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Un blog creato da elenina_smile il 08/09/2007

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la tv che sfida i talebani

Post n°145 pubblicato il 08 Febbraio 2011 da elenina_smile

 

Di questo i giornalisti dovrebbero maggiormente parlare!!!

Da Grazia

Stanco di vedere le sue connazionali trattate letteralmente come bestie, Samiullah Mahdi, un giornalista di Kabul, si è inventato un programma shock. Invita in tv le donne e si fa raccontare le loro vite di maltrattamenti, abusi, matrimoni combinati. Lo scopo? Cambiare la mentalità degli uomini.

Saraya ha il volto coperto da una maschera inquietante, metà bianca e matà azzurra. E' l'ora del massimo ascolto a Kabul, quando su 1Tv, uno dei principali canali televisivi afghani, va in onda il programma Niqab. Lei racconta la sua storia di sofferenza e abusi e il pubblico in sala scuote la testa e piange. Gli esperti - avvocati, esponenti della religione islamica - commentano. 
Donne che parlano in pubblico: una rivoluzione in un Paese così fondamentalista e anti-femminista. A compierla, un giornalista di appena 26 anni, professore all'università Al-Bironi di Kabul: Samiullah Mahdi. Spiega: "L'ho fatto per dare una voce e una speranza alle donne del mio Paese, vittime, ormai da tre decadi, di violenza e povertà".  (...) Mahdi rischia ogni giorno la vita, anche se minimizza la preoccupazione di essere ucciso dai talebani. 
Come hanno reagito i fondamentalisti alla messa in onda di uno show così forte?
 "I capi della televisione hanno ricevuto alcuni avvertimenti. Del resto, in una società tribale come la nostra, mandare in onda un programma che va contro i costumi, la religione e il sistema giuridico è una sfida pericolosa, anche se ci sono alcuni potenti esponenti delle correnti più tradizionaliste che supportano il nostro lavoro. (...)
E gli uomini? Come la pensano i mariti, fratelli, parenti delle donne che si mostrano in tv con la maschera?
"Sono loro il nostro vero obiettivo, vogliamo cambiare la loro mentalità. Io non credo che potremo oggettivamente modificare la vita delle donne vittime di abusi che vengono a raccontarci lo loro storia, ma penso che possiamo dare loro maggiori informazioni e istruirle sui comportamenti che devono tenere, sui loro diritti. E magari qualche uomo violento cambierà il suo modo di agire." (...)
Ma in Afghanistan non si è registrato ancora nessun progresso?
"Qualcosa sta cambiando. Dopo l'11 settembre e l'arrivo degli americani, in molte parti del Paese ora un milione di ragazze va a scuola, molte donne lavorano fuori dalle loro case, per esempio nei media e nelle Ong governative. E il nostro programma lo racconta. Il vero banco di prova sarà, però, il 2014, quando le forze della coalizione internazionale si ritireranno e noi dovremo gestire da soli il Paese. Vedremo se davvero il 25% dei seggi in parlamento andrà alle donne come stabilisce la Costituzione. La vera battaglia è far scendere la percentuale dei matrimoni forzati, quasi il 60%. Più le donne riusciranno a sottrarsi alle nozze combinate e andranno a lavorare fuori, più l'emancipazione si diffonderà."
Che genere di storie raccontate?
"Vicende di soprusi inimmaginabili. Per esempio, quella di una donna che è stata violentata e poi costretta dalla famiglia a sposare l'uomo che aveva abusato di lei. Nella nuova casa era trattata come una schiava dai parenti del marito che poi ha ucciso, davanti ai suoi occhi, i loro due figli. Lei è stata accecata con l'acido e picchiata a sangue. Infine, il marito ha ucciso il fratello, sposato la nuora e cacciata l'ormai ex moglie per strada. Ora vive in un ricovero per donne maltrattate." (...)
Non pensa che il suo programma sia un po' troppo sensazionalista?
"Può anche darsi, ma di sicuro le storie che raccontiamo sono vere. E pure le lacrime versate dal pubblico. Anche a noi viene da piangere quando ascoltiamo certi racconti. Ci sono situazioni in Afghanistan che voi occidentali non potreste capire: arrivano ai limiti dell'irrealtà tanto sono crudeli. Il fatto di poterne parlare in pubblico è uno shock doppio. Ve lo assicuro."

 

 
 
 
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28 SETTEMBRE 2007

...Non è ancora chiaro quale sia il bilancio reale della sanguinosa repressione: il numero delle vittime sarebbe in realtà assai più elevato rispetto alle cifre ufficiali. Lo ha denunciato l'ambasciatore d'Australia nell'ex Birmania, Bob Davis, intervistato dall'emittente radiofonica Abc. Secondo la giunta militare birmana, i morti ammonterebbero complessivamente a dieci, ma a detta del diplomatico di Canberra testimoni oculari avrebbero riferito ad alcuni suoi collaboratori di aver visto "rimuovere ieri dal teatro delle manifestazioni nel centro di Rangoon un numero di cadaveri significativamente superiore" a quello reso noto dal regime. Il computo reale, ha aggiunto Davis, sarebbe "parecchie volte il multiplo" delle dieci persone uccise "riconosciute dalle autorità"...