Creato da paoloalbert il 20/12/2009

CHIMICA sperimentale

Esperienze in home-lab: considerazioni di chimica sperimentale e altro

 

 

Biciclette, chiocciole e carburi

Post n°278 pubblicato il 31 Maggio 2014 da paoloalbert

C'è stato un periodo nel quale (nella mia zona) tante famiglie contadine avevano in casa una bella latta piena di pezzi di carburo (di calcio, CaC2), che si presenta più o meno come dei "sassi" di forma irregolare.
Quando la provvista finiva si andava nella drogheria del paese e la si ricostituiva facilmente con pochissime lire al chilo.
A cosa serviva? Semplicemente ad alimentare delle caratteristiche lampade per la ricerca notturna delle chiocciole (per carità non confondiamo le chiocciole" con le "lumache", che sono tutt'altre bestie!) dopo una giornata piovosa.
Questi cercatori uscivano all'imbrunire con la loro potente fonte di luce di origine chimica e costeggiando le siepi tornavano poco dopo col loro molluschico bottino, fonte di proteine a buon mercato quando le proteine, diciamo quelle più appetibili, allora a buon mercato non erano.
La fiamma dell'acetilene, se ben regolata nel rapporto gas/aria è luminosissima (oltre che caldissima) e si presta egregiamente per l'illuminazione.
Le lampade più diffuse erano simili a questa a sinistra:


lampada acetilene   lampada acetilene bicicletta


e questa lampada c'era pure identica (ma non così arrugginita!) anche a casa mia; ma come luce di emergenza, dato che nessuno dei miei famigliari è mai andato a cercar chiocciole.
Ed un reperto sopravvissuto per decenni era pure la vecchia lampada a carburo per la bicicletta di mio nonno, con la fiamma capace di resistere alle sue robuste pedalate... ecco com'era, foto a destra!

Con questi attrezzi io così facevo le prime fanciullesche e caute generazioni di acetilene, con conseguente stupore per la sua luce abbagliante, imparando contemporaneamente ad aver rispetto per questo gas che non scherza.

Dato che in rete si trova tutto quel che si vuole, dico solo due parole sul funzionamento, analogo sia per una piccola lampada come quella da bici che per un gasogeno industriale.
Il carburo di calcio reagisce vivamente con l'acqua secondo la reazione:

CaC2 + 2 H2O --> C2H2 + Ca(OH)2

Nel contenitore inferiore si mettevano i pezzi di carburo ed in quello superiore l'acqua; una piccola valvolina regolabile permetteva di far gocciolare l'acqua sul CaC2 e l'acetilene che si svolgeva veniva portata ad uno speciale beccuccio con due minutissimi forellini contrapposti con uno speciale angolo; questo artificio faceva sì che la fiamma fosse luminosissima e poco fuligginosa.
La quantità di luce seguiva direttamente la quantità d'acqua rilasciata: più acqua più luce, e viceversa, come un acceleratore.
Tenendo presente che un grammo di carburo sviluppa circa 300 ml di acetilene, con una manciata di "sassi" ed economizzando l'acqua si potevano avere ore di buona autonomia luminosa.

Ci sarebbe molto da dire sul buon vecchio carburo e la sua irrequietissima figlia acetilene con quel suggestivo odorino fosfinico, ma termino qui.
La prossima volta il protagonista della storiella sarà un semplice pezzetto di CaC2, ma un po' anomalo, non l'avevo mai visto così.

 
 
 

Esagerazioni in un senso e nell'altro

Post n°277 pubblicato il 24 Maggio 2014 da paoloalbert

Mio padre da giovane (mentre io ero ancora nello spazio cosmico) rischiò quasi di ammazzarsi col carburo.
Intendiamoci subito: niente a che vedere coi botti di Youtube, niente di niente a che vedere con qualche esperimento demenziale che si vede in rete.
Il fatto è che negli anni trenta, quando fu costruita la casa montana nella quale trascorro parecchio tempo, non vi era in zona la corrente elettrica e l'illuminazione in qualche caso era ad acetilene, fornita da un gasogeno domestico alimentato ovviamente a carburo di calcio e acqua.
Il generatore era molto simile a questo:

gasogeno acetilene


Praticamente nelle stanze principali della casa dei miei nonni al posto dei fili elettrici correvano dei tubi in ferro da un quarto di pollice che portavano il gas C2H2 dal gasogeno (situato in solaio) ai beccucci delle lucerne a gas.
Insomma, una versione miniaturizzata di una Londra del periodo gotico... convenite che la mia casa di allora doveva essere da questo punto di vista prettamente tecnologico una vera meraviglia.
Più tardi, nel dopoguerra, arrivò la SEI (Società Elettrica Interprovinciale) e i tubi di questo pericoloso impianto furono immediatamente sostituiti con fili esterni a 125 volt su isolatori di porcellana, figuriamoci con quanto piacere.

Dicevo che mio padre se la vide molto brutta: l'incidente successe perchè lo mandarono di sera a controllare la riserva di carburo, e lo mandarono... CON LA CANDELA!
Egli aprì la scatola di latta contenente il CaC2, avvicinò il lume e lascio immaginare la goduria dell'acetilene nel sentirsi baciata da una fiamma!
C'è forse una sostanza gassosa più infiammabile ed esplosiva dell'acetilene?
No, non credo che ci sia.
L'acetilene è terribile da questo punto di vista: decomporsi violentemente è lo scopo della sua vita e lo fa in un rapporto gas/aria veramente da record; praticamente qualsiasi miscela si faccia cade sempre in un range esplosivo.
Morale: il babbo si fece abbastanza male e l'esperienza fu tremenda ma non vi furono conseguenze gravi e io potei anni dopo discendere tranquillamente dallo spazio.

Così va il mondo: una volta si esagerava, per carenza di informazioni, in un senso.

Oggi si stra-esagera, burocratizzando tutto per carenza d'intelligenza, nell'altro.

 
 
 

Work in progress...

Post n°276 pubblicato il 12 Maggio 2014 da paoloalbert

 

casa in costruzione

 

Impellenti lavori chiamano...  in questo periodo mi trovo a dover avere più dimestichezza con secchiate di malta e polvere di mattoni che con becher e gentili polverine chimiche!

Blog, abbi pazienza... prima o poi finirà anche questa storia e tornerò a dedicarti un po' di tempo.

 
 
 

Ancora qualcosina sul selenio

Post n°275 pubblicato il 30 Aprile 2014 da paoloalbert

Dopo il rilassante ambiente dell'isola del Minotauro, un po' di chimica.
Esiste un interessante metodo per la determinazione qualitativa del selenio, che abbina alla estrema semplicità di esecuzione anche una notevolissima sensibilità (una decina di ppm); tale metodo, consigliato da una dotta fonte che chiamerò A., sfrutta la particolare colorazione di una delle forma allotropiche del selenio, quella rossa.
Il selenio si presenta anche sotto gli allotropi nero e grigio, e quando questo elemento è sotto quest'ultima forma ha spiccate proprietà semiconduttrici.

Chi non ricorda (non mi rivolgo ai giovanissimi...) i vecchi esposimetri, detti appunto "al selenio", esibiti trionfalmente dagli appassionati di fotografia di qualche decennio fa? L'esposimetro era la macchinetta che distingeva un vero "fotografo" da un qualsiasi dilettante della domenica.
Ricordo che la mia prima reflex (la famosa Zenith, made in CCCP) non l'aveva incorporato, e quindi allora giravo armato anche di un vecchio trabiccoletto al selenio, che mi aiutava ad esporre correttamente le foto che poi avrei sviluppato in camera oscura, con i reagenti che i fotografi insistevano (e insistono) a chiamare "acidi".

Sempre lui, l'elemento intendo, ebbe anche un breve ed intenso momento di gloria in campo elettronico a cavallo tra gli anni '50 e '60, quando fu molto usato negli apparecchi a valvole quale raddrizzatore per la tensione anodica.
Con il semplice dispositivo che si vede qui sotto

Raddrizzatore al selenio

si riusciva a risparmiare due volte: sia una valvola (la raddrizzatrice), sia l'energia per il suo riscaldamento.
Questo fu uno dei primi colpi mortali che i semiconduttori assestavano alle loro calde concorrenti, e che alla fine avrebbero portato alla loro estinzione.

Ma torniamo a noi e alla chimica di oggi.
Mi è recentemente venuta in mano una piastrina di zinco e ho voluto provare il test di A. per il selenio.
Mi serviva una minima quantità di selenito di potassio K2SeO3 per condurre la prova e quindi sono partito da questa fase.
Il selenio si ossida facilmente ad acido selenioso H2SeO3 con acido nitrico concentrato, secondo la reazione:

3 Se + 4 HNO3 + H2O --> 3 H2SeO3 + 4 NO

Si pone in capsula una puntina di spatola di Se, si aggiunge un eccesso di HNO3, e si scalda fino ad evaporazione (in locale adatto e senza esagerare con la temperatura!), eventualmente ripetendo l'operazione.
La polvere grigia si scioglie e si ottiene alla fine una crosticina bianca di acido selenioso H2SeO3.
Si pone in una provetta con qualche ml di acqua e qualche goccia di KOH ed ecco pronto per il passaggio successivo un bel campioncino di selenito di potassio.
In presenza di opportuni riducenti, come i solfiti in ambiente fortemente acido, l'acido selenioso e i rispettivi sali vengono ridotti a selenio rosso, di colore molto caratteristico.

Sono partito da circa 1 ml di una soluzione diluitissima di selenito (non ho quantificato ma il Se era proprio poco), vi si scioglie una puntina di spatola di K metabisolfito K2S2O5, e si aggiunge cautamente 1 ml di acido solforico concentrato.
Se il selenio non è proprio in tracce appare subito una colorazione rossa, altrimenti porre un paio di minuti in acqua bollente ed apparirà la colorazione.
Ho provato varie volte questa procedura ed ho verificato che il metodo non è per niente critico e la colorazione rossa caratteristica si evidenzia con facilità, anche in presenza di altri elementi, come il rame, che non interferisce nemmeno se presente in abbondanza.

Selenio rosso

La provetta (inquinata con rame) evidenzia la presenza di selenio; la fotografia è vergognosamente povera ma in qualche modo rende l'idea.

Il Se4+ viene ridotto ad elemento nella forma rossa anche dallo zinco, secondo la reazione:

H2SeO3 + 2 Zn + 4 HCl --> Se + 2 ZnCl2 + 3 H2O

Si pulisce accuratamente una lamina di zinco con carta vetrata, portando al vivo il metallo, e subito vi si pongono un paio di gocce di soluzione di Se4+ in soluzione debolmente cloridrica.
Ben presto apparirà una macchia rossa o di color bronzeo, in funzione della concentrazione in Se.
Naturalmente con questo metodo non devono essere presenti metalli riducibili dallo zinco (come il rame, ecc.) che maschererebbero in nero l'eventuale macchia rossa.

Ecco il risultato di questo selenico test sullo zinco ben cartavetratato: nessun dubbio sulla presenza dell'elemento!

Selenio rosso

 

 
 
 

Intervallo cretese

Post n°274 pubblicato il 17 Aprile 2014 da paoloalbert

Falasarna
                                                       
                                                Tramonto a Falasarna


Sulla penisola di Gramvousa

Gramvousa

 

 
 
 

"Analizziamo" la cenere

Post n°273 pubblicato il 09 Aprile 2014 da paoloalbert

L'analisi che segue non ha niente a che fare con le vere analisi quantitative, assai rigorose nell'esecuzione, ma è fatta senza pretese dato che non mi interessavano le finezze accademiche ma solo l'ordine di grandezza del contenuto in K2CO3.

Volevo dunque sapere, provandolo di persona, quanto carbonato di potassio ci fosse nella cenere della mia stufa, che brucia legna di tipo misto, fra la quale anche alcune assicelle delle cassettine della frutta (finchè non le faranno tutte di plastica) usate nella fase di accensione.
Ho preso dunque 45 g di cenere (ne avevo pesati 50, ma ho poi separato 1,5 g di carbone incombusto e 3,5 g di chiodini da imballaggio resistenti al fuoco...) e li ho posti in un becher grande con 700 ml di acqua.
Ho portato all'ebollizione, lasciato riposare e filtrato, ottenendo un liquido perfettamente limpido come quello che si usava un tempo per il bucato descritto nel post precedente.

 

cenere 1  cenere 2

A questo punto tutto il K2CO3 è stato estratto ed il pH di questa soluzione è poco meno di 12, quindi molto alcalino come previsto.
(Il residuo insolubile rimasto sul filtro contiene molto CaCO3 ed è parzialmente solubile in HCl, ma non ho approfondito questa parte dell'analisi).
Ho poi portato all'ebollizione per qualche ora, fino ad evaporazione completa del liquido.
Circa a metà dell'operazione ho filtrato ulteriormente, per separe una certa quantità di carbonato di calcio che era ulteriormente precipitato durante l'ebollizione.
Alla fine, tirando a secchezza, ho recuperato 1,5 g di K2CO3, equivalenti al 3,3% sulla cenere di partenza.
Questo è il dato che cercavo.

 

cenere 3


Naturalmente oltre al potassio si concentra in questo modo anche il pochissimo carbonato di sodio e il giallino delle impurezze, ma ciò non inficia il risultato di questa grossolana analisi.

Mi son poi divertito a "confermare" il potassio sul sale prodotto, provandolo sia alla fiamma (senza vetrino al cobalto il giallo del sodio inevitabilmente si vede) sia con il test al cobaltinitrito e, visto che il K è abbondante, anche con l'acido tartarico.
Una puntina di cinereo residuo in qualche ml di acqua distillata forniscono un deciso precipitato giallo di cobaltinirito sodico potassico NaK2[Co(NO2)6 trattandolo con qualche goccia di una soluzione di cobaltinitrito sodico.

cenere 4  cenere 5

cenere 6Una altrettanta puntina (un po' più abbondante, per la molto minore sensibilità del metodo) fornisce un precipitato microcristallino di tartrato acido di potassio quando trattata a pH circa 3-4 con una soluzione di acido tartarico e dopo opportuno sfregamento delle pareti della provetta.


Ecco l'opalescenza del cremor di tartaro con questo  poco sensibile metodo di analisi, ma che qui ci stava.

E' interessante ricordare che in passato l'idrossido di potassio KOH veniva prodotto per "caustificazione", trattando il K2CO3 (prodotto col metodo sopra descritto) con calce spenta, ovvero con Ca(OH)2.
Precipitava il carbonato di calcio insolubile e rimaneva in soluzione la potassa caustica, usata per gli impieghi chimici più svariati.

Ma questo è un altro discorso... questa volta mi interessava solo verificare quanto carbonato di potassio metteva in gioco la buonanima di mia nonna Beatrice per la sua lissia.

 
 
 

Facciamo la "lissia"?

Post n°272 pubblicato il 03 Aprile 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

D'inverno succede che di pratico faccio poco o niente perchè nella stagione appena passata il lab è semichiuso, là dentro fa freddo ed è noto che le sintesi vengono male se fatte con la giacca a vento.
Ora che la primavera è arrivata (e senza tutto quello schifo di pioggia dell'anno scorso!) tra una cosa e l'altra ho sparso nell'orto l'ultimo cassettino della cenere della stufa e così facendo per associazione di idee mi son ricordato della "lissia" che mia nonna Beatrice faceva negli anni '50.
Ma di che diavolo si tratta? Cos'è questa lissia"?
Si trattava semplicemente di fare il bucato, ma non quello consueto settimanale.
La lissia era un bucatone grande e importante, come per spazzar via con l'estate imminente le lordure di un anno intero.
Venivano lavate soprattutto montagne di lenzuola e tovaglie, tessute vuoi nel pesante cotone del dopoguerra oppure nel freschissimo lino dei corredi e ingiallite  dall'umano giacere o desinare oppure dal calore degli scaldaletti a brace che costituivano in quei tempi l'unico riscaldamento ammesso nelle camere degli inverni di allora, che non erano certo quegli invernucoli monsonici e tiepidi come gli ultimi attuali.
La lissia la facevano (o meglio, la facevano fare) soprattutto le famiglie benestanti di campagna, che potevano permettersi una adeguata ridondanza nella biancheria di casa, e magari la presenza di qualche robusta ragazzotta che a forza di braccia riuscisse a voltare e rivoltare i panni nella grande tinozza bollente.
Se vogliamo dirla in toscano, la lissia è il ranno.

E qui fortunatamente entra la parte chimica del discorso, perchè il protagonista di oggi è il carbonato di potassio, K2CO3.
Infatti l'ingrediente fondamentale della lissia era la cenere di legna, e la cenere di legna contiene quel buonissimo detergente alcalino che è appunto il K2CO3.
Si poneva in un gran calderone di ferro (o talvolta di rame) un centinaio di litri d'acqua e vi si aggiungevano alcuni chili di cenere, ben setacciata dai residui di carbone incombusto, e si accendeva il fuoco.
Si faceva bollire e poi si decantava e filtrava l'acqua attraverso una tela per separare il più possibile il residuo insolubile dalla soluzione.
Il termine locale "lissia" deriva infatti dall'altro più esplicito "lissiva", il quale a sua volta è deformazione di "liscivia", e lisciviare tutti sappiamo che vuol dire trattare con acqua un solido per asportarne le sostanze solubili.

Nella soluzione, caldissima e molto alcalina, venivano poi immersi i panni da lavare, rimescolati prima con un bastone e poi al diminuire del calore battuti e ribattuti dalla lavandaia di turno.
Avete presente quelle barzellette in cui si vede l'esploratore messo nel pentolone dai cannibali? Bene, più o meno così era l'incipit della lissia, con le lenzuola al posto dell'esploratore, naturalmente.
I panni, pulitissimi e profumatissimi di bucato, venivano poi stesi su lunghi fili di ferro zincato tesi fra gli alberi, le cui immagini, oggi falsissime e stereotipate, sopravvivono ancora nell'odierna pubblicità di alcuni detersivi, che mostrano sorridenti quanto inesistenti massaie nell'eden fiorito e insulso del "più bianco non si può" televisivo.

Ma la cenere contiene veramente carbonato di potassio? Ma quanto ne contiene?
Avendo molta cenere a disposizione nel cassettino della mia stufa, ho fatto un piccolo test senza pretese sulla medesima, ma senza arrivare fino in fondo... cioè non ho fatto la lissia ma mi sono fermato alla fase esclusivamente chimica della faccenda.

Per non farla qui troppo lunga, continuerò il discorso la prossima volta; intanto vado a preparare becher e provette.

 
 
 

Due steppers per Arduino

Post n°271 pubblicato il 24 Marzo 2014 da paoloalbert

Dopo un po' che ci giocherello, il microcontrollore Arduino comincia a dare i primi frutti.
Intanto ho capito quegli accidenti di punti e virgole e parentesi graffe del linguaggio C che subito mi avevano preso in contropiede, e questa è già una bella cosa.
Poi mi sono procurato due bei motorini passo-passo (stepper) per vedere se riuscivo a farli girare come volevo io, ovvero a totale piacimento di un programmatore ancora molto in erba.
Non solo ho visto che ci si riesce abbastanza facilmente ma che è anche molto divertente!
Come il solito rimando a Google per le informazioni approfondite su questo geniale tipo di motori "robotici", oggi usatissimi in tutti i servomeccanismi (esempio tipico nelle stampanti).
Quelli di cui parlo compiono un giro in 200 passi, quindi si muovono con la risoluzione di 360/200=1,8 gradi, indifferentemente sia in avanti che indietro e con velocità anche minime.
Esistono motori bipolari (a 4 fili di comando) e unipolari (a 5 o 6 fili) e la loro rotazione non avviene applicando una semplice tensione in corrente continua ai morsetti ma girano solo se pilotati con degli impulsi in fase opportuna forniti da specifici circuiti digitali.
Arduino (fra le infinite altre sue possibilità) si presta perfettamente al pilotaggio di questi motori: basta dargli in pasto il giusto software e lui sputa fuori gli impulsi corretti... fasati, dritti, rovesci, lunghi o corti!

C'è solo il problema di amplificare in corrente questi segnali, perchè il piccoletto è in grado di fornire solo 40 mA per ogni porta di uscita, mentre il picco di corrente richiesto per gli avvolgimenti dei motori è molto più elevato.
Vi sono circuiti integrati specifici per questo problema, ma ho voluto risolverlo in maniera semplice ed economica usando dei transistor darlington di potenza (BDX53C) in un circuito semplicissimo, la cui realizzazione si vede in figura su basetta millefori e adatta a due motori.

Arduino due motori 1

Ogni transistor (ne servono 4 per motore) è accompagnato da un indispensabile diodo schottky (1N5819) tra collettore ed emettitore per proteggerlo dalle sovratensioni e per regolarizzare il pilotaggio; i transistor non hanno bisogno (per piccoli motori) di dissipatore termico perchè lavorano in saturazione off-on e scaldano pochissimo.
Sulla basetta entrano gli otto fili di comando più i due dell'alimentazione a 5 V per il motore (il negativo è in comune con Arduino) ed escono gli otto fili per gli avvolgimenti (più i quattro comuni positivi in parallelo, essendo in motori usati di tipo unipolare a sei fili).

 

Arduino due motori 2


Ecco il semplicissimo listato che ho scritto per provare la basetta, da caricare su Arduino con il compilatore IDE.
Questo programmino fa girare alternativamente i due motorini in questo modo:

- il primo in maniera del tutto casuale in un senso e nell'altro e in un range tra un minimo di 5 passi (9 gradi) e un massimo di 200 (un giro);
- il secondo in avanti e di un solo passo alla volta (1,8 gradi)

#include
int steps=200;
int pausa=100;
int velocita1=120;
int velocita2=10;
int passiMin=5;
int passiMax=200;
int steps1=0;
int steps2=1;
Stepper motore_1(steps,11,10,9,8);
Stepper motore_2(steps,7,6,5,4);

void setup() {
 
  randomSeed(analogRead(0));
  motore_1.setSpeed(velocita1);
  motore_2.setSpeed(velocita2);
}
 
void loop() {
 
  int casual_1=random(passiMin,passiMax);
  motore_1.step(casual_1);
  delay(pausa);
  motore_2.step(steps2);
  delay(pausa);
  motore_1.step(-casual_1);
  delay(pausa);
}


E' un piacere vedere come i motorini rispondono ai parametri forniti via software... e insistendo a guardarli nelle loro evoluzioni c'è solo il rischio di rimanere ipnotizzati.

 
 
 

Antenna a telaio per LF e VLF

Post n°270 pubblicato il 17 Marzo 2014 da paoloalbert

Tutti avranno visto, dal vero o in immagine, quelle belle antenne "della bisnonna" costituite da una struttura in legno più o meno elaborata a forma di rombo o di quadrato con avvolte alla periferia delle spire di filo, come quella in figura, adatta ad una radio molto vintage posta in un salotto borghese degli anni '20.

Telaio vintage

Questa è una classica antenna a telaio, molto efficiente (se ben dimensionata e accordata) per la radioricezione delle stazioni in onda lunga in auge in quel periodo.
Vi sono dei casi in cui questo tipo di antenne fanno ancora il loro dovere ed in certi casi sono insostituibili; naturalmente si tratta di esigenze particolari, come quella che vado a descrivere.

Avevo bisogno (come accennato precedetemente) di un dispositivo di ricezione per frequenze al di sotto dei 100 KHz e per segnali molto deboli.
Ho fatto l'esempio della stazione di Grimeton a 17,2 KHz, che arriva dalla Svezia solo per onda di terra (non riflessa) e quindi estremamente attenuata.

Senza entrare in ulteriori particolari (il discorso sulle antenne e sulla propagazione si farebbe interminabile, e dovrei pure cambiare il titolo del blog...) dico solo che per queste frequenze così basse può essere una ottima scelta una antenna accordata che sfrutti l'effetto risonanza di un grande circuito LC (induttanza, capacità).
In pratica una antenna a telaio (ma non da salotto!) con un sistema di accordo che permetta di variarne la sintonia in modo continuo tra i 100 e i 10 KHz (siamo sui 30 Km di lunghezza d'onda...).
Lo schema dell'antenna è un semplice circuito LC accordabile:

Schema loop

                            Ed ecco la realizzazione pratica:

Antenna a telaio VLF


Le dimensioni sono 115 cm di lato (la sezione del canale è ad U, larga 8 cm) ed il peso complessivo alla fine è risultato non indifferente.
Essendo nettamente direttiva va montata su opportuno supporto girevole (fissato lungo la diagonale posteriore) in modo da poterla orientare verso la stazione trasmittente.
La struttura è in legno multistrato e serve a contenere i 220 metri di filo da 0,75 mmq che formano la bobinona, con un'induttanza di circa 10 mH su una resistenza di pochi ohm, in modo da avere un Q il più alto possibile (omissis...).
Con la capacità residua di un condensatore variabile quadruplo da 2000 pF tutto aperto, il circuito risuona poco sotto i 100 KHz, come voluto.
Con il variabile tutto chiuso la risonanza scende a 37 KHz e tramite l'inserimento progressivo di altri condensatori fissi in parallelo si arriva fin sotto i 10 KHz con una capacità complessiva di circa 30000 pF. Tutti i componenti devono essere di ottima qualità.

Il condensatore variabileAnche se lo schema sembra banale, la realizzazione ha richiesto molto più tempo del previsto.
Oltre alla costruzione della struttura, all'inizio avevo avvolto 500 metri (!) di filo per ottenere subito una induttanza molto elevata per poi poter usare meno capacità possibile, dato che in un circuito LC il rendimento è maggiore quando è alto il rapporto induttanza/capacità.
Con tante spire ottenevo però solo una fortissima autorisonanza (dovuta alla capacità parassita fra le spire) che non riuscivo ad eliminare, ed in pratica nessuna sintonia era possibile.

Eliminando pian piano il filo in eccesso (e ogni volta controllando la risonanza con generatore ed oscilloscopio) sono giunto finalmente ai dati di induttanza/capacità detti sopra, che ritengo siano ottimali per questa specifica costruzione.
Il segnale da inviare al ricevitore con un cavo coassiale viene prelevato con un link di una sola spira avvolta sopra la bobina principale e la sintonia (oltre a quella del ricevitore) viene fatta regolando il condensatore varabile per il massimo segnale, inserendo quando richiesto i condensatori aggiuntivi per scendere in frequenza.
La stazione DCF77 da Francoforte che fa da test campione si riceve ora naturalmente con un segnale fortissimo.
Pur non essendoci niente di nuovo da scoprire, lo studio della ricezione nel range di frequenze così basso può essere molto interessante per chi ama (anche) queste cose.
In aggiunta, il 29 giugno prossimo è prenotato: io e Silverio saremo finalmente pronti a sentire l'alternatore di Grimeton come si deve! SAQ...SAQ...SAQ...

(Qualcuno che ha letto fin qui osserverà che il mondo è proprio pieno di gente strana... Confermo. E' proprio vero!)

 
 
 

LF e VLF

Post n°269 pubblicato il 12 Marzo 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Nella suddivisione dello spettro delle radioonde, una frequenza tra 300 e 30 KHz è definita LF (Low Frequency) mentre una tra 30 e 3 KHz VLF (Very Low Frequency).
Le lunghezze d'onda vanno, tra gli estremi delle due gamme, tra 1 chilometro e 100 chilometri.
La lunghezza d'onda (semplificando visivamente) è la distanza tra due creste adiacenti della sinusoide; per esempio nella gamma delle radiotrasmissioni FM la lunghezza d'onda è di circa tre metri, ovvero quando una cresta d'onda è uscita dall'antenna trasmittente, fa in tempo a percorrere appena tre metri prima che esca la successiva, pur allontanandosi essa alla velocità della luce!
Questo perchè la frequenza (che è il reciproco della lunghezza d'onda) è molto elevata, in gamma VHF circa 100 MHz.
E' ancora più elevata in apparecchi come i telefonini (UHF): qui l'onda riesce a percorrere appena una decina di centimetri prima che ne esca un'altra!
Nelle VLF invece accade esattamente il contrario e la sinusoide è estremamente rilassata, chilometri e chilometri tra una cresta e l'altra... mare lungo!
(Non si confondano queste distanze con la portata di una comunicazione: sono due cose assolutamente diverse).
Il range LF viene usato da alcuni particolari servizi:

- tra i 300 e i 400 KHz vi sono gli NDB (Non Directional Beacons) ovvero i vecchi radiofari, degli aiuti per la radionavigazione aeronautica che trasmettono in continuazione la loro sigla in codice morse molto lento.
BOA, BOA, BOA... per esempio è la voce del radiofaro di Bologna.

- tra i 280 e i 150 KHz vi sono le pochissime stazioni radio superstiti in onde lunghe. RAI Caltanissetta sui 189 KHz (l'unica italiana e di debolissima potenza) ha chiuso i battenti una decina di anni fa.

- attorno ai 100 KHz vi sono (erano) le stazioni Loran, sempre per la navigazione aeronautica.

- tra gli 80 e i 40 KHz trasmettono stazioni di tempo e frequenza campione, ma in tutto il mondo si contano sulle dita di una mano. Fa eccezione la famosissima DCF77 sui 77,5 KHz, la cui emissione serve a pilotare gli ormai diffusissimi orologi radiocontrollati. 
Ascoltando questa stazione si sente come battimento audio lo scandire dei secondi dell'ultrapreciso orologio al cesio della stazione di Maiflingen, che serve tutta Europa.

Nella gamma VLF sotto i 30 KHz (le vecchie onde miriametriche) le stazioni sono pochissime ed abbastanza esotiche come il sistema di radiolocalizzazione americano Omega (ora non più in uso) e quello russo Alfa ancora in funzione all'intorno dei 12 KHz.

Estremamente interessante dal punto di vista storico (e solo per questo val la pena di costruire un'antenna!) è la stazione svedese di Grimeton, che trasmette per un breve periodo e un paio di   volte all'anno (la vigilia di Natale e il 29 giugno) il suo nominativo, SAQ, sui 17,2 KHz.
Tutto qui? No, se si considera che il trasmettitore usa l'unico alternatore Alexanderson ad alta frequenza esistente al mondo e rimasto in funzione dal 1924: niente valvole, niente semiconduttori, solo un motore meccanicamente complicatissimo che gira, con i morsetti collegati all'antenna e alla terra.
Cinquanta tonnellate di purissima radioarcheologia!

E per farlo girare con esattezza micrometrica, un reostato fatto con enormi vasche di soluzione di NaOH (ecco che ci sta anche qui un atomo di chimica... il titolo del blog è rispettato :-) :-)).


Pochi sanno che la stazione di Grimeton è inserita tra i Patrimoni dell'Umanità dell'UNESCO
.

                               ---°°°OOO°°°---

Poichè ascoltare Grimeton fin quaggiù in Italia non è tanto facile (avendo un ricevitore VLF ovviamente), vogliamo costruire un'antenna adatta allo scopo ed esplorare nel contempo questo poco conosciuto range di frequenze al di sotto dei 100 KHz?
Siccome la risposta per quanto riguarda me e l'amico Silverio è decisamente affermativa, mi son preso l'incarico di costruire una antenna molto adatta per questi scopi; Silverio da parte sua ci metterà il ricevitore Wandel & Goltermann.
Per non farla troppo lunga presenterò il "telaietto" la prossima volta.

 
 
 

Risigalli, nicoli e spati di Bologna

Post n°268 pubblicato il 28 Febbraio 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Ogni tanto (un paio di volte all'anno) apro a caso il libro di Felice Ambrosioni (1823) e me ne rileggo qualche pagina.
Oggi è venuta quella sull'Arsenico... Volete sentirla? E' qui sotto.
Riporto il testo esattamente come è scritto, saltando solo qualche passo poco significativo per non allungare troppo; chi avrà la pazienza di leggerlo, troverà anche giustificazione riguardo lo strano titolo che ho messo in testa al post.
Di mio, per maggiore chiarezza, aggiungo solo tra parentesi le formule chimiche dei composti di cui si parla.

Ecco dunque le parole del nostro ottocentesco farmacista di Pavia:

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-L'arsenico è un metallo che si rova in natura in istati differenti, ed in combinazione con alcuni metalli, ed allo solfo.
I Droghieri non conoscono, e vendono che quello in istato d'ossido (As2O3), ossia l'arsenico bianco, e quello combinato colle varie proporzioni di solfo, cioè come orpimento (As2S3) se in polvere gialla ranciata, e come Realgar (As4S4), o Risigallo se in pezzi d'un colore giallo-rosso.
...
L'arsenico bianco (As2O3) del commercio, altrimenti denominato veleno de' topi, e dai Chimici e Naturalisti Deutossido, oppure ossido bianco arsenicale, d'ordinario trovasi unito alle miniere d'argento solforato (Ag2S), a quelle del ferro (FeS2), del nicolo (NiS), e del cobalto (CoS); alle volte si scontra in istato d'ossido in cristalli tetraedri traparenti, ora in polvere bianca.
Alle miniere di Zmeof in Siberia, a Cornovailles in Inghilterra, a Freyberg in Sassonia, a S.Maria alle miniere in Francia si estrae in grande pel commercio, e per le arti.
Quello che abbiamo noi ordinariamente ci perviene da Ioachmisthal in Boemia, e da Rischeldorf nel Ducato dell'Assia.
In questi luoghi l'arsenico trovasi associato al cobalto, e per ricavarlo pongono la miniera in piccoli minuzzoli entro un fornello a riverbero, nella cui volta è praticato un condotto orizzontale.
L'arsenico abbruciando si ossida, prende l'ali, quindi si condensa, e si attacca alla gola del fornello; e siccome in questa prima operazione non è mai bianco come si vorrebbe, si sublima la seconda volta entro recipienti di ferro fuso col capitello fatto a cono, ed in questo modo si ha bastantemente puro.
...
Il Sig. Favre dice, che i Droghieri lo adulterano collo spato pesante (BaSO4), ossia pietra lucida di Bologna in polvere, e che sogliono frequentemente anche dare questo spato intiero per arsenico in pezzi, e che talvolta vi aggiungono dell'ossido di piombo bianco (PbCO3).
Questa sorta d'adulterazioni si saranno per avventura scontrate dal Sig. Favre in Francia.
Io ho trovato bensì della polvere di carbonato di calce (CaCO3) nell'arsenico, ma spato pesante, ed ossido bianco di piombo giammai.
...
L'arsenico bianco è destinato a varj usi.
I fabbricanti di vetro, e gli orefici lo destinano a favorire la fusione, e la purgazione delle sostanze nei loro crogiuoli. In Francia, ed in Inghilterra si adopera per la fabbricazione del così detto verde inglese (3Cu3(AsO3)2.Cu(C2H3O2)2); il tintore per rendere più solubili alcune sostanze coloranti; finalmente s'impiega per la fabbricazione dell'orpimento artificiale.
L'arsenico bianco è un veleno dei più potenti, ed attivi, esulcera, distrugge, e toglie la vitalità anche in piccolissime dosi; per la sua vendita adunque il Droghiere che ne è abilitato deve attenersi scrupolosamente alla Disposizione citata al Venerato Dispaccio del 30 dicembre 1819 dell'I.R. Camera Aulica di Vienna, che ha posto questo metallo nella classe de' veleni-

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Forte la suggestione di questi antichi testi coi loro Venerati Dispacci.
Mi piace estrarne solo un piccolissimo particolare: l'inveterata furbizia degli italiani (che in questo campo non sono secondi a nessuno) che la vincono sui francesi anche nel campo delle sofisticazioni: questi ultimi, che vogliono sempre fare i "sofisticati", utilizzavano il costoso spato pesante per "tagliare" l'anidride arseniosa; gli italiani, più grezzi ma più pratici, ottenevano il medesimo risultato con della volgarissima polvere di marmo a costo zero...

 
 
 

Due parole sul biossido di cloro

Post n°267 pubblicato il 20 Febbraio 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

La volta scorsa in chiusura di post avevo accennato ai fiammiferi che Jean Chancel inventò allo sbocciare del diciannovesimo secolo.
Sai che bello poter avere qualcosa che potesse produrre il fuoco immediatamente quando voluto, economicamente e senza nessuna fatica!
Sembra una sciocchezza detto oggi... ma quanto c'è voluto per arrivarci? Dall'età della pietra fino al 1805.
Naturalmente poi l'evoluzione di questa geniale invenzione che portava il fuoco in tutte le tasche è continuata fino al secolo successivo.

Ma perchè si accendevano i fiammiferi di Chancel?
Intanto diciamo come erano fatti. Si trattava semplicemente di una asticciola di legno leggero e facilmente infiammabile con una capocchia fatta di una miscela di clorato di potassio, zucchero e colla.
Più o meno (in senso lato) come quelli attuali.
Solo che non si accendevano sfregandoli ma immergendone un attimo la testina in acido solforico.
(E aggiungo: sai che bello andare in giro con in tasca una boccettina di H2SO4 concentrato! Ma c'era chi lo faceva; del resto le nuove invenzioni non nascono già perfette, no? In questo caso riguardo i fiammiferi si trattava certamente della Release 1.0 e tutto è perdonato).

Se si getta qualche cristallino di KClO3 (ho detto qualche cristallino, non una punta di spatola...) in una provetta contenente un paio di ml di H2SO4 concentrato si sentirà un crepitio e si vede svilupparsi un colore giallo limone, dovuto al gas biossido di cloro ClO2.
Il clorato nell'acido solforico genera dell'acido clorico HClO3, che nell'ambiente di reazione si scompone istantaneamente secondo la reazione:

3 HClO3 --> HClO4 + 2 ClO2 + H2O

si forma per dismutazione acido perclorico, molto più stabile, e biossido di cloro gassoso.
Questo gas è terribilmente instabile e si decompone con straordinaria facilità esplodendo appena può farlo (ecco spiegati i microcrepitii che si sentivano nella provetta di prima).
Si decompone di certo, e lo fa con enorme piacere, in presenza di sostanze organiche, qualunque esse siano.
Se guardate su Youtube vedrete che è pieno di fiamme generate dalla chancelliana miscela di clorato e zucchero, accesa dalla goccia di acido solforico.
Ma si tratta di esperimenti inflazionati e grossolani che non mi piacciono particolarmente.

Allora, nella boccetta che tiene in tasca, avviene proprio una bella reazione quando Monsieur Chancel vi immerge il legnetto!
Abbiamo: clorato di potassio (ossidante per eccellenza), zucchero (sostanza organica combustibile), acido concentrato e biossido di cloro appena formato (suscettibile per eccellenza).
Volete che quest'ultimo non inneschi l'accensione di quella sensibile miscela comburente/combustibile? Infatti alla grande se l'innescava! E la capocchia prendeva fuoco appena sfiorata dall'acido. 
L'avrebbe fatto anche il legnone del mio amico, anche se refrattario ad ogni strofinio...


Il biossido di cloro si usa tutt'ora in notevoli quantità, diluitissimo in acqua o in gas (e allora non è pericoloso) come sbiancante per la polpa di legno e come disinfettante, ma lascio alle solite ricerche in rete per chi vuole approfondire.
In laboratorio lo si può prepare con minor pericolo (!) riscaldando leggermente una soluzione di una parte di KClO3 e 4,5 parti di acido ossalico in acido solforico diluito 1:3 - Si sviluppa anche anidride carbonica che diluisce il gas e lo rende più gestibile.

Vi sono altri metodi di perparazione (ved.), ma non sono esperimenti da fare con leggerezza, lo dico solo per completare queste due parole sul protagonista di oggi.
Questo gas si comporta come anidride mista in reazione con gli alcali e dà clorati e quei misteriosi sali che sono i cloriti, per es. KClO2.

2 KOH + 2 ClO2 --> KClO3 + KClO2 + H2O

Misteriosi nel senso che sono usati solo industrialmente e di solito nelle esperienze di lab non se ne parla se non del tutto eccezionalmente.
Quel meraviglioso libro di inorganica "storica" che è il mio vecchio Bruni aggiunge che una miscela di biossido di cloro e tricloruro di fosforo è chemioluminescente... che altro volere da questo permalosissimo gas che dice "guardatemi ma non toccatemi"?

 
 
 

La sfida del fiammifero

Post n°266 pubblicato il 12 Febbraio 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Ve lo sognate oggi, nel duemilaquattordici, un ragazzetto che entra in una drogheria (ma quale drogheria! non esistono più da decenni le "drogherie"!) e si fa pesare, come fosse la cosa più normale del mondo, un etto di clorato di potassio?

Riuscite solo a IMMAGINARE una cosa del genere?
No, non ci potete riuscire, nemmeno con la fantasia.
Proprio quella roba lì? Il Satana dei sali? L'Innominabile? La sostanza più proibita del mondo? Ci stai raccontando delle favole, impossibile!
No, se foste stati ragazzetti quando lo ero io non vi meravigliereste.
Rimpiango di allora (e lo dico spesso e volentieri) la libertà di cui si godeva inconsciamente, come di una cosa che non sarebbe mai venuta meno.
Quella libertà mi manca proprio. Certo non per il KClO3 ma per tutto il resto.
La rimpiangono perfino (perchè la intuiscono, anche se non l'hanno conosciuta) i giovani lettori di quel magnifico libretto che è Zio Tungsteno di Oliver Sachs, che parla in definitiva della libertà, in una delle sue forme che hanno attinenza con la nostra chimica.
E parla pure della responsabilità, che oggi nessuno più vuole prendersi, a nessun titolo. E più si va in alto e peggio è.

Bene, dicevo, entro in una delle tre drogherie chimiche della città e mi prendo un etto di clorato. Problemi? Nessuno. Domande? Niente. Sei un terrorista? E cosa sarà mai un terrorista? Boh, forse un alieno, qualcuno del futuro... (futuro che poi è arrivato...).
Il KClO3 serviva allora come ecologicissimo diserbante per gli orti, che mio padre diluiva in acqua e spargeva all'inizio dell'estate sulle erbacce che avevano tenacemente resistito all'inverno.
Una settimana dopo le erbacce erano tutte bruciate e nessuna traccia di sostanze coll'anello ciclico rimaneva nel terreno.
Ma mi aveva anche insegnato (grazie babbo!) a farci anche dei piccoli "botti da scarpa", tanto innocui quanto spettacolari.
Spettacolari non lo sottolineo, ma innocui sì, tanto per chiarire... (Siamo in era Youtube, quindi non parlerò di questo; non lo voglio fare nemmeno come ricordo storico).
Leggendo il vecchio libro dello Squinarol avevo imparato fin da piccolo che il KClO3 era un potente ossidante ed era il componente fondamentale per fare i fiammiferi.

Guarda caso, in quei tempi avevo un compagno di classe che aveva la mia stessa passione per la chimica.
Ecco che un bel giorno, non mi ricordo come e perchè, decidemmo di fare una gara tra noi due.
- Facciamo a chi fa il fiammifero più grande! - Accettato! Ci diamo tempo un paio di giorni per prepare le cose.
Forte l'idea! Giudice e testimone (entusiasta) sarebbe stata l'intera classe.
Ecco perchè mi ero preso quell'etto di clorato... ed il mio amico aveva fatto altrettanto, al paese suo. Anche da lui c'era qualche drogheria "chimica".

Allora non c'era Internet, dove in tre minuti si possono scaricare diecimila pagine su quasiasi argomento; per far qualcosa ci si documentava andando in biblioteca, e poi si integrava... improvvisando.
Improvvisando, ma sempre cum grano salis, sapendo quello che si faceva.
Oltre al clorato serviva zolfo, magari un pochino di solfuro di antimonio e una grattatina di polvere di vetro per aumentare l'attrito in fase di accensione.
Poi una buona colla per consolidare la capocchia. E il fosforo?
Scommetto che ancora oggi se si facesse un sondaggio fra la gente comune, tre quarti degli intervistati risponderebbe che i fiammiferi sono fatti "di fosforo".
Il fosforo (quello bianco intendo) non entra più nei fiammiferi già da un secolo e mezzo, mentre quello amorfo, non velenoso, ...nemmeno!
E' solo spalmato sulla striscetta rosso scura che ricopre una parte della scatola dove avviene lo sfregamento.
Il fosforo lo lasciammo quindi monopolio esclusivo del nostro geniale chimico prof. O.S, che stupiva sempre tutte le sue classi (ecco che torna la vecchia cara buona e sana responsabilità personale!) con le magie di questa sostanza inavvicinabile.
Una delle rare inavvicinabili, anche allora.

E così ognuno fece il suo bel fiammiferone gigantesco (roba da 30 cm di lunghezza e la capocchiona come una noce), secondo la propria segretissima formula.
Due giorni dopo, finite le lezioni pomeridiane che era già buio (si era d'inverno) venne la prova. Presente metà classe, infreddolita ma, come si dice in questi casi, in trepidante attesa.
Chi vinse? La spassosa tenzone finì alla pari.
Il "suo" era più grande, ma non si volle accendere per quanti tentativi si facessero sfregandolo su ogni superficie ruvida disponibile.
Il "mio" era più mingherlino, ma si accese al terzo tentativo.
Da ciò scaturì il salomonico giudizio degli astanti: PARI!
C'è anche una spiegazione: io avevo usato (oltre ad una diversa composizione) un po' di gomma arabica come addensante ed il mio concorrente il vinavil, che creò una patina plasticosa sulla quale l'attrito non aveva effetto.
Inutile aggiungere che fu un momento di gloria per entrambi (allora ci si divertiva con poco...) e le due fiaccole brillarono allegramente fino a consunzione di quella satanica miscela sulfurea oggi peccaminosa.

Poi tutti a casa, con la corriera. La mattina dopo, alla partenza, sarebbe stato ancora buio.
E i fiammiferi preistorici di Chancel, quelli fatti con clorato, zucchero e accensione in acido solforico?
Beh, inutile dire che provai pure quelli, ma per oggi di fiammiferi ne abbiamo abbastanza.
Magari del biossido di cloro ClO2 (in questo caso è lui l'amico di Chancel), parlerò un'altra volta.

 
 
 

Arduino, piccola grande gloria italiana

Post n°265 pubblicato il 05 Febbraio 2014 da paoloalbert

Chi lo conoscerà bene, chi ne avrà sentito parlare senza saperne niente, chi si chiederà chi mai sia Arduino.
Più corretto sarebbe è dire "cosa" sia Arduino, dal momento che non è una persona ma una particolarissima scheda elettronica,  una volta tanto made in Italy!
Questo circuitino, semplice all'apparenza, partendo dall'Italia ha conquistato il mondo. Provate a scrivere "arduino" su Google e vedrete... 10 milioni di risultati!
Per farla breve, Arduino è un microcontrollore programmabile, completamente open source.

Ma cos'è un microcontrollore programmabile?
E' un aggeggio al quale si può far fare quello che si vuole, o quasi.
Vedete quei connettori neri ai lati della scheda? Da lì entrano ed escono dei segnali elettrici (mica chissà chè, si tratta di una semplice tensione che c'è o non c'è) i quali possono comandare degli attuatori esterni secondo le proprie necessità.

Si possono far fare cose banalissime (lampeggiare un LED) o cose complicatissime (la sequenza di movimenti di un robot), passando per tutti gli stadi intermedi.

Arduino

Tutto con questo piccolissimo hardware di 35 centimetri quadrati!
Cosa cambia tra una applicazione e l'altra? Solo il listato del programma!

E l'ambiente di sviluppo (in linguaggio C) è completamente libero e gratuito, come liberi e gratuiti sono gli infiniti esempi applicativi che si trovano in rete.
Questo è stato il segreto dell'enorme successo di Arduino, il cui prezzo di acquisto per es. su ebay è veramente ridicolo rispetto alle potenzialità.

In questo periodo invernale di pausa chimica forzata, mi sono avvicinato a questo giocattolino veramente coinvolgente (per chi ha nel DNA anche l'elettronica).
Lui è semplice, ma la programmazione all'inizio può essere (anzi, è) veramente un rompicapo, e come tale di grande soddisfazione quando se ne viene appunto...  a capo!

Sì, ma per farci che cosa?
- dirà qualcuno.
Ecco la domanda terribile!: che ci fai con una cosa che ti piace?
Imparo cose nuove, rispondo di solito.
(In realtà l'utilità pratica recondita c'è l'ho, ma è irrilevante rispetto al piacere di nuove scoperte).

 
 
 

Metalli insanguinati

Post n°264 pubblicato il 26 Gennaio 2014 da paoloalbert

Credo che, a parte poche eccezioni (Svezia, Canada, ...) i metalli siano quasi tutti insanguinati, per un motivo o per l'altro.
Più il metallo è prezioso e più si porta dietro un corollario (o meglio un calvario) di sacrifici umani.
Pensiamo solo (per fare un esempio facile facile) al 30% delle risorse mondiali di cobalto ubicate in Congo-Kinshasa; avete presente quel posto amenissimo che si chiama anche Repubblica Democratica del Congo?
Già che ci siamo: avete controllato se qualsiasi stato di cui si parla contiene nel nome la parola "Democratico"? Ecco, questi stati ve li raccomando tutti, dal primo all'ultimo.

(Indovina indovinello: che il magico aggettivo ce l'abbia pure la Corea del Nord? Toh, ma guarda che combinazione...).

E Chissà poi perchè madre natura si è divertita a seminare i minerali più pregiati in maggior quantità proprio in tanti di quegli stati di quel tipo, o comunque parenti stretti dei medesimi.

"Blood money" titola un media di Irian Jaya che tratta di diritti umani.
Irian Jaya (non mi piace il nome indonesiano West Papua, odora troppo di invasione) insieme a Papua Nuova Guinea è senza alcun dubbio (esclusi i deserti assoluti) il posto più tremendamente inabitabile della Terra.
Quest'isola enorme di quasi 800 mila Kmq è divisa nei due territori di Papua Nuova Guinea (a est) ed Irian Jaya ad ovest, quest'ultimo annesso forzatamente all'Indonesia negli anni '60.
Per motivi geomorfologici e climatici (in certi posti dell'interno piove in media 300 giorni all'anno!) il 99% di quest'isola è coperta da foreste equatoriali impenetrabili abbarbicate su montagne anche di 4000 metri, l'unico posto dove fino a pochi anni fa si potevano trovare (e forse ancora si trovano) tribù isolate da ogni contatto, non solo con il resto dell'umanità, ma anche con i vicini conterranei distanti solo qualche decina di chilometri.

Dopo l'annessione, in Irian Jaya si è avuta una vera e propia sistematica invasione di conquista da parte di quella popolazione asiatica indonesiana mussulmana che nulla aveva ed ha in comune con quella melanesiana autoctona, formata da una infinita ed equilibrata mescolanza di quelle tribù che prima citavo, sideralmente lontane dai modi di vita e di governo come li intendiamo noi.
Ma tant'è, il forte ha schiacciato il debole dai tempi della creazione del mondo e ci teniamo anche questa triste storia.
Perchè parlo di questi posti letteralmente fuori da ogni itinerario possibile?
Perchè quest'isola particolarissima è piena zeppa di miniere.
Ma non di minierucole di serie B; è piena zeppa di miniere come quella di Grasberg, che è la più grande del mondo per quanto riguarda l'oro (!) e la terza per il rame. L'argento si estrae a centinaia di migliaia di tonnellate, ma questo è considerato secondario...


Grasberg mine


Dove volano gli astronomici profitti? Rimane qualcosa per le popolazioni indigene?
Macchè, neanche una rupia e neanche un kina.
Oltre che in tasca all'esercito indonesiano che tutto controlla e tutto filtra, la fetta più grossa va a finire... indovinare, prego...
Identica cosa per la miniera OK Tedi, anch'essa spaventosamente enorme e prima nel mondo per il rame, ma situata appena al di là del confine, in Papua Nuova Guinea.
A ridosso di queste montagne e di queste giungle da incubo, di quà e di là di quella linea di confine tra i due stati tirata necessariamente col righello, sono fiorite, diciamo così, tante miniere d'oro e di rame, con un impatto ambientale terrificante per le popolazioni residenti e per la foresta stessa.
Per un certo periodo per l'estrazione dell'oro si ricorreva ancora al vecchio metodo al cianuro... e poi i residui giù nel fiume! Tanto, checcenefrega?
DOLLARS NOT STINKS... dicevano i romani.

Tutte queste miniere ovviamente sono sotto strettissima "tutela" (sic!) da una parte dell'esercito di Giacarta, e dall'altra del governo di Port Moresby, con totale sprezzo dell'ambiente e dei diritti delle originali popolazioni, che stanno rapidissimamente importando quanto di peggiore la società cosiddetta "civile" può offrire.

Ce la facciamo una gitarella a Port Moresby? No, non la consiglio. In ogni caso io non vengo.
Oggi questa sconosciuta capitale è considerata una delle più pericolose città al mondo, per il tasso di criminalità fuori controllo.
Consiglio invece vivamente, per chi lo trova, il bellissimo libro "L'ultima tribù" di uno dei più grandi esploratori e conoscitori di Papua e Irian: il biologo australiano Tim Flannery, che Sir David Attenborough ha voluto mettere giustamente alla pari di Livingstone.
Ci si fa un'idea precisa, molto precisa, di questi remoti posti.

 
 
 

Sistematiche demolizioni

Post n°263 pubblicato il 17 Gennaio 2014 da paoloalbert

Sentite cosa mi scrive un giovane amico, che chiamerò F.

"Ciao PA, sono seriamente preoccupato per l'Italia, ma davvero mi sento senza armi, cosa possiamo fare?
Caro PA mi sono laureato in chimica a ... con 110 e Lode, sono perfettamente in regola con i tempi, sono abilitato come tutor, ho inseganto ad una classe, parlo e scrivo bene due lingue e ne sto imparando una terza, quando c'è stato bisogno di lavorare duro ho fatto 11 e ripeto 11 giorni di vacanze in DUE ANNI.
Qui non ho speranze, mi sento preso in giro..."

Caro F, potevi esser più chiaro di così?

Avrai sicuramente visto su YT demolire un grattacielo. Quanto ci vuole? Un attimo...


E quanto c'è voluto per costruirlo?

Montagne di risorse, tempo, denaro, organizzazione.
Montagne di tutto questo.
L'identica cosa, IDENTICA, accade per le migliaia di aziende demolite in Italia... quanto ci vorrà a ricostruirle, una per una? Perchè il lavoro lo si trova in una azienda, non in un salotto TV.

Tutto il resto sono chiacchiere, chiacchiere, nient'altro che un osceno e sempre più insopportabile quaquaraquà.

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Ho fatto due post uno più arrabbiato dell'altro. Volutamente, e non era mai successo.
Basta così! E' meglio tornare alla chimica... tiremm innanz.

 
 
 

Automobili ad acqua di rubinetto

Post n°262 pubblicato il 10 Gennaio 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Basta cercare con San Google la frase "E-cat in vendita" e appaiono articoli sull'energia rivoluzionaria modello Andrea Rossi.
Basta aver dinero e ti porti a casa un reattorone da un megawatt... Sarà...

Appena letti gli articoli (per i quali lascio a ben più qualificate fonti ogni commento) mi è scaturita una riflessione in sette punti, del tutto personale e per niente condivisibile.


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1- Mettiamo che da domani tutte le auto potessero andare ad acqua di rubinetto, tale e quale esce dalla fontana.
100 Km con un litro di acqua normale. 150 Km se acqua minerale frizzante.

2- Cosa cambierebbe per noi (italiani)?

3- NULLA. Ma come nulla? Che stai dicendo?

4- Un'ora dopo ci sarebbe un decretino legge varato sollecitamente (un decretino lo si fa in un'ora, quando serve...) che direbbe che tutte le auto potranno rifornirsi liberamente di acqua di rubinetto ad uso tergicristallo, ma per il serbatoio si farà uso esclusivamente di quella appositamente colorata a strisce bianche-rosse-verdi, sulla quale ovviamente grava l'accisa dovuta allo stato.


5- Per la colorazione dell'acqua a strisce b.r.v. sarà predisposta apposita commissione ministeriale che in tempi opportuni... eccetera.

6- In ogni caso, l'accisa dovuta sull'acqua adibita a combustibile per autotrazione sarà immediata e pari (in totale) a Euri 1,80 al litro

7- Ergo, cosa cambierebbe, PER NOI andare ad acqua o a benzina? Assolutamente NULLA, c.v.d.

Lo so, in tema di cosa pubblica io sono diventato pessimista e disfattista.
Se non basta, aggiungeteci anche qualche altro aggettivo, a piacere. Non mi offendo più.

 
 
 

Le miniere di Potosė

Post n°261 pubblicato il 05 Gennaio 2014 da paoloalbert
Foto di paoloalbert

Avevo visto alcuni anni fa, in occasione di un cine-festival della montagna, un bellissimo film documentario sulla miniera di Potosì, in Bolivia.
Un film che mi è rimasto cementato nella memoria per le incredibili condizioni ambientali e di lavoro di quei minatori, la cui speranza di vita è ridicola (ma direi che l'aggettivo "ridicola" è già ottimistico...).

A distanza di tempo, ne trovo ora conferma leggendo l'avvincente libro di Marco Deambrogio "Il giro del mondo in moto", che consiglio caldamente agli amanti dei viaggi avventura, reali o virtuali.
Deambrogio, come se non bastassero le sue spericolate imprese in terra sudamericana, ha voluto pure scendere nei cunicoli di questo antro infernale.
Ma, giustamente, passando prima dal mercato per qualche dono ai minatori...

-... alcuni candelotti di dinamite, un sacchetto di foglie di coca e qualche bottiglia di alcol...-

ovvero il massimo che un minatore di Potosì possa desiderare.




 

 

Sulla coperta un bell'assortimento di Dinabol (che NON è uno steroide...) e micce già tagliate a misura; in mano un fornito sacchetto di detonatori.
Siamo al mercato di Tarabuco, Bolivia.

 

 

 

 

 

La descrizione che Marco fa della sua visita là sotto coincide perfettamente con le impressionanti immagini che io ricordo, prese dal vero da un bravissimo documentarista.


Potosì è una grande città sulle Ande boliviane a 3800 metri (la seconda città al mondo più elevata con più di 100mila abitanti) ed è Patrimonio dell'Umanità dal 1987 per la sue testimonianze storiche riguardo la sua celeberrima miniera del Cerro Rico, proverbiale simbolo di ricchezza (per gli altri) e che si vede sullo sfondo nella foto.
E' da circa 500 anni che questa città fornisce minerali d'argento e stagno, ed è da altrettanto tempo che la popolazione del luogo è sfruttata in maniera disumana, dai tempi del Vicerè Francisco de Toledo alle odierne multinazionali.
(Ma così va il mondo e non voglio qui approfondire).

Potosì

L'esaurimento (per morte...) dei lavoratori indigeni cominciò già alla fine del '500, talchè il re di Spagna concesse il permesso di importare un paio di migliaia di schiavi africani all'anno.
Ricevuto il permesso, decine di migliaia di schiavi durante il periodo coloniale furono importati per lavorare nelle miniere della città e utilizzati anche come muli umani, dal momento che era più conveniente sostituire uno schiavo ad un asino.
La produzione di argento raggiunse l'apice intorno al 1650, quando le vene cominciarono a esaurirsi, e Potosi entrò lentamente in una fase di declino.
Agli inizi dell'800 la popolazione era scesa a soli 8000 abitanti, contro i 160mila di due secoli prima.

A salvare Potosí da diventare una città fantasma è stata la produzione di stagno, un metallo a cui gli spagnoli non avevano mai dato importanza; ma tutt'ora orde di disperati passano la loro breve vita nelle viscere del Cerro (4800 m!) per grattare con le mani, o quando va bene con qualche candelotto di dinamite, le magre vene argentifere rimaste, in compagnia di esalazioni arsenicali e dell'immancabile "Tio", un demonio sotterraneo la cui effige veneratissima non manca mai in nessuna galleria di questo luogo sepolto e fuori dal mondo.



Un Tio in una galleria, con tutti gli accessori

 
 
 

Scatolette ritrovate

Post n°260 pubblicato il 28 Dicembre 2013 da paoloalbert

Ma guarda cosa vado a ritrovare a Barumini!
Barumini è un paesello della Sardegna, bello e accogliente come è tutta quella meravigliosa isola, e vi si trova il Museo di Casa Zapata, di evidenti nobili origini spagnole.
La villa, ora in parte museo, è costruita proprio sui ruderi di un nuraghe; del resto lo stesso paese si trova nei pressi di quel patrimonio dell'umanità che è il famoso "Su Nuraxi" (la X si pronuncia come la J in jour).
Nella villa si trova anche una piccola sezione etnografica, con cose e strumenti del mondo contadino.
E cosa ti trovo in un cantuccio?
Alcune di quelle scatolette che rinvenivo da piccolo, abbandonate nel solaio di casa e che non avevo da allora più rivisto... gli originali Super Iride

 

super Iride


Una volta scovate (ma esistono ancora le case col "solaio"...?) quelle scatolette di cartone venivano da un curioso ragazzetto sbudellate per vederci le polverine, che mi entravano nel DNA sotto forma di chimica.

Servivano, in remotissimi tempi molto più ingenui degli attuali, alla tintura in casa delle stoffe; ogni drogheria di paese ne aveva un copioso assortimento, in nome di quell'autarchia domestica che mai e poi mai avrebbe immaginato un futuro dominato dalla famigerata globalizzazione.
 
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Fin dall'ottocento le tinture erano ricavate dal regno animale o estratte da piante (come la robbia), per lo più coltivate in Francia e in Sud America.
L'uso di coloranti naturali si mantenne a lungo, nonostante i nuovi contributi cromatici dell'acido picrico e della mauveina di Perkin, che a metà secolo aprì la strada ai veri coloranti di sintesi (toluidina, fuxina, ecc.). 
La Francia, che era stata la culla delle sostanze naturali, perderà la supremazia in questo campo a favore della Germania e della sua nascente industria chimica, pronta all'assalto ed a conquistare il predominio in questo campo con tutta la serie dei coloranti azoici.
A fine secolo i coloranti vegetali erano già definitivamente soppiantati da quelli industriali e l'alizarina di sintesi della BASF aveva preso il posto della robbia della Linguadoca; ancor maggiore successo ebbe la produzione dell'indaco e di altre molecole, tant'è che tutte le grandi società tedesche conosciute ancora oggi derivano da industrie di coloranti: Bayer, Hoechst, BASF, AGFA, ecc.
 
Ai tempi di mia nonna (gli anni '30) la matassa di lana prodotta e acquistata in loco da qualche allevatore di pecore oppure una pezza di cotone grezzo venivano, alle volte, tinte in casa. 
Qui entro nel merito: si tingeva esclusivamente usando un colore in polvere: il vecchio Super Iride della premiata ditta Ruggero Benelli di Prato!
La ditta che faceva "tingere anche le fibre autarchiche" e ancora quella dell'insetticida Super Faust, che "non addormenta... fulmina!", con la sua pompetta a mano in latta col lampo.
Guarda più sotto che una bella etichetta avevano inventata, un rosso diavolo che tiene in mano un arcobaleno!

Grande storia quella della Super Iride della famiglia Benelli; la loro fortuna industriale ebbe inizio proprio con l'invenzione delle tinte per tessuti, alla portata di qualsiasi massaia.
Nella valle del Bisenzio i suoi prodotti venivano adoperati per dare colore alla lana appena tosata o per ravvivare maglioni diventati indefinibili per i troppi lavaggi. 
Dopo molti anni di onorata produzione, l'epilogo della Super Iride lo si ebbe con la vendita ad una ditta produttrice di detersivi e poi col trasferimento nel nuovo stabilimento di Calenzano e l'inizio della produzione di carta igienica, tovaglioli e rotoloni da cucina e con l'abbandono della cera, dell'insetticida... e delle tinte. 
Adesso della Super Iride originale rimane solo il ricordo di una fabbrica che ha segnato la storia di Prato; anche se esiste ancora il marchio con dei nuovi prodotti, è tutta un'altra cosa.

 

Super Iride diavolo


Cosa c'era dentro quelle scatolette che sbudellavo da piccolo e che ho piacevolmente ritrovato in Sardegna? 

Chimicamente non ne ho la più pallida idea... i coloranti sono troppo numerosi per tirarne fuori qualcuno in particolare; ci sarà stato il vero indaco? e la vera alizarina? (quell'azzurrino violaceo ed il giallo me li ricordo bene) ma non oso buttar lì altri nomi senza un solido sostegno che corrobori le mie ipotesi.



A Barumini rimangono le scatolette, a me qualche foto che ho messo sopra.

 
 
 

Intervallo di Natale

Post n°259 pubblicato il 20 Dicembre 2013 da paoloalbert

 B u o n   N a t a l e   e   b u o n e   f e s t e   a   t u t t i !


Natale 2013

 

 
 
 

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