Creato da Thamyris il 22/06/2007

Il viaggio di Tamiri

Pensieri in note sparse

 

 

Chi salverà la traduzione?

Post n°22 pubblicato il 27 Ottobre 2013 da Thamyris
 

Ritengo di poter affermare che è la domenca il giorno candidato ad ospitare questi miei aperiodici pensieri, allineandomi con la consuetudine editoriale di far uscire inserti e approfondimenti culturali in questo giorno della settimana quando tutto è più lento, più rilassato. Venendo a quanto ho da scrivere voglio sensibilizzare riguardo alla petizione che il sindacato dei traduttori (STRADE) sta pubblicizzando anche sulla rete. Questi denunciano che a causa del calo delle vendite dei libri le pubblicazioni che ne soffrono di più sono quelle di libri stranieri non bestsellers. Il motivo è di facile comprensione. Non ad abbastanza persone interesse leggere magari l'ultimo saggio sulla storia delle colonie francesi pubblicato in Francia e quindi tale lavoro non viene accolto qui da noi. Tuttavia, la stringente logica di mercato non può essere considerata l'unico criterio di politica aziendale delle case editrici: «Se non è un bestsellers, non ha senso tradurlo...» per è il classico caso di cane che si morde la coda: se non si diffondono questi scritti, si elimina la possibilità di poterli apprezzare e quindi venderli; «ma chi ha voglia di leggere delle colonie francesi?» giusta osservazione per un pubblico sempre più incolto che ormai detta le leggi dell'editoria («facciamo leggere ciò che piace»). La traduzione, dicono giustamente gli addetti ai lavori, è uno dei fondamentali passaggi per la diffusione delle idee maturate in paesi diversi dal nostro che sembrano sempre pià vaghi man mano che ci si allontana dai confini europei. La soluzione potrebbe essere l'imparare a leggere i testi nelle loro lingue di origine, ma ovviamente è una soluzione impraticabile anche perché molte opere che potrebbero essere fondamentali sono scritte in lingue di non facile comprensione (ad esempio il tedesco, o il russo...per non parlare del giapponese, giusto per citare quale idioma largamente estraneo alle lingue neolatine). I traduttori chiedono una soluzione in linea con quanto accade negli altri paesi occidentali, la sovvenzione di questa attività che è ritenuta una delle colonne portanti per la crescita culturale e intellettuale della popolazione. Forse è su questo passaggio che occorre riflettere. C'è davvero l'interesse ad accrescere il livello culturale? Personalmente ritengo di no e i pur lodevoli tentativi di promuovere la cultura sono strutturalmente pochi rispetto a quanto davvero sarebbe neccesario. Dico strutturalmente perché ritengo la politica culturale inserita in un più ampio disegno di politica nel senso letterale del termine, di interesse alla comunità. Pensare che la pratica delle traduzioni o della scrittura nella propria lingua nazione nacque come desiderio di diffondere il sapere, fino al Seicento trasmesso in latino, o di rendere fruibile tale sapere anche per i meno dotti, rende la percezione dei mala tempora presenti davvero insostenibile.

https://secure.avaaz.org/it/petition/Un_aiuto_alla_traduzione_e_un_aiuto_alle_idee/?tCAHQfb

 
 
 

Il carcere dei libri

Post n°21 pubblicato il 20 Ottobre 2013 da Thamyris

È da tempo che non scrivo su queste pagine virtuali. Il motivo è che semplicemente non sentivo di farlo: scrivere è un'attività dell'animo, non un'imposizione del medico. In questi giorni ho riflettuto su un accadimento personale che mi ha visto protagonista di un breve ma sarcastico dibattito con due bibliotecari della mia città. A seguito di alcune risistemazioni delle scaffalature, la biblioteca ha messo in esposizione la collana completa della Pléiade francese. Una manumentale raccolta di opere in francese dei grandi autori della letteratura. Immerso nella mia ricognizione l'occhio è caduto sull'edizione degli scritti di Montaigne. Ho iniziato a leggere, rapito come sempre mi succede davanti a questo tipo di letture, e decisi di chiedere il volume in prestito per poter godermelo con calma a casa, la sera. Alla mia richiesta mi sento rispondere "Non si può prendere perché è in esposizione!" "Capisco, l'esposizione serve per far vedere che i libri ci sono, ma non si toccano..." "Purtroppo sono le direttive..." "Si, certo. Quando termina l'esposizione?" chiedo candidamente. "Appena avremo sistemato altri libri. Ma non si potranno prendere in prestito perché fanno parte di una collana." "E quindi?" "Direttive, i libri in collana sono solo per consultazione interna." "E cosa significa? Quasi tutti i libri sono inseriti in delle collane." "Sì, ma i libri in quel tipo di collane (indica la Pléiade) non si possono prendere." "Soltanto perché esteticamente sono uguali..." "Mi dispiace..."
Mi venne subito alla mente il capitolo canforiano "Libri in cattività" (Libri e libertà, Laternza) e sorrisi amareggiato di fronte a questa disposizione della direzione. Un libro appartenente ad una collana - dove per collana si intende un piano editoriale che pubblica testi con lo stesso tipo di veste grafica - non può essere preso in prestito. Quindi io per leggere Montaigne, ma anche l'opera omnia Utet di Giordano Bruno o il David Copperfield in inglese, avrei dovuto passare la mia giornata din biblioteca perché questi testi fanno parte "visibilmente" di una collana! Io annovererei tale criterio nell'elenco delle bizzarie bibliotecarie come il giuramento dei custodi della biblitoeca di Atene che non potevano dare in prestito libri dopo il tramonto. 
Quindi, libri che per veste grafica ed editoriale non possono essere separati e concessi in prestito, libri discriminati...e pensare che si teme l'evoluzione dell'ebook. Il progresso continua ad essere un'astrazione. 

 
 
 

Lettore, ti presento il libro

Post n°20 pubblicato il 02 Settembre 2013 da Thamyris
Foto di Thamyris

 Domenica mattina ho letto con gusto l'articolo di apertura del domenicale del Sole 24 Ore (01/09/2013) scritto da Carlo Rovelli sulle prefazioni. Ho trovato lo scritto arguto e pienamente rispondente alla domanda incipitaria "A cosa servono le prefazioni?". Di solito, dice Rovelli, una prefazione serve a contestualizzare quanto si sta per leggere, dando quelle coordinate utili affinché il lettore possa fornirsi degli strumenti necessari all'interpretazione del testo. Poi però, aggiunge, ci sono prefazioni ironicamente dal Rovelli amate: "quelle che si sbracciano per cercare di dire che il libro non dice quello che dice". Una contraddizione in termini che tradisce la "missione" del prefatore, di solito altro luminare del campo o scrittore autorevolmente affermato. Rovelli le trova pericolose perché, ovviamente, travisano il senso profondo del testo, deviando il lettore che magari si avvicina, ingenuus, al contenuto. Non mi dilungo nella sintensi dell'articolo, che a seguire spazia fino ad arrivare all'approccio hegeliano-crociano dello studio made in Italy della letteraratura, ma la lettura mi ha spinto a riflettere su una breve storia della prefazione andando indietro ai miei studi universitari.
Nei testi universitari le prefazioni erano da noi studenti considerate fondamentali, spesso alcuni esami vertevano proprio su di esse, alcuni professori, invece, le bandivano imponendoci di saltarle a pié pari per arrivare il prima possibile al contenuto letterario (mi è capitato con le Great Expectations di Dickens). In un modo o nell'altro, effettivamente, le prefazioni erano sempre tra i piedi. 
Affrontando lo studio successivo della fortuna dei classici, mi sono imbattuto su quella che è stata l'origine di questa forma di paraletteratura. Nel medioevo, quando gran parte della scienza antica era ormai perduta, un testo classico lo si avvicinava soltanto dopo la lettura di un ponderoso "accessus" (introduzione, appunto) che presentava l'autore e l'opera contenuta nel volume. Non siamo ancora nella fase negatoria della prefazione, poiché se un autore veniva corredato da un accessus era implicito che fosse degno di essere letto. Coloro i quali non rientravano nel canone della buona lettratura semplicemente erano ignorati o, nel peggiore dei casi, dimenticati. A seguire l'epoca di mezzo, le introduzioni diventarono la sede preferita per i dibattiti. Gli umanisti spendevano fiumi di inchiostro per giustificare la lettura dell'opera in questione o per leggerla con determinate lenti. Ed ogni opera altrui editata era pretesto per prefazioni spesso capolavori di erudizione. Il prefatore iniziava a diventare importante quasi quanto l'autore presentato. Così fino in epoca vicina alla nostra ed ho compreso bene il perché una prefazione "d'autore" riesce ad avere il peso di una autorevole pubblicità. Ecco, infatti, che partono le gare al prefatore più illustre o al meno severo.
Mi verrebbe da inserire nella categoria anche i blurp pubblicitari che fasciano i romanzi freschi di stampa. Blurp di solito firmati da grandissimi scrittori (roba del tipo: "Il mio autore preferito nella giovinezza", S. King etc etc).
Una prefazione può essere determinante, ecco perché, come mi consigliava il mio professore di Letteratura inglese o come ha consigliato Rovelli, la salto a pié pari e ci torno "a cena finita". 

(In foto: la prefazione di Giuseppe Garibaldi al suo romanzo "Clelia")

 
 
 

La rivoluzione sopravvalutata dell'e-book

Post n°19 pubblicato il 19 Agosto 2013 da Thamyris
Foto di Thamyris

Le vacanze estive popolano le spiagge - sempre meno a quanto pare - e compagnia ideale del bagnante, oltre ai castelli di sabbia, le sculture sulla battigia, i giochi e i balli di gruppo, è il libro. Personalmente ho visto soltanto libri di carta in mano ai lettori estivi, fossero essi italiani o stranieri, ritengo che abbiano evitato gli e-book per fare in modo che non si rovinassero con sabbia, sole e acqua. Questa riflessione mi ha spinto a pensare che la rivoluzione degli e-book è ancora in fieri, in progressione con i ritrovati della tecnologia, quando riusciremo ad avere e-book readers impermeabili, antigraffio e mai troppo caldi. 
Rivoluzione, un termine che ho letto spesso in riferimento ai nuovi supporti elettronici che hanno cambiato il mondo dell'editoria e della lettura. Tuttavia, questa forse è una rivoluzione parziale, sopravvalutata. L'e-book ha cambiato il modo di conservare i libri, di diffonderli, di leggerli, ma non ha cambiato il modo di scriverli. A questo proposito la vera rivoluzione è avvenuta con l'avvento dei computer che hanno sostituito le macchine da scrivere e quindi inciso sul processo di scrittura. Le rivoluzione è avvenuta con Gutenberg nel '400 quando dall'amanuense si passò ai caratteri mobili e al torchio. Ci sono state due rivoluzioni da allora, ma l'e-book non è tra questi. Mentre quando la pressa sostituì l'amanuense le resistente furono effimere e durarono poco, oggi, vedo ancora lontano il giorno in cui non si stamperanno più testi su carta, perché ci sono ancora luoghi (come le spiagge) in cui si preferisce il vecchio stile.
Si può obiettare che la digitalizzazione è il sistema moderno per preservare libri non più stampati e antichi, ma si tratta di "xerocopie" d'emergenza che non hanno nulla a che vedere con la produzione dell'opera in esso contenuta. Non c'è alcun tipo di intenzione diversa da parte dello scrittore che sceglie di buttare giù un testo; a livello produttivo cambiano soltanto i costi da parte dell'editore. Ed è forse questo il cuore del discorso: il punto di vista di chi fa il budget di spesa, non di chi scrive; almeno fino a quando non si parla di self-publishing.
Questo è un altro capitolo della "rivoluzione sopravvalutata". L'autore ha la possibilità di diffondere il suo scritto sulla rete attraverso canali dedicati. Questo da un lato permette una diffusione limitata unicamente dalla lingua in cui scrive e dalla presenza, presso il possibile lettore, di un supporto informatico connesso a internet. Dall'altro lato, però, a monte non v'è alcuna operazione editoriale né di editing, il che permette alle opere di essere gettate nel mare magnum del web. Il ruolo dell'editore da tempo ha subito una sequela di accuse e il più delle volte queste erano fondate, ma davvero è credibile un lavoro autoprodotto? Si dirà: "Quel che conta è l'apprezzamento del pubblico" in base all'idea che l'arte deve colpire direttamente l'animo di chi la frequenta, ma l'emotività e la passione non è tutto, e un'auto pubblicazione non avrebbe alcun valore se non accompagnata da una solida attenzione formale.
A conti fatti, la rivulzione digitale nel campo della lettura e del libro si prospetta essere più lunga di quanto i tempi moderni possono attendere.

"Una stanza senza libri è come un corpo senza anima" (Cicerone) 

 
 
 

La resistenza della cultura contemplativa

Post n°18 pubblicato il 27 Luglio 2013 da Thamyris
Foto di Thamyris

Ho seguito con interesse, qualche giorno fa, un'intervista allo scrittore Walter Siti, fresco di premio Strega per il suo romanzo "Resistere nons erve a niente". La resistenza nominata da Siti rapprenta l'insieme di tentativi che un uomo istruito, moralmente saldo e intellettualmente indipendente, mette in campo per contrastare la massificazione dei bassi valori della società contemporanea. Alla domanda del giornalista: "ma davvero resistere non serve a niente"? Lo scrittore smussa la sua apocalittica visione specificando come la cultura di tipo "contemplativo", la cultura d'evasione, non serva a nulla; invece, ben diverso sarebbe schierare la propria formazione sul campo di battaglia della società, in modo attivo, rivoluzionario. A questa visione - se mi è consentito dirlo - vigorosamente sessantottina non sento di adedire pienamente. Innanzitutto vorrei riflettere sull'espressione "d'evasione" utilizzata da Siti. Dell'utilizzo di questa classificazione lessi spesso in riferimento alla letteratura fantastica, vista - credo anche a ragion veduta - come unicamente tesa a donare al lettore due ore di ristoro dalla vita di tutti i giorni stimolando le terre della fantasia più sfrenata. Naturalmente, non si tretta di una "vox media", bensì di un'epsressione connotata in senso negativo, in contrapposizione con la letteratura "impegnata". Fino a questo punto, credo che questa dicotomia possa anche aver ragione di esserci poiché si basa sull'analisi di elementi strutturali e narrativi ben precisi. Siti, però, fa un passo avanti: applica la classificazione all'intera formazione dell'individuo, andando a giudicare il modo in cui la persona approccia alla propria cultura personale. A questo punto tornerei al giudizio che gli antichi romani colti davano allo studio, ben distinto - quasi come si legge in questa prospettiva - dall'impegno civile. Cicerone e Sallustio, ad esempio, parlano molto di "otium cum dignitate", dove per "dignitas" si può leggere la serenità dovuta a chi durante la giornata - o il periodo feriale - ha svolto il proprio dovere da buon cittadino romano. Va da sé che senza la formazione colta ed erudita, filosofica direbbero alcuni, il "negotium" del cittadino modello avrebbe reso molto meno dal punto di vista morale, limitandosi a soddisfare i prori gretti bisogni: ricchezza, potere, vizio. Alla luce di ciò, chiunque abbia a cuore l'arricchimento "contemplativo" dell'animo non potrà che agire nel mondo secondo determinati criteri - durante il "negotium" - e non è necessario diventare operatori culturali armati di libri e baionetta - figurata ovviamente - per resistere al male contemporaneo. Occorrerebbe rovesciare l'assunto leopardiano che domandava amaramente "come può il poeta essere contemporaneo in quanto poeta?" Il poeta, colui che fa etimologicamente parlando, non può non essere che un esempio; peccato che non tutti lo vedano in questo modo.

(in foto: Istanbul, manifestanti in piazza) 

 
 
 
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