Community
 
Thamyris
Video
Sito
   
 
Creato da Thamyris il 22/06/2007

La ricerca di Tamiri

Frammenti d'anima sparsi qua e là

 

 

La mia donna

Post n°15 pubblicato il 26 Marzo 2011 da Thamyris

 

Potevo non vederla per ore, la mia donna; lontano da lei passavo il mio tempo, preso dal lavoro, dalle carte, dai pensieri, dalla vita prosastica di ogni giorno. Ora la cerco sempre negli occhi degli altri, uomini o donne che siano, bagliori della sua luce riesco a volte a cogliergli. La bellezza del mondo è solo un ingrandimento del suo viso, del suo cuore riflesso tra i suoi occhi; potrei ringraziare non so chi per questo, e questo che sto scrivendo può sembrare un mieloso messaggio, una banale lettera scritta alla luce di una luna indifferente, ma sempre presente nelle mie notti solitarie, ma così non è, credetemi.  Nella casa inciampo nei suoi ricordi e nei suoi sogni, così come nelle sue paure e nella sua rabbia, nei desideri insoddisfatti, oggetti abbandonati a loro stessi, in musiche vergini di orecchie umane, in dipinti inconclusi.  Un cibo, il suo, privo di sapore per me, o per lei, quando non è condiviso da uno dei suoi sogni.  Ne parlai un tempo con qualcuno, anche lui ne apprezzò la forma, la grazia, l’indole da regina che nella sua ira manifestava fulgida dignità di essere compagna di vita, è che vita! Questi “qualcuno” oscillavano tra l’invidia, l’orgoglio, la gioia tra i miei occhi, i miei sguardi per lei. È bella, la mia donna, non so se ve l’ho detto. Una forma che colsi, come ovvio, dal primo momento che posai gli occhi su di lei: niente di nuovo in questo, lo ammetto. Lei arrossiva, non credeva alle mia parole, o forse credeva e arrossiva davanti alla verità. Ha questo effetto, a volte, la verità, ci fa vergognare di ammetterla, persino di udirla, chissà perché, poi? Ricordo quando la pronunciai la prima volta in vita mia: fu con lei di fronte. Ammisi davanti al creato che era di aspetto nobile e fulgido, bella per me come per ogni cosa su questa terra. Non voleva crederci, alla mia verità, nemmeno questa è una novità per noi mortali: possiamo solo sperare che non coinvolga la nostra vita, ecco quello che vogliamo, la bugia per crearci il nostro mondo perfetto. Non è certo per colpa della menzogna che si cavano i propri occhi, ci si appende al soffitto o si tenta di volare non riuscendoci. Ma una verità così pura e bella? La mia donna non la comprese. Ogni suo pensiero, ogni sua parla, ogni suo movimento, ogni suo respiro la rendeva graziosa ai miei occhi: la mia donna. La osservavo per ore, mentre camminava, mangiava, sognava nella veglia, nel sonno. Il ritmo del suo respiro vibrava della musica delle sfere celesti, nel suo stesso vivere scorgevo una scintilla dell’amore divino, del movimento dell’universo, ed era tutto nella mia donna: un tesoro che il più ricco re d’oriente poteva solo piangere. Forse un giorno mi capitò di vedere un angelo, uno di quelli nascosti sulla terra, tutt’uno con parti dell’opera divina, mi confessò di essere sceso soltanto perché aveva sentito parlare di lei, lì tra le schiere, aveva reputato un equo prezzo barattare la sua anima, scendere nel peccato, per vedere lei. Una curiosità infernale che pagò con la sua anima superna. Ebbi pietà per le sue lacrime d’argento e per i suoi cenciosi capelli una volta lucenti come l’oro di Salomone: feci vedere la mia donna, mentre dormiva, per non spaventarla. Egli sospirò ancora e ancora, pianse ringraziando il suo Creatore di averlo reso di spirito e anima e di aver potuto dargli, così, possibilità di vedere la mia donna. Se ne andò e di lui non seppi più nulla. Aveva spirito da dea, la mia donna: in ogni sua azione c’era la dignità della regina di Saba, la fierezza di Cleopatra, la mente di Medea, la passione di Elena e l’ira degna di una divinità. Ogni bacio, ogni amplesso, ogni passione tra di noi era la sintesi ultima di due universi che si scontravano: la magia di sradicare la luna dal cielo aveva la mia donna. Vivevo come un re al suo fianco, invincibile nella sua armatura, audace nelle sue guerre, forte del suo potere.

Avevo ogni cosa con lei, in lei, per lei, tra lei, la mia donna non era più mia, era del mondo e a lui l’ho ridata, perché mai si dica che è l’egoismo la fiamma dell’amore, che è l’abitudine il suo alimento, come non si dica che la gelosia è la sua manifestazione.

Ho ridato alla terra la mia donna affinché tutti i figli di Eva, alla fine, possano nutrirsi di lei e, alla fine di ogni cosa, abbiano il coraggio di comprendere chi fosse la mia donna…la mia donna…la mia…donna…

 
 
 

Sulle tracce di Tamiri - Incontri...

Post n°14 pubblicato il 02 Settembre 2009 da Thamyris
Foto di Thamyris

dalle note di Alberto della Porta, giornalista

Mi trovavo alla fermata del bus, gli orari dell'ufficio mi avevano massacrato anche quel venerdì: solito tornare distrutti il venerdì...non riesco nemmeno a trascorrere come Dio comanda il fine settimana; prima di riuscire a smaltire la fatica riprende già ad essere lunedì!
Ero alla solita fermata, dicevo, solita gente, solita indifferenza dettata dalla fatica che si prova nel parlare con qualcuno quando non ci interessa nulla di quel qualcuno. Presi all'improvviso a rovistare nella mia borsa, avevo dimenticato qualcosa in ufficio, me lo sentivo. Prima di accorgermi che fosse tutto in ordine chiusi le cinghie, non più interessato al problema. Poco prima avevo sentito parlare, una voce "diversa", come di campanellini attaccati ad uno dei braccialetti di mia sorella. Cercai subito chi avesse parlato: era stato un attimo, un momento di irresistibile evasione, come se quella voce limpida e squillante mi avesse preso di peso e trasportato altrove.
No, non c'era nessuno tra le persone ferme al capolinea che mi facesse pensare a quella voce. Non sapevo dire se fosse stata di una donna o di un ragazzo o di un bambino, ma se l'avessi scorto, me ne sarei accorto immediatamente, pensavo.
No, niente. Pian piano mi convisi di aver immaginato tutto, eppure delle voci dalla profondità del mio animo mi chiedevano, imploravano di continuare a cercare. Ripresi a menare lo sguardo intorno, e giunse il mio bus. Salii per ultimo, aiutai un'anziana signora a imbarcarsi, mentre ancora scrutavo la gente della strada, ma niente...e le voci interiori cessarono la loro preghiera.
Sistemai il mio abbonamento nel tascino della giacca, pronto per essere mostrato qualora ci fosse stata necessità. Concessi prima un posto a un signore raggrinzito e malfermo, un secondo ad una donna incinta. Sarei stato in piedi per tutta la mezz'ora del viaggio: poco male, ero abituato.
Un uomo di mezz'età, con il colletto della camicia un tempo inamidato e una giacca ricoperta di pieghe che indicava molte ore di viaggio, mi chiese di poter dare una lettura al giornale che avevo appena trovato su un sedile e che tenevo sottobraccio rinviandone la lettura a casa: diedi il giornale senza dire una parola.
Ed ecco la voce, una risata questa volta, provenire dal fondo del mezzo.
Cercai prima con lo sguardo, poi iniziai a raggiungere l'altra metà del bus, spintonando vecchietti, attraversando africani, indiani e altre razze, chiedendo scusa alle donne e grugnendo ai ragazzini. Giunsi alla fine, ma niente, nessuno mi sembrava il candidato giusto. Guardai le persone sedute dietro, e c'era un posto vuoto, appena liberato da un senegalese diretto alla stazione, per quanto mi parve. Ne approfittai, non scorgendo donne o anziani, e mi sedetti. Accanto a me, un uomo anziano, vecchio, incartapecorito nel volto, con mani tremanti su un bastone di faggio e un cappello a coprire un cranio calvo e macchiato dalla vecchiaia della pelle. Mi guardò attraverso delle lenti spesse montate su un ponte d'osso, e mi sorrise mostrando una chiostra di denti bianchi come l'avorio.

"Buonasera, signore" mi disse con tono affabile e una voce nient'affatto rauca, come mi sarei aspettato da un vegliardo di quell'età.
"Buonasera" risposi ancora guardandolo di sottecchi.
"Io scendo dopo di lei credo" prese un orologio a cipolla dal taschino e ne studiò il quadrante.
"Ma non sa dove scendo, mi scusi." mi aggiustai meglio sul sedile.
"No, infatti, ma sono io che scendo sempre dopo tutti gli altri, e quando scendo io, non c'è mai nessuno con me." mi rispose, risistemando l'orologio nel taschino e fissando la folla.
"Capisco" temevo fosse un po' suonato, non del tutto normale, almeno.
"Che lavoro fa, signore?" mi tornò a guardare prima di farmi questa domanda.
"Lavoro in una redazione di giornale, sono un giornalista."
"Ah! Interessante...e, mi dica, ha scritto niente di divertente questa settimana?" posa questa domanda strizzando l'occhio in maniera esagerata, come se si sforzasse a far vedere che lo sapesse fare.§
"Divertente? Guardi, di sicuro posso aver scritto di cose interessanti, ma divertenti non credo."
"Peccato..."rispose sinceramente deluso "Perchè? Di cosa scrive?"
"Cultura"
"Cultura?" sorpreso strabuzzò gli occhi.
"Si...cultura. Letteratura, arte, incontri, libri, conferenze, mostre."
"Ah! Ah già..." divenne improvvisamente meditabondo come se cercasse dentro i suoi ricordi qualcosa.
"Ha mai sentito parlare di una certa Erato Massima?" mi chiese dopo un paio di minuti.
"No...non mi pare, avrei dovuto?"
"Oh, no, non di certo, si figuri." la sua espressione tornò ad essere quieta, come quando l'ho vidi per la prima volta, come se stesse conservando le energie per un momento migliore.
"Posso sapere chi sarebbe questa Erato?" chiesi ormai incuriosito, chi avrebbe potuto dirlo? Avrei potuto sentire una storia interessante.
"Una gran bella donna! Si, certo, anche le sue sorelle lo sono, ma se vuoi capire davvero come si vive su questa terra, devi andare da Erato Massima!" era allegro, speranzoso quasi. Il parlare di questa persona lo aveva reso più vitale. Sicuramente un amore di giuventù.
"E cosa fa nella vita? Avrei potuto conoscerla perché è una scrittrice, una poetessa, una pittrice?"
"Ma no! O Dio, si, potremmo considerarla una poetessa della vita, ma la sua vita è una tale commedia che, no, non è proprio il tipo di donna che si ferma e medita e scrive."
"Quindi era solo una domanda, giusto per tentare la sorte?" sorrisi, ma lui non ricambiò, anzi divenne subito cupo in volto.
"Qualcosa del genere...veda è che a me Erato serve, mi deve ridare qualcosa che mi appartiene."
"Ho capito. Spero non il suo cuore di ragazzo." guardando i suoi occhi mi pentii di aver fatto quella battuta ridicola. Scorsi una profonda tristezza, potevo percepire i ricordi che si accavallavano sulle sue pallide iridi e delle lacrime che si affacciavano alla mia vista. Solo in quel momento, però, mi accorsi di un dettaglio...
"Mi scusi, ma lei non ci vede..." parlai di getto, senza pensare
"No" chiuse gli occhi come per nascondere qualcosa che non voleva si scoprisse.
"Non...non volevo, ecco, mi dispiace...io..."
"Tu niente ragazzo, non ti preoccupare..vai per la tua strada e io andrò per la mia, come ho sempre fatto."
"Se posso fare qualcosa..."
"Non puoi fare niente. Ora vaì, che sei arrivato."
Era vero, ero arrivato alla mia fermata, ma lui, cieco com'era come poteva saperlo?
"Conosco molte cose, tra cui tutte le fermate di questo autobus e tutta la gente che sale e che scende." disse quasi leggendomi nel pensiero (forse lo aveva fatto davvero).
Dovevo scendere, altrimenti avrei dovuto aspettare ore per tornare a casa.
"Ci rivedremo?" chiesi, sentivo di dover fare qualcosa per lui.
"Probabile." tornò a sorridere e con il bastone mi indicò l'uscita.
Scesi dal bus e stetti fermo sul ciglio della strada fino a quando non scomparve dietro una curva.
Alzai il collo della giacca per riparmi da un'improvvisa folata di vento freddo: l'autunno era ormai inoltrato.
Mi sentii chiamare da dietro, mi fermai e voltai: era un mio vicino, prendeva lo stesso mio bus qualche volta. Ci salutammo e iniziammo a parlare del più e del meno.
Giunti davanti al cancello che apre sul cortile dei nostri rispettivi condomini si fece silenzioso.
"Cosa c'è?" chiesi mentre recuperavo le chiavi di casa da un tasca.
"No, niente...è che ti ho visto parlare da solo sul bus."
"Da solo?" il cuore iniziò a battermi allìimpazzata.
"Si, eri seduto alla fine del bus, con un marocchino accanto che non capiva una acca di quello che dicevi, ma tu continuavi. Ho pensato: o parla a prescindere o parla da solo, sicuramente stavi pensando ad alta voce, vero?"
"Ma cosa dici? Stavo parlando con un vecchietto, con bastone, occhiali, cappello e cipolla!" il mio vicino spalancò gli occhi a quelle parole.
"Ma stai di fuori? Vuoi dirmi che hai parlato con il vecchio Teseo?"
"Non mi ha detto il suo nome, però era vestito proprio come ti ho detto."
"Magari anche cieco, vero?"
"Si! Esatto!"
"Ti rendi conto di quello che dici?"
"Perché? Mi stai prendendo per i fondelli?"
"Proprio per niente! Solo che il vecchio Teseo è stato trovato morto una settimana fa a casa sua, attaccato ad una bottiglia!"

No, questo vecchio Teseo non può essere la stessa persona e questa persona era viva, ragionava, pulsava di vitalità antica. Non sono pazzo, ovvio, e lo dimostrerò cercandolo, tornando su quel bus e vi farò sapere come è andata...

 
 
 

Al rogo Dr. House!!!

Post n°13 pubblicato il 11 Gennaio 2008 da Thamyris
Foto di Thamyris

La serie televisiva Dr. House M. D. mi piace moltissimo! Sul canale Fox stanno rimandando in onda la seconda stagione in prima serata e la prima nel pomeriggio. Benché abbia già visto gran parte delle puntate, cerco di non perderne nemmeno una.
Sul "caso" House si sono scervellati molti uomini e molte donne, scrittori e critici, produttori ed esperti mediatici, ma pochissimi di loro hanno centrato tutte le qualità che hanno reso questo personaggio, e di conseguenza la serie, famigerato.
Non ricordo il giorno, ma era novembre. Dopo l'ultima puntata della terza stagione, in seconda serata, andò in onda regolarmente Matrix di Enrico Mentana. Il tema della puntata era lo scorbutico medico con il bastone. La domanda che Mentana ha posto a tutti i presenti verteva, appunto, sul perché House fosse così famoso (Voi forse non ne avete cognizione della sua risonanza, ma sulla più grande rivista di critica letteraria accademica italiana Belfagor, nel numero del gennaio 2007, hanno pubblicato un articolo sul Dr. House).
Alla domanda del presentatore ognuno ha dato, grosso modo, risposte diverse. Una sola di queste fu in comune a tutti gli interlocutori: "Dr. House è un genio".
Devo ammettere che tale consapevolezza era scontata, ma devo anche ammettere che mi ha lasciato sorpreso. L'essere geniali, normalmente, porta all'isolamento e non parlo del "genio incompreso" che scacciato dalla comunità continua il proprio lavoro in attesa si una rivalutazione post mortem; mi riferisco, bensì, al fatto che il genio volontariamente si isola dall'umanità sia per lavorare sia perché considera i non-geni inferiori a lui e quindi d'intralcio.
Ecco cosa c'è, a mio avviso, di riuscito nel personaggio di House: la simpatia del pubblico non è verso un genio incompreso, per il quale la gente spera un futuro migliore e la giusta riconoscenza da parte della società (ad esempio A Beautyful Mind), ma la simpatia và verso un genio letteralmente costretto a stare nella società.
Gregory House, medico quarantenne con specializzazione in malattie infettive e in nefrologia (studio del rene) che non guarda nemmeno il paziente per le sue diagnosi, che non indossa il camice perché altrimenti sarebbe scambiato per un medico, che infrange ogni "stupida regola" deontologica e si fa beffe di Ippocrate, che considera la mente e l'intelletto umani l'unica vera risorsa per elevarsi dal nulla, che ritiene l'uomo ontologicamente malizioso e mentitore, ebbene lui è l'anti genio per eccellenza, ecco perché piace.
L'originalità non sta nel trovare semplicemente una cosa nuova, ma nel rivedere sotto luce diversa ciò che fino ad un certo punto era considerato essere l'opposto della nostra nuova interpretazione.
House è un medico, ma ha pochissimo dell'essere medico, ovvero del medico "televisivo classico".
House è l'anti E.R., non perché depreca lavorare nel pronto soccorso e salvare la vita al nero pestato a morte dai poliziotti razzisti in quanto lavoro stancante o non utile per la notorietà scientifica, ma perché del nero pestato a morte non gliene frega niente. Lui si è formato per fare altro, per essere il migliore e, se ci riesce, vuol dire che è così, che è la cosa giusta da fare; agli altri spetta il compito di occuparsi della mera realtà con le sue banali malattie e i suoi "umani" infortuni più o meno gravi.
L'essere zoppo, oltre a dargli un che di vissuto, manifesta la sua anticonvenzionalità, perché infrange il detto "Medico cura se stesso", facendo sorgere il dubbio se sia sul serio bravo o se sia stata l'invalidità a renderlo così cinico e menefreghista, non considerando il fatto che House sia zoppo non per colpa sua, ma a causa di errori altrui. L'antidolorifico è simbolico di una volontà di non pensare alla sua imperfezione causata dal medico di turno: essere perfetti o morire, non c'è altra scelta per lui...

Se questi geni non ci piacciono, se ci turbano, se ci rendono insicuri sulle nostre capacità, se non ci spingono ad eccellere, magari con un pizzico di umanità in più, allora condanniamo al rogo House, come l'uomo ha fatto in passato verso ciò che lo spaventava e lo faceva sentire inferiore...

 
 
 

Frammenti - Satis vixi, invictus enim morior

Post n°12 pubblicato il 13 Settembre 2007 da Thamyris
Foto di Thamyris

     "Ho vissuto abbastanza, poiché muoio invitto" questa è la traduzione della frase che lo storico latino Cornelio Nepote mette in bocca al generale tebano Epaminonda. Egli, nella battaglia di Mantinea, era stato trapassato da una lancia spartana e, se fosse stata estratta, sarebbe morto; il condottiero decise di non togliersela fino a quando non seppe della vittoria del suo esercito. Ricevuta la lieta notizia, estrasse il fatale ferro e spirò.

     Per il lettore disattento dichiaro che tra queste pagine telematiche scrivo quando ho qualcosa da dire, degna di essere comunicata "subito" a qualcuno, a voi.
     Ebbene, ieri è accaduta una cosa che merita una riflessione condivisa con il lettore.
     Mi trovavo in libreria, una piccola e modesta libreria qui considerata la migliore, che ha ristrutturato da poco il suo ambiente, rendendosi un po' più degna dell'aggettivo qualificativo di prima. Erano da poco passate le otto e, come accade sempre, la mia geniale idea - andare in un negozio poco prima che chiuda per trovare meno folla - era stata resa nulla da una massa eterogenea di clienti dell'ultim'ora. Avevo in mano cinque libri, pesavano (eccome!), e già non ce la facevo più a tenerli in mano fino al mio turno davanti alla cassa che mi sento chiamare (poteva essere chiunque altro con il mio nome ad essere chiamato, ma non c'erano dubbi: volevano me!). Cercò con gli occhi la persona, una ragazza dalla voce, e rivedo, dopo 10 anni suonati con tanto di anniversari, una mia amica di classe delle medie. Sorpresi del  fatto che, studiando ambedue a Foggia, non ci siamo mai incrociati, partono le solite domande: "Come stai?", "Bene ("Non c'è male"dico io, mi piace variare sul tema...)", "Che fai nella vita?" "Si studia..." etc etc... Dopo cinque minuti passati ad assicurarci che siamo vivi, stiamo bene e che io sono laureato e lei non ancora, che la ragazza al suo fianco era la sorella minore, si passa alla vera discussione. La mia vecchia amica fa:"Sai cosa è accaduto a Giorgia?" con un tono simile a un lugubre sussurro nella notte di Ognissanti. "No" rispondo. "Non vorrei rovinarti la serata" dice lei con aria di chi vorrebbe risparmiarti un supplizio ma non può farlo perché gliel'hanno ordinato. "Dimmelo lo stesso, non ti preoccupare" acconsento..."L'anno scorso è morta. Tumore al cervello..." glaciale, lanciata come un coltello affilato da un killer, però con un sincero tono di commozione nella voce.

     Per capire la tragicità della notizia occorre che spieghi un paio di cose. Assodato che la notizia della morte di qualcuno che hai conosciuto e che hi visto per tre anni, per di più ragazza, ti lascia quell'amaro in bocca, per parte mia c'è dell'altro.
     Giorgia era una ragazza molto carina, la più bella della classe, forse, e da molti miei compagni di classe agognata come preda pre-adolescenziale. Era brava a scuola, educata, non volgare, estroversa quanto basta, insomma una ragazza bella ed equilibrata, cosa rara e preziosa, direi. La cosa più importante però è che io ne ero innamorato pazzo...
     Di sicuro fu la classica infatuazione da bambini (11-13 anni), ma io non ho preso alla leggera nemmeno le infatuazioni. Non guardavo nessun'altra se non lei, le facevo complimenti - certo goffi e bambineschi come "bella penna" o "bel vestito" - ma sempre fatti di cuore e sinceri. Un giorno la seguii fino a casa sua per sapere dove abitasse, per conoscere qualcosa di lei così da sentirla più mia (lei non era a piedi quel giorno...era in macchina del padre, IO ero a piedi!!!). Dopo due anni, in terza media, ricevetti da lei qualche concessione di attenzione, anche qualche complimento sulla mia tenerezza e dolcezza (fu allora imparai che quando le ragazze dicono così, dobbiamo quasi sentirci dei minorati che ricevono compassione...), cose che per me erano meravigliose, mi facevano pensare a un matrimonio. Quell'anno costrinsi i miei a organizzare la festa per il mio 13mo compleanno, solo per poterla avere a casa (avere a casa la donna che si desidera ci fa sentire più sicuri...certo, come no?). Agii furbamente: invitai prima le sue amiche, poi lei, così non avrebbe potuto rifiutare. Fu durante quella festa, la festa che organizzai a casa mia, che ricevetti una batosta micidiale: Giorgia era "innamorata" di un altro nostro compagno di classe. Questo tragico comunicato non fu diffuso discretamente per rispondere a una mia dichiarazione, ma fu letteralmente urlato da lei, dopo che le sue amiche la costrinsero a dire di chi fosse "innamorata" (inutile dire che nell'attesa della sua risposta io ero in visibilio). Da allora rimase solo una vaga forma femminile, ideale per i miei sogni e nient'altro...
     I mesi successivi, deluso, li vissi senza particolari entusiasmi. Invero non so dire se si accorse del mio calo di interesse nei suoi confronti, non me ne importava e adesso non potrei comunque più saperlo. L'ultima cosa che mi interessò di lei fu sapere dove sarebbe andata alle superiori, quando la professoressa di lettere chiese a ciauscuno di noi i nostri progetti sulla scuola successiva. Nell'elenco venivo prima io di lei (dissi "Andrò al Liceo Classico"), lei subito dopo disse che sarebbe andata al Classico. Fortuna o Destino mi davano un'altra possibilità? Ben cinque anni per sperare? No...lei aggiunse repentina "...ma a Torino". Torino??? I miei nonni abitano a Torino, forse...ma che stavo dicendo? La Fortuna o il Destino avevano parlato chiaro: "Non è roba per te, cazzo! E' troppo elevata, troppo in alto per un ragazzino deficiente che va dietro ai fumetti e ai pupazzi. Chissà da quando ha lasciato le bambole, lei!"
     Tutto vero. La scuola finì e ognuno prese la propria strada, fino a quando...fino a quando nulla! Ammetto che negli anni successivi pensai a lei più spesso di quanto avrei dovuto, sperando di rivederla, almeno una volta, così, solo per farle le solite domande; no, mai più rivista. Non so come era diventa al liceo, se si tingeva i capelli, se andava sullo scooter a Torino o guidava la macchina appena iscritta all'università. Magari era fidanzata da anni con un tipo figo e affermato (in fondo poteva pretenderlo). Non so nulla e nemmeno la mia amica della libreria sapeva niente. 
Posso solo ricordarla quando aveva 13 anni, l'ultimo giorno di scuola, fanciullesca visione: nient'altro.
     Fortuna e/o Destino hanno davvero giocato sporco questa volta. No, non con me (non mi fate così megalomane ed egoista), con lei. Per i suoi ultimi dieci anni ho un buco nero, è vero, ma se penso che ai tempi della scuola avrei potuto darle un po' di felicità tanto che ne ero "innamorato" (credetemi, all'epoca lo avrei fatto ciecamente!), ci sto male. Se penso che le hanno tolto gli anni migliori della sua vita, non posso non pensare che qualcuno si è accanito contro di lei: le hanno tolto la lancia troppo presto, c'erano altre battaglie da vincere...

     Ciao Giorgia, acta est fabula...

 
 
 

In morte di H. P. Lovecraft: memorie e altre cose

Post n°11 pubblicato il 11 Agosto 2007 da Thamyris
Foto di Thamyris

      Quest'anno cade il settantesimo anno dalla morte di Howard Phillip Lovecraft, nato a Providence (Rode Island - USA) nel 1980 e ivi morto il 15 marzo del 1937.
     Perché scrivo di Lovecraft? Per gli amanti dell'horror - del fantastico in generale - Lovecraft è un mito letterario, noto a tutti coloro che aman questo genere di narrativa.
     Per me è qualcosa di più.
     Scrivo di Lovecraft non già per far sfoggio della mia conoscenza della sua opera o del suo pensiero, bensì per ringraziarlo e rinnovare nel mio animo di modesto e provinciale letterato il suo ricordo.

      Iniziò tutto una sera di tre anni fa. Ero con dei miei amici in un pub, tra di loro c'era anche il buon Alex (già di questi blog con il nick Bright-qualcosa) e si discuteva sull'orrore e sul fantastico. Io avevo appena terminato una boriosa tiritera sul Signore degli Anelli (uno dei miei romanzi di formazione) e la conversazione svoltò su altri autori fantastici classici: Poe, ad esmpio.
     Dovete sapere che Alex è ammiratore sfegatato di Poe, per gli stessi motivi per i quali io lo sono di Tolkien: entrambi abbiamo succhiato le nostre adolescenziali fantasie rispettivamente da questi due autori.
     Da parlare di Poe a citare Lovecraft il passo è brevissimo. I due scrittori americani sono considerati i pilastri del genere horror e anche il cinema deve loro un grande tributo.
     Lovecarft è famoso per aver creato una fantamitologia che i critici chiamano "Miti di Cthulhu", dal nome della creatura più conosciuta nei racconti di HPL. Quando io chiesi ingenuamente: "Cosa sono i miti di Cthulhu?" ricevetti risposte vaghe e romantiche, sintomo di una lettura superficiale e datata delle opere dello scrittore. Tuttavia, dai discorsi dei miei amici afferrai le nozioni che più mi suggestionarono: divinità diverse da quelle classiche che attendono di svegliarsi e spazzare via l'uomo, culti innominabili e incatesimi di stregoni settecenteschi, nonché manifestazioni tipiche del gotico americano come vampiri, fantasmi e altro ancora. Il risultato: il giorno dopo ero in libreria.
     Ricordo ancora che dal dicembre 2004 al febbraio 2005 sprofondai nei racconti di Lovecraft e ne uscii turbato, felicemente turbato. 
     la prosa rigolgiosa e a volte pesante di Lovecraft mi avvicinò a quella scrittura ottocentesca che tanto ammiro e che, purtroppo, non è più riproponibile; associata alla materia del racconto gotico, la prosa lovecraftiana è tra le più suggestive che abbia mai letto in una narrazione di genere.
     Le visoni a cui la mia mente era sottoposta, mentre divoravo le righe, le pagine, non solo hanno avuto il tonificante effetto di un'evasione totale dalla realtà, ma mi hanno dato quell'impulso a scrivere che oggi mi fa registrare molte soddisfazioni (soprattutto da parte dei colleghi bloggari).

     Dopo aver letto Lovecraft ho amato la letteratura ancora di più e suggevo ogni tipo di informazione sia dagli autori classici che da quelli moderni. D'allora non mi sono più fermato e devo ammettere che ringraziare Cthulhu per essere ritonato a scrivere mi dà un po' di inquietudine...



      

 
 
 
Successivi »
 

ARCHIVIO MESSAGGI

 
 << Febbraio 2012 >> 
 
LuMaMeGiVeSaDo
 
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29        
 
 

CONTATTA L'AUTORE

Nickname: Thamyris
Se copi, violi le regole della Community Sesso: M
Età: 28
Prov: FG
 

AREA PERSONALE

 

CERCA IN QUESTO BLOG

  Trova
 

ULTIME VISITE AL BLOG

alfredo155Thamyrisbrighteyes00beth_sullivanLuxxilcile54LaRiviereDesParfumspsicologiaforensecercorobertaangela91.macchiaabruzzese.niclaDarkJEWEccoladinuovorobertafichettaairon73
 
Citazioni nei Blog Amici: 3
 

FACEBOOK

 
 

CHI PUò SCRIVERE SUL BLOG

Solo l'autore può pubblicare messaggi in questo Blog e tutti gli utenti registrati possono pubblicare commenti.
 
RSS (Really simple syndication) Feed Atom