Creato da lllll_June_lllll il 08/08/2008
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Cgil: quando un sindacato diventa partito.

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Governo e parti sociali si sono incontrati a Palazzo Chigi giovedi scorso, 22 gennaio 2009, ed hanno firmato l’accordo quadro sui contratti: un accordo sulle regole e le procedure della negoziazione e della gestione della contrattazione collettiva, in sostituzione del regime vigente, codificato dall’accordo del luglio del ’93, che così risulta integralmente sostituito
L'unico a non firmare è stato Epifani, Cgil, ed alcune sigle sindacali (Abi, Ania e Lega delle cooperative) le quali ultime hanno chiesto più tempo per approfondire i dettagli del testo dell’Accordo.
Prima ancora dell’incontro di Palazzo Chigi, già Epifani minacciava uno sciopero generale nel caso il Governo non avesse dato risposte adeguate.
E dunque era scontato ciò che poi è avvenuto: ossia che la Cgil non sottoscrivesse l’accordo.
Sindacati e associazioni di imprenditori, all’indomani della firma dell’Accordo, esprimono entusiasmo per la sigla stessa di un accordo dalla valenza storia in un momento, come questo, di grave crisi economica ed occupazionale.
Angeletti, della Uil, e Bonanni, della Cisl, hanno dichiarato che le principali richieste della piattaforma sindacale sono state accolte;  hanno parlato di una accordo che se non risolverà tutti i problemi, tuttavia migliorerà il sistema contrattuale; hanno sostenuto che le differenze create dall’accordo del ’93 hanno portato solo a conflitti e discriminazioni; hanno affermato che si tratta di un accordo condiviso da sindacati e datori di lavoro e non imposto affatto dall’alto (tra l’altro il Governo era una delle parti, per quanto riguarda i pubblici dipendenti); ed hanno invitato la Cgil a ripensarci e firmare, sostenendo che per fare delle riforme occorre coraggio e senso di responsabilità.
Ma alla Cgil sono mancati sia il coraggio sia la responsabilità per firmare un accordo che  è molto vicino alla piattaforma unitaria che era stata presentata a maggio 2008 da Cgil, Cisl e Uil.
L’accordo quadro sui contratti siglato giovedì – che dovrebbe durare un quindicennio e sostituire quello del 23 luglio del 1993- si prefigge di ridare dignità al salario ed al lavoro.
Esso prevede che:
- l’assetto della contrattazione collettiva, pubblica e privata, sia articolato su due livelli: il contratto collettivo nazionale di lavoro di categorie (un modello contrattuale comune,privato e pubblico, la cui durata diventerà triennale)  ed il contratto di secondo livello;
- che gli aumenti contrattuali (e dunque il rinnovo dei contratti) saranno legati non più al tasso di inflazione programmata, ma ad un indice di inflazione previsionale calcolato sulla base dell'indice armonizzato europeo (Ipca), calcolato da un ente di ricerca esterno.
- che siano incrementate tutta una serie di misure volte a incentivare, in termini di riduzione di tasse e contributi, la contrattazione di secondo livello, che collega incentivi economici al raggiungimento di obiettivi di produttività, redditività, qualità, efficienza, efficacia.
- vi sia una clausola di garanzia, secondo la quale i lavoratori senza contrattazione di secondo livello potranno comunque beneficiare degli elementi economici di garanzia previsti nei contratti nazionali
- vi siano nuove regole, da definirsi, per la rappresentatività sindacale
 Non riesco a comprendere come mai la Cgil non abbia siglato l’accordo di giovedì, che, come ho già detto, è molto vicino alla piattaforma unitaria che era stata presentata a maggio 2008 da Cgil, Cisl e Uil.
Non riesco a capire le labili motivazioni del suo “niet”: Epifani ha parlato di accelerazione improvvisa sulla riforma dei contratti; eppure sappiamo tutti che se ne parla da ben dieci anni e che da molti anni i sindacati fanno incontri su incontri per cercare di cambiarli.
Non comprendo questo no da chi, come Epifani, è stato al tavolo della trattativa, ed ha partecipato a  tutte le sue fasi e tutti i suoi passaggi.
Quel che però non è difficile comprendere è una Cgil che non vuole fare accordi a prescindere; una Cgil sempre più  prepotente ed autoritaria, poichè insofferente ad ogni proposta che non sia proveniente da se stessa o dalla sinistra.
E’ una Cgil reazionaria, nostalgica, ferma ancora agli anni ’70, che, da un lato si dice preoccupata per la grave crisi economica e dall’altro lato paventa scioperi ogni volta che non sono accolte le sue richieste anche le più pretestuose (vedasi Alitalia).
Una Cgil che più che un sindacato che tutela gli interessi dei lavoratori, dimostra di essere diventata un partito politico, che ragiona secondo logiche politiche anziché sindacali e che tutela precipuamente gli interessi di quelle forze politiche di Sinistra, di cui costituisce il braccio armato, e che oggi sbraitano (vedi Bersani e D’Alema) che si tratta di un errore gravissimo aver firmato senza il maggior sindacato italiano (anche se costituito ormai per il 60% da pensionati).
Un sindacato che per agire ha bisogno di una legittimazione politica, come è la Cgil, non è più una forza in grado di tutelare i lavoratori.
Della sconsideratezza e della leggerezza di Epifani, che nei sondaggi risulta essere il sindacalista meno stimato dagli italiani, ne faranno le spese solo gli iscritti al sindacato se non apriranno gli occhi per rendersi conto che il loro leader ha smesso da un pezzo di fare il sindacalista per occuparsi di altro.
Sarà solo questione di tempo per averne, se mai ve ne fosse bisogno, la conferma definitiva.

 
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