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Il Perù sotto shock che nasconde la sua guerriglia (ilmanifesto)

Post n°2234 pubblicato il 15 Febbraio 2009 da Ladridicinema
 


Chiude Scamarcio, domani, le proiezioni ufficiali, nella coproduzione (anche italiana) dal lapalissiano titolo Eden is West, di Costa Gavras. Ma non è in gara. Adesso la parola è alla giuria e a Tilda Swinton. Più che star e attrice britannica, lei è una critica militante radicale (merce illegale nei big festival, da anni la critica è ghettizzata nel Fipresci, mal si sopporta la non apologia della selezione).
Giuria equilibrata, comunque: 5 registi, 1 sceneggiatore, 1 produttrice e Alice Waters, cuoca slow-food. 5 donne e 5 uomini, ma eurocentrica (due i giurati extra-occidentali, i registi Gaston Kabore, burkinabé, e Rafi Pitts, iraniano. E due Usa). Favoriti? Wajda, gli americani The messenger e Pippa Lee; l'algerino-francese London river e l'iraniano A proposito di Elly (a giudicare dalle stellette pubblicate). O un tedesco (Alle anderen più di Storm, il favorito di Kosslick). La sorpresa potrebbe essere Sally Potter, filmaker inglese in genere discontinua, questa volta originale e tagliente in Rage e tra i pochi colleghi rispettati da Derek Jarman, il compianto maestro, amico e complice di Swinton...
In gara Teta asustada (Il latte del dolore), film peruviano di coproduzione catalana, diretto dall'astro nascente Claudia Llosa, all'opera seconda dopo un Made in Usa riempito di premi. Fausta, giovane india, cantante nata, soffre di una malattia trasmessa dal latte materno, che colpisce solo le donne violentate. Sotto shock dallo stato embrionale (!), per porre tra sé e il mondo una barriera, Fausta si è introdotta una patata nella vagina. Alla morte della madre (un loro duetto canoro in lingua inca, nel prologo, ha la forza di un incipit di Jacques Demy), Fausta vorrebbe seppellirla in riva al mare. Ma non ha soldi, né per la bara né per il viaggio. Mentre la famiglia è in lutto, ma anche in festa per il matrimonio della sorella, Fausta va a servizio da un gran dama... Gli ingredienti per sedurre il pubblico, in questa opera «internazionale» ci sono tutti: l'odissea tragica dell'orfanella (Magaly Sollier è una cantante natural-popolare anche nella vita) che antepone l'amore filiale alla sua pericolosa situazione ginecologica; la giusta dose di pittoresco folk (la vistosa festa kitsch di matrimonio plurimo nella favela di Lima fa più Pasolini che Demme); la staffilata contro l'acida criminalità della borghesia intellettuale (che ruba la musica al popolo, perché non è furto rubare ai poveri); quella spruzzata superficiale di storia patria che allude (distorcendolo) al dramma di un paese controllato da lunghe dittature militari fasciste e filo-Usa, con violazioni continue dei diritti umani. Solo tra il 1980 e il 2001: 70 mila assassinati, e ancor più feriti, stupri, rapimenti, torture, arresti illegali...
Sono cifre del Cvr, commissione per la verità e la riconciliazione, che vengono stranamente capovolte di significato dalla regista, per farci capire due cose sbagliate. La prima è che è stato «il terrorismo» il responsabile maggiore degli incubi e dei crimini pagati dalla povera gente. E non la chiama «guerriglia», «lotta armata per l'autodeminazione del popolo peruviano», ma terrorismo. Forse perché chi paga il film è il presidente Garcia? La seconda è che stiamo parlando di «tanto tempo fa»... Guzman è in carcere, Sendero Luminoso è morto... Eppure, anche per l'effetto inebriante di Bolivia, Venezuela e Ecuador, il Perù sta insorgendo. La guerriglia avanza. E nel suo piccolo anche Fausta dà un contributo. Un furto in villa e via a seppellire la mamma in riva al mare. A costo di dare perle ai porci.
In 10 episodi di Germany 09 i «giovani turchi» del cinema tedesco, a 40 anni dal '68, a 30 da Germania in autunno, a 20 dal crollo del Muro, fanno i conti con la «grande coalizione», la guerra al terrorismo, i drammi della riunificazione, la generazione (ingombrante) del Nuovo cinema tedesco. C'è chi prosegue nella linea Rudy Dutchke della lunga marcia dal basso dentro le istituzioni (Isabelle Stever e Sylke Enders), chi sceglie la commedia che irride supermanager e yuppies (Tykwer e Hans Steinbichler), chi il documentario di impegno civile puro (Fatih Akim ha intervistato il 21 ottobre scorso Murat Kurnaz, il detenuto tedesco di Guantanamo finalmente scarcerato e non perché la Merkel si sia incatenata e Hans Weingatner spiega come le polizie europee inventandosi fantomatiche organizzazioni terroriste, come gli «anarchici insurrezionalisti», schedino tutti i «potenziali nemici dello stato»), chi il saggio di urbanistica e architettura velenoso (Dominik Graf è contro l'abuso postmoderno dell'aggettivo «emozionale») chi il gioco utopistico semi-fantascientifico (Nicolette Krebitz riunisce in una stanza Melene Hegemann, Ulrike Meihof e Susan Sontag e ipotizza nuove ancor più contaminate strategie rivoluzionarie...).

 
 
 
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