Piazza CarloGiuliani

..perchè crediamo in un'altra scomoda verità

 

PIAZZA ALIMONDA



 

Genova, schiacciata sul mare, sembra cercare
respiro al largo, verso l'orizzonte.
Genova, repubblicana di cuore, vento di sale, d'anima forte.
Genova che si perde in centro nei labirintici vecchi carrugi,
parole antiche e nuove sparate a colpi come da archibugi.
Genova, quella giornata di luglio, d'un caldo torrido d'Africa nera.
Sfera di sole a piombo, rombo di gente, tesa atmosfera.
Nera o blu l'uniforme, precisi gli ordini, sudore e rabbia;
facce e scudi da Opliti, l'odio di dentro come una scabbia.
Ma poco più lontano, un pensionato ed un vecchio cane
guardavano un aeroplano che lento andava macchiando il mare;
una voce spezzava l'urlare estatico dei bambini.
Panni distesi al sole, come una beffa, dentro ai giardini.

Uscir di casa a vent'anni è quasi un obbligo, quasi un dovere,
piacere d'incontri a grappoli, ideali identici, essere e avere,
la grande folla chiama, canti e colori, grida ed avanza,
sfida il sole implacabile, quasi incredibile passo di danza.
Genova chiusa da sbarre, Genova soffre come in prigione,
Genova marcata a vista attende un soffio di liberazione.
Dentro gli uffici uomini freddi discutono la strategia
e uomini caldi esplodono un colpo secco, morte e follia.
Si rompe il tempo e l'attimo, per un istante, resta sospeso,
appeso al buio e al niente, poi l'assurdo video ritorna acceso;
marionette si muovono, cercando alibi per quelle vite
dissipate e disperse nell'aspro odore della cordite.

Genova non sa ancora niente, lenta agonizza, fuoco e rumore,
ma come quella vita giovane spenta, Genova muore.
Per quanti giorni l'odio colpirà ancora a mani piene.
Genova risponde al porto con l'urlo alto delle sirene.
Poi tutto ricomincia come ogni giorno e chi ha la ragione,
dico nobili uomini, danno implacabile giustificazione,
come ci fosse un modo, uno soltanto, per riportare
una vita troncata, tutta una vita da immaginare.
Genova non ha scordato perché è difficile dimenticare,
c'è traffico, mare e accento danzante e vicoli da camminare.
La Lanterna impassibile guarda da secoli gli scogli e l'onda.
Ritorna come sempre, quasi normale, piazza Alimonda.

La "salvia splendens" luccica, copre un'aiuola triangolare,
viaggia il traffico solito scorrendo rapido e irregolare.
Dal bar caffè e grappini, verde un'edicola vende la vita.
Resta, amara e indelebile, la traccia aperta di una ferita

Francesco Guccini


 

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"Torture e impunità nell'inferno di Bolzaneto"

Post n°32 pubblicato il 19 Marzo 2008 da ExPiazzaAlimonda

Genova, il dossier dei pm: nella caserma tutti sapevano e tollerarono violenze disumane
di MASSIMO CALANDRI

GENOVA - Nella memoria dei pubblici ministeri di Bolzaneto, il termine Duce compare 48 volte. Mussolini, 8 volte. E 28 Pinochet, 9 Hitler, una Francisco Franco. Nelle 791 pagine consegnate ieri durante il processo al carcere speciale del G8, si ripetono all'infinito quattro sostantivi: rispetto, legalità, difesa, pietà. Ma queste sono parole, scrivono i pm, "cancellate dalla semplice crudeltà dei fatti".

Parole annullate da "comportamenti inumani, degradanti, crudeli", dalla "sistematica violazione dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali". Dalle violenze, dagli abusi psicologici, dalle minacce, dalle privazioni, dalle offese: tutte accompagnate da un costante richiamo fascista, con i detenuti costretti ad urlare "Viva il Duce!" e ad esibirsi in umilianti sfilate con il braccio teso in un grottesco saluto romano, mentre un telefonino rimanda sinistra la musica di Faccetta Nera. "Bastardi rossi!". "Voi, dei centri sociali!". "Ebrei di merda!". "Zecche comuniste!". "Bombaroli!". "Popolo di Seattle, fate schifo!".

Luglio 2001, tortura
Tre giorni e tre notti che "non potranno essere dimenticati", spiegano i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, ben sapendo che da sette anni c'è chi gioca col calendario e fa spallucce, contando sulla prescrizione. E però resta questo sofferto documento, di sette capitoli. Che risponde a due istanze fondamentali. La prima è di ordine tecnico-giuridico: fornire le prove inconfutabili di ciò che è accaduto, usando le parole delle vittime e chiarendo perché sono attendibili dalla prima all'ultima parola. La seconda è lasciare un documento storico. Esemplare. Una memoria, appunto, proprio perché nessuno dimentichi. Con l'augurio che il reato di tortura - "questo fu, a Bolzaneto" - venga un giorno disciplinato dal nostro codice penale.

"Con Berlusconi facciamo quello che vogliamo"
Un capitolo, il terzo, è dedicato alle deposizioni dei 209 fermati. Indicati uno per uno. Nome, cognome, scheda segnaletica, fotografia, impronte. È un lungo racconto dell'orrore, basta pescare a caso. Nicola N., Siena, 1981: "Nel corridoio già dall'arrivo deve camminare a testa bassa. Prima di farlo entrare in cella lo fanno inginocchiare davanti alla cella e gli danno due pugni in faccia ed un calcio. Deve stare in piedi con le mani legate dietro alla schiena, ad un certo punto in ginocchio. Ad ogni spostamento viene colpito con calci, pugni, schiaffi colpi a mano aperta nella schiena e ginocchiate nello stomaco. Gli agenti gli dicono di tenere la testa bassa perché è un essere inferiore e non degno di guardarli in faccia, che è una merda e che con Berlusconi possono fare quello che vogliono".

"Ti piace il manganello?"
Ester P., Pinerolo, 1980: "Durante il passaggio nel corridoio riceve calci e sberle al passaggio, e insulti. "Puttana, troia". In bagno l'agente-donna le schiaccia la testa verso il basso sino a quasi toccare la turca mentre dal corridoio gli agenti la insultano con parole: "Puttana, troia, ti piace il manganello?". Dalla cella vede un ragazzo nel corridoio colpito con manganellate ai testicoli. In infermeria deve spogliarsi completamente e la fanno uscire nel corridoio in mutande e reggiseno. Prima della traduzione degli agenti con divisa grigia la fanno mettere in fila con gli altri e fanno fare loro il saluto romano, cantare "Faccetta Nera" e dire "Viva il Duce"".

Il taglio del codino
Adolfo S., spagnolo, Reicon de Olivedo, 1970: "Nel corridoio lo mettono in piedi contro il muro e mentre è in questa posizione descritta, gli agenti gli tagliano il codino. In bagno viene nuovamente percosso con la porta dello stanzino e dove gli agenti buttano nella tazza il codino tagliato e lo obbligano ad urinarvi sopra. Mentre è in corridoio viene riconosciuto da un agente che lo aveva identificato per strada che chiama un collega; lo portano poi in bagno, gli danno due forti colpi, lo chiudono nello stanzino e continuano a colpirlo; poi un agente, che a lui pare indossare la divisa dei carabinieri, gli mostra un distintivo e gli dice: "Avete ucciso un mio collega". Trascorre la notte al freddo, senza cibo e senza acqua e continua a ricevere colpi sino a che al mattino viene portato via".

"Non rivedrai i tuoi figli"
Valerie V., francese, Perpignan, 1966: "Fanno pressione per farle firmare un documento, le danno colpi a mano aperta sulla nuca, le mostrano le foto dei figli sul passaporto e le dicono che se non firma non li avrebbe più rivisti. Riceve anche insulti del tipo: "Comunisti, rossi". Sente urla dal corridoio e da altre celle, e supplicare. Sente che gli agenti fanno versi gutturali come di animali. Ricorda in cella chiazze di sangue e di vomito, e sente odore di urina. Non le danno da bere né da mangiare. Riesce a bere solo un po' d'acqua da un lavandino, prima di essere picchiata. Ricorda una ragazza americana in cella con lei, Teresa. Viene ammanettata con lei. La rivede nel carcere di Alessandria, e questa volta ha lividi su tutto il corpo".

L'impunità
Non ci furono casi isolati, scatti improvvisi di rabbia. I pm spiegano che "l'istruttoria dibattimentale ha dimostrato una pluralità di comportamenti vessatori perduranti nell'arco di tutti i giorni di presenza degli arrestati". "Vi è stata una volontà diretta a vessare le persone ristrette nel sito, a lederle nei loro diritti fondamentali proprio per quello che rappresentavano: tutti appartenenti all'area no global e partecipanti alle manifestazioni ed ai cortei contro il vertice G8".

senso d'impunità che"Non crediamo ad esplosioni improvvise di violenze. Il processo ha provato che i capi ed i vertici di quella caserma hanno permesso e consentito, con il loro comportamento e con la gravità delle loro consapevoli omissioni, che in quei tristi giorni si verificasse una grave compromissione dei diritti delle persone. Perché è questo ciò che il processo ha provato essere accaduto. Troppo grave è stato il concorso morale in tutte le sue forme, troppo grave la tolleranza, troppo grave ogni mancato dissenso da comportamenti violenti e scorretti, troppo grave anche solo il loro silenzio e la loro inerzia, troppo grave il rafforzamento del diffuso  ne è conseguito".

La giustizia frustrata
La frustrazione dei magistrati è evidente. Citano Cesare Beccaria, Pietro Verri e Antonio Cassese, già presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene e dei trattamenti inumani o degradanti. "A Bolzaneto fu tortura", ripetono. E per dare forza alle loro argomentazioni, rimandano ad una serie di precedenti internazionali. Ricordano il caso Irlanda contro Regno Unito del gennaio di trent'anni fa, in cui si dà conto delle "torture" subìte dai simpatizzanti irlandesi da parte dell'esercito britannico.

Ma a differenza di tutti gli altri paesi, sottolineano, l'Italia non si è mai adeguata alla Convenzione europea dei diritti dell'Uomo. L'ha sottoscritta nell'89, però il codice penale quel reato non lo ha mai disciplinato. Tortura. "Altrimenti, gli imputati avrebbero dovuto essere condannati a pene comprese tra i due e i cinque anni di reclusione". Invece di anni ne hanno potuti chiedere 76, suddivisi tra 46 persone. Che "avrebbero dovuto comportarsi come caschi blu dell'Onu". E invece trasformarono quella caserma in "un inferno".

 
 
 

Bolzaneto, chieste condanne per 76 anni

Post n°31 pubblicato il 13 Marzo 2008 da ExPiazzaAlimonda

Imputate 44 persone per le violenze nella caserma di polizia durante il G8 di Genova nel luglio 2001

GENOVA - Condanne complessive per oltre 76 anni di reclusione sono state chieste dai pm, Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, per i 44 imputati nel processo per le violenze e i soprusi nella caserma della polizia di Bolzaneto, durante il G8 a Genova del luglio 2001. Per Giuseppe Fornasiere, ispettore di polizia penitenziaria responsabile dell'ufficio matricole, è stata chiesta l'assoluzione. Le pene variano da un massimo di cinque anni e otto mesi, a sei mesi di reclusione. Nella caserma di Bolzaneto, secondo i pm, furono inflitte alle persone fermate «almeno quattro» delle cinque tecniche di interrogatorio che, secondo la Corte europea sui diritti dell'uomo chiamata a pronunciarsi sulla repressione dei tumulti in Irlanda negli anni Settanta, configurano «trattamenti inumani e degradanti».

GIRONE INFERNALE - Durante la requisitoria, i pm avevano descritto la caserma di Bolzaneto durante il G8 come «un girone infernale». I reati contestati sono a vario titolo abuso d'ufficio, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, falso ideologico, violenza privata, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. I pm hanno chiesto inoltre la condanna dei cinque medici presenti nell'area sanitaria. Per Massimo Pigozzi, il poliziotto accusato di lesioni personali lo strappo alla mano subita da un manifestante e suturata senza anestesia, i pm hanno chiesto la pena di 3 anni e 11 mesi di reclusione.

RICHIESTE - La pena più pesante è stata chiesta per Antonio Biagio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria in servizio a Bolzaneto come responsabile della sicurezza. Tra le accuse nei suoi confronti, le percosse con calci, pugni, sberle e manganello in dotazione di arrestati e fermati per identificazione. Tre anni e 6 mesi nei confronti di Alessandro Perugini, ex numero due della Digos di Genova (il funzionario più alto in grado presente nella caserma), per Anna Poggi, commissario capo di polizia, per il generale della polizia penitenziaria Oronzo Doria (responsabile del coordinamento e dell'organizzazione) e per gli ufficiali di custodia Ernesto Cimino e Bruno Pelliccia.

 
 
 

Omicidio volontario

Post n°30 pubblicato il 23 Febbraio 2008 da ExPiazzaAlimonda

Articolo 1 della Costituzione Italiana:
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

No, non stiamo parlando del G8 di Genova del 2001. E' un off topic, come si dice in gergo internettiano. Ma DOVEROSO, non ci potevamo esimere.

Oggi alle 13,45 la Procura di Torino ha chiuso l' indagine sul rogo nella fabbrica torinese della ThyssenKrupp contestando all'amministratore delegato in Italia della società il reato di omicidio volontario.

Certo, non servirà a riportare in vita i sette operai che sono morti dopo atroci agonie, ma speriamo  che si stia aprendo una strada. E che finalmente, in un paese che si reputa civile, si possa un giorno rendere almeno un pò di giustizia a chi perde la vita lavorando.

Stefi

 
 
 

"Ho parlato con il capo devo fare marcia indietro"

Post n°29 pubblicato il 29 Novembre 2007 da ExPiazzaAlimonda

Qualche giorno fa repubblica.it pubblicava due articoli che troverete in fondo a questo post che trattano dell'irruzione dentro la scuola Diaz.

Per chi continua a foderarsi gli occhi di prosciutto potrebbe essere un'ennesima occasione per provare ad aprirli, quegli occhi, o almeno per chiedersi se effettivamente le cose andarono in modo diverso da come ha sempre creduto, o voluto credere.
Per quelli che ancora oggi, a dispetto di tutto quello che sta emergendo, continuano ad a infarcirsi la bocca con slogan oramai vecchi e stantii contro chi andò a MANIFESTARE, questo post è la dimostrazione che NOI - al contrario di VOI - vogliamo che una volta per tutte la verità vera venga alla luce, senza faziosità.
A NOI più che VOI disturba un governo che "promuove" chi in quei giorni era al "vertice" dell'ordine pubblico, come ci delude un Parlamento che blocca la nascita di una Commissione Parlamentare di inchiesta . La differenza come sempre è TUTTA QUI.
Stefi

da www.repubblica.it del 25 novembre

In queste ore si consegnano a indagati e difensori gli atti di fine inchiesta
Forse coinvolto un altro poliziotto di cui fino a oggi non si era saputo nulla

G8, l'ex capo della polizia De Gennaro verso il rinvio a giudizio per vicenda Diaz
di MARCO PREVE

GENOVA - I suoi avvocati, il romano Franco Coppi e il genovese Carlo Biondi, negli ultimi mesi li si era visti frequentare con assiduità il nono piano di palazzo di giustizia. Ma nonostante incontri e discussioni con i capi della procura, sembra difficile che i due legali riescano ad impedire che su Gianni De Gennaro, ex capo della polizia italiana e oggi capo gabinetto del ministro dell'Interno Giuliano Amato, si abbatta l'onta di una richiesta di rinvio a giudizio. In queste ore sono, infatti, in fase di notifica i cosiddetti Acip, ovvero gli atti con cui si avvisano gli indagati e i loro difensori, che si sono concluse le indagini e possono prendere visioni degli atti.
Sembra inoltre che nella vicenda possa essere coinvolta una terza persona, forse un altro poliziotto, di cui fino ad oggi non si era ancora saputo nulla.
L'inchiesta che coinvolge De Gennaro nasce dal processo per l'irruzione alla Diaz, la scuola dormitorio del G8 del luglio 2001. Nel corso di un'udienza in cui venne chiamato come testimone l'ex questore del capoluogo ligure Francesco Colucci, rilasciò una serie di dichiarazioni per le quali, la procura, chiese l'iscrizione al registro degli indagati per falsa testimonianza. Per il reato di istigazione alla falsa testimonianza fu invece indagato De Gennaro. Nel corso di una conversazione tra Colucci ed un collega, intercettata durante altre indagini, l'ex questore si sarebbe compiaciuto per aver soddisfatto il "capo".

Interrogato a luglio, De Gennaro ha spiegato che Colucci potrebbe aver equivocato quella che era solo una chiacchierata sulla vicenda Diaz. La spiegazione non avrebbe però convinto i pm Enrico Zucca e Francesco Cardona Albini, e con loro il procuratore aggiunto Mario Morisani.

In realtà, si era profilata, ad un certo punto, una possibile via d'uscita. Se Colucci avesse chiesto di poter nuovamente testimoniare per ritrattare le dichiarazioni false, la legge gli avrebbe offerto l'automatica estinzione del reato. A quel punto, anche per De Gennaro sarebbe stato più semplice uscire di scena senza danni. Eventualità per altro non del tutto accantonata visto che il processo Diaz è ancora in corso. Colucci, ai primi di maggio, chiamato a deporre come teste contro 29 poliziotti accusati di falso, lesioni e calunnia, ribaltò una sua precedente ricostruzione dei fatti, raccontando che la notte dell'irruzione nella scuola dormitorio non fu De Gennaro a chiedere di allertare l'addetto stampa Roberto Sgalla, bensì fu una sua iniziativa spontanea.

Ma se De Gennaro vede avvicinarsi il rischio del processo, per tutti i suoi fedelissimi, il disastro del G8 e le imputazioni per la Diaz (entro la metà del 2008 la sentenza) non hanno comportato effetti collaterali. Anzi. E' di due giorni fa la promozione di Giovanni Luperi, ex vicedirettore dell'Ucigos, a capo del Dipartimento analisi dell'Aisi (Agenzia informazioni e sicurezza interna), l'ex Sisde. Francesco Gratteri, nel 2001 capo dello Sco, oggi è al vertice del Dipartimento Centrale Anticrimine. Nomine, tra le tante, che hanno sollevato dure critiche specie dall'estrema sinistra. Proprio nei confronti di Gratteri poi, ha annunciato un'interrogazione Graziella Mascia di Rifondazione Comunista. Il caso è quello di un'ispettrice in servizio allo Sco e in passato in forze alla questura di Bari, la cui presenza in aula durante diverse udienze del processo Diaz ha sollevato alcuni interrogativi in merito al suo possibile incarico.

da www.repubblica.it del 26 novembre

Agli atti i colloqui fra l'ex questore Colucci e il funzionario Mortola
L'ex capo della polizia De Gennaro verso il rinvio a giudizio

"Ho parlato con il capo devo fare marcia indietro"
di MASSIMO CALANDRI

GENOVA - "Ho parlato con il capo. Devo fare marcia indietro". Siamo alla fine dell'aprile scorso. Francesco Colucci, già questore di Genova, tra poco testimonierà nel processo per il blitz della polizia nella scuola Diaz, durante il G8. Il "capo" cui fa riferimento sarebbe Gianni De Gennaro, allora numero uno della polizia italiana: che la procura di Genova vuole processare per "induzione alla falsa testimonianza". Di Colucci, appunto.

Il funzionario è al cellulare con Spartaco Mortola, imputato nello stesso procedimento. I due non sanno di essere intercettati: i magistrati hanno infatti aperto un'altra inchiesta, dopo la misteriosa sparizione delle bottiglie molotov che erano state falsamente attribuite ai no-global arrestati.

Colucci viene registrato in almeno due occasioni: nell'altra ammette di aver letto le dichiarazioni che a suo tempo De Gennaro aveva reso sulla sciagurata operazione del luglio 2001. "Devo modificare quello che avevo già detto", spiega il questore al suo interlocutore. Tutto ruota intorno alla presenza nella scuola, al termine dell'intervento, di Roberto Sgalla, responsabile delle pubbliche relazioni per la Polizia di Stato. Colucci aveva in precedenza giurato che De Gennaro gli aveva detto di avvertire Sgalla e inviarlo alla Diaz.

Secondo gli inquirenti, questo dimostrerebbe che anche i massimi vertici dell'Interno erano perfettamente a conoscenza di quanto era accaduto nell'istituto (per quel blitz sono sotto processo 29 tra agenti e super-poliziotti). Ma chiamato a testimoniare in aula - e dopo la telefonata intercettata -, il questore cambierà versione: "Sono stato io, di mia iniziativa, a chiamare Sgalla". Per gli inquirenti sarebbe stato lo stesso De Gennaro ad indurlo al "ripensamento".

Le intercettazioni telefoniche fanno parte del fascicolo aperto dalla procura genovese nei confronti di De Gennaro, Colucci e Mortola. In questi giorni ai tre sono stati notificati gli avvisi di conclusione delle indagini preliminari. Hanno venti giorni di tempo per presentare memorie difensive, nuovi elementi o farsi interrogare. trascorso questo periodo la procura potrà chiederne il rinvio a giudizio.

 
 
 

Il video inedito dell'irruzione alla Diaz

Post n°28 pubblicato il 17 Novembre 2007 da ExPiazzaAlimonda

La notte dell'orrore in un video mostrato precedentemente solo al processo contro i funzionari e gli agenti che parteciparono all'irruzione nella scuola Diaz. Video e audio - comprese le telefonate dei cittadini a 113 e 118, registrazioni di Radio Gap e Radio Popolare - di quell'interminabile mezz'ora del 21 luglio 2001, fra le 23.30 e le 0.04. La ricostruzione sincronizzata audio video, di cui mostriamo uno spezzone, è stata realizzata dalla segreteria del Genoa Legal Forum. Riprese di Indymedia e di Vincenzo Mancuso  [17 novembre 2007]

lo trovate qui su GenovaRepubblica.it

 
 
 

"Chi rompe paga e chi uccide no"

Post n°27 pubblicato il 17 Novembre 2007 da ExPiazzaAlimonda

La storia sono anche LORO

 
 
 

la zona rossa...

Post n°26 pubblicato il 16 Novembre 2007 da ExPiazzaAlimonda

Ieri sera ad Annozero hanno nuovamente parlato del G8 di Genova del 2001. Ospiti in studio da Santoro c'erano Agnoletto, il padre di Carlo Giuliani, il carabiniere - pardon l'EX  carabiniere - Placanica, il poliziotto - nonchè rappresentante di un sindacato di Polizia - Ascerto e "l'illustre" Ignazio Larussa. Come sempre oramai da sei anni e quasi cinque mesi  (e non sette caro il mio Larussa) le immagini sulle infamie di quei giorni hanno il potere di far affiorare, insieme alla rabbia e al senso di impotenza, le lacrime. E lo scambio di sms con il mio amico e compagno di viaggio di questo blog, anche se non ha stemperato le lacrime, ne la frustrazione e l'amarezza, ha rafforzato la condivisione di un pensiero comune sapendo che anche lui stava guardando le stesse immagini, ascoltando le stesse parole. E non è poco, credetemi.
Perchè a distanza di sei anni e quasi cinque mesi c'è ancora chi ha il coraggio, come "l'illustre Larussa" di negare l'evidenza dei fatti. Che questo sia stato fatto nei giorni e nei mesi immediatamente successivi al G8 posso anche capirlo, ma adesso no. Non ci possono più essere scuse. Non si possono guardare quelle scene da repressione cilena e dire: "le tute bianche non hanno indossato le tute bianche per confondersi con il black block". Si dovrebbe provare solo vergogna nel pensarla una frase del genere, figuriamo poi pronunciarla. Non si può -  guardando le immagini di Carlo Giuliani steso per terra con la camionetta che gli passa sopra con le PROVE che qualcuno in divisa ha voluto anche "offendere" Carlo da morto spaccandogli la fronte con un sasso - restare indifferenti, e non fare ammenda per quanto QUEL governo ha permesso in quei giorni alle forze del (dis)ordine. Non si possono guardare le immagini dei ragazzi che uscivano in barella dalla scuola Diaz, o le pozzanghere di sangue dentro la scuola e non chiedere SCUSA a nome dello Stato. Non si può, eppure c'è chi continua a farlo. C'è chi continua a nascondersi dietro i giochi di parole, le precisazioni ("Fini non c'era il venerdì, è andato il sabato, devi essere preciso"),  c'è chi continua negare la connivenza con i black-block, e continua  a difendere a spada tratta l'operato delle forze del (dis)ordine di quei giorni.
Fra tutte le immagini e tutte le conversazioni che ho visto ed  ascoltato, e rivisto e riascoltato mille volte - il ragazzo pestato da Perugini, la gente che dalle finestre dei palazzi grida ai poliziotti e carabinieri che sono assassini, che la smettano di picchiare, la ragazza uscita in barella dalla Diaz con il crani fracassato, i blindati della celere che caricano a tutta velocità i manifestanti ... e potrei continuare all'infinito - senza ancora averci fatto l'abitudine...PERCHE' NON CI SI PUO' ABITUARE..voglio ricordare qui a chi passerà e leggerà un passo di una deposizione rilasciata  durante il processo ai manifestanti da un poliziotto che alle domande dell'avvocato della difesa così risponde. E poi ditemi se qualcuno non dovrebbe vergognarsi di indossare una divisa a "tutela dei cittadini"...
Stefi
 
Difesa: Lei ha visto qualcuno dei suoi uomini lanciare dei sassi verso dei dimostranti?
Poliziotto:che ho visto qualcuno dei miei uomini no ... non ho detto che non li hanno lanciati ho  ho detto che non li ho visti io.....
Difesa:Lei ricorda quella scena? chi può essere quell'agente? ...
Poliziotto: ero io.

 
 
 

Fascisti ed approfittatori

Post n°25 pubblicato il 30 Ottobre 2007 da ExPiazzaAlimonda

Ci si può incazzare in un modo ed incazzare in un altro. Quando l’altra parte non fa le cose che tu vorresti ti incazzi perché sembra impossibile che non capiscano, che siano così malfatti. Però, alla fine della fiera, è il gioco delle parti. Mica puoi pretendere che quelli che ti sono contro facciano le cose per te, no? Per questo trovo ridicoli i legaiuoli che, dopo cinque anni di governo, ora si incazzano perché prodi non fa il federalismo fiscale. Perché mai non l’hanno fatto loro? Ma questo è un incazzamento fisiologico, direi. Poi ci sono altri incazzamenti. Quelli che succedono quando la tua parte non fa quello che dovrebbe fare. E questa è un’altra storia. La commissione parlamentare d’inchiesta sul G8 è stata bocciata. Grazie al voto contrario di Udeur e Italia dei Valori. Trovo vergognosa l’esultanza del casotto delle libertà. Per due motivi. Il primo, sfacciatamente di parte, perché quella commissione la volevo. Il secondo è di logica. L’ultima Commissione che abbia avuto senso, vado a memoria, è stata quella sulla P2. Presieduta da Tina Anselmi. Che se ne è sbattuta dei pesci grossi della Dc, il suo partito, e ha detto quel che si doveva dire. Una Commissione si può anche chiudere dicendo: “Non ci abbiamo capito nulla”, o “E’ stato giusto così”. E pietra tombale su tutta una serie di cose. Questa Commissione sarebbe servita per dire: ci sono stati poliziotti e carabinieri che hanno fatto cazzate. Sono questo, quello e quell’altro. Tutti gli altri hanno fatto il loro dovere. Sapevi chi erano stati i cattivi (perché solo un cieco o uno in malafede potrebbe dire che non ci sono stati) e chi i buoni. Tornavi ad avere un minimo di fiducia nelle forze dell’ordine. Così, invece, le forze dell’ordine continueranno ad essere per tutti una massa informe ed indistinta di gente che fa quello che vuole. Senza rispetto. L’Udeur ha votato contro. Una delle caratteristiche della sinistra, se ci pensate bene, è quella di non voler imporre niente a nessuno. Vogliamo la legge sui Dico? Non obblighiamo nessuno a farlo. Diamo un’opportunità. Siamo per il divorzio? Non vogliamo che nessuno divorzi per forza: è una possibilità. Aborto? Non vogliamo che nessuno abortisca per forza. Diamo una possibilità. Mastella no. Lui vuole imporre a tutti il suo pensiero. Questo è fascismo. Mastella è fascista.
Di Pietro nasce come magistrato. Un giorno, quando era di turno, ha bussato alla sua porta uno che diceva di dover pagare delle tangenti. Di lì è nato «mani pulite». Lui è diventato famoso. E’ entrato in politica. Ma se quel giorno di turno c’era un altro magistrato di pietro ora continuerebbe ad essere oscuro e sconosciuto. Ha approfittato della situazione. Legittimamente. Poi però di fare l’approfittatore non ha mai smesso. Prima è a favore della Tav, poi si schiera con grillo che è contro. Prima è contro il ponte sullo stretto, poi vota a favore della società dello stretto. Prima è a favore della giustizia, poi vota contro la commissione. In tutto questo ha capito una cosa. Che tolte poche eccezioni, percentualmente parlando (cioè noi e quelli che la pensano all’esatto opposto) il resto degli italiani è formato da popolo bue. Che fa a botte per assicurarsi un posto in prima fila per i processi della franzoni e di erba. Che si appassiona alle sorti di un gruppo di dementi su un’isola. Che la sera piange davanti alle puttanate della de filippi. Che vota la faccia che vede più spesso, senza sapere chi è e cosa pensa. Questo l’ha capito. E ne approfitta. Il governo cadrà, prima o poi, o finirà il suo mandato. E questi due imbecilli saranno alleati con qualcuno. Perché per cercare di vincere si prende a bordo chiunque. Questa battaglia, per ora, è persa. Ma noi, nel senso più ampio del termine, non siamo né udeur né italia dei valori (chissà quali valori, poi). Noi andiamo avanti. Lube


Ho sentito la notizia per radio mentre tornavo a casa, e appena arrivata mi sono fiondata su internet per cercare notizie. Allibita, leggo le motivazioni di questi due imbecilli (chi imbelle, direbbe Aldo di Aldo, Giovanni e Giacomo).
Il primo, il divo di Ceppaloni dice, facendo finta di cadere dalle nuvole - interpretazione da premio Oscar: "La commissione? Nel programma non l'ho vista".
Caro (caro un cazzo) ceppalonico ti rinfresco le idee - idee:do you mean IDEA? - citando il passo del PROGRAMMA DELL'UNIONE (ex direi ormai), pagina 77 quasi alla fine:  "La politica del centrodestra al riguardo si è mostrata del tutto indifferente: a vuoti annunci si sono affiancate misure che contrastano con il rispetto della legalità, l'inerzia rispetto alla criminalità economica, un abbassamento della guardia nel contrasto alla criminalità organizzata, l'utilizzo delle forze di polizia per operazioni repressive del tutto ingiustificate; basti pensare ai fatti di Genova, per i quali ancora oggi non sono state chiarite le responsabilità politica e istituzionale (al di là degli aspetti giudiziari) e sui quali l'Unione propone, per la prossima legislatura, l'istituzione di una commissione parlamentare d'inchiesta".
Ora mi viene un leggero sospetto: che ci vuoi prendere per il culo...ma oramai lo stai facendo da mesi, insieme al costante ricatto del "me ne vado se .." Ma da un ministro di Grazia (sua) e Giustizia (dove?) che prima sparge ai quattro venti casino su un PM che indaga su un'inchiesta che gli tocca qualche nervo, andando a dire in tv: "queste accuse sono una montagna di sciocchezze"  e dopo qualche giorno dice "dobbiamo stemperare gli animi" .... mi devo aspettare di tutto. E' che non ci sono abituata, non ci riesco...non mi abituo...chissà perchè!

E poi c'è il secondo, che era PM e che dovrebbe conoscere la legge, il codice penale, eccetera eccetera eccetera...e dopo il suo no alla Commissione d'inchiesta dichiara: "Volevano indagare solo sulla polizia, una giustizia a metà. Noi vogliamo una commissione che indaghi sia sui manifestanti che sugli abusi delle forze dell'ordine".
Ora, che non sia un mostro in italiano parlato (scritto non saprei) è sotto gli occhi di tutti... ma la sua dichiarazione mi lascia ugualmente sconcertata. Facciamo insieme un ragionamento. Al di là del fatto che sui manifestanti c'è già chi ha indagato e ancora indaga, la GIUSTIZIA ORDINARIA, ci sono ancora dei processi in corto - 225 anni di galera e milioni di euro di risarcimenti è la richiesta dell'accusa ai 25 manifestanti - . nel programma dell'Unione (ex, mi ripeto lo so) si parla di una commissione per stabilire "se ci sono stati abusi da parte delle forze di Polizia ed eventuali responsabilità politiche ed istituzionali"...che cazzo c'entrano i manifestanti e chi ha devastato la città? Spiegamelo Tonino, perchè non lo capisco.

Io capisco solo che siete due voltafaccia, di cui uno ha rubato la poltrona all'altro, e che essendovi visti in televisione vi siete "piaciati" (scritto di proposito) e cercate di tornarci con ogni mezzo, anche eticamente poco comprensibile. Che la vostra "fedeltà" e "lealtà" politica ve la siete mangiata a colazione qualche mese fa. Che state provando l'ebbrezza del "tenere il piede in due staffe". Che ci volete prendere per il culo. Il casino è che con parecchia gente ci riuscite. Ma come dice Luigi, con noi no. E ribadisco: MI FATE PROPRIO SCHIFO. Stefi

 
 
 

"225 anni di carcere e 100mila euro a testa di risarcimento danni"

Post n°24 pubblicato il 27 Ottobre 2007 da ExPiazzaAlimonda

Da La Repubblica di oggi..., che vergogna
... e
tratto da www.carta.org , l'articolo è lungo ma vale la pena leggerlo
 

Noi, quelli di Via Tolemaide 

L’appello che pubblichiamo qui di seguito è stato reso pubblico sabato 20 ottobre a Genova, al Teatro degli Zingari della Comunità San Benedetto al Porto, durante l’incontro pubblico con Porota e Cela delle Madri di Plaza de Majo.
Per aderire scrivete a viatolemaide@globalproject.info.

«E’ vero. Vi è una storia delle lotte, dei movimenti, delle persone, e una storia del potere. Su questo non vi è dubbio, e Genova lo conferma. La storia del potere è spesso scritta per via giudiziaria. I Pubblici Ministeri che hanno accusato di devastazione e saccheggio 25 manifestanti e che mantengono, per ora, nei loro cassetti centinaia di procedimenti aperti contro altrettanti partecipanti alle manifestazioni contro il G8, sintetizzano bene nelle loro requisitorie questa pratica. Riscrivere, modificare, stravolgere ciò che è accaduto per tentare non solo di cambiarne il senso, ma anche per rimuovere quelle anomalie che rappresentano il segno tangibile della crisi di un sistema. Riscrivere la storia a proprio uso e consumo, infatti, non è solo un vecchio vizio di chi comanda: è anche la misura di quanto questa democrazia in crisi profonda e irreversibile in ogni sua articolazione, abbia la necessità estrema di creare artificiosamente attorno a sé quella legittimazione che non c’è più. Le roboanti parole, scelte con sapienza da questo o quel servitore dello Stato, pronunciate nelle aule di un Tribunale, dovrebbero coprire quello che centinaia di migliaia di persone hanno vissuto, e che milioni già conoscono. Quelle parole, diventeranno storia ufficiale quando saranno scritte nero su bianco in calce a condanne di anni di carcere per chi ha avuto la sfortuna di essere stato scelto come capro espiatorio, e la colpa di essere stato a Genova il 19, 20 e 21 luglio del 2001 a contestare il G8. L’archiviazione dell’omicidio di Carlo Giuliani, è stato il primo capitolo della storia di Genova, scritta per il potere dai tribunali.

Tuttavia commetteremmo un grave errore a pensare che la questione si esaurisca così, in maniera semplificata. Nella requisitoria dei pubblici ministeri, e nella gestione del processo di Genova, traspare ben di più che la sola conferma di un vecchio assunto, con cui tutti i movimenti di lotta hanno avuto a che fare. Innanzitutto per un fatto molto semplice: la storia del potere e quella “sociale”, non viaggiano parallele, ma si scontrano, confliggono. Ed è la forza con cui avviene questo impatto, che determina il risultato. Se si lascia spazio a ciò che il “sistema democratico”, dal parlamento ai tribunali, vuole produrre su Genova, ecco che il risultato sarà sempre a favore del mantenimento del potere. E di chiusura per i movimenti, quelli di allora, e soprattutto quelli che vengono dopo. Il secondo grave errore sarebbe pensare che anche la storia di movimento sia scritta nero su bianco. Sia statica, depositata, perenne. Non è così. Questa storia è viva, a differenza di quella scritta dai tribunali, e cresce, oppure diventa invisibile, carsica, frantumata, insieme a chi l’ha vissuta. Dopo le giornate di Genova, nessuno di noi, di quelli che in maniere diverse hanno contribuito a costruire quella strordinaria insorgenza, che come tutte le cose vere ha fatto i conti anche con le tragedie, ha saputo riprendere parola con forza. Alcuni perché, dopo quell’esperienza di rivolta, molto semplicemente hanno preferito tornare, o saltare, nel solco della politica ufficiale, nei parlamenti e nei partiti. Altri perché a volte la ricerca dei movimenti, ti porta in strade nuove, difficili da sperimentare, piene di dubbi ed incertezze. In generale non siamo stati capaci di assumere i processi contro alcuni di noi, come fatto politico fondamentale, e abbiamo troppo spesso permesso quindi, che la nostra storia fosse scritta da altri.

Ma cosa significa riprendere la parola con forza? Crediamo che abbia poco a che fare con il semplice parlare, denunciare, testimoniare. Questo, certo, è il minimo, ma come abbiamo visto, se non vi è qualcosa in più, qualcosa che diventi motore di tutto il resto, anche quello che si da per scontato, viene inghiottito in una routine che diventa in fretta incapacità.
E’ un’idea forza che ha prodotto Genova, non la sommatoria di chi vi partecipava. Ed è dalla nostra idea forza, quella di Via Tolemaide, che noi vogliamo contribuire a rimettere al centro ciò che Genova ci ha consegnato. In questi giorni i pubblici ministeri hanno chiarito bene qual è la chiave che lo stato vuole usare per la criminalizzazione del movimento di genova. Il nodo di via Tolemaide, che è stato anche il corteo più partecipato di quei giorni, è l’anomalia che chi riscrive la storia dal punto di vista del potere, deve attaccare. Attorno alla moltitudine degli oltre ventimila di via Tolemaide e del Carlini, a ciò che ha generato l’attacco dei carabinieri, ruotano tutti i fatti del 20 di luglio, compreso l’omicidio di Carlo. Quella moltitudine aveva fatto una scelta precisa. Di disobbedire all’imposizione della zona rossa, che era il simbolo concreto di tutto il potere esercitato dal G8 in quei giorni. Ma questa scelta, era stata resa pubblica. La disobbedienza, la violazione della legge, era divenuta spazio pubblico e direttamente costituente per quella enorme comunità di soggetti, singoli e collettivi. Vedendo oggi ciò che stanno facendo i compagni di Copenhagen, o quello che è successo a Rostock, si ha la dimensione, spaziale e temporale, di quanto quella scelta, rinnovata ed arricchita, sia divenuta pratica di movimento. E non si tratta della “forma di lotta”, anche se le tecniche, ad esempio quella degli scudi, le abbiamo viste ormai ovunque utilizzate, ma del paradigma della disobbedienza. La scelta di violare la zona rossa, di dichiararlo pubblicamente e quindi di non “clandestinizzare” né le pratiche né il processo di costruzione di questo percorso, è parte di questa anomalia attaccata dai tribunali e dallo stato. I ventimila di via Tolemaide sono stati possibili grazie a questo. E questa scelta, l’essere in tanti e costituirsi a partire da una pratica condivisa e non da altro, oggi la ritroviamo in molte esperienze di resistenza che accompagnano movimenti veri che si battono contro le basi o contro il tav. Ma aver trasformato il proprio obiettivo in uno spazio pubblico costituente, porta ad un’altra incompatibilità per lo stato, che poi i giudici nei tribunali tentano di criminalizzare: il consenso. Il corteo di via tolemaide, e l’esperienza del Carlini, potevano contare di un appoggio, anche solo in termini di opinione, che andava molto oltre il numero dei partecipanti. E’ possibile per il potere ammettere questa stranezza? Si può essere cattivissimi, ferocissimi, ma bisogna essere pochi, isolati da tutti, costituenti solo della propria sconfitta: questo è compatibile. Anzi, al di là della volontà dei protagonisti, alcune volte generosi e riempiti di anni di carcere, lo stato assegna un ruolo a tutto ciò, come lo assegna alla testimonianza e alla denuncia. L’importante è che il risultato finale rafforzi le istituzioni, e il loro precario legame con legittimità e consenso.
Ma se il consenso si incardina per un attimo a qualcosa che prelude a una non accettazione delle leggi, dell’ordine costituito, e lo pratica collettivamente? Via Tolemaide era anche questo.

E un altro nodo, fondamentale, è ciò che è accaduto dopo l’attacco dei carabinieri. L’esercizio di un diritto di resistenza, spontaneo, diretto, diffuso. La disobbedienza non si è trasformata in un gioco di ruolo, appunto. Nelle distorsioni spesso operate da chi, anche all’interno di quel percorso, parlava di disobbedienza ma pensava al governo, la disobbedienza ha rischiato di morire rinsecchita varie volte. Prima perdendo la sua originalità legata al contesto che l’aveva prodotta, e richiamandosi a modelli “storici”. Come dire che la nonviolenza dei movimenti birmani è la stessa cosa di quella propagandata da certi parlamentari italiani, che votano le guerre tralaltro. Poi rischiando di diventare un feticcio, un’identità chiusa e pesante, fondata sulle tecniche di lotta più che su un sentire comune.
Via Tolemaide, con l’esercizio da parte della disobbedienza, del diritto di resistenza, ha spazzato via tutti i tentativi di questo tipo. La disobbedienza non poteva più essere considerata né un modello, né una forma. Oggi in Italia ed in Europa ci sembra dimostrato che si tratta dell’assunzione di un percorso, che può avere forme e modi diversi ed articolati, e trova il suo fondamento in alcune linee di tendenza. Dal Carlini si è partiti per agire con la disobbedienza, un obiettivo. Ci si è ritrovati a resistere, con ogni mezzo possibile, alla furia cieca e di annientamento, che nessuno aveva potuto prevedere in quei termini, che carabinieri e polizia hanno scaricato contro quel corteo. Questo è stato un passaggio naturale, ed è per questo che la resistenza di quel corteo, rivendicata collettivamente fino in fondo, è per lo stato, i tribunali e le istituzioni, difficile da digerire. Ed è in quel contesto che va letto l’omicidio di Carlo. In assenza quindi di facili strumentalizzazioni possibili, in quel caso lo stato ha scelto l’archiviazione. E’ questo il nodo che si tenta di annullare con il processo di Genova. Perché parla agli altri movimenti, quelli di oggi e quelli di domani, e lo fa con speranza e determinazione, con rabbia e lucidità. Via tolemaide ha messo in difficoltà il potere, e per questo bisogna tentare di riscriverne la storia, facendola rientrare in un contesto compatibile. A Genova con l’assunto: “In Via Tolemaide erano tutti violenti”, a Cosenza con l’imputazione di “associazione sovversiva composta da oltre ventimila aderenti”. Con questa idea forza dobbiamo riprendere la nostra corsa che è stata interrotta lì, in quella via di Genova, in quella piazza poco distante bagnata del sangue di uno di noi. Altri hanno ripreso a correre, in Germania, in Danimarca, in Val di Susa, a Vicenza. Sappiamo da dove partire per raggiungerli. Dalla difesa di tutti i compagni sotto processo, dal riconoscere ciò che ci ha consegnato Genova, da Via Tolemaide.

Sottoscriviamo quanto sopra per prendere un impegno. Quello di organizzare, durante il ritiro in camera di consiglio dei giudici del processo di Genova, una mobilitazione. La sentenza, cioè il tentativo di riscrivere la storia dal punto di vista del potere, deve trovare un contrasto diretto da parte di tutti coloro che in quei giorni del 2001 scesero in strada nonostante le minacce, l’arroganza, la violenza scatenata contro chi voleva cambiare. Iniziamo noi, con i nostri nomi e cognomi, perché innanzitutto qui vi è la scelta, personale e politica, di continuare a batterci per una verità che non sia addomesticata, che non sia occasione per chiudere ulteriormente gli spazi dei movimenti e del dissenso in questo paese. Ma facciamo da subito appello a tutti, singoli e realtà collettive, perché costruiscano insieme a noi le iniziative che sono oggi necessarie. Perché tutti i compagni processati a Genova siano liberi, perché la storia del potere non sia un ostacolo alla corsa di tutti, quelli che c’erano e quelli che verranno, verso la libertà. Con Carlo nel cuore».

Don Andrea Gallo (Fondatore Comunità San Benedetto al Porto-Genova), Associazione Madri di Plaza de Mayo, Valeria Cavagnetto (Genova), Vladia Grillino (Genova), Milena Zappon (Genova), Domenico Chionetti (Genova), Simone Savona (Genova), Luciano Bregoli (Genova), Luca Oddone (Genova), Paolo Languasco (Genova), Matteo Jade (Genova), Luca Daminelli (Genova), Maurizio Campaga (Genova), Luca Casarini (Marghera–imputato a Cosenza), Tommaso Cacciari (Venezia), Michele Valentini (Marghera), Max Gallob (Padova), Vilma Mazza (Padova), Duccio Bonechi (Padova-imputato a Genova), Federico Da Re ( Padova-imputato a Genova), Cristian Massimo (Monfalcone), Donatello Baldo (Trento), Domenico Mucignat (Bologna), Gianmarco De Pieri (Bologna), Manila Ricci (Rimini), Daniele Codelupi (Reggio Emilia), Claudio Sanita (Alessandria), Luca Corradini (Milano), Silvia Liscia (Milano), Francesco Raparelli (Roma), Francesco Brancaccio (Roma), Emiliano Viccaro (Roma), Luca Blasi (Roma), Antonio Musella (Napoli), Nicola Mancini (Senigallia), Sandro Mezzadra (Università di Bologna), Gennaro Varriale (Formia–LT), Peppino Coscione (Genova), Franco Borghi (Cento), Giacomo Verde, Cristina Stevanoni (Università di Verona), Giovanni Battista Novello Paglianti (Università di Padova), Mimì Capurso Bisceglie (Bari), Arianna Ballotta (Ravenna), Annalisa Rosso (Genova), Simona Pittaluga (Genova), Mimmo Lavacca (Monopoli–Bari), Minuto Edoardo (S. Benedetto del Tronto AP), Enrico Bandiera (Ivrea), Renato Goffredi (Castel San Giovanni–Piacenza), Giuseppe Coppola (Mestre), Alessio Olivieri (Genova), Giovanni Vassallo (Imperia), Marco Rocchi (Viareggio), Valerio Guizzardi (Bologna), Francesco Aliberti (Salerno), Luigi Narni Mancinelli (Salerno), Fernanda La Camera (Genova), Silvia Aquilesi (Padova), Francesca Moccagatta (Firenze), Gabriele Mainetti (Padova), Andrea Fumagalli, Valerio Monteventi (Bologna), Sandro Chignola (Verona), Sandro Badiani(Roma), Giuseppe Palumbo (Catania), Marco Manetto (Torino), Marina Costa (Roma), Lucia Altamura (Lucca), Francesca Moccagatta (Firenze), Marina Costa (Roma), Sergio Zulian e Monica Tiengo (Treviso), Marco Maffeis (Nave–BS), Claudio Orale (Roma), Paolo Do (Università Queen Mary di Londra), Giuliano Santoro (Roma), Pietro Rinaldi (Napoli), Roberto Giordano (Roma), Matteo Dean (Città del Messico), Francesco Cirillo (imputato a Cosenza), Alessandro Metz (Trieste), Lorenzo Santinelli (Genova), Enrica Paccoi (Associazione italia/senegal Yakaar–Roma), Attilio Ratto (RdB /CUB Federazione Regionale della Liguria), Alfonso De Vito (No Border–Napoli), Pietro Rinaldi (Napoli).

 
 
 

Poesie per Carlo

Post n°23 pubblicato il 13 Ottobre 2007 da ExPiazzaAlimonda
 

Non siamo spariti, nè abbiamo smesso di scrivere. Sono riprese le udienze dei processi ancora in corso relativi al G8 di Genova. Presto ve ne daremo notizie.
Stasera però vogliamo dare risalto ad un concorso di poesia indetto in memoria di Carlo. Preghiamo i soliti "noti" di astenersi da commenti offensivi e fuori luogo.
Chi invece è interessato a partecipare troverà alcune notizie utili.
In bocca al lupo, e buona scrittura.
Stefi e Luigi

L' Associazione Culturale "Carlo Giuliani", promuove la Prima Edizione del Concorso Nazionale di Poesia Carlo Giuliani edizione 2007.
A distanza di  6 anni dall'uccisione di Carlo, avvenuta il 20 luglio 2001 a Genova, questo concorso lo vuole ricordare, attraverso una nuova forma di Resistenza: la Scrittura. L'annuncio alla stampa del Concorso viene tenuto all'interno della mostra fotografica sul '77, per dimostrare la continuità delle forme di repressione dello Stato. La Giuria del Concorso sarà composta da figure intellettuali di grande prestigio, tra le quali lo scrittore Valerio Evangelisti. Resistenza è scrivere, soprattutto quando il mondo ha dimenticato che sa pensare. E che può ricordare.
L'Associazione Culturale 'Carlo Giuliani', di San Lazzaro-Ozzano Emilia, al fine di creare una nuova forma di Resistenza culturale, promuove la Prima Edizione del Concorso Nazionale di Poesia intitolata a Carlo Giuliani, ucciso a Genova il 20 luglio 2001, durante una manifestazione contro i potenti del mondo.


Regolamento:
1. Il concorso ha un'unica sezione di Poesia.
2. E' prevista una quota di 10 Euro per la partecipazione, da versare tramite Vaglia Postale Ordinario a: Associazione Carlo Giuliani, C/o Carlo Dalla Casa, Via B. Galeotti 1, 40068 San Lazzaro di Savena, Bologna, con la causale "partecipazione a concorso di poesia".
3. Il concorso è a tema sociale, civile, e di denuncia.
4. Gli elaborati, in 5 copie, di cui una dovrà recare in calce, nome, cognome, indirizzo, numero di telefono, eventuale e-mail dell'autore e la firma, come autentica della composizione, dovranno pervenire a: Associazione "Carlo Giuliani", C/o Carlo Dalla Casa, Via B. Galeotti 1, 40068 San Lazzaro di Savena, Bologna, a mezzo raccomandata A/R.
5. La scadenza è fissata per il 31 dicembre 2007 (farà fede il timbro postale di spedizione).
6. I dati personali dei concorrenti saranno tutelati a norma della legge sulla privacy.
7. Gli elaborati non saranno restituiti. 
8. Il giudizio della giuria è insindacabile e inappellabile.
9. La premiazione si terrà entro la fine del mese di febbraio 2008.
10. Il premio consisterà in una pergamena firmata da Giuliano Giuliani e da buoni acquisto spendibili presso la "Libreria Irnerio" di Bologna (50 euro per il primo classificato 30 per il secondo e 20 per il terzo).
11. La partecipazione al concorso implica l'accettazione del presente regolamento.
Verranno premiati i primi tre classificati. Alla cerimonia di premiazione, che si terrà nella città di San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, parteciperà Giuliano Giuliani (padre di Carlo).

 
 
 
 
 

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