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« Il gioco della StoriaIl sogno argentino »

Mi Buenos Aires querido

Post n°829 pubblicato il 11 Aprile 2019 da fedechiara
 

Buenos Aires 18 marzo 2019

Ci vuole un coraggio da leoni per dire l'equivalente di 'E' una cagata pazzesca' - come ha fatto Fantozzi, forzato alla visione della 'Corazzata Potemkin'. 
E l'equivalente - qualcuno lo doveva pur scrivere, prima o poi - è questa città tentacolare, brutta, calda e sciroccosa, architettonicamente uno sfacelo, un accostamento stridente di stili post coloniali e post moderni ('stili' è parola grossa), un ricettacolo di miserie vecchie e nuove e polveri sottili e meno sottili nebulizzate a tutte le ore del giorno e della notte lungo le arterie delle 'avenidas' e le vene delle 'calles'.
E tuttavia una città piena di energia - perché 'ci vuole un fisico bestiale ' per viverci e amarla - come dicono (e cantano) di lei i suoi milioni di abitanti. 
E tutto quanto sopra esposto non riguarda il centro storico, ca va sans dire, fitto di palazzi solidi e quadrati con colonne e timpani sulle facciate e alte torri e finestre ornate di decori, ma basta allontanarsi di una 'quadra', di là dall'Avenida 9 de julio. l'immensa arteria che separa ricchezza e povertà, centro e periferia, ed ecco la miseria della Grande Buenos Aires mostrarsi impudica e oscena - col rombare dei motori delle centinaia di migliaia di auto in perenne movimento che ti assorda ed asfissia.
E la miseria di oggi è impietosa e non dà scampo, bensì si allarga a macchia d'olio nella periferia estrema, quella che vedi effigiata nelle case del degrado e nelle baracche, provenendo dall'aeroporto internazionale di Ezeiza. E la 'Buenos Aires querida' cantata da Gardel nei suoi anni aveva forse una sua poesia di fango e baracche, una via Gluck porte(g)na, condita com'era di speranze post belliche e visioni di futuro in rosa, ma quella odierna è prigioniera della ragnatela del maledetto globalismo e della stagnazione economica, col peso argentino in picchiata, - e i sedici milioni di abitanti si contendono le briciole di una economia in affanno perpetuo, e i palazzi del centro cittadino sono solo un epitaffio di quella borghesia europea che li costruì e ambiva a 'fare come a Parigi', ma la maledizione dell'equatore e delle colonie tutto riduce a epigoni e belletto e caricatura.

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