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QUASIMODO, Ed è subito sera (1942)
Post n°341 pubblicato il 17 Maggio 2016 da marialberta2004.1
Tag: QUASIMODO SALVATORE CLICCA TAG, in alto a sin., poi CLICCA QUASIMODO, per altre notizie su QUASIMODO, e per la Bibliografia Maria Alberta Faggioli Saletti Quasimodo, Ed è subito sera(1942) Il volume contiene l’insieme delle raccolte precedenti, integrate da Nuove poesie,e da un’aggiunta, denominata “Traduzioni”, di componimenti dei Lirici greci nella versione quasimodiana. Con l’antologia intitolata Ed è subito sera (1942), Quasimodo, oltre a chiudere un capitolo poetico personale e anche italiano, mostra nei testi raccolti sotto il titolo Nuove poesie, “un linguaggio più libero e una forma meno chiusa, … un’attesa di umanità o di significazioni sociali”, e una maggiore densità di valori etici. Nasce la poesia “sociale” (così la definirà il poeta in un suo bel discorso sulla poesia del 1953), che dirige il suo messaggio verso “gli altri”: “la stessa mitica Sicilia,la grecizzante isola del sole e degli eucalyptus, e della leggendaria infanzia,diviene isola del cuore, mito di una gente-realtà alla quale prestare la voce oltre ogni metafisica individuale”. Questa ricerca di comunicazione tiene conto dell’importanza essenziale della “perfezione classica” già raggiunta dalla propria poesia ed è attenta al fondamentale legame fra significato (contenuto, messaggio), tecnica del linguaggio e dello stile, controllo del verso (Gilberto Finzi, Invito alla lettura di Quasimodo, cit., pp. 42-43, 84-85). Il ritmo è più disteso, e si avverte nel poeta un’inquietudine nuova, la voglia di uscire dalla solitudine, di confrontarsi con luoghi e persone della sua vita attuale, difatti è presente il paesaggio lombardo che appare esemplificato dalla dolce collina di Ardenno. Il successo fa di questa silloge un libro tra i più letti e studiati: Notte, serene ombre/culla d’aria/mi giunge il vento se in te mi spazio/con esso il mare odore della terra/dove canta alla riva la mia gente/ a vele a nasse a bambini anzi l’alba desti./ Monti secchi, pianure d’erba prima/ che aspetta bovi e greggi/ m’è dentro il male vostro che mi scava (“Terra”); Ecco discendo nell’antica luce/ delle maree, presso sepolcri in riva d’acqua/ che una letizia scioglie/d’alberi sognati (“Nell’antica luce delle maree”); in te mi getto:/un fresco di navate posa nel cuore (“Alla mia terra”); Forse è un segno vero della vita:/ intorno a me fanciulli con leggeri/ moti del capo danzano in un gioco/ di cadenze e di voci lungo il prato/ della chiesa. Pietà della sera, ombre/ riaccese sopra l'erba così verde,/ bellissime nel fuoco della luna!/ Memoria vi concede breve sonno;/ ora,destatevi. Ecco, scroscia il pozzo/ per la prima marea. Questa è l'ora:/ non più mia, arsi, remoti simulacri./ E tu vento del sud forte di zàgare,/spingi la luna dove nudi dormono/ fanciulli, forza il puledro sui campi/ umidi d'orme di cavalle, apri/ il mare,alza le nuvole dagli alberi:/ già l'airone s'avanza verso l'acqua/ e fiuta lento il fango tra le spine,/ ride la gazza, nera sugli aranci (“Ride la gazza, nera sugli aranci”); Già la pioggia è con noi,/scuote l’aria silenziosa./Le rondini sfiorano le acque spente/presso i laghetti lombardi,/…/Ancora un anno è bruciato,/senza un lamento, senza un grido(“Già la pioggia è con noi”); Finita è la notte e la luna/si scioglie nel sereno,/tramonta nei canali./E’ così vivo settembre in questa terra/di pianura, i prati sono verdi/come nelle valli del sud a primavera/.../Come sei più lontana della luna,/ora che sale il giorno/e sulle pietre batte il piede dei cavalli (“Ora che sale il giorno”); Come ogni cosa remota/ ritorni nella mente. Il verde lieve/ della tua veste è qui fra le piante/ arse dai fulmini dove s’innalza/ la dolce collina d’Ardenno e s’ode/ il nibbio sui ventagli di saggina.// Forse in quel volo a spirali serrate/ s’affidava il mio deluso ritorno,/l’asprezza, la vinta pietà cristiana,/ e questa pena nuda di dolore./ Hai un fiore di corallo sui capelli./ Ma il tuo viso è un’ombra che non muta;/ (cosi fa morte). Dalle scure case/ del tuo borgo ascolto l’Adda e la pioggia,/ o forse un fremere di passi umani,/ fra le tenere canne delle rive (“La dolce collina”).
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