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Un blog creato da Virplatonicus il 19/06/2006

Smisurata preghiera

Vita di un aspirante filosofo, disputazioni e dialoghi, alla ricerca costante di verità e virtù, viaggiando in direzione ostinata e contraria

 
 

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What a dream I had
Pressed in organdy
Clothed in crinoline
Of smoky burgundy
Softer than the rain

I wandered empty streets
Down past the shop displays
I heard cathedral bells
Tripping down the alleyways
As I walked on

And when you ran to me
Your cheeks flushed with the night
We walked on frosted fields
Of juniper and lamplight
I held your hand

And when I woke
And felt you warm and near
I kissed your honey hair
With my grateful tears
Oh I love you girl
Oh I love you

Simon & Garfunkel

 

 

« Della gelosia e del possessoLettura filosofica di "L... »

"... dimorai alquanti dì con disiderio di dire e con paura di cominciare" ("Vita Nuova", cap. XVIII) 

Post n°47 pubblicato il 30 Novembre 2006 da Virplatonicus
 

immagineArgomento del giorno: la Vita Nuova di Dante Alighieri. Più o meno tutti quanti sappiamo chi sia Durante (Dante) Alighieri, ma troppe volte dimentichiamo che egli ha scritto dell'altro, oltre alla Commedia.

Oggi infatti vorrei considerare la sua prima opera, la Vita nuova, la sua vita rinnovata dopo l'incontro con Beatrice. E' un'opera in prosa e in versi, in lingua volgare, con uno stile però altisonante. E' composta sia in prosa sia in versi (sul modello di De consolatione philosophiae, di Boezio): dopo aver narrato un episodio, Dante ci allega una poesia e la spiega. Dopo il suo primo incontro con Beatrice, il secondo poi, passiamo al capitolo 18, in cui è narrato un evento basilare. Durante un matrimonio, Dante vede Beatrice, la quale gli aveva tolto il saluto per una vicenda alquanto bizzarra (Dante, secondo gli schemi dell'amor cortese, voleva nascondere il suo amore per Beatrice, cosicché di era trovato una donna schermo: Beatrice allora si era offesa), che ride di lui. Egli sbianca e quasi sviene. Le ragazze del gruppo di Beatrice vanno ad aiutarlo, e gli chiedono cosa fosse accaduto; gli chiesero perché egli amasse questa donna, se poi non gli riesce di "sostenerne la visione" Rispose che lui voleva solo il saluto di Beatrice, sebbene avesse timore di vederlo. Poiché Beatrice gli aveva tolto il saluto, e Dante aveva riposto tutta la sua beatitudine in "quello che non può venir meno", una gli chiese in cosa appunto fosse la sua beatitudine. Ed egli disse che stava nelle "parole che lodano la donna mia". E la stessa donna gli chiese perché, in vece della lode, fino ad allora Dante avesse composto delle poesie per ottenere il saluto di Beatrice, non per lodarla. Queste parole colpirono molto Dante, tanto che egli cominciò a mutare la sua concezione di Amore.

Beatrice fu da allora vista come la donna che rende beati, che va amata in modo celato, attraverso la lode, non attraverso le azioni. Il vederla era per Dante motivo di sconquasso, di timore: a lui bastavano le lodi. Bastava il pensiero, l'inleiarsi, l'indiarsi per sua intercessione. Non aveva bisogno di contatto fisico, no, il suo amore era il più puro dei puri. Meravigliosamente platonico (nel senso di strumento per raggiungere il Bene), anche se egli poi si rivelerà un aristotelico. Il timore di ferirla lo spingeva a rifiutare la sua vista, in quanto troppo dolce per esser guardata.
Adoro questa visione, la condivido appieno, e non riesco a concepire Eros in altro modo. E Beatrice? Avrà approvato questa visione di Dante? Mah. In realtà, questa era la sua visione, e non lo faceva stare bene Beatrice, ma l'Amore per Beatrice. Quindi, in realtà è una visione molto egoistica, ma dannatamente pura e disinteressata. Un po' come Jaufré Rudel. Meraviglioso. 

Grazie Dante.

Illustrazione: Dante e Beatrice contemplano l'Empireo

 
 
 
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SMISURATA PREGHIERA (DA “ANIME SALVE”, 1996)

Alta sui naufragi
dai belvedere delle torri
china e distante sugli elementi del disastro
dalle cose che accadono al disopra delle parole
celebrative del nulla
lungo un facile vento
di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico
di armi in uso e in disuso
a guidare la colonna
di dolore e di fumo
che lascia le infinite battaglie al calar della sera
la maggioranza sta la maggioranza sta
recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla
l'orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta
come una malattia
come una sfortuna
come un'anestesia
come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
col suo marchio speciale di speciale disperazione
e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi
per consegnare alla morte una goccia di splendore
di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
con improbabili nomi di cantanti di tango
in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un'anomalia
come una distrazione
come un dovere

Fabrizio Dé André

 

SHIVA

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SOCRATE

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PLATONE ED ARISTOTELE

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BUDDHA

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DORME, DORME PLACIDO SULLA COLLINA

“… E dov’è Jones, quel vecchio suonatore
che giocò con la vita per tutti i suoi novant’anni,
affrontando la tormenta a petto nudo,
bevendo e facendo chiasso,
senza mai un pensiero né a moglie, né a parenti,
non al denaro, non all'amore, né al cielo?
Eccolo! Ciancia ancora delle porcate di tanti anni fa
delle corse bel boschetto di Clary
di ciò che Abe Lincoln disse una volta a Springfield

(da “La Collina” di E.L. Masters)

 
 
 
 

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