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QUASIMODO e la Seconda Guerra Mondiale, Giorno dopo giorno (1947)

Post n°342 pubblicato il 17 Maggio 2016 da marialberta2004.1
 
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Maria Alberta Faggioli Saletti

Quasimodo e la Seconda Guerra Mondiale, Giorno dopo giorno (1947)

Solo recentemente alcuni critici hanno ammesso che i componimenti “civili” di Giorno dopo giorno attendono ancora un approfondimento adeguato. Eppure essi sono presenti in quasi tutte le antologie letterarie e anche in quelle scolastiche dei nostri giorni.

Già nel 1974, Gianfranco Contini rilevava come la critica avesse trascurato questa stagione poetica di Quasimodo che ad un esame obiettivo risultava ricca, e quella in cui il poeta aveva trovato il suo tono più deciso (Gianfranco Contini, Letteratura Italiana,Otto-Novecento, cit., p. 375).

La svolta nella poesia di Quasimodo, legata anche alle esperienze della Seconda Guerra Mondiale, è evidente nella silloge Giorno dopo giorno del 1947. Il poeta modifica la sensibilità tematica, una trasformazione dall’interno, non certo univoca né lineare, a rappresentare una continuità che “intriderà lentamente e durevolmente di sé” la produzione poetica di generazioni del secondo Novecento. Una continuità che riguarda altri grandi poeti come Ungaretti, Gatto, Caproni, Luzi e Sereni, e anche quella che è stata definita la “poesia del dopo guerra” (Giovanni Raboni, Poeti del secondo Novecento, cit.). C’è da aggiungere che le liriche di Giorno dopo giorno segnano il passaggio del poeta a contenuti politici.

Per Quasimodo, un mutamento notevole, con l’adesione a certi temi essenziali della storia più recente. Una filosofia laica che qualche volta rischia di eccedere nell’esaltazione delle virtù dell’uomo o nell’accusa, nella quale prevalgono sulle domande, le affermazioni, con l’assunzione delle proprie responsabilità. Anche in questa occasione il poeta non ha mai ritenuta necessaria l’adozione del racconto, pur correggendo il ritmo del suo discorso,per esprimere partecipazione e commozione. E’ sembrato giusto parlare di “coscienza poetica rinnovata” accanto al rispetto di quelle che erano state le sue prime ambizioni critiche (Carlo Bo, La grande lirica del Novecento, “Salvatore Quasimodo”, cit.).

L’espressione lirica è qui sacrificata alla necessità di rendere una testimonianza aperta, diretta, con la ricerca di un’altra nozione del tempo poetico e di un’altra forza, oltre che di maggiore aderenza all’uomo. 

Le sue parole del 1946, contenute nel saggio intitolato “Poesia contemporanea” e nella rivista “La fiera letteraria” (1947), sulla necessità di“Rifare l’uomo”, vanno lette con attenzione: 

Io non credo alla poesia come ‘consolazione’, ma come moto a operare in una certa direzione in seno alla vita, cioè "dentro" l’uomo. Il poeta non può consolare nessuno, non può‘abituare’ l’uomo all’idea della morte, non può diminuire la sua sofferenza fisica, non può promettere un eden, né un inferno più mite... Oggi poi, dopo due guerre nelle quali l’"eroe" è diventato un numero sterminato di morti, l’impegno del poeta è ancora più grave, perché deve ‘rifare’ l’uomo,quest’uomo disperso sulla terra, del quale conosce i più oscuri pensieri,quest’uomo che giustifica il male come una necessità, un bisogno al quale non ci si può sottrarre... Rifare l’uomo, è questo il problema capitale. …quest’uomo che giustifica il male come una necessità… quest’uomo che aspetta il perdono evangelico tenendo in tasca le mani sporche di sangue. Per quelli che credono alla poesia come a un gioco letterario, che considerano ancora il poeta un estraneo alla vita, uno che sale di notte le scalette della sua torre per speculare il cosmo, diciamo che il tempo delle speculazioni è finito. Rifare l’uomo, questo è l’impegno”. 

E il poeta si esprime con la poesia: alla poesia dunque spetta un’alta missione umana e sociale, poiché “le sue immagini forti battono sul cuore dell’uomo più della filosofia e della storia”; la poesia possiede la segreta missione di rinnovare l’uomo attraverso la sua forza creativa, sommuove le coscienze, dice agli uomini la verità che essi non hanno il potere di esprimere. Questa l’audace convinzione di Quasimodo.

La guerra, il tempo dell’occupazione nazista, gli echi delle rovine del mondo, insomma tutto quanto il poeta aveva sentito di non poter cantare, al tempo del “piede straniero sopra il cuore”, lo porta a modificare la sua posizione di cantore, ad adottare un linguaggio semplice, dimesso, per ristabilire il colloquio con gli uomini, e lo induce a creare una poesia nella quale ogni uomo si riconosca, che allarghi il suo intento fino a farsi voce corale di denuncia degli orrori della guerra, della rinnovata barbarie degli uomini.

…Qui nero il fumo degli incendi/secca ancora la gola. Se lo puoi,/dimentica quel sapore di zolfo/e la paura. Le parole ci stancano/risalgono da un’acqua lapidata;/forse il cuore ci resta, forse il cuore… (“Forse il cuore”, Giorno dopo giorno).

 

 
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