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Creato da fedechiara il 14/11/2014
l'indistinto e il distinto nel suo farsi
 

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Messaggi di Marzo 2020

Riflessioni epocali

Post n°1198 pubblicato il 31 Marzo 2020 da fedechiara
 

Riflessioni epocali

Tra le riflessioni 'epocali' indotte dalla travolgente esperienza della malattia e il timore della morte al seguito vi è quella che sottolinea un'inversione di tendenza storica della specie, ed è: '(…) ciò che osserviamo nel corso dei flagelli: che ci sono, negli esseri umani, più cose da ammirare che da disprezzare' (A.Camus 'La peste').

Il 'mors tua vita mea' dei predatori e dei cacciatori e dei guerrieri/soldati di ogni epoca e latitudine lascia il posto al vistoso 'offro la mia vita per te' dei medici in prima linea nelle rianimazioni, con il tributo di morte che ne è seguito della categoria. 
E la schiera degli infermieri che si gettano nella mischia a migliaia (diecimila hanno risposto alla chiamata di prima linea del governo) ci conferma che davvero 'qualcosa è cambiato' dai tempi delle epidemie storiche - con le fughe in campagna o alle cascine di chi poteva e chi restava affogava nei miasmi delle pesti nelle città più colpite che dimezzavano i numeri degli abitanti.

E un'altra riflessione è quella che mostra l'inurbamento massivo nelle grandi metropoli - che faceva parlare di 'civiltà dell'Urbanesimo' e preconizzava una tendenza irreversibile - oggi contraddetto dal panico per il contagio esplosivo; e osserviamo in tivù i conflitti e il corpo a corpo sui treni e gli autobus degli indiani che, a sciami, provano a scappare dalle metropoli per far ritorno ai villaggi. L'inane predicazione di Ghandi di un 'ritorno ai villaggi' per contrastare la miseria spaventosa e il mendicismo diffuso nelle metropoli ai tempi suoi oggi è riscattata e resa attuale dall'epidemia che dilaga e fa contare i morti a migliaia.

Il mito della globalizzazione è finito – cancellato dal virus assassino pandemico? 
E' presto per dirlo. Lo sapremo nei durissimi mesi che faranno seguito allo stop delle economie - e la recessione conclamata, i cui numeri percentuali aumentano ad ogni giorno di reclusione forzata, e già si prevede che sarà 'a due cifre'. 

E la città di NewYork chiusa da notte, la Grande Mela che più nessuno addenta e gli aeroporti chiusi, è l'immagine simbolica più evidente di questo tracollo epocale di prospettive. 
E nessuno si azzarda più a fare previsioni in questo mondo che più non riconosciamo come nostro, delle 'magnifiche sorti e progressive' della mia generazione e 'chi vivrà vedrà'; accontentiamoci delle magnifiche prove di umanità dei medici e gli infermieri in prima linea – un famoso telefilm che mai ci saremmo sognati di vedere tradotto in realtà quotidiana sui telegiornali nazionali ed esteri.

ILGIORNALE.IT
L'ex ministro dell'Economia Tremonti: "Lo sparo del 1914 pose fine alla Belle Époque, la pandemia a 30 anni di mercatismo"
https://ilmanifesto.it/un-destino-comune-dentro-la-fragilita/
Un destino comune dentro la fragilità | il manifesto
ILMANIFESTO.IT
Un destino comune dentro la fragilità | il manifesto
La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle | il manifesto
ILMANIFESTO.IT
La civiltà è Enea che porta Anchise sulle spalle | il manifesto

 
 
 

Il paradiso chissà.

Post n°1197 pubblicato il 30 Marzo 2020 da fedechiara
 

Inferni comparati

Dunque l'inferno non esiste – Francesco dixit. Per equiparazione e proprietà transitiva anche il paradiso ha ottime possibilità di essere la macchietta televisiva del caffè Lavazza piuttosto che quel luogo luminosissimo fitto di Troni e Dominazioni e schiere di Arcangeloni in formazione para militare disposte tutte attorno alla Lux Maxima che 'vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole', come scriveva il Poeta.

Resta il fatto che sul mito dell'inferno e dei diavoloni coi forconi che affondano nelle carni frolle dei penitenti per l'eternità e gli echi orribili delle 'orribili favelle e grida di dolore e accenti d'ira' è vissuta una larghissima schiera di esseri umani sottomessa al Terrore Eterno delle predicazioni gesuite e domenicane ammannite dai famigerati pulpiti sulle teste dei penitenti di ogni età cosparse di cenere. 
Coerenza vuole che Francesco chieda perdono, - la tiara in testa e a nome di tutti i suoi predecessori sul trono di Pietro - a tutti quei poveretti che sono morti nel terrore delle visioni apocalittiche e punitive del mito infernale costruito ad arte per sottomettere ad ubbidienze terrene i sudditi di ogni feroce e corrotta monarchia che ha inquinato la Storia.

E, invece, eccolo scusarsi e far precisare dai suoi addetti-stampa che: '...veramente il Papa non ha detto questo.' E hanno sbagliato tutti quei giornalisti a riportare le frasi incriminate dell'intervista con il gran vegliardo Scalfari Eugenio, fondatore di 'La Repubblica'.

Perché il mito dell'inferno, ben lo sappiamo, è mito fondativo e basico dell'organizzazione religiosa 'Santa Romana Chiesa' che sul Terrore dell'Aldilà ha estesamente campato nei saeculi saeculorum - e il suo franare nella confusione della presente torre di Babele delle lingue confuse e della anarchia teologica e 'relativismo religioso' che sconfina con l'ateismo rischia di rendere fragilissimi i pilastri della Dottrina e buona notte al secchio. 
E da qui in avanti sarà solo la Bontà e la Misericordia erga omnes e urbi et orbi, inclusi gli infedeli seguaci del profeta della confusa predicazione di Francesco, a tenere unite le folle che si adunano in piazza san Pietro e nelle 'adunate oceaniche' delle piazze e stadi dei viaggi papali.

Ma, forse, è 'l'inferno in terra' che viviamo e che si sostanzia di guerre assassine e orchi terroristi radicalizzati sul web (e le odierne pandemie) ad avere indotto il buon Francesco a negare l'esistenza del secondo inferno perché le torture e le efferatezze e le ferinità del primo sono ben maggiori delle atrocità immaginate dal sommo Poeta nel suo viaggio laggiù dove 'sarà pianto e stridor di denti'.

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Pandemie, infodemie e stigmi sociali.

Post n°1196 pubblicato il 29 Marzo 2020 da fedechiara
 

Pandemie, infodemie e stigmi sociali. Ce la faremo?

Nel piccolo condominio fronte campagna in cui vivo, grazie a una delle famiglie con un figlio di 14 e una bimba di due anni, l'età media è scesa a quarant'anni. E, se non fosse per me, scenderebbe a trenta e anche meno. E' una buona cosa, direte voi. Senza dubbio. E sono tutti gentili e silenziosi e sorridono, alleluia! Chi più di me felice?
Ma, a causa della infodemia che impazza in tivù - giornalisti, vil razza dannata!- e ci deprimono e ci costringono nell'incubo dei morituri che siamo, che potremmo essere (a chi la tocca la tocca), lo stigma sociale mi castiga, loro malgrado e, se scendo a terra e percorro il vialetto che mi porta in fronte ai bidoni della differenziata vengo seguito dagli sguardi di malcelata commiserazione dei presenti in giardino che giocano con una stropola di bimba cinguettante perché 'anziano', ahimé e, ca va sans dire, prima vittima designata del maledetto virus nascosto in ogni dove e che ci costringe a spruzzare battericidi e candeggina ueberall.
E poco importa se, ravviati i capelli e riportati con maestria nei punti in cui sono scarsi, la mia età biologica scende di un decennio. Siamo la generazione che, prima, affronterà il Grande Viaggio e siamo commiserati in tivù e 'protetti' e vigilatissimi a causa dell'assommarsi osceno delle bare nei posti più improbabili, dato il numero abnorme - e quelli delle imprese funebri, i tragici 'nouveaux riches' di questo scorcio di millennio infame, che non ce la fanno più e, come i medici e gli infermieri, sono la prima linea di questa stra maledetta pandemia che ci ha cancellato le vite e costrette alla prigionia dei domiciliari.

Ma la primavera avanza ostinata e sicura e i fiori già lasciano il posto al verde chiaro delle foglioline e le giornate di sole chiaro e di sicuro tepore dribblano i venti freddi dell'inverno ancora in agguato e, malgrado lo stigma sociale che mi castiga, la sensazione è che ce la posso fare e avrò futuro, speriamo, incrociamo le dita, accendiamo le candeline di rito - e ringraziamo il sole che sorge limpido e giocondo, divinità di fuoco che riscalda la superficie del pianeta da millenni e compie con scientifica semplicità quei miracoli che altri preferiscono vedere nel disegno di una nube fantasiosamente assunta quale 'apparizione della madonna' in quel della piazza san Pietro.

Oh, santo cielo! La pandemia colpisce pesantemente anche i neuroni, temo.

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Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.

Post n°1195 pubblicato il 28 Marzo 2020 da fedechiara
 

Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.

Possiamo ricorrere alle antiche metafore e allegorie per meglio rappresentarci i tempi grami che stiamo vivendo. La Morte non ha bisogno di spiegazione: è nei numeri, sempre più alti, dei contagiati morituri intubati nei reparti di rianimazione: un repulisti epocale di anziani che avrebbero potuto godere ancora di qualche altro anno o decennio di vita e sono falciati impietosamente dalla Contadina che pareggia sapientemente le erbe dell'umano prato.

E il diavolo chi è? Sappiamo qual'è la sua mela tentatrice, offerta ai paesi di affaccio mediterraneo in gravissimo affanno respiratorio da corona virus: 'Lasciate andare quest'Europa ladra e assassina' - sparagnina anche in tempi di pandemia e le economie ferme al palo a motori spenti e l'impresa di Sisifo prossima ventura di risalire la china non appena il virus mostrerà la corda e darà segno di non sapere più condurre da par suo l'oscena danza macabra della strage planetaria.

O, di contro, non un diavolo, bensì una paciosa diavolessa sparagnina: quella Merkel che continua a tenere stretti i cordoni della borsa europea, alleata all'Olanda dell'etica protestante degli antichi mercanti e navigatori che sempre pensano al dopo: al macigno del debito a voragine che mai più pagheranno le formiche italiche e greche e spagnole perché 'chi ha dato, ha dato, ha dato e chi ha avuto, ha avuto, ha avuto, scurdammoce 'o passato'...'.

E il Cavaliere? Non certo Giuseppi, il furbo avvocato che si è tolto d'impaccio digrignando i denti nel corso della video conferenza dei capi di stato e di governo che avrebbe dovuto sciogliere gli odiosi impacci e i lacci europei dell'era dell'austerità che ci lasciamo alle spalle – e non ha firmato il Mes: il trattato economico finanziario che metteva, si, a disposizione una pacca di miliardi ai paesi in difficoltà, ma stringeva il cappio al collo dei carnefici della troika e delle loro misure lacrime e sangue, già imposte alla Grecia, una volta giunto il momento delle restituzioni.

E allora chi è il Cavaliere della metafora cinquecentesca? Non è Draghi, che si tiene in disparte e lontano dall'arena del presente s-governo dell'emergenza-corona virus perché 'nondum matura est' – e non vuole finire a fare il drago trafitto da san Giorgio nel momento in cui maturerà l'uva di un 'governissimo' che si assuma l'onere delle pesantissime decisioni per uscire dalla crisi economica peggiore dal dopo guerra ad oggi.

Lasciamo aperta l'incognita. Nei prossimi giorni, speriamo non mesi, si decanterà il miscuglio e la pozione fumante nell'antro dei maghi dei presenti medici politici che ci dicono e ripetono fino alla nausea in tivù che 'andrà tutto bene' e 'ce la faremo'. E apparirà, finalmente, sulla superficie della pozione non più fumante la limpida figura del Cavaliere in questione.

No, non il Cavaliere mascarato dei tre lustri di s-governo ultimi scorsi, che avete capito?
E neanche il 'Blaue Reiter' gioioso sognato dagli artisti espressionisti prima che la prima guerra mondiale disperdesse i membri del gruppo e montasse l'incubo della Morte nelle trincee e sui campi di battaglia – con finale in tregenda dei milioni di morti della 'spagnola'.

Abbiate pazienza. Ancora qualche giorno di pandemia galoppante e picchi ancora distanti e vi sarà sciolta la metafora. Intanto #restateacasa e godetevi la splendida incisione di Albrecht Durer.

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Il metodo della follia

Post n°1194 pubblicato il 27 Marzo 2020 da fedechiara
 

La follia che si accompagna al metodo

'C'è del metodo in quella follia', dice Shakespeare di Amleto. E' da allora, da quei tempi lontani e tragedie ambientate in un castello danese che sappiamo che 'c'è del marcio in Danimarca' - e oggi in Germania perché 'tutto è il mondo è paese', da che le frontiere si sono aperte o sono state scardinate di forza dai milioni di nuovi barbari inurbati, - e l'orizzonte di futuro prossimo e remoto è un melting pot indistinguibile e umana melassa ed eventi sempre più caotici e non governabili.

E che la follia di Lubitz (il pilota tedesco suicida) si trascini dietro il senso di onnipotenza di far morire insieme 149 persone e abbuiarne e disintegrarne le storie è mistero che gli psichiatri si incaricheranno invano di spiegarci, perché in quella follia – come in quella di Amleto – siamo trascinati tutti a forza. 
Al punto da dirci tutti 'anormali' e mettere in discussione il concetto stesso di normalità, considerata la perdita e l'orphanage collettivo di ogni valore riconosciuto e limite e 'norma' universalmente riconosciuta e coralmente rispettata. 
E Basaglia, bravamente, ce li ha restituiti, i matti, e li ha detti normali al nostro pari - con qualche picco di confusione e marasma controllabile chimicamente e socialmente accettabile – e, per proprietà transitiva, siamo diventati tutti un manicomio a cielo aperto e dobbiamo elaborarla a forza, la follia, e riconoscere che si accompagna di buon grado al metodo; è lucida e 'ragionata' con la freddezza di chi mette mano ai comandi di una aereo e lo porta con regolarità programmata a bassa quota e infine lo schianto.

Ma altre follie metodiche mi sovvengono – come quella di un tale Kabobo, 'l'uomo nero' mal integrato e perciò reso 'folle', che alle quattro del mattino, armato di piccone, fracassava i crani dei poveri cristi indifesi che incontrava nel silenzio dell'ora, uno via l'altro. La morte che cammina, l'hanno detto, evocando figure simboliche dell'immaginario medioevale esploso prepotentemente nel terzo millennio delle mille sciagure e conflitti permanenti.

E che dire della costituzione di un 'califfato', con arruolamenti via internet di 'cittadini' rinnegati di seconda generazione, al tempo della tecnologia onnipotente e che apre scenari di conquiste del cosmo e i meravigliosi anelli sotterranei dove i postmoderni stregoni fanno girare vorticosamente la 'particella di Dio', vulgo 'neutrino'?

La storia che va col passo del gambero ci consegna, ad ogni nuovo giorno, il suo 'fatto del giorno' malato e sciagurato di una 'nave dei folli' umana che si stupisce della sua follia metodica e programmata e lucida perché, da sempre, aspira a scoprire il 'disegno di Dio' dietro le caotiche cose del suo vivere e andare e moltiplicarsi conflittuale finché 'morte non ci separi' e, di là della morte, è il nulla delle buie origini. L'ultima e prima 'follia' che spingeva il poeta a chiedersi: 'Ma perché dare al sole / perché reggere in vita / chi poi, di quella, consolar convenga? / Se la vita è sventura, / perché da noi sì dura?'

Tale è la vita mortale.

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L'antefatto.

Non aprite quella porta.

Alzi la mano chi non se l'era fatta un'idea di come sono andate le cose in quei maledetti ultimi minuti di vita delle 150 persone morte nello schianto dell'Airbus della Germanwings. 
Perché è vero che le 'dietrologie' postmoderne sono fastidiose quanto i 'complottismi' da un tanto al chilo che tracimano in Rete – e tuttavia l'animo umano, da sempre, ha formulato predizioni su tutto quanto ci avviene intorno perché è nella sua natura l'essere ansioso per tutto quanto può 'cambiarci la vita'.
E, di tutti i 'gialli' che avviliscono e incarogniscono le nostre vite, questo della caduta 'pilotata' dell'Airbus e del suo schianto contro la montagna ha tutti i caratteri di un altro '11 settembre' della strenua lotta al terrorismo che facciamo, senza grossi risultati, ormai da un quindicennio a questa parte - e chissà quanti altri morti dovremo lasciare sul terreno.

Ed è il N.Y.Times, nientemeno, a rompere l'ansioso silenzio e a darci l'avviso orrendo de: 'Non aprite quella porta!', - raccontandoci l'audio che viene dalla 'scatola nera': di un pilota che tenta di sfondare la porta della cabina di pilotaggio e, di là della porta, forse c'è un pilota suicida devoto alla causa dei 'foreign fighters' islamisti. 
'Forse si è solo sentito male', avanza un tale che non ama le dietrologie ed è ottimista sul futuro del laborioso e conflittuale 'melting pot' in cui viviamo immersi e propende per le cose più semplici, e il suo bicchiere, beato lui! è sempre mezzo pieno. Può essere, ma se uno si sente male perché mai dovrebbe chiudersi a chiave la porta alle spalle e impedire al pilota titolare o al secondo di entrare?

Perciò prepariamoci al peggio di quando si aprirà l'altra scatola nera (che nera non è) e, forse, avremo conferma che 'il nemico è tra noi' - e dovremo farcene più di una ragione e attrezzarci a vivere coll'orrendo sospetto che il viaggiatore dietro o davanti a noi ai cancelli di imbarco, con sembiante mediorientale o di sponda arabo-africana, possa nascondere l'orribile segreto di una 'serpe in seno' che attenta alle nostre vite.
E dovremo tornare allo spirito dell'11 settembre 2001 – con i controlli esasperanti e meticolosissimi in fase di imbarco che mai saranno in grado di darci la certezza che tutto andrà per il verso giusto perché possiamo esorcizzare l'imponderabile delle nostre vite, ma mai avere certezze e distendere gli animi se non ad atterraggio avvenuto.

Sarà per questo nostro 'animus' di occidentali a rischio della vita che, su molti voli, scoppia un liberatorio applauso, una volta avviata la decelerazione e premuto il pedale dei freni?