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Salvatore Quasimodo, Esordi poetici

Post n°339 pubblicato il 17 Maggio 2016 da marialberta2004.1
 
Foto di marialberta2004.1

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Maria Alberta Faggioli Saletti

Salvatore Quasimodo,Esordi poetici: Acque e terre 1930, Oboe sommerso 1932, Odore di Eucalyptus e altri versi1933,  Erato e Apòllion,1936, Poesie, 1938. 

Se l’esordio poetico di Salvatore Quasimodo, nel 1930,ha suscitato l’attenzione della critica e delle riviste letterarie d’avanguardia, le successive raccolte poetiche, durante i quasi quarant’anni di scrittura, sono state seguite con interesse discontinuo, benchè sempre più ampio, con apprezzamenti e riserve.

La prima raccolta Acque e terre ha avuto l’autorevole recensione del poeta Eugenio Montale che riconosceva a Quasimodo originalità nella ricerca, nell’audacia delle analogie e nella musica in cui alla fine si dissolve “il senso della poesia” (“Pegaso”, n. 3, marzo 1931). 

Ricordiamo che di questa prima raccolta fa parte la poesia “Ed è subito sera”, forse la più conosciuta: Ognuno sta solo sul cuore della terra /trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera”.  

E’ questo il periodo dei componimenti  di gusto e stile “ermetico”: oltre ad Acque eterre,  Oboe sommerso (raccoglie le poesie dal 1930 al 1932), Odoredi Eucalyptus e altri versi, 1933, Erato e Apòllion, 1936, Poesie, 1938, fino alla raccolta antologica  Ed è subito sera del1942.

L’ispirazione lirica individualistica riflette nei versi la nostalgia dei luoghi dell’infanzia, della casa, della famiglia: la Sicilia la cui bellezza suggestiva ha tanta parte nella sua poesia,la Sicilia, terra del mito, depositaria della cultura greca. Anche gli scrittori classici greci e latini diventano le principali fonti della sua poesia cui si aggiunge la consapevolezza dell’esilio, della vita triste trascorsa lontano dalla terra natale. 

Nella sua lirica vengono ben presto sottolineate le risonanze pascoliane di “realismo” e di “ritmo”, con modi sintattici più contratti, chiusi, rappresi. Eccone un esempio: …/E tutto mi sa di miracolo;/ e sono quell’acqua di nube/ che oggi rispecchia nei fossi/ più azzurro il suo pezzo di cielo,/ quel verde che spacca la scorza/ che pure stanotte non c’era.

Anche D’Annunzio lievita scopertamente nei versi di Quasimodo (Luciano Anceschi, Le poetiche del Novecento in Italia, cit., pp. 120, 130).

Sergio Solmi, nella Prefazione a Erato e Apòllion del 1936, sottolinea la capacità di usare la “parola insistita nelle sue sillabe”, e poco dopo il critico Oreste Macrì formula la fortunata definizione di “poetica della parola” (1938), accettata da Quasimodo, per la sua prima poesia e per quella di tutto questo periodo fortunato dell’ermetismo (caratteristici, i verbi usati con valore assoluto, caduta degli articoli e dei nessi sintattici, sillabazione ripetuta, rarefazione delle immagini e assoluta purezza della parola).

Carlo Bo, altro famoso critico letterario, già da noi citato, rileva invece che, proprio la lettura delle prime opere di Quasimodo, seguendo le suggestioni ermetiche in esse contenute, da parte di esegeti dell’ermetismo che per primi l’hanno apprezzato, lo ha anche costretto in una struttura poetica superficiale, limitata dall’analisi del solo regime della sillabazione astratta e delle interrogazioni.

Il vero Quasimodo invece è già presente in un “dettato personale” tessuto di sollecitazioni culturali, con una “lettura del mondo” che ha “un carattere fermo, basato su pochissime parole, portato al gusto dell’esclamazione” (Carlo Bo, La grande lirica del Novecento, “Salvatore Quasimodo”, in Storia della Letteratura Italiana, cit.).                                                                                   

Ecco alcuni versi degli esordi e delle prime raccolte poetiche:

Ognuno sta solo sul cuore della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera” (“Ed è subito sera”, Acque e terre);

Tindari, mite ti so/fra larghi colli pensile sull’acque/ delle isole dolci del dio,/oggi m’assali e ti chini in cuore./…A te ignota è la terra/ ove ogni giorno affondo/…/ Aspro è l’esilio,/ e la ricerca che chiudevo in te/d’armonia oggi si muta/ in ansia precoce di morire;/ …/ Tindari serena torna;/soave amico mi desta/ che mi sporga nel cielo da una rupe/ e io fingo timore a chi non sa/ che vento profondo m’ha cercato (“Vento a Tindari”, Acque e terre);

 Desiderio delle tue mani chiare/ nella penombra della fiamma:/ sapevano di rovere e di rose;/ di morte. Antico inverno (“Antico inverno”, Acque e terre);

Io stavo ad una chiara/ conchiglia del mio mare/ e nel suono lontano udivo cuori/ crescere con me, battere/ uguale età. Di dèi odi bestie, timidi/ o diavoli: favole avverse della/ mente. Forse le attente/morse delle tagliole/ cupe per volpi lupi/iene, sotto la luna a vela lacera,/scattarono per noi,/ cuori di viole delicate, cuori/ di fiori irti…(“Vicino a una torre saracena, per il fratello morto”, Acque e terre );

Un òboe gelido risillaba/gioia di foglie perenni, /…/in me si fa sera:/l’acqua tramonta/sulle mie mani erbose (“Oboe sommerso” è la poesia che dà il titolo alla silloge omonima ed è considerata unanimementerappresentativa dell’ermetismo);

In me un albero oscilla/da assonnata riva,/alata aria/ amare fronde esala (“L’eucalyptus”. Oboe sommerso); Io non ho che te/cuore della mia razza (“Isola”,Oboe sommerso);

Un’altra ora che cade:/ aperta a stella una buccia di banana/vive sul fiume. Il rombo/d’un frantoio che macina pietrame/ sulla cala, presso barconi inerti,/ la sabbia gialla che trabocca;/e al flutto arido la pena/a cui mi fingo leggero /ogni giorno non mio (“Città straniera”, Erato e Apollion). 

 
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