sul Treno Storico delle Dolomiti con la 740 non me la sono lasciata scappare, tanto più che le cinque carrozze trainate erano le gloriose "Centoporte" degli anni '20, rigorosamente con i sedili in legno, le maniglione in bronzo pesante delle venti (!!) porte e le antiche fotografie in bianco e nero dietro i sedili ben messe per acculturare il popolo poco viaggiatore di quegli anni.
Sopra la mia testa dov'ero seduto stavano appese "La valle dei templi di Agrigento", il "Rifugio Fuciade", "Piazza Armerina" e le "Dolomiti di Sesto"... tutta l'Italia ci stava, e sia gloria alla Nazione!

Partenza ore otto dalla stazione di Treviso, vapore a profusione e fumo, fumo, tanto fumo, esattamente come ci si aspetta da una locomotiva a vapore.
Fosse adesso queste macchine sarebbero messe fuori legge e condannate a morte in cinque secondi.
Velocità massima 60 Km/ora, milioni di foto lungo tutto il percorso da parte di esterefatti automobilisti e arrivo a Feltre per il rifornimento d'acqua presso l'antica colonna idraulica.
Poi su e su lungo la valle del Piave, fino a Longarone, esattamente sotto la famigerata diga.
Molto interessante la Fiera mercato (in tema) sul modellismo ferroviario, con dei pregevoli omaggi ai partecipanti al viaggio storico, bene organizzato dall'Aics di Belluno.
Al pomeriggio si ritorna, cambiando itinerario e senso di marcia a Ponte nelle Alpi.
Bella esperienza, sempre carinissima e simpatica Treviso; insomma tutti gli ingredienti per un tranquillo week end di primavera.

 

La 740 a Ponte nelle Alpi

La 740 si gira a Ponte nelle Alpi

Rifornimento a Feltre

Rifornimento d'acqua e spalatura carbone a Feltre

Interno di un Centoporte

Interno di un "Centoporte"

Attesa della partenza

"Recluta" in attesa dell'imbarco per la battaglia del Piave...

 
 
 

LCD Winstar 12864 A/J

Post n°314 pubblicato il 05 Aprile 2015 da paoloalbert

Ogni tanto viene il turno di qualcosina di elettronico ed è quello che capita oggi.
Questo post serve soprattutto a me, per ricordarmi un cablaggio particolare; se dovessi perdere degli appunti so che qui di sicuro ritroverò quello che cerco.
Ma potrebbe servire anche a qualcun altro alle prese con le difficoltà e le perdite di tempo che ho avuto io; siccome i poteri concessi a San Google sono quasi infiniti, potrebbe darsi che quel qualcuno venga dirottato da queste parti, meravigliandosi di trovare in un blog una inaspettata scorciatoia per i suoi problemi.

Il fatto è che nell'unica fiera dell'elettronica (degna del titolo) rimasta in circolazione, ho preso tempo fa per 4 euro un bel display grafico da 8192 pixel (128 colonne, 64 righe), ripromettendomi di giocarci un po' interfacciandolo con Arduino.
Gli esperti di questo magico microcontrollore non hanno certo bisogno degli appunti del sottoscritto... ma, come dicevo, scrivo soprattutto per me.
Il display in oggetto è spesso reperibile a prezzo ridicolo nelle cosiddette "fiere dell'elettronica", in mezzo ad un'accozzaglia di cineserie.
Si tratta del WINSTAR WB12864 A/J, a 22 pin anzichè i soliti 20, con due microchip grafici NT7108.
Per il comando con Arduino ha bisogno delle librerie GLCD.h e allFonts.h

Ecco il cablaggio da realizzare:

Pin del WB12864A/J    Pin di Arduino

1    GND  ------------------    GND
2    +5V  ------------------    +5V
3    al pin 18 (contrasto)   
4    ------------------------    A3
5    ------------------------    A2
6    ------------------------    A4
7    ------------------------    8
8    ------------------------    6
9    ------------------------    10
10    ------------------------    11
11    ------------------------    4
12    ------------------------    5
13    ------------------------    6
14    ------------------------    7
15    ------------------------    A0
16    ------------------------    A1
17    ------------------------    reset
18    al pin 3
19    + 5V
20    220 ohm verso GND (LED rosso)
21    220 ohm verso GND (LED verde)
22    220 ohm verso GND (LED blu)


Collegato in questo modo il display funziona perfettamente, con i tre colori di retroilluminazione a scelta.

In Arduino UNO rimangono a disposizione come IN/OUT solo i pin 0,1,2,3,12,13,A5, sufficienti per farci qualcos'altro.

 

WB 12864 A/J


Le difficoltà (che ho incontrato io) sono che il modello J a 22 pin non è praticamente mai citato nelle ricerche in rete e che un errore nel cablaggio di uno dei circuiti sui quali mi ero basato mi ha fatto perdere parecchio tempo perchè le coordinate 0,0 anzichè corrispondere alla prima colonna/prima riga corrispondevano alla 60quattresima colonna (erano invertiti i pin A0 e A1 che corrispondono al comando dei due chip a bordo del display).

Buon lavoro!

 
 
 

Riposa in pace

Post n°313 pubblicato il 26 Marzo 2015 da paoloalbert

 

Lutto

 

Cara e gentile Rina
Di pace e di generosità è stata tutta la tua vita
Ora per sempre riposa in pace

 

 
 
 

La Guerra Romantica

Post n°312 pubblicato il 23 Marzo 2015 da paoloalbert

Prendo spunto dalla recente capatina che l'amico Marco ha fatto al piccolo museo della Grande Guerra di Tambre.
La Grande Guerra... e non poteva essere altrimenti, in una zona che ne fu protagonista.
Da parte mia credo di aver visitato non so quante raccolte dedicate alla prima G.M.; mio padre possedeva quasi una biblioteca su questo argomento e naturalmente tanti di quei libri me li son letti.
E sono andato, nel corso della mia vita, per forti e per trincee, per sentieri e per gallerie... sempre trovando, nelle letture, nelle visite e nei siti di quegli antichi combattimenti, il MEDESIMO IDENTICO SPIRITO, identico visto dalla nostra parte come visto dalla parte degli ex nemici.
Lo spirito di una guerra crudelissima (come lo fu), terribile e allucinante, ma "diversa".
Terribile e allucinante? Certo, "come tutte le guerre" verrebbe da dire, ma è proprio questo a non essere vero.

Non è assolutamente vero
.

Quella fu l'ultima Guerra Romantica, dove l'umanità era ancora umana.
Ci si sparava doverosamente un attimo prima e un attimo dopo, ma a Natale ci si guardava negli occhi da una parte e dall'altra della trincea, appoggiando ad un sasso di qua il '91 e di là il Mannlicher.

Si scrivevano a casa lettere strazianti, ma lo strazio era la situazione stessa, la guerra, le valanghe, l'assalto alla baionetta, i pidocchi, quasi mai il nemico in quanto tale.
Il "nemico" si sapeva che era esattamente uno di noi, semplicemente stava dall'altra parte.
E il nemico, in una guerra, va ammazzato, ma per dovere.
Mai ho trovato odio viscerale nelle mie letture e peregrinazioni sulla Grande Guerra.
Ho sempre trovato infinita tristezza, dolore, patimento, sacrificio estremo, ma mai schifoso odio.

°°°

Lo schifoso odio è una cosa moderna
.
Permea fino alle viscere le guerre moderne.
In una guerra moderna come quelle che vediamo tutti i giorni si ammazzerebbe la propria madre.
Non è rimasto nulla di "romantico", ovvero nulla di uno straccio di dignità umana.
Riusciamo a concepire un museo di guerra a Groznyj, a Mosul, a Fallujah?
Riusciamo solo a CONCEPIRE un museo del genere?
In una guerra moderna, per una ideologia demente, SI AMMAZZEREBBE PERFINO LA PROPRIA MADRE.

 
 
 

Turner

Post n°311 pubblicato il 14 Marzo 2015 da paoloalbert

Alcune delle (tante) cose che mi piacciono sono la letteratura, l'arte e il mondo del periodo romantico inglese.
Mi piace figurarmi l'atmosfera gotica dei fanali a gas di una Londra immersa in quella parola appena nata... smog...
Vedo montagne di carbone di Cardiff che riscaldano, affumicano, muovono tutta l'Inghilterra e tutta la sua prorompente steam revolution.
Mi compiaccio dell'efficienza di Sua Maestà, che fa recapitare una lettera scritta con la penna d'oca nel tempo di una email di adesso.
E gioisco, sempre con la fantasia s'intende, nel contemplare i chimici laboratori della Royal Society, con quella miriade di bottigliette smerigliate ottocentesche.

Questo spiega perchè ho particolarmente apprezzato la finezza realizzativa, nei particolari e nei dialoghi, del film "Turner", biografia di quell'originale pittore precursore dell'impressionismo che fu Joseph Mallord William Turner.

In una delle scene iniziali del film si entra pure in un godibile negozio di venditore di pigmenti (potrebbe essere la sezione "reagenti" del laboratorio di Bunsen...), dove, parlando di colori, protagonista è una cascata di giallissimo cromato di piombo trattato senza tanti riguardi, all'antica.

Nel film il nostro Turner sembra la perfetta incarnazione di un Mr.Hyde di Stevenson e questo suo famoso quadro, "La fornace da calce a Coalbrookdale" lo esprime, con la sua quasi demoniaca atmosfera.

La fornace da calce a Coalbrookdale

 

 
 
 

Dialogo tra quattro strampalati

Post n°310 pubblicato il 05 Marzo 2015 da paoloalbert

Bertoldo e i suoi amici discutono sull'esistenza di una quintessenza dell'ignoranza. Roba da filosofi.
-Altrocchè se esiste, dice Bertoldo! Eccone una di quelle giuste:-

Il fatto è che Bertoldo crede da tempo che qualcuno a Canneto di Caronia abbia l'hobby del fiammifero, nel senso che spesso e volentieri e per motivi suoi, appicca incendi a destra e a manca.
Tanti incendi, da farne parlare da una decina di anni tutti i giornali del Bel Paese.

-Va bene, ma che c'entra l'ignoranza? dice Tizio
-Sarà un piromane- dice Caio -magari un piromane ignorante, ma che c'entra la quintessenza?
-A me la quintessenza ricorda un po' gli alchimisti- dice Sempronio - ma appunto che c'entra con l'ignoranza elevata al cubo?

Ve lo spiego subito, cari T., C., e S., - risponde Bertoldo - basta qualche ricerchella sul palmarino.
San Google mi affido a te. Ma, ti prego, non darmi le notizie aggiornate (quelle sul piromane preso...) dammi quelle vecchie, quelle delle "IPOTESI" delle fiammate!!!
Ti accontento, dice S.G., c'è tanta roba in rete, ma te ne dò poca, altrimenti diventi noioso.

E Bertoldo fa vedere agli amici alcune delle "ipotesi" lette a caso, scorrendo col ditaccio lo schermo del palmarino.

- "... alcune molecole “compresse”, catturano elettroni a spese delle molecole circostanti e in queste si formerebbero dei buchi elettronici... i p-holes in arrivo dai fondali marini si accumulano nel terreno e nelle case di Canneto..."

- "... la commissione (omissis) non trovò altro da dire che o erano esperimenti militari segreti o che erano gli alieni che giocavano a bocce con le case di Canneto...”

- "... i fenomeni di Canneto di Caronia avvengono con modalità tali da far escludere, per un banale senso logico, la mano di un pazzo (leggasi: persona umana)..."

-"... -potrebbero essere dei campi elettromagnetici- è stata la conclusione a cui giunsero gli esperti..."

-"... che si possa trattare di esperimenti militari o di ricerche scientifiche effettuate anche all’insaputa del nostro Governo oppure ad un fenomeno provocato dagli Ufo..."

-"... la concausa che genererebbe le autocombustioni proprio in quel punto sarebbe determinata dalla presenza della linea ferroviaria. La concentrazione di cariche elettriche che essa provocherebbe sarebbe all’origine degli incendi..."

- "... è stata consultata anche la famosa veggente..."

- "... Canneto è stata colpita da un fascio elettromagnetico a impulsi con un alto potenziale che viaggiava sul mare per effetto condotto a un’altezza compresa tra la superficie e i dieci o dodici metri..."

- "... interrogativi spontanei sulla possibilità che alla base di questi fenomeni possano esserci applicazioni sperimentali di tecnologie industriali, non escludendo i sistemi d’arma cosiddetti a energia diretta..."

- "... il fenomeno non è collegabile al progetto Aurora di Haarp, capace di modificare il perimetro della ionosfera, come si dice, per creare un potente raggio laser di onde elettromagnetiche?..."

- "... episodi di origine artificiale, capaci di generare una grande potenza concentrata in frazioni di tempo estremamente ridotte. Sono emersi interrogativi sulla possibilità che alla base di questi fenomeni di tecnologie industriali, non escludendo con ciò i sistemi  d’arma elettromagnetici..."

-"... le case a Canneto bruciano ed il mistero degli incendi continua..." !!!

Basta San Google, abbi pietà, abbiamo capito!

-Ma insomma, questa quintessenza dell'ignoranza al cubo, a chi era riferita? - dice Sempronio, che come dice il nome è un po' duro di comprendonio.

Caro Sempronio -risponde Bertoldo- ma è evidente che mi riferisco a chi scrive nero su bianco queste idiozie cosmiche sui giornali PER UNA DECINA DI ANNI!

Ma sono "giornalisti"! - ribatte Sempronio...


                             ...°°°OOO°°°...

Stavo seguendo stasera 5 marzo 2015 questo dialogo tra i quattro strampalati, quando sento al TG1 questa notizia:

- "... sembra che gli incendi siano stati appiccati con un apparecchio laser a fiamma libera..."

Porca miseria, Sempronio, ma allora sei più acuto di quello che sembra!
Sono giornalisti... appunto.

 
 
 

Peltier e il Pricipio di reciprocità

Post n°309 pubblicato il 03 Marzo 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Se c'è una persona che ti sta antipatica... puoi star certo che anche tu lo sarai per lei!
Poco ma sicuro!
Questo è uno dei risvolti del Principio di reciprocità, che vale in tantissimi campi, dalla fisica alla sociologia, come si è visto.
La sociologia la abbandono immediatamente, preferisco applicare il principio ad una scienza sperimentale che ho più sottomano.
Naturalmente questo principio non vale sempre: se dò corrente ad una lampadina essa emetterà luce, ma se le fornisco luce essa non emetterà corrente! E così via...

Ho voluto verificare questo semplice discorso:

- se applico una potenza (volt x ampere) ad una cella di Peltier, questa da un lato si raffredda e dall'altro si riscalda (è costruita apposta per questo!).

- se viceversa raffreddo un lato della medesima e l'altro lo riscaldo, dalla cella uscirà potenza?

Il principio di reciprocità dice decisamente di sì... andiamo a verificare, anche se sappiamo già la risposta.

A questo link avevo già trattato della cella di Peltier, avevo fornito potenza ed essa mi raffreddava il becher d'acqua.
In quell'esperimento la corrente di alimentazione era 4 A su 13 V, quindi la bellezza di una cinquantina di Watt per avere un pessimo rendimento del 5%; questo perchè l'esperimento era solo dimostrativo e non strutturato in modo da curare al massimo le dispersioni termiche, quelle volute e quelle non volute.
Curando questi particolari il rendimento si triplica, ma in ogni caso rimane basso ed è per questo motivo che le Peltier vengono usate solo in quei rari casi dove la potenza assorbita (e quindi il costo) non è un problema.
Ma facendo lavorare una cella al contrario quale sarà il rendimento? Anche qui sicuramente pessimo, ma quanto pessimo?

Ho preso la solita cella, già assemblata da una parte con il radiatore in alluminio e dall'altra con il radiatore in rame per poter asportare (o in questo caso fornire) calore alle due superfici.
Ho fatto in modo che il delta T° tra i due lati fosse circa un centinaio di gradi e ho misurato l'uscita in tensione e corrente.

In questa brutta fotografia, ecco l'accrocco che accende un LED:

Peltier a rovescio

Tutto qui? Purtroppo sì, tutto qui.

A vuoto (zero Ampere sul carico) la tensione è circa due volt e mezzo e la corrente di cortocircuito  (zero Volt sul carico) è poco più di un Ampere... un rendimento veramente da schifo.
C'è da dire a sua discolpa (della cella) che è stata costruita per lavorare "dritta", non "rovescia"! In questo non possiamo darle torto, lei ci mette un pochino di impegno, ma alla fine fa quello che può.

Ecco dimostrato un caso di principio di reciprocità, diciamo così, molto anisotropo: in un senso funziona decentemente bene mentre in senso opposto molto molto meno.
Trasposto il concetto in senso sociologico, è come dire che se qualcuno mi è molto simpatico, magari a quel qualcuno io lo sono assai di meno... vabbè, accontentiamoci, in fin dei conti tutta la vita è anisotropa.

 
 
 

Sistema Pratico, ottobre 1958

Post n°308 pubblicato il 21 Febbraio 2015 da paoloalbert

Sistema Pratico, Sistema "@", Fare, La Tecnica illustrata... sono alcune di quelle riviste di divulgazione tecnica di allora che se uno le ha lette da bambino mai più le dimentica.
Le comprava ogni tanto mio padre negli anni '50 e io me le sono trovate un po' più tardi e le conservo gelosamente.
Qualche numero si trova ancora sulle bancarelle dell'antiquariato, vendute di solito a caro prezzo a qualche inconsolabile nostalgico.
In quelle riviste (Lire 150) di parlava di tutto, dall'elettronica all'allevamento, dall'astronomia alla botanica, dalla chimica all'arredamento, dalla meccanica alla pesca.
Ma non insisto... chi le conosce perchè le ha vissute sa perfettamente di cosa parlo; chi invece non le ha vissute (come la stragrande maggioranza di chi legge questo blog) NON PUO' adesso nel 2015 capirne lo spirito. Ma non ha importanza.

Scorrendo il numero di ottobre dell'anno millenovecentocinquant'otto ho trovato questa chicca chimica, il cui macroscopico errore del titolo è sfuggito all'allora trentenne Giuseppe Montuschi, già direttore della più venduta rivista hobbistica del tempo.
(Montuschi si sarebbe in seguito confermato un vero geniaccio di questo tipo di editoria, che riuscì a tenere in piedi con successo praticamente per mezzo secolo).

Ecco l'articoletto intero, mi sarebbe piaciuto che si potesse leggere agevolmente, ma per farlo occorre ingrandire.

Ma almeno l'erroraccio lo vedete subito, vero?...


Sistema Pratico 10/58

 
 
 

Tre Carneade formichieri

Post n°307 pubblicato il 12 Febbraio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Francis Jessop, John Ray, Andreas Sigismund Marggraf... cos'hanno in comune questi tre Carneade?
Hanno in comune il primo acido organico, quello con solo un idrogeno attaccato al carbossile, l'acido formico H-COOH

Guardate cosa fece Herr Marggraf nel 1749: raccolse quasi sette etti e mezzo di formiche rosse, le arrostì per bene nel suo athanor (distillatore) e ottenne tre etti e mezzo di (puzzolentissima, dico io) quella che in seguito sarebbe stata chiamata "Acqua di Magnanimità di Hoffman", ovvero un liquido contenente una buona percentuale di acido formico.
Data la fonte, tale acido non poteva chiamarsi che così...
Naturalmente Marggraf non era un qualsiasi alchimista da strapazzo, ma un'ottimo chimico sperimentale dei suoi tempi: oltre ad isolare lo zinco, migliorò il metodo di estrazione del fosforo (allora lo si otteneva dall'urina), il riconoscimento di metalli alla fiamma e diede inizio nientemeno che all'estrazione dello zucchero dalla barbabietola, svincolandolo da quello della esotica canna da zucchero.

Anche il grande naturalista inglese John Ray ebbe a che vedere con l'acido formico, perchè presentò nel 1671 alla Royal Society il lavoro di quello che fu il primo vero distillatore di formiche, Francis Jessop, che fece l'esperimento con l'amico John Fisher un anno prima.
Più tardi il chimico tedesco Johann Doebereiner scoprì che l'acido poteva essere prodotto per ossidazione dell'acido tartarico, distillandolo con acido solforico e biossido di manganese, ma il metodo migliore lo si deve al grande Marcellin Berthelot, che nel 1856 lo produsse in grande riscaldando assieme glicerina e acido ossalico, passando dall'intermedio monoformiato di glicerile.

L'acido formico è un liquido incoloro, di odore e sapore fortemente pungenti; applicato sulla pelle è assai irritante e può produrre ulcerazioni.
Ecco perchè è il componente che le formiche rosse e alcuni bruchi urticanti usano per la loro guerra chimica verso i predatori, e le ortiche quando ci piantano i loro peletti nelle gambe (ma in questo caso il peggior danno lo fa l'istamina). 

A proposito di Formica Rufa: una volta vedevo spesso i rossi imenotteri passeggiando nei boschi della mia zona, brulicanti attorno ai loro giganteschi nidi a forma di vulcanetto costruiti con gli aghi delle conifere... ora non più, sembrano scomparse.
Ora solo le piccole formiche nere vivono a milioni anche attorno al mio orto, ma di quelle grandi, rosse e cattive più nessuna traccia.

Va bene, ho capito... l'acido formico per il lab mi tocca proprio comprarlo.

(Ah, mi son preso anche lo sfizio di fare il calcolo di quante formiche arrostì Herr Marggraf nel suo esperimento: circa 93mila, mille più, mille meno...).

 
 
 

Ramatura chimica insolita

Post n°306 pubblicato il 31 Gennaio 2015 da paoloalbert

Nel mio Test di ramatura elettrolitica del ferro, concludevo che avrei provato un altro tipo di ramatura, utilizzante un sale inedito, e lo spunto per questo esperimento me lo dava ancora il "Turco" della Hoepli.
Fra le mille e mille ricette di ogni tipo, l'Autore propone la ramatura chimica dell'alluminio per mezzo del lattato di rame.
Ecco una buona occasione per preparare un pochino di questo composto e finalmente un sale di rame insolito che abbia una parvenza di utilità.

Come inciso, osservo che il rame è il metallo di elezione per i giovanisssimi chimici inorganici del web, che fornisce la possibilità di giocare con dei sali di un metallo colorati, anche se quasi sempre monotonamente monocromatici.
Il motivo dell'azzurro successo del rame è che ha il vantaggio, rispetto a tanti altri metalli di transizione che fornirebbero sali colorati, di essere reperibile, economico e facile da trattare.

Se ad una soluzione di CuSO4 si aggiunge (rispettando la stechiometria) del carbonato di sodio Na2CO3, non si ottiene il carbonato neutro, CuCO3, che non esiste, ma un precipitato di carbonato basico di rame CuCO3.Cu(OH)2 :

2 CuSO4 + 2 Na2CO3 + H2O → Cu2(OH)2CO3 + 2 Na2SO4 + CO2

che una volta lavato perfettamente e filtrato ben si presta alla preparazione di tutti gli altri sali di rame, essendo l'acido carbonico facilmente spostabile da qualsiasi acido anche non forte.

Soluzione di lattato di rameIn questo modo ho preparato una soluzione di lattato di rame CH3-CH(OH)-COO-Cu-OOC-CH(OH)-CH3 salificando opportunamente il carbonato basico con l'acido lattico, CH3-CH(OH)-COOH.


Il lattato di rame è solubilissimo in acqua e per questa ramatura chimica sperimentale ne ho preparato una soluzione abbastanza concentrata (circa 200 g/l, anche se il Turco non dice quanto dovrebbe essere) leggermente acidificata con acido lattico e portata all'ebollizione.

Nel frattempo avevo predisposto un piccolo angolare di alluminio, detergendolo prima con una soluzione al 10% di NaOH fino a svolgimento di idrogeno e poi ravvivandola col rapido passaggio in una soluzione di acidi cloridrico/fluoridrico al 5%.
Regola generale in tutti questi esperimenti di deposizione è che la superficie dei metalli deve essere perfettamente linda.

Appena immerso il pezzo di alluminio nella soluzione bollente di lattato comincia ad avvenire le deposizione di un bel colore rosso e lo si lascia immerso per circa una decina di minuti, agitando sempre vigorosamente.
L'aderenza del rame sull'alluminio con questo metodo chimico direi che è molto buona e tenace, anche se lo spessore rimane molto sottile.
Una volta depositato lo strato chimico si potrebbe facilmente aumentarne lo spessore per via elettrolitica secondo il metodo classico già visto.
Purtroppo, nonostante l'impegno, non sono riuscito a avere un deposito di colore perfettamente omogeneo ma è rimasta qualche zona un po' più scura dovuta al solito motivo: la non PERFETTISSIMA pulizia del pezzo.

Alluminio ramato

Evidentemente occorre decappare la superficie lasciando che la soda caustica e poi gli acidi la aggrediscano senza pietà, il metallo deve essere profondamente "al vivo"!
(La prossima volta... ghe pensi mi!)

Saldatura su ramatura chimicaHo verificato la tenacità della ramatura al lattato provando a saldare a stagno un conduttore elettrico sulla superficie così ricoperta .
La brasatura a stagno si può fare su molti metalli, ma sull'alluminio è assolutamente impossibile.

Con la ramatura ecco invece il filo saldato sulla barretta in maniera sicura e resistente alla trazione.
(Purtroppo la fotografia è brutta assai...)

Mi è rimasta una bella soluzione azzurro verde di lattato di rame, che ho provato a far cristallizzare, senza successo.
Il sale è troppo solubile ed anche concentrando parecchio e poi lasciando raffreddare esso non cristallizza, almeno lavorando con quantità piccole come in questo caso.
Ho allora fatto evaporare senza esagerare con la temperatura, ottenendo il cuprico lattato in granuli azzurri, lentamente ma perfettamente solubili in acqua, quindi non dovrebbe essersi idrolizzato.
La sostanza avrà un indefinito grado di idratazione, compreso tra anidro, monoidrato e diidrato (i due casi che ho trovato in letteratura), diciamo Cu(C6H10O6).nH2O con n tra 0 e 2.

Lattato di rame

 
 
 

Michael Faraday e il mio test di ramatura

Post n°305 pubblicato il 23 Gennaio 2015 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Avete avuto occasione di dare un'occhiata alla biografia di Michael Faraday? Grand'uomo! Una delle pietre miliari della chimica e fisica sperimentali.
Faraday ebbe anche il merito (fra i tanti altri) di proporre le sue due famose leggi dell'elettrochimica:

1- La massa di un elemento depositata su un elettrodo durante una elettrolisi è direttamente proporzionale alla quantità di carica elettrica trasferita da quell'elettrodo

2- La massa di un elemento depositata dalla stessa quantità di elettricità è proporzionale al peso equivalente dell'elemento. Nello specifico, per depositare un equivalente di sostanza occorrono 96500 Coulomb

Siccome la corrente di 1 Ampere corrisponde al passaggio di 1 Coulomb di carica al secondo (sono 6,24*1018 elettroni!), le leggi di Faraday si possono esprimere con la formula seguente:

M = m*A*s/v*F

dove:

- M è la massa in grammi depositata
- m è la massa molare dell'elemento
- A è la corrente in Ampere
passata nel bagno elettrolitico
- s è il tempo in secondi
- v è la valenza dell'elemento
- F è la costante di Faraday, ovvero 96500

L'altra volta avevo fatto il test di ramatura e (fortunatamente per questo post!) il primo esperimento era fallito in quanto la laminetta di rame depositata sul tondino di ferro si era staccata quasi per intero ed avevo avuto l'accortezza di conservarla.
Quale migliore occasione di verificare a costo zero la legge del nostro amico Michael?

Nel nostro caso la reazione che interessa la zona catodica dove il rame si deposita è Cu2+ + 2 e-Cu
Poichè siamo partiti da una soluzione di solfato di rame (Cu2+) occorrono 2 moli di elettroni per mole di sostanza trasformata.
In quell'esperimento avevo fatto passare corrente per circa 10 minuti e la corrente medesima era 1 A (4 A/dm2).
Applicando la formula di cui sopra si ha quindi:

M = 63,5*1*600/2*96500    da cui M = 0,197 grammi, circa 200 milligrammi.

Andiamo a verificare e pesiamo la laminetta: 0,18 grammi.
Considerato che non tutta la laminetta si era staccata, e che avevo condotto l'esperimento sommariamente e senza pensare che l'avrei verificato quantitativamente, direi che facendo le cose con adeguata precisione ci siamo alla grande!
Thanks, Michael.

 
 
 

Test di ramatura

Post n°304 pubblicato il 16 Gennaio 2015 da paoloalbert

In lab fa un freddo cane, come tutti gli inverni, ma qualcosa di vagamente chimico bisogna pur fare ogni tanto, altrimenti sembra un lab abbandonato!
Chiaro che le sintesi sono OFF, proviamo quindi qualcosa di semplice nel locale (adibito alla radio/elettronica) che posso provvisoriamente riscaldare.

Chi, giocando con i primissimi rudimenti della chimica, non ha mai provato a ramare un pezzo di ferro?
Ad ogni piccolo chimico, per quanto sprovveduto, sarà capitato di immergere un chiodo in una soluzione di solfato di rame e di aver visto che il ferro si ricopre immediatamente di una patina rossa di rame.
Che bello! dice subito... ma poi scopre che basta un colpo di dito e la patina di rame che sembrava aderente vien via praticamente tutta, lasciando sul dito un segnaccio nero e il chiodo grigio come prima.
Chimicamente succede che il ferro, metallo meno nobile, si ossida e passa in soluzione come FeSO4 e il CuSO4 si riduce e si attacca come metallo al supporto in ferro.
Tutta colpa, o merito, della posizione reciproca dei due elementi nella serie elettrochimica (basta dare un'occhiata in rete su questo tema e si scoprirà anche il significato di "nobiltà" dei metalli).
E i giocolieri chimici, dopo aver osservato questo fenomeno, hanno puntualmente constatato che la ramatura fatta in tal modo è del tutto insoddisfacente.
Per ramare più seriamente, assicurando un deposito durevole e con perfetta aderenza, serve la ramatura galvanica, o galvanostegia.

Ma fatta in quali condizioni? Ho provato a fare qualche esperimento, cercando sul Turco della Hoepli alla voce "Ramatura - Bagni al solfato".
(Il Turco della Hoepli, ovvero il "Nuovissimo ricettario chimico", è un librone di 1800 pagine di ricette industriali di ogni tipo, per lo più d'epoca ma anche abbastanza recenti; in pratica è una miniera da esplorare. L'avevo comprato in tempi migliori, assieme ai sette volumi del Villavecchia... meno male che l'avevo fatto, sono davvero libri cult!).

Il librone mi dice di provare con una soluzione di 200/250 g/l di CuSO4, acidificando con H2SO4 per circa 50 g/l, a temperatura di 20-50° e con una densità di corrente di 2-5 A/dm2 senza agitazione, mentre con forte agitazione si può salire a 5-15 A/dm2.

Ho preparato la soluzione "galvanostegica" e scaldato a circa 40° e poi ho pulito per bene, molto per bene (o almeno CREDEVO di averlo fatto) con spazzola di acciaio e HCl un tondino di ferro, del quale ho calcolato la superficie, 24 cm2.
Come alimentatore ho usato quello che avevo costruito appositamente per usi elettrolitici, del quale posso regolare a piacimento la corrente.
Per evitare che il ferro si rami chimicamente, ho alimentato gli elettrodi (anodo una piastrina di rame, catodo il tondino di ferro) e POI ho immerso quest'ultimo nella soluzione, mantenendo una corrente di circa 4 A/dm2, sotto buona agitazione.

ramatura


Il tondino si è ramato magnificamente in pochi minuti e la pellicola sembrava bella consistente.
Provando a graffiarla con un taglierino, ho visto che era veramente una laminetta formata, ma che una volta tagliata lungo una direttrice si sfilava dal tondino.
Insomma, una aderenza del cavolo!
Ecco la laminetta staccata, e mi son preso pure la briga di misurarla: in poco tempo era già cresciuta a 2,5 centesimi di spessore.

spessore rame


Delusione totale! Dove sta il problema?
Il problema sta in gran parte nella pulizia del supporto, che deve essere assolutamente perfetta.
Vogliamo ricorrere a metodi sbrigativi? Qui si tratta solo di un test, quindi mano alla lima e alla carta vetrata!
La seconda volta ho veramente messo a vivo il ferro, risciacquandolo e immergendolo immediatamente nella soluzione con le modalità dette prima.
All'inizio ho anche dato una robusta botta di corrente, circa 15 A/dm2, per prevenire per quanto possibile la labile deposizione chimica.
Dopo pochi minuti la ramatura sembrava come la precedente, ma stavolta il rivestimento NON si staccava dal supporto. Molto bene!
Su questo rame depositato si potrebbe fare anche una brasatura a stagno, per esempio per saldarci un filo, senza tema che si stacchi.

tondino ramato


Conclusione:
a parte la galvanostegia industriale, che ha tutte le sue accortezze appunto "industriali", per fare una degna ramatura casalinga del ferro ho verificato che servono:

- una pulizia PERFETTA del pezzo (la cosa in assoluto più importante)

- una corrente iniziale molto forte (sempre riferita in A/dm2), con decisa agitazione; poi, avvenuta la prima deposizione bene aggrappata, si può diminuire

- la giusta temperatura e composizione del bagno, ma questi sono elementi meno critici.
Ho detto qualcosa di nuovo? Assolutamente no... ma mi piace verificare di persona.

Sempre il buon Turco, mi suggerisce ora di provare una ramatura chimica di un altro metallo usando un metodo e soprattutto un sale inedito che mi stuzzica: prima o poi voglio provare!

 
 
 

Forte e chiaro Samantha!

Post n°303 pubblicato il 09 Gennaio 2015 da paoloalbert

Dopo la strenna di Natale, cioè l'avvistamento ad occhio nudo della stazione spaziale ISS di cui ho accennato l'altra volta, oggi altro piccolo regalino da parte della nostra eccezionale Samantha Cristoforetti.
Alle 11:14 di questa mattina 9 gennaio tre scuole romane (Scuola Santa Teresa del Bambino Gesù, Istituto Salesiano Villa Sora, Scuola Pontificia Pio IX) avevano uno sked via radio su frequenza radioamatoriale con la stazione, dalla quale l'astronauta italiana avrebbe brevemente colloquiato con gli alunni.

Non volevo mancare a questo appuntamento d'ascolto, in verità facilissimo ma sempre estremamente entusiasmante dato il tipo di evento; collegare, anche solo in ricezione, chi ti sta in orbita sopra la testa non capita tutti i giorni.
La frequenza downlink (dallo spazio verso la terra) è in questo caso 145,800 MHz in FM ed il nominativo della stazione, come fosse italiana, è IR0ISS.
Il moto orbitale è molto veloce e trovandosi la stazione a soli 400 Km di altezza il tempo della permanenza entro l'orizzonte utile per la ricezione a portata ottica in VHF è molto breve, una decina di minuti al massimo.

Ho acceso il ricevitore alle 11:05, aspettando il satellite che sarebbe arrivato da NW e tramontato a SE, con un'ottima altezza zenitale, quindi con perfette probabilità di sentirlo.
Alle 11:10 il primo segnale, debole e strappato... arriva, buon segno!

Col passare dei minuti la voce di Samantha, semplice e disponibile come sempre, diventa chiarissima, per chi sta a terra una vera telefonata!
Essendo il collegamento in FM a banda abbastanza larga l'effetto doppler non disturba minimamente e non c'è bisogno di ritoccare la sintonia, in un senso in avvicinamento e nell'altro quando si allontana.
Dopo i pochi passaggi veloci in risposta alle domande di qualche ragazzo fortunato i minuti volano via, come quell'aggeggio spaziale che in un attimo vede già la Grecia ed il suo segnale sempre più debole sparisce sotto l'orizzonte.

 

frequenza downlink iss


Alle 11:20 tutto si chiude ed al ricevitore arriva solo il fruscio
.

Grazie ancora una volta Sam, e alla prossima!

 
 
 

Intervallo

Post n°302 pubblicato il 08 Gennaio 2015 da paoloalbert

 

A fra poco...

 
 
 

Buon 2015... col vischio!

Post n°301 pubblicato il 31 Dicembre 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

L'ultima bellissima quercia che ho visto "invischiata" come un addobbo natalizio (simile all'albero qui sotto raffigurato) l'ho trovata tanti anni fa nella foresta a nord ovest del paesello di Lungro, in Calabria.
Lungro tranquilla, col suo monumentino a Giorgio Castriota, detto Scanderbeg (ci sarà ancora il pope laggiù? Si continuerà a parlare la lingua alto-albanese? E cosa ci facevo in quella foresta sperduta? Siccome ha a che fare vagamente con la chimica, magari ne parlerò...).

 

Vischio 2015


Quando mio nonno era giovane il vischio era usato, in una terra di cacciatori come la mia montagna, per impaniare gli uccelletti, che allora si cacciavano non per mero esercizio venatorio ma solo per aggiungere qualche proteina alla tavola della domenica.
In ogni caso le piante di vischio sono sempre state rare nei boschi della mia zona, tant'è che adesso sono del tutto scomparse e addirittura negli ultimi decenni non le ho mai incontrate nelle mie passeggiate.

Il vischio è una pianta dalle bacche assai velenose per la presenza, assieme ad una miriade di altri componenti, di due sostanze citotossiche complesse: le glicoproteine Lectine e i polipeptidi Viscotossine.
Le Lectine sono basate su una struttura a 264 aminoacidi, per un peso molecolare medio di circa 60.000; meno complesse (si fa per dire) le Viscotossine, che con una catena di "solo" 46 aminoacidi hanno un p.m. di circa 5.000-
E' interessante notare che le viscotossine sono strettamente correlate con il gruppo di cardiotossine presenti nel veleno dei cobra! Fatte le debite proporzioni...

Nella medicina tradizionale il vischio era usato per le sue proprietà ipotensive, sedative e cardiaco-depressive, mentre oggi ci sono studi clinici orientati al suo possibile impiego per alcune terapie antitumorali, dal momento che l'attività citotossica dei due componenti principali è ben documentata.
Le altre sostanze contenute in questa pianta sono flavanoidi, flavanoni, flavoni, terpenoidi, lignani, fenilpropanoidi e polisaccaridi, dei quali ometto evidentemente formule e quant'altro.
Per queste quattro notiziole che ho ristretto il più possibile mi sono basato sul bel libro "Herbal Medicines", di J.Barnes, L.Anderson e D.Phillipson (Pharmaceutical Press, Londra 2007).

Perchè ho parlato del vischio? Per augurare a tutti

        B U O N   D U E M I L A Q U I N D I C I  !!!

 
 
 

Buon Natale Samantha...

Post n°300 pubblicato il 25 Dicembre 2014 da paoloalbert

... e grazie dell'ultima bella visibilità del 2014.

Oggi, giorno di Natale, ti ho vista benissimo a -3.2 di magnitudine!
Non è che ti ho prorio vista di persona, cara Samantha Cristoforetti, ma alle cinque e mezza la tua ISS brillava come una stella di primissima grandezza e dietro quegli enormi pannelli fotovoltaici riflettenti mi immagino che tu fossi lì a guardar giù.
Più o meno come quel vecchio con la barba che una volta all'anno cavalca il cielo con la slitta con le renne (ma quello mai che si sia fatto vedere una volta!).

ISS


Per chi volesse replicare questa esperienza consiglio questo link, che porta ad un sito tedesco dedicato alla ISS fatto meravigliosamente bene.
In Observation si può inserire la propria località ed avere gli orari dei passaggi visibili, naturalmente tutti al tramonto, per ogni decina di giorni e con i dati utili per l'osservazione (azimut, zenith, minuti, magnitudine).
L'altezza della stazione è di circa 410 Km, la velocità circa 27000 Km/h e la magnitudine varia da circa -3,5 a -0,5 a seconda dell'orbita.

In Home del sito si può seguire l'orbita in tempo reale, con lo sfondo di Google Map che localizza perfettamente la posizione e quindi ciò che gli astronauti vedono in quel momento guardando "in basso" fuori dal finestrino.
Nel momento in cui scrivo Samantha è in pieno oceano, su Kiribati; ma fra un attimo, quando avrò finito, sarà già su Terranova, o chissà mai dove... e avanti così, come una fantastica giostra intorno al mondo.

Ecco un altro bel regalino di Natale a costo zero che mi son trovato quest'anno, avendo la testa, come spesso mi accade, fra le nuvole.

 
 
 

Buon Natale!

Post n°299 pubblicato il 22 Dicembre 2014 da paoloalbert

Aurora australis


Che si realizzi un Natale sublime come questo capolavoro della natura.

 
 
 

Sal di Spello

Post n°298 pubblicato il 17 Dicembre 2014 da paoloalbert

Salnitro nuovo e salnitro vecchio... ho parlato anche troppo di salnitro e quindi voglio concludere questa saga che sta andando troppo per le lunghe.
Mettiamo dunque che il discorso finisca al termine di queste poco impegnative riflessioni, e poi non se ne parlerà più.

Mi sono fatto in novembre un bel giretto in terra umbra, in occasione di quella bella iniziativa che si chiama "Frantoi aperti".
Frantoi aperti è un esempio di una di quelle numerose iniziative che convengono a tutti: alle piccole aziende perchè si fanno conoscere e vendono il loro prodotto, ai Comuni (magari pressochè sconosciuti) nei quali le aziende insistono e che vedono incrementato il loro turismo, e finalmente ai visitatori che godono per questa conoscenza che viene offerta in condizioni favorevoli.
A Gualdo Cattaneo, fra la visita di un "castello" e l'altro ho assaggiato (e apprezzato!) quel clorofillissimo olio locale, verde come un prato e fruttato come un quadro di Arcimboldo.
Poi a mangiare in quella deliziosa cittadina di Spello, in una rusticissima taverna aperta in occasione della festa di paese, allegra e deliziosa pure quella.
Meravigliosa Italia, da tanti punti di vista non temi rivali (e lasciatelo dire da uno ferocemente critico nella fallimentare gestione di questo splendido Paese, che il cancro burocrazia sta inesorabilmente ammazzando).

Qualcuno in quella rusticissima taverna di cui dicevo, deve avermi preso per matto perchè mi son messo, devo dire il più discretamente possibile, a grattare il muro accanto al mio tavolaccio perchè vi pendevano, piccole ma invitanti, nientemeno che delle barbette di quello che la gente chiama "salnitro", e che a me fan venire la smania dell'analisi chimica.
Ho detto grattare per modo di dire, perchè la quantità e gli aghetti erano talmente fini che è bastato un delicatissimo sfioramento per farli finire in una cartina appositamente ripiegata.
A proposito di cartine, ho imparato da giovane a ripiegarle in modo professionale per conservare piccole quantità di sostanze chimiche.
Me l'insegnò quel farmacista dal quale, per un pelo, non riuscii a farmi consegnare niente meno che dell'arsenito di sodio... ripeto, Na3AsO3!
(Trasponendo il ragionamento nelle farmacie del 2014, sarebbe come tentare di farsi dare un pezzetto di bomba atomica).

Ma ritorniamo a Spello: potevo dunque esimermi dal grattare il muro? No, è stato più forte di me, e ho religiosamente raccolto la polverina.
Spero che quasi nessuno mi abbia visto, spacciandomi per un potenziale quanto fastidioso denunziatore all'ARPA.
Adesso, Sal di Spello, sei nelle mie mani e ti posso confrontare col mio "Sal di muro" di cui parlavo tempo addietro.
Vediamo se hai il potassio e i nitrati... solo allora ti potrai degnamente chiamare SALNITRO!
Ho fatto come l'altra volta, cercando il sodio, il calcio, il potassio, i solfati, i carbonati, i cloruri, i nitrati.
Analisi semplici, naturalmente, ma accurate appena quanto basta per verificare quello che mi proponevo.


SODIO
Alla fiamma; questo elemento non manca mai, inutile farsi illusioni: c'è.

CALCIO
Alla fiamma; il rosso del calcio si vede benissimo: c'è.

POTASSIO
Alla fiamma; col vetrino si vede: c'è.
Col cobaltinitrito sodico; precipita giallo in maniera evidentissima: c'è.

SOLFATI
Con BaCl2; l'opalescenza è più leggera di quanto mi aspettavo: ci sono, ma poco significativi.

CARBONATI
Con HCl; effervescenza: anch'essi ci sono, abbastanza abbondanti.

CLORURI
Con AgNO3; quasi nessuna opalescenza: possiamo dire che non ci sono.

NITRATI
Con la brucina; colorazione arancio evidentissima: non credo ai miei occhi!
Ho fatto il test in riferimento ad una stessa quantità di KNO3 (diciamo un paio di mg in 1 ml di H2SO4) e la colorazione era quasi uguale; va bene che la reazione è sensibilissima, ma non c'è dubbio che lo ione nitrato fosse in buona quantità.
Eureka, ho finalmente trovato un sal di muro ricco di nitrati! Essenzialmente quindi gli anioni erano nitrati e carbonati ed i cationi potassio, calcio e sodio, in rapporti naturalmente tutti da definire.

Dovevo andare in Umbria per trovare il salnitro? Sembrerebbe proprio di sì; quel muro infatti non era per niente "moderno" e avrà fatto parte in passato magari di un ambiente ricco di emanazioni "organiche", non saprei dire ovviamente di che tipo o in quale situazione.
Fatto stà che in quel muro di quella "cantina" ci sono i nitrati (da farci un fiammifero, eh, mica a palate!) ed ora sono contento di averne trovato almeno uno che li contenga.

Per concludere fuori tema, per me che son di campagna e amo la tecnica e l'archeologia industriale, ecco il finalino: a Spello, fra le altre piacevoli cose, ho anche visto un raro trattorino Raimondi Leprotto dei primissimi anni '50, scoppiettante come nuovo!
Forza Acquatino... musica e allegria!

 
 
 

Santa Lucia 2014

Post n°297 pubblicato il 10 Dicembre 2014 da paoloalbert

Il tredici dicembre è la festa di Santa Lucia nella mia città.
Vogliamo sforzarci un tantino, e far finta di non vedere tutto ciò che di commerciale  gira attorno ormai a tutte le ricorrenze, i maledetti soldi e tutto il resto?
Beh, se scrolliamo via tutto ciò, allora è una bella festa e ancora molto sentita da noi.
Ai bimbi piccoli (ma proprio piccoli, perchè negli anni 2000 già quelli di sei anni hanno mangiato la foglia) è lei che porta i regali, non Babbo Natale.

Santa Lucia è festeggiata in tantissimi posti, da Siracusa in su, in su, in su... fino al profondo nord della Svezia; anzi, è uno dei pochi santi celebrati dai popoli scandinavi, che ne vedono il simbolo della luce che trionfa sulla lunga notte invernale.
Anche lassù ella porta i regali ai bambini.
Ecco un video svedese molto carino dedicato a loro, con la canzoncina napoletana che è diventata un classico del folklore scandinavo e della ritualità luterana del 13 dicembre.

 

 
 
 

The Chemist

Post n°296 pubblicato il 03 Dicembre 2014 da paoloalbert

"The Chemist", di Charles Moeller, dipinto nel 1875.

Non è facile trovare la chimica nell'arte! Metto questo quadro perchè si situa proprio in quel periodo di transizione di fine secolo che fu fondamentale per la storia della chimica e poi... come posso commentare un improbabilissimo quadro di un laboratorio moderno, pieno di bruttissimi quanto utilissimi "apparecchi  con la spina"?
Ci siano care quindi queste preziose testimonianze di un mondo passato. 

Comunque ecco quello che io vedo nel  "Chimico" di Moeler: l'uomo, nella sua figura e nell'abbigliamento sembra già molto più moderno rispetto ai contemporanei barbuti e baffuti scienziati ottocenteschi in redingote; nel mentre le caratteristiche del laboratorio, quasi un antro e con l'immancabile fuoco sullo sfondo, evocano chiari riferimenti alla chimica alchemica da cui questa scienza è nata.
Gli apparecchi in rame, la vetreria, i mobili, sono invece tipici e databilissimi per il periodo dell'opera.


Nell'insieme traspare evidente anche lo spirito solitario della ricerca di quei tempi: il chimico è tutto preso nel verificare il pallone ed il probabile precipitato che viene a formarsi, chiaro frutto di un esperimento personale, mentre il lavoro di "equipe", come si dice oggi, era ancora di là a venire.

Mi sembra che in "The Chemist" si rifletta anche il comune sentire della chimica nella nozione popolare, duro a morire: una scienza quasi esoterica e misteriosa (e purtroppo per questo, come per tutte le cose che non si conoscono, ritenuta quasi sempre pericolosa e nemica).

 
 
 

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