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LA "FAME NERA": Se il paradiso sta in cielo, l'inferno č di sicuro in Africa!!!

Mentre c'è chi può permettersi di tutto e di più (vedi post precedente) e chi fa di tutto per concedersi anche ciò che non potrebbe permettersi, c'è chi muore di fame e di fame nel terzo millennio non dovrebbe morire nessuno visto gli sprechi che caratterizzano questo mondo. Eppure i morti che si contano in Africa a causa dell'emergenza fame sono pari alle perdite avvenute durante la seconda guerra mondiale.

Una disastrosa siccità -la peggiore in 60 anni-, unita alle barbarie di una disperata attività umana, ha generato una calamità che conta ben oltre 11 milioni di persone (più della metà della popolazione australiana) affette dalla devastante crisi. Tra questi oltre 2 milioni sono solo bambini e quotidianamente gli agenti di soccorso sono costretti a decidere a chi verrà data assistenza medica e nutrizione. Le stime parlano di 3,2 milioni di persone toccate dalla siccità in Kenya, 2,6 milioni in Somalia, 3,2 milioni in Etiopia e 117,000 nel sud del Sudan. Da mesi intere famiglie attraversano vaste regioni e paesi per raggiungere i centri di assistenza da dove gli aiuti umanitari inviati dall'occidente stanno fornendo cibo, acqua e medicine. Ad oggi, dalle comunità umanitarie sono stati inviati solo il 50% degli aiuti necessari a coprire i bisogni di soli 2,85 milioni di persone.

"Questa crisi si presenta come una calamità naturale, ma è in parte prodotto dell'attività umana" ha dichiarato Oliver De Schutter, relatore speciale ONU per il Diritto al cibo. Secondo De Schutter si potrebbe far fronte alle disastrose conseguenze della siccità attuando un piano di emergenza strategico che conti in riserve di cibo poste in luoghi più accessibili e soprattutto l'attuazione di una riforma della Convenzione di Aiuti Umanitari che andrebbe a imporre agli Stati un obbligo a provvedere al supporto dei paesi colpiti dall'emergenza crisi. "Con molto rammarico e tristezza ho ascoltato le storie sulla siccità e la guerra dei nuovi arrivi ai campi di rifugio di Dadaab", riporta Shamsul Bari, l'esperto indipendente ONU per i Diritti umani in Somalia. "Mi hanno raccontato quanti i milioni di chilometri percorsi sotto il sole, portando con sé bambini, per raggiungere l'assistenza umanitaria".

Un viaggio della speranza, mesi di cammino, per alcuni l'ultimo, soprattutto per i più piccoli e una volta raggiunto il centro d'assistenza la speranza di vita che per molti viene negata. Gli aiuti non bastano per tutti, bisogna scegliere tra chi ha più possibilità di vita, quanti giungono troppo stremati e provati dalla fame vengono lasciati morire. Ciò che si palesa agli occhi dei soccorritori è l'inferno in terra. Bambini che non consumano un pasto completo ormai da mesi, indeboliti nell'anima oltre che nel corpo, il cui vagito è una richiesta pietosa d'aiuto ma che lascia il posto a un tacito consenso alla comprensione della morte che sta sopraggiungendo. Madri impotenti logorate dai pianti sterili dei loro figli consapevoli di un destino ingiusto ma che forse alla fine viene accettato come una benedizione. La morte come riparo dallo scempio della fame nera che bussa violentemente, disprezzando i già umiliati corpi divenuti isole di mosche e zanzare e epidemie. E' la fame nera di una vita non lontana dalla mia.

Pubblicato da Staff Radio DgVoice, Rossella

 
 
 
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