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« Lettera....Le regole del Rugby..... »

QUESTO E' IL RUGBY....

Post n°45 pubblicato il 21 Novembre 2012 da newrunner
Foto di newrunner

Il rugby non è uno sport - è un punto di arrivo. O anche un modo
di vivere la vita, accettandola per quella che è, e che ti regala qualcosa di
molto prezioso, qualcosa che dai tempi di Adamo ed Eva non si era visto. Ti
regala, in tempi di pace, la fotografia della tua anima. E il coraggio che ci
vuole per giocare a rugby è tutto lì: sei disposto a guardarti in faccia? Sei
disposto a vedere chi sei realmente?
Il rugby parte da un punto fisso,
inamovibile: la squadra. Tu ne sei parte, ne sei dentro, ne sei disciolto - e
una volta dentro voli e ti schianti con essa e per essa. Se ti senti monade,
lascia perdere. Se ti commuovi perchè ti senti rimproverare da un compagno più
esperto, perchè non tenendo una certa posizione, poi la tua squadra non
riuscirà a darti il sostegno, allora puoi avere grande soddisfazione.

Chiave
dell'approccio, e punto di partenza è l'umiltà. Il rugby è gioco umile, fatto
di fango e sul fango, dove le trincee mobili vengono costruite e disfatte con
grande sacrificio degli uomini di mischia (le ruck e le maul), dove la palla è
vissuta come "opportunità" da finalizzare (portandola in meta). La palla: ne
fai qualcosa di buono solo e soltanto se il compagno a cui l'hai passata ne
trae vantaggio. La responsabilità è tua - e se la palla la perdi, tutta la
squadra ne soffre (riposizionamento, perdita di metri, fatica, colpi presi e
dati per niente...).
La palla è ovale. E' la metafora della Fortuna: arriva,
va, sembra che ti segua e poi scarta via, non rimbalza mai dove vuoi tu, ma
soprattutto va colta al volo, quando la vedi arrivare - senza esitazione. E non
è facile. Soprattutto all'inizio la paura per la tua incolumità, la paura per
il contatto fisico, la paura di farti male - insomma la paura ti fa sbagliare,
ti fa essere titubante, ti iperprotegge. Poi, dopo un po', ti rendi conto che
il tuo atteggiamento fa del male alla tua squadra. E qui hai due opzioni: o te
ne vai, o diventi solubile, e ti disciogli nel gruppo - e la palla cerchi di
prenderla al volo, ti butti, ti fai male (a volte), ti senti parte di un
organismo superiore.

Dare e ricevere dolore non è per tutti. Ma tutti quelli
che lo danno e lo ricevono portano rispetto per gli avversari. Così vale per
tutti i cosiddetti sport di contatto - anche se il rugby, lo ripeto, non è uno
sport. Vale per il pugilato, le varie forme di lotta, le arti marziali. Dare e
ricevere dolore è formativo, è educativo, ti permette di conoscere i tuoi
limiti, di spingerli in là, di avere meno paura, di controllarla meglio, di
controllare la tua aggressività, di accettare la tua timidezza, di aumentare il
rispetto per gli altri, siano essi tuoi compagni o avversari. Di rispettare le
regole.
Le regole: ci sono, sono ben codificate, hanno un margine discrezionale
non scritto ma che è proprio dell'arbitro. Le regole si rispettano. Punto. Chi
trasgredisce alle regole (e in campo chi le detta è l'arbitro - e fine stop) è
punito. Se le trasgredisce costantemente subisce quello che non esiste altrove
- l'onta di essere allontanato dal campo per ANTIGIOCO - per non aver
consentito al gioco di fluire, di scorrere, per non aver consentito alle due
squadre di divertirsi, in primis, e di sfruttare le loro opportunità.

Le
opportunità possono essere molteplici, compresa quella della sconfitta
onorevole - altra codifica stravagante del rugby. La palla viene passata al
compagno soltanto all'indietro, e saranno solo le gambe e la caparbietà e
l'intelligenza tattica della squadra che potranno portarla oltre la linea di
meta. Non vi sono altre possibilità. C'è chi scrisse che il rugby sta al calcio
come la I Guerra Mondiale sta alla Seconda: prima non v'era forza aerea, il
territorio veniva conquistato con i fanti e la cavalleria.
La cavalleria: sia
essa intesa come onore per l'avversario, che come gruppo dei cosiddetti tre
quarti è parte del rugby. Si gioca una partita CON l'avversario, non CONTRO
l'avversario: il piacere di giocare è reciproco. Alla fine della partita è
rituale l'incontro in Club House a bersi una birra e a mangiare un boccone
assieme all'altra squadra. Si chiama Terzo Tempo, dopo i primi due in campo, ce
n'è un terzo, dove tutto quello che in campo si è fatto e si è detto, là resta.


E là resta, sul campo, tutto quello che là deve restare. Qualche pugno,
qualche rissetta, qualche chiarimento d'idee. C'è l'arbitro, ci pensa lui a
sistemare le cose, e se deve parlare con le squadre lo fa, comunica, spiega,
chiarisce le idee, e lo fa attraverso i capitani, che sono gli unici che
possono parlare con lui.
I capitani, in un gioco come il rugby, sono di
grandissima importanza. In campo parlano loro, danno loro l'esempio. Basta lo
sguardo torvo di un capitano per farti cambiare registro in campo. Gli
allenatori stanno in tribuna, e guardano la loro squadra. Chi è in campo sa
cosa deve fare. E se non lo sa, alla fine della partita è probabile che avrà le
idee schiarite.

Il rugby non è uno sport - l'attività fisica che in campo si
fa è solo preparazione. Il rugby è uno stato mentale. E' propedeutico alla
vita. Non per nulla i maggiori college inglesi, e le università, contemplano
fra i loro insegnamenti il rugby - in alcune è obbligatoria la frequenza. In
altre vi sono esami universitari incentrati sul rugby, che sono parte del piano
di studio (Trinity College di Dublino, ad esempio, o le più famose Oxford e
Cambridge). Ti insegna ad essere responsabile, a conoscere i tuoi limiti, a
controllare la tua naturale paura, a vivere assieme agli altri, a rispettare le
regole, a rispettare l'autorità, a rispettare l'avversario, a evitare la
furbata come struttura di vita, perchè miope e a corta gittata, a programmare,
a studiare.
Giocate, iscrivetevi, non abbiate paura - alcuni  pesano 20 kg in meno del più piccolo della loro squadra- Cercate un club, portate i vostri bimbi.
Scoprite un modo nuovo e diverso di stare assieme - e perchè no, di vivere.


Giocate.

 

 
 
 
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