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Il teatro visto da Enrico Fiore

 

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Messaggi del 11/09/2012

"Hans was Heiri", gli uomini in lavatrice

Post n°606 pubblicato il 11 Settembre 2012 da arieleO
 

«La natura degli uomini è simile; sono le loro abitudini che li rendono tanto diversi». E poi: «Ciò che vi è di grande nell'uomo è che egli è un ponte e non un termine. Ciò che si può amare nell'uomo è che egli è un passaggio e un tramonto».
   Non so se gli autori-registi ci abbiano pensato, ma credo che l'assunto concettuale e la forma di «Hans was Heiri» - lo spettacolo dato al Mercadante, come anteprima della sezione autunnale del Napoli Teatro Festival Italia, dalla talentosa ditta elvetica Zimmermann & de Perrot - trovino avallo, rispettivamente, nella prima e nella seconda di queste due osservazioni, l'una di Confucio e l'altra di Nietzsche.
   Infatti - mentre il titolo riprende un'espressione svizzero-tedesca che significa «alla fine è lo stesso» - la rappresentazione viene gestita da cinque acrobati che, rinchiusi in una scatola rotante evidentemente riferita al cestello della lavatrice, si mescolano fra loro, scambiandosi di continuo i ruoli e, talvolta, anche i vestiti: ciascuno sporco di qualcosa (le abitudini), s'immagina insomma, e comunque si spera, che dopo il «lavaggio» (l'attraversamento del ponte gettato fra gl'individui e il tramonto delle posizioni egocentriche) riscoprano, per l'appunto, l'uguaglianza fra gli uomini.
   Di conseguenza, a una colonna sonora che mette sullo stesso piano le distorsioni elettroniche, «Imagine» e il bouzouki corrisponde un «mélange» coreografico che accoglie - sempre nel rifiuto di qualsiasi gerarchia, e tanto per fare solo qualche esempio - la pantomima, il Teatro Nero di Praga, la giocoleria, il teatro dei burattini spagnolo Bululu, l'illusionismo, la clownerie, i tableaux vivants... E bravissimi, ci mancherebbe, sono gl'interpreti: danno fondo a una comicità strampalata e surreale fatta di tutti i nostri tic e di tutte le nostre monomanie.
   Li cito, dunque, uno per uno: Tarek Halaby, Dimitri Jourde, Gaël Santisteva, Mélissa Von Vépy, Methinee Wongtrakoon e gli stessi Martin Zimmermann e Dimitri de Perrot. E allora, ecco una dimostrazione (e dimostrazioni del genere sono ormai sempre più rare) di come il teatro possa divertire, e molto, senza negarsi alla riflessione: quei buffi fantaccini - sballottati da una parte all'altra, e spesso costretti a testa in giù o sospesi in un equilibrio precario sulla sommità della scatola rotante - traducono la quotidianità slabbrata che oggi ci tocca.
   Sì, in «Hans was Heiri» si sente l'eco di Hofmannsthal: «Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie».

                                               Enrico Fiore

(«Il Mattino», 9 settembre 2012)

 
 
 

"Ferdinando" nella gabbia dell'isteria

Post n°607 pubblicato il 11 Settembre 2012 da arieleO
 

Arturo Cirillo - regista dell'allestimento di «Ferdinando» presentato dalla Fondazione Salerno Contemporanea nell'ambito della rassegna «Benevento Città Spettacolo» - ha ragione quando scrive, nelle sue note, che quel capolavoro di Ruccello gli «è apparso come un travestimento, un povero e meschino cerimoniale, come certi testi di Jean Genet».
   Infatti, i personaggi qui in campo sostituiscono un parlarsi addosso «inventato» a una realtà e a una vita che, per motivi diversi, ciascuno di loro preferisce evitare o esorcizzare. In altri termini, questo splendido testo di Ruccello si pone, in tutta evidenza, come un autentico «falso» o, meglio, come una dimensione mentale. E dunque la sostanza del personaggio Ferdinando è quella di una pura idea, a metà fra la «bellezza che uccide» di Rilke e, se vogliamo, l'«angelo necessario» di Cacciari.
   Di conseguenza, sarebbe obbligata, al riguardo, una recitazione spenta e monocorde, come un basso continuo dell'assenza e dell'astrazione. E invece, nell'allestimento diretto da Cirillo s'accampa - per giunta contraddittoriamente rispetto alla scena di Dario Gessati, popolata, giusto, da pochi arredi che galleggiano nel vuoto - una recitazione costantemente sopra le righe, tramata di accensioni nevrotiche e di striduli scoppi di rabbia oltre che, ancor più contraddittoriamente, di escursioni farsesche tanto improvvise quanto inopinate.
   Ma, per farla breve, l'isteria ha in comune con la follia soltanto la rima. E poi, si sente che le due protagoniste maggiori - Sabrina Scuccimarra (Clotilde) e Monica Piseddu (Gesualda), pur brave e impegnate - non sono napoletane: giacché, tanto per fare solo un esempio, «nun 'o vvoglio» significa, ovviamente, una cosa diversa rispetto al ruccelliano «nun 'o voglio». Del tutto inesistente, infine, il Ferdinando di Nino Bruno e piuttosto inconcludente il Don Catellino dello stesso Cirillo.
   Riassumo, quindi. Se tutti i personaggi sono sempre in scena, si tratta di una gran bella idea di regia: perché la sincronia traduce come meglio non si potrebbe la dimensione mentale di cui sopra. Ma se poi il regista utilizza quell'idea soltanto per esibire una volta di più il posteriore nudo di Ferdinando, allora si tratta... beh, di che cosa si tratta decidetelo voi.
   Volendo, insomma, concludere con un bilancio degli allestimenti sinora firmati da Arturo Cirillo a proposito dell'opera di Ruccello, questo di «Ferdinando» è tanto deludente quanto erano intelligenti e coinvolgenti quelli de «L'ereditiera» e de «Le cinque rose di Jennifer».

                                            Enrico Fiore

(«Il Mattino», 10 settembre 2012)

 
 
 

Se Hitler diventa presentatore televisivo

Post n°608 pubblicato il 11 Settembre 2012 da arieleO
 

«I nulli tentano, ma solo i megli ci riescono». E ancora: «Parole in libertà, mai libertà di parola». Sono due degli slogan che risuonano durante lo show televisivo intitolato «M.K. Mortal Kabaret» e che è al centro dell'omonimo allestimento (testo di Roberto Russo, regia di Fabrizio Bancale) presentato dall'Arteteca nell'ambito della rassegna «Benevento Città Spettacolo». E si capisce fin troppo bene, allora, quali sono l'argomento che ci viene proposto e il modo in cui viene trattato.
   Siamo di fronte all'ennesima variazione sul tema costituito, per l'appunto, dalla televisione, incubatrice dell'ignoranza, e dai suoi programmi tipici, catalizzatori di ogni obnubilazione della coscienza e di ogni addormentamento del cervello. Non a caso il piatto forte dello show in questione consiste nella gara che vede impegnati gli aspiranti allo status di «più megli». E per il resto non mancano, s'intende, il talk-show sui sentimenti, il dolore della tragedia umana di turno, l'approfondimento sulle tendenze della moda giovanile, lo spazio della promozione, la parentesi musicale e, naturalmente, il reality.
   Il tutto viene ammannito in uno studio televisivo debitamente attrezzato con maxischermi in alta definizione per i collegamenti in diretta e in cui maramaldeggia il classico presentatore mellifluo e cinico, nella circostanza spalleggiato da una sorta di «drag queen» dal nome, Bestialität, che davvero - la battuta è obbligata - vale da solo un intero programma. Ma, come si sarà intuito, il testo di Russo si limita, sostanzialmente, alle freddure piuttosto facili e scontate delle quali ho fornito qualche esempio.
   Latita, voglio dire, lo scavo in profondità che faccia lievitare la satira e l'iperbole verso la pregnanza di un'analisi fondata sui meccanismi ideologici e strutturali del linguaggio televisivo. Né la regia di Bancale va molto oltre una diligente impaginazione, mentre, fra gl'interpreti, si distinguono solo Riccardo Polizzy Carbonelli (il presentatore) e Daniele Russo (Bestialität).
   L'unica novità è che, poi, la televisione viene considerata come un'applicazione delle teorie naziste circa il controllo delle menti, con citazioni da «Mein Kampf» e il presentatore che alla fine indossa il famigerato cappottone di pelle nera di Hitler. Francamente mi pare un po' esagerato. Senza contare che tale accostamento avrebbe imposto una corretta adozione del termine «Kabaret»: in tedesco si scrive con due «t» finali.

                                         Enrico Fiore

(«Il Mattino», 11 settembre 2012)             

 
 
 
 
 

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