Creato da MabelRock il 05/04/2005

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Dei tempi verbali e di altri inganni

Post n°233 pubblicato il 26 Agosto 2010 da MabelRock

A volte tornare ha più a che vedere con il senso delle cose, l'origine da cui trae spunto ogni gesto compiuto, il sottile filo che lega certe vite ad un unico, meraviglioso, progetto.
L'ambientazione di scena è la solita: quattro scalini di legno. Malmessi.
E poi oltre, questa piccola casa dipinta di viola che si staglia contro il cielo della sera.
Così eccomi davanti ad un portone di legno e metallo mentre provo a far girare una chiave di ottone lucido dentro una serratura incrosta dalla ruggine e dalla distanza, e ritraggo la mia mano destra inzaccherata del verde ossidato delle cose che brillano fino a che le frequenti, e che poi si lasciano ricoprire di un opaco risentimento simil-polveredismeraldo.
Posta accumulata, bollette da pagare e volantini del supermercato, prendi 3 e paghi a rate, ma solo dal 2012, tanto chissà se ce la farai a superare la fine del calendario maya.
Soppeso con lo sguardo il quadro d'insieme, la location è in disuso, ma in ordine, come se intorno aleggiasse il fantasma vigile di questa specie di passato che ho abbandonato.
Fluttua senza rumore, aspettandomi. Per divenire.
Passato prossimo e futuro anteriore. Imperfetto indicativo.
Trappole per parole.
Vai a Soho. A quella sera in quel pub senza sedie con i miei due amici dell'isola.
Vai alla sorpresa che ti leggono nello sguardo.
Vai a quando a migliaia di chilometri da qui, dopo che hai cambiato vita, lingua e moneta, all'improvviso ti capita di ascoltare da un lettore mp3 preso in prestito, l'eco di tutte le voci che conoscevi un tempo.
Come in un déjà vu.
Vai a una volta, una sera tardi, davanti ad un computer grigio piombo, con in testa pensieri pesanti come tonnellate di ricordi tossici da smaltire e responsabilità da agguantare al volo, per crescere.
Vai al momento in cui decidi di scrivere delle loro vite.
Fregandotene della tua che intanto cade in pezzi.
Trapassato remoto.
E' qui che tutto ha avuto inizio.
Ed è qui che deve finire.

 

 
 
 
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Puntualizzazione ultima:
IO NON SONO UNA MAB.
IO SONO MAB.

 

Se stai per metterti a leggere, evita. Tra un paio di pagine vorrai essere da un'altra parte. Perciò lascia perdere. Vattene. Sparisci, finchè sei ancora intero. salvati. Ci sarà pure qualcosa di meglio alla tv. Oppure, se proprio hai del tempo da buttare, che so, potresti iscriverti ad un corso serale. Diventare un dottore. Così magari riesci a tirar su due soldi. Ti regali una cena fuori, ti tingi i capelli. Tanto, ringiovanire non ringiovanisci. Quello che succede qui, all'inizio ti farà incazzare. E poi sarà sempre peggio.

 

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A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto.
Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere.
Io sono Demon e la luna è mia madre

 

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REVOLVER - Isabella Santacroce

"L'abbandono che sento. Ora. Dopo quanto è successo.
Il senso d'esserne vittima. D'essere orribile.
L'amplificazione a dilatarmi la solitudine.
Diventa una macchia indelebile.
La vesti quasi fosse il tuo abito della domenica.
Quello coi nastri nel collo. T'appende. T'impicca lontano da tutti.
Nel regno dei crocifissi. Hai il marchio.
Quasi fossi una vacca da carne in attesa del boia che ti costringe in ginocchio. Ti spara alla testa.
Senti ciò che per te è stato scelto.
Nascere e sentire in maniera costante la morte".


 

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OCEANO MARE - A. BARICCO
Io ti ho amato, André, e non saprei immaginare come si possa amare di più. Avevo una vita, che mi rendeva felice, e ho lasciato che andasse in pezzi pur di stare con te. Non ti ho amato per noia, o per solitudine, o per capriccio. Ti ho amato perché il desiderio di te era più forte di qualsiasi felicità. E lo sapevo che poi la vita non è abbastanza grande per tenere insieme tutto quello che riesce ad immaginarsi il desiderio. Ma non ho cercato di fermarmi, né di fermarti. Sapevo che lo avrebbe fatto lei. E lo ha fatto. E' scoppiata tutto d'un colpo. C'erano cocci ovunque, e tagliavano come lame.

 

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... forse, sempre, e per tutti, altro non è mai, lèggere, che fissare un punto per non essere sedotti, e rovinati, dall'incontrollabile strisciare via del mondo. Non si leggerebbe, nulla, se non fosse per paura. O per rimandare la tentazione di un rovinoso desiderio a cui, si sa, non si saprà resistere. Si legge per non alzare lo sguardo verso il finestrino, questa è la verità. Un libro aperto è sempre la
certificazione della presenza di un vile - gli occhi inchiodati su quelle righe per non farsi rubare lo sguardo dal bruciore del mondo - le parole che a una ad una
stringono il fragore del mondo in un imbuto opaco fino a farlo colare in formine di vetro che chiamano libri - la più raffinata delle ritirate, questa è la verità. Una sporcheria. Però: dolcissima ... lèggere è una sporcheria dolcissima. Chi può capire qualcosa della dolcezza se non ha mai chinato la propria vita, tutta quanta, sulla prima riga della prima pagina di un libro ? No, quella è la sola e più dolce custodia di ogni paura - un libro che inizia ... [A.B.]
 

 
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