Creato da simonjoyce il 14/02/2010

LUDWIG

I love somenthing, I hate somenthing, I need somenthing

AVVERTENZE

Tutti gli scritti firmati simonjoyce, tutti i video ed i brani musicali col nome Blackfriars e DeWindt fanno parte della mia creazione artistica, letteraria ed intellettuale. L'uso e la diffusione, anche parziale, senza consenso, nonchè l'usurpazione della paternità saranno perseguiti a norma. Qualora le immagini pubblicate, prese dalla rete, violassero un copyright, è sufficiente segnalarmelo e provvederò tempestivamente a rimuverle

 

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ELENCO GIORNI PUBBLICAZIONI

20/02 - Sogno di una domenica mattina di quasi estate;
21/02 - The evil inside me - episodio uno - Ombra;
21/02 - The evil inside me - appendice ad episodio uno - miss Parker;
21/02 - Parigi val bene una messa - parte prima;
28/02 - The evil inside me - episodio due - alpha;
03/03 - The evil inside me - episodio tre - una notizia (1a e 2a parte);
04/03 - The evil inside me - episodio tre - una notizia (3a parte);
28/03 - The evil inside me - episodio quattro - lunga è la notte (1a parte);
31/03 - The evil inside me - episodio quattro - lunga è la notte (2a parte);
11/04 - Parigi val bene una messa - parte seconda;
26/04 - The evil inside me - episodio quattro - lunga è la notte (3a parte);
29/04 - The evil inside me - episodio quattro - lunga è la notte (4a parte);
02/06 - Oltre - 1a e 2a parte;
28/06 - Oltre - 3a parte;
04/07 - Oltre - 4a e 5a parte;
24/10 - Oltre - 6a parte;
31/10 - Oltre - 7a parte;
20/02/11 - Oltre - 7a bis parte;
12/06 - Oltre - 8a parte;
10/07 - Oltre 9a parte;
18/07 - everyday can be the last day
18/08 - Oltre - 10a parte.

 

 

Una precisazione

Post n°377 pubblicato il 06 Settembre 2016 da simonjoyce

Era da tanto che non scrivevo qui su Libero, in effetti ho una pagina su Fb e pubblico là. Ma soprattutto... perchè manca l'episodio I??? Semplice, perchè degli amici mi hanno convinto a scrivere per un concorso e dunque al momento non posso pubblicare nient'altro.

 
 
 

Le storie sono tra noi - episodio III

Post n°376 pubblicato il 06 Settembre 2016 da simonjoyce

"Non è semplice, non lo è mai. Andare, cambiare, lasciare. E non è semplice trovare le giuste parole. Vorresti trovarne di quelle che rimangono impresse, marchiate nella memoria. Ma il giorno prestabilito era quello e nulla poteva cambiare le cose. Non poteva essere fatto altrimenti. Avevo però due problemi da affrontare: il tempo che sembrava avesse accelerato il suo scorrere e il modo, ancora da trovare." Il pezzo da scrivere per l'uscita mensile era stato scritto seppur con fatica emotiva e mi rimaneva ormai ben poco da fare. Se non pensare e ripensare. Ricordare e immaginare. "Hey, niente caffè stamattina?". Eccola qua, in vitale e gioiosa magliettina bianca e gonna arancio. Quando vuole, anche Laura ha un non so che di appetitoso. Non so se ci siamo capiti. Avevo anche la sensazione avesse anche spuntato i capelli di circa mezzo centimetro. Le donne sono maestre in questi dettagli. "Caffè?" risposi in automatico e vagamente distratto, "Si... ok". Probabilmente si aspettava un'esplosione di entusiasmo. "Ti vedo spento, che hai?". "Spento? No. No ti sbagli. Sono vispo e creativo come... un creativo. Offro io, ok?". E li ebbe la quasi certezza che ci fosse qualcosa di strano. Mentre, credevamo di poterci sorseggiare un sacrosanto caffè da distributore automatico, sentimmo scendere dai cieli la voce della nostra amata direttrice. Per me era il segnale per lasciarmi alle spalle ogni pensiero e buttarmi a capofitto sul palcoscenico. "SJ, Laura, potete venire nella mia stanza? Grazie.". "Che hai combinato, SJ?" fu la prima reazione della collega, accompagnata da quell'espressione di chi pensa che qualunque cosa succeda tu ci sia di mezzo, in qualche modo. "Io? Niente, almeno non ancora". Il mio tono dimesso e non il solito fare da spaccone, mi inchiodava senza appello. Forse avevo ucciso e seppellito qualcuno, o forse rapinato una vecchietta che aveva ritirato la pensione. O chissà, potevo aver ingravidato la figlia di Mario, con cui avevo forse una tresca. In realtà non avevo combinato nulla, in realtà sono un uomo più che fedele. Al massimo ero responsabile di... "Chiara", la nostra superiore ha un forte senso della sintesi, per cui non sprecò parole, "Ti presento Laura, la nostra migliore cronista. E lui è SJ". Oddio poteva anche aggiungerci "la nostra miglior penna, vincitore del premio la Fenice, per tre anni consecutivi su tre edizioni complessive; punta di diamante della rivista e miglior recensore di ristoranti di alto bordo" ma forse poteva andar bene così. SJ bastava a dire tante cose. Ci stringemmo le mani e poi e a me toccò il compito di fare da cicerone per tutti i duecentoventi metri quadri dell'open space redazionale. "Chiara tu sei single?" buttai lì una domanda a brucia pelo, giusto per rompere ogni imbarazzo. Mentre a Laura stava cascando la mascella, la vagamente ventisettenne farfugliò timida: "Ehm...si...". "Peccato in altri tempi, sarebbe stata una notizia che mi avrebbe eccitato; ma ora ho una relazione stabile e mangio sano, con pochi carboidrati soprattutto la sera. Vi lascio un attimo, tra donne". E mi allontanai, raggiungendo la stanza di Stefania. Chi è, vi starete chiedendo. Beh la direttrice editoriale, non ve l'avevo detto? Intanto le due ragazze ebbero modo di socializzare. "Scusami ma fa sempre così?". Laura era più abituata a farle le domande che a rispondere, e poi, cosa poteva dire? SJ era ancora un mistero anche per lei. Perciò si limito a sottolineare, con poca convinzione: "Solo quando è di buon umore". La recluta non si senti essere molto rassicurata: "Speriamo bene.". "Hey fanciulle, state attente a cosa dite, io ascolto tutto e so tutto.". Provai a condire il tutto con un raro dolce sorriso. Con uno scarso risultato. Ma la mattinata doveva essere comunque produttiva e bisognava farla fruttare. "Allora Chiara, hai visto di sotto, "Da Gino"? Ti piace il caffè?". "Si per la prima e ni per la seconda". Credo che a quel punto la ragazza oscillasse tra imbarazzo e panico. "Va bene, ti affido un primo compito. Vai al bar qui di sotto; è una bella giornata, quindi ti siedi ad un tavolino fuori e con le tre parole che ti ho scritto su questo foglietto, scrivi una storia a tuo piacimento". Glielo dovetti ripetere una seconda volta, non perché fosse complicato o lei mancasse d'intelligenza, quanto perché era tutto insolito e un tantino surreale. "Ah, ovviamente ordina quello che vuoi, quello che preferisci. Fai mettere sul mio conto. Ah, ricorda hai fino all'ora di pranzo, quindi quasi un'ora e quarantotto minuti. Non tornare prima, ok? Poi la tua storia la leggeremo insieme nel pomeriggio". "Io non ti riconosco SJ, sul serio. Addirittura può mettere sul tuo conto?" furono le parole di Laura. Non replicai, avevo tanto a cui pensare. E per quel momento le nostre strade si divisero.

I posti che solitamente sono frequentati e vissuti da tante persone, finiscono con l'assumere un aspetto spettrale, quando rimangono vuoti. Hanno qualcosa di familiare ma anche di sinistro. Come se ognuno degli occupanti abituali vi lasciasse una sua aurea. E che questa non ci faccia sentire del tutto soli. A me capitava spesso di sentire queste sensazioni. Ancor di più perché quella sera; l'unica luce ancora accesa nella redazione era quella della mia scrivania. Troppo indaffarato a scegliere cosa portar via e cosa lasciare non mi accorsi di Laura che mi arrivava alle spalle. "Cosa ci fai qui? A quest'ora?". Credo che il mio cuore sia ancora in grado di reggere una sincope, perché quello fu un test molto probante. "Tu piuttosto?". "Sono passata a prendere delle cartelle con alcuni appunti. Perché stai... riempendo degli scatoloni". Mi sentivo come quello che sta con le mani nella marmellata: "Diamine ti facevo più sveglia. Sto raccogliendo la mia roba mi sembra evidente". "Pulizie di primavera anche se è settembre?". Però, certo che anche lei ha un buon senso della battuta. Sono un buon maestro. "Vado via, Cicci.". E si, l'espressione con cui lo dissi, il mio atteggiamento schivo del pomeriggio e la nuova recluta, erano indizi troppo forti per pensare che non dicessi sul serio. "E dove vai?". "Mi trasferisco.". Non l'avevo mai vista teneramente incazzata. Ecco quella fu la prima volta. Dico teneramente, perché anche nella poca luce, si potevano notare gli occhi arrossati e lucidi. Ma siccome lei è sempre quella forte e misurata: "E quando avevi intenzione di dirlo, almeno a me? Quando? A cose fatte? Se io non fossi passata...". "Alt... aspetta, domani sarei passato a salutare tutti, dai. Solo che volevo risparmiarvi la scena degli scatoloni". Non si senti per nulla rassicurata e quel teneramente lasciò il posto al solo "incazzata". "A me, potevi dirlo prima! Pensavo ci fosse qualcosa, pensavo fossimo amici. E dove te ne vai? Sentiamo. Cosa succederà?". "Su andiamo, non fare così. Mi trasferisco non ho intenzione di passare a miglior vita." Cercai di buttarla sul ridere. Opzione errata: "Tu ridi di tutto vero? Giochi sempre a fare SJ, vero? Angelo, potevi, dovevi dirmelo!". Quell'usare il mio nome, voleva dire tante cose. Soprattutto che il momento era tremendamente serio. "Non è vero, rido delle cose che fanno più male. E questa fa male, credimi.". Neanche io avevo più voglia di scherzare, lo avevo fatto già abbastanza. In barba a tutti divieti e alle possibili sanzioni mi accesi una sigaretta e senza parlare, troppe cose da dire e poco fiato forse per farle uscire, ci appoggiammo alla ringhiera del balcone che dava sulla piazza. A lei dava fastidio che fumassi, più perché mi faceva male. Ma riconosco che non ha mai dato in escandescenze. Peraltro era il giorno di chiusura settimanale del bar e non si poteva immaginare finale più mesto. Niente lucine, niente tavolini o chiacchiericcio. Ogni parola risultava più netta e pesante. "Hai lasciato la statuina di Mazinga Z sulla scrivania. Non te la dimenticare". "La lascio qui. Servirà alla nuova scrittrice, ha dei numeri la ragazza.". "Ma non sarà un SJ...". "Sarà meglio che si trovi uno pseudonimo, perché CZ non suona tanto bene". Cominciammo a ridere. Ed ognuno scelse in cuor suo quali momenti era stati i migliori dei quell'anno passato insieme. Quando mi chiese cosa mi trattenesse ancora dall'andar via e raggiungere Anna, che quella sera si esibiva col suo trio jazz al Bagi di Villafranca, risposi che avevo ancora un'ora. E che preferivo che quell'ultimo ideale abbraccio, a lei, alla rivista e a quella piazza, durasse ancora un po'. La mattina dopo con un sacco di stringere di mani, il rumore e le voci, i commiati più o meno sentiti, sarebbero stati più adatti all'SJ che tutti conoscevano. Avevo già in mente una delle mie teatrali uscite di scena. Ma per quanto lo si possa desiderare non è possibile aggiungere tempo al tempo. Per cui: "Mia cara Cicci, è giunto il momento. Siamo ai saluti finali.". Laura non si sentiva pronta infatti sussurrò: "Non è semplice.". "Non lo è mai. Ma come disse Augusto: la commedia è finita. E se vi è piaciuta, con letizia applaudite.". "La commedia...". "Certo, cosa credevi che fosse tutto questo? Una commedia.". "Non capisco, che diavoleria vuoi dire?". Tornò sul suo viso quell'espressione di incazzata... Allora la invitai a chiudere gli occhi per un momento, fidandosi di me.       

Al riaprire degli occhi, grande fu il suo stupore. Ne fu sopraffatta. Le luci tra gli alberi erano accese, i tavolini avevano le loro candele romantiche e alle sue spalle c'erano anche gli altri. Tutti gli altri. Marta, Antongiulio, Ernesto, la direttrice, i poeti e gli amici, la signora della toilette, Chiara. Anche Anna. Erano lì muti e fermi, come fossero bambole senza volontà. Lo stupore cominciò a trasformarsi in angoscia. "Cosa succede? Come siamo arrivati qui? Perché stanno tutti zitti? Voglio una spiegazione SJ! Ora!".

"E' semplice, amica mia. Lo spettacolo è finito. La storia è finita. Una piccola riunione per salutarci. E' il momento di congedarsi Cicci.". "Che cazzo dici? Che spettacolo?". "Guardati intorno, è tutto finto. Anche loro, guardali, sono finti! Sono personaggi di una storia. La loro parte è finita. Ed ora anche la nostra.". A quel punto mi si avvicinò la cameriera procace: "Signor SJ, il suo campari soda.". "Ti ringrazio cara, ottimo. Poco ghiaccio e fetta d'arancia affogata. Come piace a me, brava, magari la prossima volta avrai una parte più importante.". "Ci conto! Mister SJ.". E tornò nel bar guardandomi maliziosamente. "Allora vuol dire che anche io sono finta?". "Tu sei particolare. Non lo sei del tutto. Alcune cose sono vere, alcune verosimili, altre sono fantasie. Ma non tocca a me decidere.". Ormai era chiaro che ogni certezza era diventata incertezza, e le domande ormai erano tante. "Allora chi?". "Chi in questo momento sta battendo lettere su di una tastiera. Chi sta immaginando. Chi sta scrivendo. Magari si starà anche commovendo mentre lo fa". "E tu? Tu cosa sei? Dove andrai? Sul serio". "Io mi trasferirò da qualche parte, perché in fondo io sono lui, mentre scrive. Forse non mi chiamerò SJ e forse sarò qualcos'altro. Ma anche io, come te, sono un suo personaggio. Chissà, magari domani sarò un killer professionista in un noir, o magari un ragazzo innamorato in una struggente storia d'amore. Non siamo poi così diversi.". "Tutte le cose che mi hai detto, non erano vere allora. Erano solo per scrivere una storia. Io ci credevo.". Ed anche lei divenne muta. Ma the show must go on... "Signore e signori, è tempo di dirsi addio! O magari è solo un arrivederci. Chi può saperlo? Alcuni hanno vissuto per molte righe, altri hanno avuto una piccola citazione. A tutti, va il mio personale ringraziamento." Ad uno ad uno, su di ognuno scese il buio. Come se si spegnessero, per diventare ombre. Rimanevano solo Anna e Laura. "Amore mio, se solo trovassi qualcuno con la metà delle cose che io spero di trovare, sarei già felice. In realtà tu, più che un sogno saresti un miracolo. Spero dal più profondo del cuore che tu possa materializzarti al più presto, perché sinceramente bella mia, mi sono decisamente rotto le palle di aspettarti e cercarti al tempo stesso. Sono stanco. Concedimi la licenza poetica, per i termini forti ma del resto non scrivo io". Anche lei divenne ombra.

"A te amica mia, cosa posso dire? Ho detto tanto. E credimi non è semplice, non lo è mai, andare via e lasciar andare. Credevo anche io a quello che dicevo. Erano parole vere. Posso dirlo perché lo sento. Qui in questo cuore da personaggio e lo sente anche quello lassù. Perciò sarà meglio riderci su, così farà meno male. Mi spiace non ho altro da offrirti.". Fu allora che SJ rivolse lo sguardo ad un cielo stellato di settembre. Ed anche su Laura la luce sfumò, eppure prima che tutto finisse, ad SJ sembrò sorprendentemente di vedere i suoi occhi arrossati da lacrime. E questo, non era stato scritto da nessuno.

PS: "Senti, possiamo provare a sfumare lentamente, luci su noi due, musica di sottofondo e titoli di coda". Ma una voce lontana affermò che la musica non era prevista, perché non era un film ma un piccolo breve racconto. "Che cazzo di scrittore mi è capitato... senza alcuna fantasia" scosse la testa con disappunto SJ prima di scomparire. THE END

 

 

 
 
 

Le storie sono tra noi - episodio II

Post n°375 pubblicato il 05 Settembre 2016 da simonjoyce

 

Quella mattina, non ero ancora a pieno regime. E credo che la cosa fosse fin troppo evidente. Del resto fissavo lo schermo del portatile senza una precisa ragione. Sorprendentemente ero alla mia scrivania alle sette e cinquanta minuti primi. Il che, più che insolito, era una vera rarità. La prima ad essere sconcertata della mia presenza, era lei, puntuale come un orologio svizzero non contraffatto: Laura. La quale ebbe quasi un attacco di panico: "Non posso essere in ritardo! L'orologio, la sveglia funzionano bene". Prima di accennare un saluto provai a tranquillizzarla mischiando qualche parola a suoni gutturali mai sperimentati prima. Non credevo che il mio essere in drammatico anticipo potesse mettere a dura prova le personalità altrui. "Che diavolo ci fai qui a quest'ora?" Le spiegai che la fine del concerto, il protrarsi del dopo concerto con la band e il tempo doverosamente passato con la mia amata aveva ridotto notevolmente la durata della notte fino a farla diventare quasi mattino. E che per un'ora, non valeva la pena tornare a casa per dormire. Avrei provato a farlo in redazione. Mi bastava arrivare vivo e vagamente vigile alla pausa pranzo. Poi avrei recuperato almeno un paio d'ore nel primo pomeriggio. Nel frattempo, non fummo più solitari, arrivarono: Antongiulio, la direttrice editoriale ed Ernesto. Il quale ebbe l'ardire di declamarmi: "La notte leoni e il giorno co..." condendo il tutto con una risata, larga almeno quanto il suo girovita. Gli feci notare che per lui doveva essere sempre giorno, dato che non riuscivo a notare alcuna influenza del ciclo giorno/notte nel suo modo di essere. Laura convenne con me, sulla mia affermazione e sorridemmo con complicità. Come a volte accade fui riportato all'ordine e ai miei doveri. "SJ mi raccomando...". "Si, direttrice editoriale megagalattica. Lo so... lo so". "Sai cosa?" mi fece incuriosita la mia amica cronista. "Devo scrivere la recensione di un ristorante". Tagliai corto, cercando di non farmi sentire da troppe persone. Credo che Laura ebbe notevoli difficoltà a trattenere una squillante risata. Evitando singhiozzi e assumendo un composto charme proruppe in un: "Il grande, fantasmagorico...". Da notare che ad ogni aggettivo in più le mie sopracciglia si aggrottavano sempre più. E le mie sopracciglia sono più che espressive. "L'incommensurabile SJ, nonché punta di diamante della nostra rivista, scrive recensioni di ristoranti?!". "E' già abbastanza umiliante, hai intenzione di continuare?". "No, so bene quanto sei vendicativo! E permaloso! E qualcos'altro...". A tutto, o quasi, esiste una spiegazione logica e quella situazione incresciosa era più che giustificata. Si dava il caso che in quei giorni, il collega esperto di cucina, in verità esperto nel mangiare piuttosto che cucinare, fosse in malattia. Girava voce di una sua improvvisa e fulminante gastrointerite a seguito di una serata presso una trattoria, di cui non farò menzione. Dunque il suo compito era stato affidato a me. "E di quale ristorante dovrai scrivere?". La curiosità è femmina. "Il Cibarius". Sottolineai il nome perché si trattava del migliore in città. Dunque il migliore era stato affidato al migliore. Con buona pace per ogni tipo di tagliente battutina. Almeno in questo modo provavo ad attenuare lo sconforto per il mio temporaneo declassamento. "E quando ci andrai?". In realtà c'ero già stato tre mesi prima. Settimana più, settimana meno. Ma confessai di non ricordare molto di quella serata. Probabilmente il mio subconscio, per un suo meccanismo di difesa aveva rimosso ogni ricordo. Eccetto uno. Che sentivo vivo come un coltello a serramanico piantato dal lato del portafogli. Il conto. Fortuna che sono generalmente previdente e mi porto dietro qualche carta di credito in più. E riuscì a tirarmi fuori da quella cena con solo un saldo un po' più arrossato. L'idea di ritornarci e vedermi piantato un altro coltello mi fece sprofondare nella cupezza più buia. Ma, la direttrice, a sorpresa, mi rincuorò: "La cena è a carico della rivista". Mi sentì rinvigorito e pieno di buoni propositi, pregustando il voler dar sfogo ad ogni mia insaziabile voglia culinaria. Quando sentii che il budget a mia disposizione era di soli cinquanta miseri euro, ogni proposito fu come nebbia spazzata via dal vento. "Mi basteranno per il solo antipasto... per una sola persona". Non sono del tutto egoista ed avevo pensato di tirar fuori una romantica cenetta a due. Laura, nel frattempo, non la smetteva di ridere. Feci notare che la ruota gira per tutti e le ricordai, con la dovuta sensibilità, i suoi pianti isterici di quando dovette cambiare il radiatore dell'auto, passato a miglior vita, durante quel suo incarico in un paesino di montagna. Quando le venne voglia di intervistare una coppia di contadini d'altri tempi. L'effetto fu un silenzio tombale con annessa occhiataccia verso il sottoscritto. "E ora come farai?" mi chiese seria. Avevo in mente un'ideuzza per salvare capra e portafogli. "Chiamerò fingendomi un cliente, mi farò dire le pietanze più chic. E un po' con internet, un po' di fantasia scriverò la mia recensione". "Che genio del male!!!". Le cinquanta euro me le sarei andate a spendere al "Bellavista". Avrei fatto una più che discreta figura portandoci anche Anna, e soprattutto avremmo mangiato come esseri umani, forse meno chic: "Ma che ce fregaaa, ma che ce 'mporta". Mi rimaneva di trovare il giorno giusto nella mia fitta agenda. In fondo fino a venerdì c'era tutto il tempo.

Per vostra informazione nell'arco della giornata non mi riuscì di dormire, un po' perché avevo degli impegni da rispettare, un po' per effetto dei circa otto caffè presi. Dovevo assolutamente essere in forma per quella sera. Si da il caso, che la cronista d'assalto avesse il pollice poetico e che mi avesse invitato ad una manifestazione, una sorta di gara tra poeti. Credo mi abbia anche accennato il termine giusto per quell'evento e che me lo fossi appuntato da qualche parte. Pazienza non ricordo. L'importante era esserci. Ed io volevo esserci. Devo ammettere che la mia amica fa le cose per bene. Un bel posto con tanto verde, un succulento buffet di benvenuto, una bella coreografia. Al nostro arrivo, e si, ovviamente Anna venne insieme a me, mi complimentai, e salutai amabilmente alcuni miei amici. Solo quando per un attimo mi allontanai per qualche foto sparsa, una gentile signora sulla sessantina mi chiese dove fosse una toilette, credendo facessi parte dell'organizzazione. "Gentile Signora, al massimo potrei definirmi ospite d'onore, ma non addetto all'organizzazione...". Queste ingenue giovincelle, non conoscono SJ? Sarà che non vado in tv. Non mi dilungherò sulla serata in questione. Suggestiva, profonda, intensa. Preferisco piuttosto esortarvi ad esserci in una prossima occasione. Ci si avviava alla fine, soddisfatti e con l'animo colmo. Fu allora, che la promotrice e deus ex machina della manifestazione, prima di passare ai ringraziamenti di rito mi invitò, presentandomi, al leggio per ... dire qualcosa. Io e la mia metà ci guardammo più che sorpresi. Oh my God! Non ero preparato. Era un piccolo tiro mancino, di cui Laura sapeva ne avrebbe prima o poi fatto le spese. Scambiato il mio posto a sedere con la simpatica amica e collega, ero davanti alla platea. In fondo non era uno dei tanti palcoscenici che la vita ci offre? Andiamo in scena allora, pensai a denti stretti:

"In realtà avevo preparato almeno cinque fogli di cose da dirvi... ma sono sicuro di non avere molto tempo a disposizione. Del resto c'è il buffet finale che ci attende". In molti sorrisero, almeno chi era dotato di senso dell'umorismo. "Sul serio, vi dirò solo una cosa: scrivete! Scrivete, in ogni momento, in ogni dove; con qualunque cosa abbiate a portata di mano. E se non avete nulla, chiedete in prestito. Ma vi prego, fatelo. Scrivete e fissate, in un preciso momento, le vostre sensazioni, i vostri sentimenti, le vostre idee. Non lasciatele andare via, insieme ad altri mille pensieri. Non lasciate che si perdano nella quotidianità. Raccoglietele, abbracciatele, accuditele e fatele crescere, custoditele: come fossero fiori. Scrivete delle gioie, dei dolori, dei sorrisi, delle lacrime. Scrivete, dell'amore, della rabbia, dello stupore e delle paure, del vostro intimo, dell'animo che vi rende unici. Siate unici, senza paura. E nel farlo siate sinceri. Verso voi stessi, innanzitutto, e verso chi leggendovi potrà dirvi: ecco, ora che ti ho letto, ti ho conosciuto". "Ha bevuto?? Non lo riconosco" fu la domanda di Laura verso la mia compagna, che rispose che le sembrava strano che glielo chiedesse. Mi conosceva da più tempo. Era vero, ma aveva letto poco di me. "Non abbiate timore, se non sarete compresi o apprezzati. Siete voi stessi gli unici lettori a cui dar conto. Così, quando un giorno, rimarrà solo un ricordo di ognuno di noi; quando non avremo piramidi, colossei, ponti o giardini da lasciare in eredità. Quando, i più fortunati, vedranno il proprio sangue diluirsi in quello dei propri figli; la nostra memoria, il nostro cuore, il nostro sentire, sarà solo nelle pagine che avremo scritto. Tra le righe, noi risorgeremo. Nei cuori di chi leggerà vivremo per sempre. E se per nostra colpa, qualcuno impugnerà una penna, e scriverà a sua volta. Di tutte le cose vane del mondo, il nostro scrivere non sarà stato vano. Grazie".

Non feci caso agli applausi. Che fossero di rito o sentiti, mi arrivarono ovattati. E neanche mi importavano. Mi sentivo leggero. Nessun palcoscenico, nessun personaggio da interpretare. SJ, aveva lasciato il posto al suo vero io.

L'unica cosa che feci, fu cercare i suoi occhi. Un po' arrosati d'emozione. Del resto, non ero mai stato capace di dirle belle parole, anche quando cominciai a pensare a lei. Le scrissi una lettera, perché a volte le parole rimangono in gola. Ma su di un foglio bianco, sei libero. Ero una persona fortunata, qualcuno aveva saputo leggere tra le mie righe, chi ero, senza rimanere abbagliato o infastidito da SJ. Ci abbracciamo, semplicemente.

Non penserete che sia finita qui? La più attonita nel post discorso fu Laura, dovetti riportarla alla realtà schiodandola dalla seggiola e aggiungendoci qualche pacca sulla spalla. Doveva consegnare il premio al vincitore, che diamine. Una bella bottiglia di prosecco, di gran classe. Per attimo fui persino geloso, ma dato che tendenzialmente sono astemio, lasciai perdere. Mi congratulai con tutti. Strinsi mani e distribuii convenevoli. Addentai qualche tramezzino. La gentile signora alla ricerca della toilette mi volle stringere la mano, quasi a scusarsi dell'inconveniente di poco prima. Con benevolenza la perdonai e mi complimentai per la pettinatura. Si a volte mi sorprendo della mia misericordia.

Quando ormai la serata volgeva al termine, baciai Anna, e mano nella mano, nella notte ce ne andammo. Otto caffè ti tengono su, ma non fanno miracoli.

PS: "Amore quando andiamo al Cibarius?". "Quando non sarai particolarmente affamata".

 

 

 
 
 

TU CHIUDI GLI OCCHI di S. Joyce

Post n°374 pubblicato il 26 Gennaio 2016 da simonjoyce

Nb: la canzone ha dato il "ritmo" alle parole, non trascuratela

 

Un aquilone tra due azzurri
l'anima saliva su.
Una tigre assonnata
strisce nere ed arancio
fantasia di mondi lontani.
Può darsi sia accaduto.
Può darsi accadrà
di tornare a quei giorni
ora che le conchiglie sono foglie rosse in terra
mentre piove in città una finestra ci ripara.
Tu chiudi gli occhi.
Le canzoni e la notte che non dormiva
le risate con un pallone, il cuore saliva lontano.
Può darsi sia accaduto.
Può darsi accadrà; di tornare a quei giorni.
Ora che i piedi nudi sono passi tra le foglie
e pallidi i giorni.
Tu chiudi gli occhi.
Ma ora
potrà essere meraviglioso anche oggi e ciò che verrà.
Può darsi accadrà di tornare a questi giorni.
Può darsi accadrà...
e chiuderemo ancora gli occhi...

 

 
 
 

il titolo ... non c'è

Post n°373 pubblicato il 20 Febbraio 2015 da simonjoyce

Un uomo famoso una volta disse: "Noi creiamo i nostri demoni". Chi l'ha detto? Che cosa voglia dire? Non importa, io lo dico perché l'ha detto lui, perciò lui era famoso, e avendolo menzionato due uomini molto conosciuti, io non... ricominciamo. Prendiamo la cosa dall'inizio. (Tony Stark

I nostri demoni... già, ah non penserete mica si tratti di semplici figuri cornuti e con forcone in acciaio inox? No, non sono così. Sono altro. Ti abitano, ti guidano, sono svegli già un attimo prima che arrivi l'ora di alzarti e a volte ti accompagnano a letto. Li ritrovi al bar mentre bevi il tuo campari soda, e ti salutano dal tavolo accanto: "ehilà ricordati di noi". Loro sono lì, mentre passeggi, abbracci, scherzi e ridi, quando t'incazzi, quando ti senti incenerire dentro. Ci sono, coi loro volti e le loro parole, a meno di essere degli idioti capaci di resettare con non chalance ogni cosa della propria vita. Per chi non capisse, si tratta di metafore... metafore delle nostre paure. Che razionalmente citiamo come diffidenza, ricordi, esperienze, delusioni, fallimenti, prudenza e tanti altri modi per dire... demoni interiori. Perché tali diventano quando ci limitano, quando diventano eccessivi ed ingombranti compagni di viaggio. Proprio oggi facevo questa riflessione: perchè proprio ora che sento di ricevere da qualcuno quello che ho sempre cercato, in parole ed azioni; perchè proprio ora non riesco ad abbandonarmi? Perchè ora che mi sento così pienamente accettato (e forse un tantino sopravvalutato... diciamocelo... non sono certo perfetto perché nessuno lo è) questo mi "spaventa", mi mette in crisi? Perchè mi sono creato un demone: uno che entri in scena senza preavviso e dica: "Ehi, lo spettacolo è finito, anche questa volta grazie di aver preso il biglietto, grazie di tutto, eri perfetto, fantastico ma ora cala il sipario. Tutti a casa". Non credo stia scrivendo delle assurdità, credo molti ci siano passati. Eppure qualche sera addietro mi era stato detto che fossi cambiato, più umano e meno razionale, meno rigido. "Io???". Ecco sapevo di come fossi diventato ma non percepivo appieno che stessi cambiando nuovamente, affrancando forse è il termine giusto, da quei demoni. E non è certo merito mio tutto ciò, è di Maria sopratutto il merito.  

"Noi creiamo i nostri demoni", ma c'è un potere che spetta ad ogni creatore; quello di poter domare e forse persino distruggere le proprie creature. Stasera ho capito di doverlo fare, per me stesso, per la persona che mi ama. Ho capito che ad un certo punto occorre abbandonarsi (magari con circospezione... almeno un tantino dai) e vivere i sentimenti, soprattutto quelli che ti rendono felice. Abbandonarsi è difficile, perchè rischioso. Ma i rischi vanno corsi, perchè ogni scelta è rischiosa. E non esiste sicurezza alcuna circa gli eventi. Si insomma si rimane ancorati ad un passato che non ha ragione di essere e lo si proietta in un futuro  che è tutto da divenire. Perché? Ma soprattutto "chi te lo fa fare?" Ecco se proprio dovessi trovare una conclusione e infiocchettarla per bene, dico che voglio abbandonarmi. Certo il tempo dirà tante cose, ma ne frattempo che il tempo passi, è meglio viverlo questo tempo.  Mi guardo le foto che mi hai regalato, mi leggo le tue parole e i tuoi pensieri, ma soprattutto guardo i tuoi occhi e capisco di sentirmi amato, come ho sempre desiderato. Senza nubi, senza fantasmi, senza incertezze e senza stronzate da ascoltare e mandare giù. E a quei demoni, che stanno lì seduti al bar, dico: "ehi ragazzi, il conto pagatevelo voi. E andate al diavolo". E' tempo di essere felici, con te piccola Maria.

Sapete cosa mi è stato risposto? "Amore mio, i demoni sono i compagni di viaggio delle persone sensibili, bisogna conviverci. Spesso accade che non sappiamo ne amare ne farci amare, accade che per paura si frenano i sentimenti, accade che c'è gente che gioca con i sentimenti degli altri. Poi però arrivano le persone giuste e cambia tutto. Neanche per me è facile, è tutto nuovo, tutto diverso, tutto bello. Mi stupisco ogni giorno, ma poi mi dico :me lo merito, c'è lo meritiamo e tutto va come deve andare."

Ecco, non mi è capitato spesso di sentirmi dire, o meglio di leggere una risposta di questo tipo. Questo mi sorprende e rassicura. Non solo l'eroe che deve raddrizzare le vite altrui, non sono il samaritano usa getta, sono la persona giusta (con pregi e difetti) per qualcuno. E' questa la risposta che attendevo. E' questo che ci si vuol sentire dire. Del futuro a nessuno è dato sapere... dunque godiamo il presente

 
 
 

The Englishman (di SJ)

Post n°372 pubblicato il 16 Gennaio 2015 da simonjoyce

Va letto dopo l'incipit precedente

La leggerezza della notte e più giù l'odore del fiume si mischiavano al sapore acre della sua sigaretta. Guardava in basso, dal ponte, a quel passato che gli scorreva nella mente, lento come il fiume. E quando, i passi si fecero più vicini, portò la mano nell'interno della giacca, a toccare la sua fida compagna; aveva imparato a non allontanarsi troppo dalla realtà.

- Sapevo che eri arrivato in città.

I due si guardarono negli occhi, alla luce di un lampione stradale.

- Ci contavo, che mi trovassi. Ho sempre pensato che tu fossi un bravo poliziotto. Anche se, in tutta onestà, una segreteria telefonica fa' miracoli. Non trovi?

Sorrisero entrambi, con complicità. Sebbene quell'incontro, quel sapere che lui fosse tornato, gli creava disagio. Perchè era di nuovo in città?

- Già, hai ragione.

I due, potevano dirsi ancora amici e quell'incontro serviva a riannodare un filo mai del tutto interrotto dal tempo o dallo spazio.

- Hai una sigaretta anche per me?

Prese il pacchetto quasi vuoto dal taschino della giacca. Ne aveva sempre qualcuna con se, le sue sigarette non lo lasciavano mai solo..

- Non dovresti fumare, queste finiranno per ucciderti.

- Senti chi parla - disse il poliziotto a denti stretti - Allora dimmi, come stai? Cosa ci fai in città?

- Cos'è? Deformazione professionale? Ho un lavoro...

Tony sapeva bene cosa intendesse per lavoro. Non approvava, non avrebbe potuto. Ma era suo amico.

- Quando la smetterai? Quando finirà questa storia?

Fece un'ultimo tiro e lasciò che la cicca si perdesse di sotto. Lo guardò con i suoi soliti occhi. Quegli occhi che indossava da almeno tre anni.

- Porto a termine questo lavoro; poi smetto. Comincio ad essere stanco, logoro. Ma siamo all'ultimo atto e devo chiudere in bellezza.

Il poliziotto, consapevole che ogni tentativo di dissuaderlo sarebbe stato inutile, rinunciò. E cambiò registro.

- Sei stato da Lisa?

L'umore dell'inglese, al suono di quel nome si fece ancora più oscuro, tanto da mischiarsi con la notte. Quello era il suo dolore perenne, racchiuso in quattro semplici lettere. Un nome, un passato sempre presente.

Fece un respiro profondo, quasi ad aprire un cuore nascosto.

- Non ancora; se solo potesse vedere quello che faccio... se sapesse cosa sono diventato... io a volte ho vergogna. Un'intima vergogna. 

Rimasero in silenzio per alcuni istanti; Tony non l'aveva mai sentito parlare di questi suoi sentimenti. Ed ebbe pudore di dire qualcosa.

- Comunque... ho deciso... dopo... cala il sipario. Scomparirò.

- Dovrei arrestarti lo sai? Sono stato sempre combattuto, in questi anni. A volte penso che avrei dovuto fermarti. Per non farti cadere in questo inferno.

- Amico mio - gli mise una mano sulla spalla e lo guardò fisso negli occhi -  non avresti potuto. E non te lo avrei permesso. Mi capisci, vero?

- Si credo di averlo sempre saputo; te lo avevo letto negli occhi, dopo la prima volta. Come si chiamava? Carlos?

A quel nome gli si stampò un sorriso macabro e gelante al tempo stesso.

- Il signor Carlos Hernandez, si. E' stato il primo.

E Tony, guardandolo soddisfatto ebbe paura.

 
 
 

the englishman - incipit

Post n°371 pubblicato il 13 Gennaio 2015 da simonjoyce

 "Qualcosa è cambiato, lo sento. Qualcosa è diverso, lo avverto. Nei pensieri, nei gesti, nel mio sguardo allo specchio. Nelle mie mani, che non tremano più. Tutto ebbe inizio tre anni addietro, durante una rapina. E mi fu' strappato via il bene più prezioso. Lì iniziò la mia discesa all'inferno. Coloro che mi conoscevano rimasero al mio fianco. Ma tutti loro furono ingannati. Perchè qualcosa era cambiato, lo sentivo. Qualcosa era diverso, lo avvertivo. Nei pensieri, nei gesti, nei miei sorrisi. Perchè tutti sappiamo che la via per gli inferi è lastricata di buone intenzioni, e la mia intenzione era la vendetta". 

 
 
 

senza titolo

Post n°370 pubblicato il 01 Agosto 2014 da simonjoyce

E' passato ormai un mese, un mese di silenzio e di barriere ormai talmente radicate che non potranno più esserre divelte. A volte immagino, con gli occhi umidi, di venirti a trovare. Di ritrovarti mentre sorridendo allunghi verso di me le mani, per essere preso in braccio. Ed insieme avremmo scrutato il cielo della seraper salutare le stelle come tante volte abbiamo fatto. Ma tutto questo rimane nell'immaginazione poichè io non sono nessuno. Non so quante volte le persone parlano sapendo cosa stanno dicendo e soprattutto a chi lo dicono. Ma una sera tra amici, mi fu' piantata nel cranio quell'idea. Io non sono nessuno. E devo dire che la persona che amavo ed accettavo in toto non ebbe neanche un minimo sussulto di di disapprovazione. Io non sono nessuno. E nulla avrei potuto dire, o consigliare della tua vita. Io che ti volevo bene e combattevo perchè volevo sentirti mio, io ne sono uscito sconfitto. Sconfitto dalla biologia e dall'ignoranza, quando addirittura vera e propria mancanza di sensibilità. Io che volevo sentirmi chiamare papà, acquistavo il tuo amore e perdevo quello di tua madre. Tua madre... già. Che non ha capito fino in fondo, che per costruire una famiglia nuova, bisogna abbandonare i particolarismi e soprattutto cercare di superare i passati. Io non posso perdonarla. Non si può dire ad un compagno, di non volere altri figli in futuro solo perchè lei lo ha già. Mi ricordo quella sera, eravamo all'ospedale di fronte a quei bambini, al reparto maternità e guardavo i neo papà così orgogliosi, felici. Pensavo, che in fondo ne avevo già uno, ma essendo io figlio unico, ne avrei voluto almeno un'altro. Al momento giusto, da sposato.  Uno mio, che nessuno avrebbe mai potuto portarmi via. Ma tua madre, non la pensava così. Per lei bastava ed avanzava ciò che aveva. MI schiantò il cuore sentire quanta superficialità vi era nelle sue parole. A volte ognuno di noi è causa dei suoi mali. Ci stetti a pensare per giorni mentre a lei passava tutto in fretta, come nulla fosse. Nonostante ciò si andava avanti, e io mi affezionavo sempre di più a te. Ed era una bella cosa. Ma anche qui gli errori non sono finiti. Quella sera, quando a tua cugina, dissi di non voler sentire più il nome di tuo padre biologico, nessuno capì il perché. Mi sentì montare una tale rabbia che non puoi immaginare. C'era sempre lui, in ogni caso c'era sempre lui. Che fosse tua madre o fosse qualcun altro. Lui era sempre presente. Una cosa che non sarei mai riuscito a cancellare. In fondo come diceva lei, ti ci puoi affezionare ma i figli tuoi sono tuoi. Peccato però che il padre-bastardo non abbia passato con te nemmeno un'istante, preferendo scappare. Mentre io ti facevo giocare, ti accompagnato al primo giorno di asilo, alle visite mediche, a comprare i pannolini, alla prima volta in cui hai visto il mare. Ma tua madre questo non ha più ricordato. In fondo non sono, non ero e non sarei stato nessuno. "Tu non puoi capire". Già, cosa vuoi che possa capire, tu l'hai partorito, quello ti ha fecondata ed io sono quello che deve star zitto. E magari un giorno, il bastardo sarebbe tornato colpito da improvviso ravvedimento. Cosa sarei stato io? Niente, niente biologicamente, niente giuridicamente, niente... Finché questo era il pensiero di estranei poteva anche andar bene ma col tempo è diventato anche il pensero di lei, purtroppo, per lei... Eppure non è per questo che ci siamo allontanati. NO. Tu piccolo mio, non c'entri nulla. Qualunque cosa ti sarà raccontata. Io penso, che due persone se si vogliono bene, si comprendono soprattutto e si ascoltano. Indipendentemente che possano essere stupidaggini per l'uno o per l'altro. ci si confida, e si parla. Ma anche stavolta tua madre, presa dalla prevenzione che ha maturato nei confronti di tutti "i maschi" (che schifo essere messo alla pari di altri maschi.... che se nulla contassero i sentimenti) ha deciso che nella sua vita basti tu. Che se mi mettevo contro di te, la perdevo. Fortuna che Dio è testimone e non solo lui, che non ho mai detto nulla contro di te. Anzi, ora che crescevi volevo ancora di più portarti insieme a noi. Farti vedere posti nuovi, insegnarti a colorare e tanto altro. Ma tua madre, che ritengo essere una totale idiota, alla quale è stata offerta l'opportunità di raddrizzare la sua vita, si è fatta vincere da quella idiota forza che viene alle persone che sono state prima fregate. E che reconditamente vogliono far pagare a destra e manca i propri e altrui sbagli. SI, anche i propri. Perchè a parte te, andare avanti sei anni con quel compagno (per come mi ha sempre raccontato e per quanto ho poi appurato) beh, tanto intelligente non è stata. La mia colpa è stata chiedere gentilmente che qualche battito di cuore fosse anche per me. Tutto era per te ormai, ma non è questo che mi preoccupava, in fondo è normale. Volevo solo uno spicchio anche per me. Almeno un pò di bene. Neanche quello. Comunque sappi che l'unica cosa che conservo è il tuo "lavoretto" per la festa del papà. Solo quella voglio ancora vedere. Chissà forse un giorno... mi sarà data la fortuna, che altri hanno e talvolta rifiutato. Ti voglio bene, piccolino.  

 
 
 

Niente solo un'idea... letteraria (esagerando)

Post n°369 pubblicato il 14 Luglio 2014 da simonjoyce

14 luglio 2014 alle ore 18.13

 "Mi chiamano l'inglese; di preciso non saprei dire quando è cominciata questa storia. Forse quella volta a Menphis. No dai, non saprei davvero. Ma ormai nell'ambiente mi conoscono così e a me sta bene. In fondo, per il lavoro che faccio, non è salutare usare il proprio nome. E certe ho l'impressione di averlo persino dimenticato. Insieme al passato, insieme a chi ero. Una parte di me scompare insieme a chi, aiuto a scomparire. Perchè... io uccido. E lo faccio con eleganza.

Ecco, forse è per questo che mi chiamano, l'inglese.

-"Alllora Franck, mi dici chi diavolo è questo tipo che ritiriamo all'aeroporto? Caspita, neanche fosse un'attore di Hollywod!"

-"Ragazzo, ti do un consiglio. Tieni la bocca chiusa, quando c'è lui."

-"Ah al diavolo... chi c.zzo è? Eh? Potrei fare lo stesso lavoro a mani legate. Non c'è bisogno di uno di fuori."

-"Ascolta attentmente, quello è un tipo senz'anima, lo guardi storto e ti fa' fuori; gli rompi le p.lle e ti fa fuori. Io l'ho visto, non ci pensa un'attimo. Perciò sii educato, più che puoi e soprattutto tieni chiuso il becco".

-"Voglio proprio vedere..."

- " La vedo male, amico. La vedo male... per te".

 
 
 

TU

Post n°368 pubblicato il 23 Maggio 2014 da simonjoyce

 
 
 

Io e te (di Simon Joyce)

Post n°367 pubblicato il 17 Febbraio 2014 da simonjoyce

La prima volta che ti ho visto eri solo una foto e sembravi così distante dai miei pensieri. Avresti dovuto vedere come gli occhi della tua mamma si accendevano, e con quanto amore ed orgoglio mi parlava di te, tutte le volte che passavamo del tempo insieme. Ti confesso che ho avuto anche paura, una stupida paura come stupide sono tutte quelle paure e ragionamenti che ci bloccano quando non seguiamo la nostra strada. Ma per fortuna o semplicemente per l'amore che ho verso la tua mamma, è durata la spazio di un mattino, ed ho scelto la strada della felicità che vivo, quella che avrei rimpianto e non mi sarei perdonato.

Così ripenso alla mattina di Natale, quando tu dormivi nel tuo passeggino, tutto infagottato ed io ho cercato dentro la manica di un giubottino, con le mie grandi mani di toccare le tue. Così piccole e fragili. Stando attento a non svegliarti. Per me è stata una bella bella sensazione. Ecco che in quel momento non eri più solo una foto o una storia ascoltata. In quel momento non eravamo più soltanto io e la tua mamma; eravamo in tre. Ed è questo il pensiero che mi riempe ogni giorno. 

Per questo ho voluto, io per primo esserci al tuo primo giorno di asilo e mai scorderò quella domenica sera. Noi tre, in chiesa come una piccola, giovane famigliola. Tu non ci avrai fatto caso e un giorno non ricorderai, ma ti presi in braccio per la prima volta. Chissà che effetto ti avranno fatto i miei baffi, ed il mio viso poco familiare. Cominciasti a piangere volendo subito tornare tra le braccia rassicuranti della mamma. Io lo ricorderò anche per te. Come ricorderò le parole del parroco, sull'amore che è l'unica cosa che possa davvero legare le persone, con impegno reciproco e incondizionato, senza farsi ingannare da chi vuol convincere che certe cose siano non adeguate ai tempi. Con quanta emozione ascoltai quelle parole sull'essere genitori. Ero genitore anche io. Io, lì per amore della tua mamma, io ero lì con te. Ed anche se per ora non posso vivere tutti i tuoi giorni, accompagnandoti in questa avventura che è la vita. Io sono con te. Questa strada, così nuova anche per me, la faremo insieme.

L'altra sera mi hai fatto un grande regalo, eravamo in macchina insieme alla mamma ed Arianna. Chissà cosa pensavi, ma hai detto "Pa... pa" per la prima volta, lasciandoci tutti senza fiato e riempendomi il cuore con la tua innocenza. E non hai più pianto tra le mie braccia; e quando non volevi più gattonare hai cercato le mie grandi mani per tirarti su. 

Le tue piccole mani nelle mie grandi mani.    

 

 

 
 
 

Pucciarella (di Simon Joyce)

Post n°366 pubblicato il 17 Febbraio 2014 da simonjoyce

25 gennaio 2014 alle ore 16.55

E' così che tutto finisce, in un respiro e poi un volo. Pensavo di essere pronto; quante volte mi sono ripetuto i discorsi e le ragioni. Ma non si è pronti mai, davvero; anche dietro una porta chiusa, di fronte alla certezza di quel respiro interrotto davanti a me, continuavo a sperare. E se ne avessi avuto il potere ti avrei trattenuta ancora.

Perdona questo mio egoismo così umano e il mio non essere stato capace di tirarti fuori dai guai. Pensavo scioccamente di poter aggiustare tutto, in qualche modo. Ma quanto sono state tremende e profetiche quelle mie parole sull'onnipotenza, senza sapere il dopo.

Ma adesso, che è tutto concluso, concluse le formalità, adesso realizzo davvero la tua assenza. Però mi consola il fatto che non vi sia più nessuna malattia, ne più macchinari, ne vuoti nella memoria... Ora sarai di nuovo quella delle vecchie foto, sorridente e timida, gentile, che mi faceva le torte alla crema la domenica. Quel mio chiamarti Pucciarella, stringerti le guanciotte, il trasformare gli ospedali in residence per vacanze; quel mio modo di fare per non affondare e guardare diversamente la realtà era il mio solo modo perché qualcosa di me ti arrivasse ancora. E quando mi guardavi con quelle espressioni da bambina, ti sentivo la mia piccola. 
Ora che nulla ti offusca, ci vedrai diversi. Cambiati, in tutti questi anni, in cui eri altrove. Ci tornerai a guardare con occhi nuovi. 

Oggi, quando ho riaccompagnato Silvia a casa (... ah proposito in fondo senza di te non l'avrei conosciuta mai...grazie mamma), ho visto il piccolino sorridermi e farmi ciao con la sua piccola manina, e ho pensato quanto a volte tristezza e gioia si possano mescolare nello stesso istante. Da quel ciao, dall'amore della mia compagna devo ripartire. 

Sono sicuro che non avrai difficoltà a leggere queste mie parole ed i miei pensieri; perché i respiri che abbiamo iniziato insieme tanti anni fa, possono fermarsi, ma c'è un mondo dentro di noi in cui non ci si lascia. 

 

                                                                                            ciao, Pucciarella, con amore


 

 

 
 
 

oggi 29/12/2013

Post n°365 pubblicato il 29 Dicembre 2013 da simonjoyce

L'amore è come acqua, non ha forma sua ma la forma del suo contenitore; e se il contenitore è un cuore, esso avrà forma di cuore; e se ha forma di anima esso forma di anima. E più grande sarà il cuore o l'anima più acqua vi si troverà e più se ne avrà bisogno per riempire il cuore e anima. E non pensiamo di poterne fare a meno, dell'amore come dell'acqua perchè non c'è vita, senza l'uno come senza l'altra. 
Essa non è vino, che inebria fa' girare la testa e poi svanisce quando i suoi vapori si sperdono, essa rimane dentro ogni cellula, vi permea, vi nutre, vi riempe.  

 

 
 
 

24122013

Post n°364 pubblicato il 24 Dicembre 2013 da simonjoyce

A pochi giorni dalla fine di questo 2013 (... anno horribilis per me) un grazie di cuore, e sinceri auguri di un sereno Natale a (in ordine sparso):

Giulia, la mia sorellina dalle mille risorse e da mille risate; Manf, il mio migliore amico e futura consorte Antonella (grazie per il salame parmense); Beppe e Sabrina; Silvia "mannagghia a te" e Cira "kinder forever" che ho ritrovato anzi mi ha ritrovato... Un abbraccio a tutti voi amici miei 

                                                                                         La simpatica canaglia

 
 
 

...

Post n°363 pubblicato il 06 Ottobre 2013 da simonjoyce

Ad occhi chiusi
attraverso quella porta
dove mi lasciasti bambino
e gli eroi eran solo immaginazione
i sogni da costruire
correndo su una bici nuova
e non ho saputo dire
non sapevo cosa fare,
ma se nscondo lo sguardo
sento l'odore dei biscotti
di quando mi sporcavo le mani
coi canditi
e tutto era un gioco
persino le storie della guerra
le partite in tv
e correvo per diventar grande
immaginando di non perdere nulla di allora.
Ora che gli eroi sono fantasmi
so di aver perso il treno,
l'ho mancato per non sapere cosa dire
non saper cosa fare.
Se tu fossi qui... io... ci proverei.

Così, dove ora sei
puoi sentirmi e non ascoltare, 
il tuo corpo ancora qui
ma il pensiero, spero
sia in una terra di sogni
quelli confidati nel mattino
di una tazza latte,
nell'estate che finiva sui libri di scuola
prima che il mondo fosse dietro
una finestra da sbatterci il naso
e la vita immaginata
diventasse un inferno
le favole disattese;
quanti incontri sbagliati,
quanti treni mancati
per non saper cosa fare
non saper cosa dire
gli eroi eran di cartone
le rose solo bugie.
Ho ancora quella valigia
che non mi ha lasciato mai.
Se tu fossi qui, sarebbe più leggera
e... io... proverei... a rimediare.

Così...
tu... tu... ovunque
tu sia
a sognare bevendo un caffé,
e non sai nulla di me
quando guidando ascolti una canzone
o guardi un soffito di immaginazione,
mentre ridi con gli amici...
Se tu fossi qui, a raccontare di te
a riempire i tuoi giorni,
i miei giorni
io... saprei... cosa dire
cosa fare 

 

 
 
 

...

Post n°362 pubblicato il 28 Settembre 2013 da simonjoyce

- Quand'è che smetterai di essere questo? Eh? Di mettere sempre distanze.

- Quando qualcuno vorrà guardare sotto al trucco e lo terrà stretto. Perchè le distanze le mettiamo tutti, stanne certa.

- Non è giusto.

- Non è mai giusto.

 
 
 

Sorrow

Post n°361 pubblicato il 28 Settembre 2013 da simonjoyce

Versione audio-live...rende molto meglio. PS: capolavoro

 
 
 

le situazioni di lui e di lei

Post n°360 pubblicato il 20 Settembre 2013 da simonjoyce

- Ciao amore, sei proprio bella stasera
- Veramente mi sento un gabinetto
- Per me sei sempre bella
- Si vabbé....
- Quello sguardo, quel sorriso (quanno te riesce...)...
- Ecco che parte la sviolinata 
- Oh a me piaci davvero...
- Ma se qua son tutte più gnocche di me
- Ma che centra io voglio te...
- Ma perché sei innamorato... 
(qua i maroni sono già cascati alla grande)
- A me piaci
- E vabbé..
- Certo che se non fossi così deficiente d'essermi innamorato starei a guardare le altre stragnocche che mi stanno intorno invece di cercare di far sentire apprezzata e desiderata un gabinetto (detto da te) che manco me fa ridere una volta al mese. Che poi detto tra noi non solo mi stai dando del cog...one perchè sono innamorato (filosoficamente potrebbe anche essere vero) ma cribbio ci vedo benissimo enon starei con te se non mi piacessi, mica sei straricca. E figlia mia... ti serve l'opinione di qualcun'altro, chiediamo ad uno sconosciuto se ti si... 
- Così mi fai piangere
- Si vabbè fatte sto pianto e asciugati con la carta. E' a triplo velo...

Pura fantasia? Beh non proprio, solo da "E vabbé..." in poi (purtroppo)
Oggi son cattivello 

 

 
 
 

Una lettera (di SJ)

Post n°359 pubblicato il 14 Settembre 2013 da simonjoyce

Russia, 11 Gennaio 1813


Amor mio,

Solo adesso posso scriverti questa mia, tutto intorno a me è fermo e posso riposare su di un tronco gelato. Per grazia dell'Iddio posso usare ancora le mani. Ti scrivo per avere l'illusione di averti accanto. Perché pensandoti possa tornare sulle mie ghiacciate labbra quel sorriso che tu sola sapresti donarmi.
Ti scrivo per rinnovare una volta di più la promessa che mi lega a te anche in questa cattiva sorte. Sono giorni ormai che ci trasciniamo a fatica, in piccoli gruppi, sconosciuti gli uni altri altri, sulla strada che ci ricondurrà alla nostra amata Francia. Il nostro solo scopo è sopravvivere, al freddo, ai russi, all'indifferenza. Questo è quello che ci rimane del nostro orgoglio e delle mille bandiere, gloriose e superbe che partirono la primavera scorsa. Questo sconfinato e bianco deserto ci avvolge in un abbraccio mortale; il vento ci sferza continuamente con l'intento di piegare le nostre ginocchia stanche. Null'altro desideriamo che ritornare alle persone che ci amano. Così l'unico calore che ancora mi tiene su è il pensiero di quando passeggiavamo lungo il fiume, raccontandoci i nostri sogni di una vita da trascorrere insieme. Ci tenevamo per mano, felici e sorridenti sotto il sole di primavera. Come sei bella nei miei sogni, perché altro di te i miei occhi non possono vedere. Eppure ogni giorno sei di fronte a me, che mi chiami muta di parole. Sei la col tuo vestito di fiori e l'ombrellino da passeggio. 
Io tornerò da te, dovessi lottare contro Dio in persona, ho ancora abbastanza polvere e colpi per il mio fucile. Ti amo.

Per sempre tuo   

 

 
 
 

Fumo grigio (di SJ)

Post n°358 pubblicato il 14 Settembre 2013 da simonjoyce

 

Sul balcone presi una sdraio e mi sedetti maleducatamente con i piedi nudi poggiati sulla ringhiera. La notte era immobile, con i suoi odori risparmiati dal torrido del giorno. Accesi una sigaretta. Eravamo io ed un leggero fumo grigio che si perdeva lassù. Dove non vi erano stelle da guardare. Per strada poca roba; qualcuno partiva per il turno di notte, qualche coppia che andava ad iniziare o a finir qualcosa. Flebili segni di vita in un teatro dormiente. Per un attimo chiusi gli occhi per riaprirli su di te. Sdraiata nella tua veranda sotto lo stesso cielo vuoto. Ed anche tu con il solo fumo grigio a portar via ogni affanno. Ed un gatto in grembo goloso delle tue carezze. Pareva che i miei pensieri avessero la tua voce: "Ma certo che sei una piccola carogna, tu!!!", "C'era una bella luna, ho preso un gelato alla frutta, ma l'amarena l'avevano finita, sai?". Anche così mi hai fatto di nuovo sorridere. Poi di colpo tutto tornò reale; davanti a me solo alberi di pino. Avrei dovuto chiederti dei tuoi tatuaggi, pensavo ne avrei avuto il tempo. Invece... anche le nuvole di zucchero filato seguono il vento. Lo stesso che porta via il nostro fumo grigio.   

to emy

 

 

 

 
 
 
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