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Novembre

Post n°298 pubblicato il 04 Novembre 2010 da clasiss

1 Novembre 2010

 

Se oggi mi fossi svegliata nel letto della mia stanzetta in casa dei miei genitori, oggi sarebbe stato un giorno di festa.

Invece, mi sono svegliata nel letto della mia stanza a Roma, con sole 4 ore circa di sonno alle spalle e con una sensazione di inadeguatezza e di inconsistenza come poche volte mi è accaduto di sentire.

Logicamente queste sensazioni sono conseguenza, seppur mediata, di quelli che sono gli episodi che mi capitano nella vita, la quale rimane, ancora oggi per me, un grande no-sense.
Mi hanno educata ad avere sempre obiettivi, a non arrivare mai ad un punto di arrivo ma che ogni arrivo non è altro che la partenza di un altro, eppure, a volte, questo viaggio in “solitaria” comincia ad essere pesante. Chi mi conosce sa che sono una persona che si “basta a se stessa” ma come è facile immaginare, ciò non è totalmente e sempre vero. Ho imparato a concentrarmi su di me, ho imparato a scandagliare ogni più piccola parte di me, ogni più piccolo istinto e desiderio, ho imparato il percorso delle scelte sbagliate affinchè ciò non accada nuovamente. Ciò nonostante, mi annovero alla razza umana, all’animale socievole qual è l’uomo, e, proprio questo aspetto strutturale dell’uomo, spesso, è causa di disturbo della mia serenità.

Vorrei non dover aver bisogno di alcun approccio sentimentale, vorrei non dover scoprire alcuna affinità con persone, al di fuori di me, vorrei bastare a me stessa ma ciò non accade.

Non sta accadendo adesso.

Impariamo anno dopo anno ad affrontare le situazioni con i metodi che riteniamo più giusti per evitare di soffrire, per evitare di farci del male, per evitare di stare male ma ahimè, ci stiamo solo prendendo in giro. La verità è che non possiamo fare a meno degli altri, che non possiamo fare a meno del contatto umano,. E’ un po’ come prendersi per mano senza averlo pensato prima, sentire la pelle di due corpi lontani e diversi che si sfiorano, che si toccano ed inevitabilmente senti il calore che è fuori di te, senti che c’è qualcosa fuori di te e quel qualcosa ti piace e vorresti non doverlo mai perdere ma lo hai già perso, ancor prima di potertene accorgere veramente.

Quante volte abbiamo fatto dei gesti, al momento normali, gesti che pensavamo si sarebbero ripetuti ed invece quel momento di quel giorno preciso, non sarebbe più tornato, sarebbe stato l’unico.
Oggi sono volate vie due persone che ruotavano nella mia orbita di vita, essere triste è il minimo ma non c’è solo tristezza, c’è anche impotenza, l’impotenza di dare la giusta direzione agli eventi. Sappiamo che non è in nostro potere, modificare il corso degli eventi e né tantomeno, sono talmente saggia da riuscire a vivere “stoicamente” i dolori che ti imprigionano come catene, che si stringono di più a te, quando cerchi di alzarti. Poi, è ancora peggio quando sei abbastanza acuta da riuscire a presagire l’evento funesto e a causa della maledetta impotenza dell’essere umano, rimani fermo, immobile e vedi le tue paure prendere corpo, avere una dimensione, accadere e portare tanta sofferenza.
E quando si soffre, è tutto così inconsistente…il sole non ti sembra più così caldo, non ti sembra più così coinvolgente, il cielo rimane sempre velato e non è più così blu e se non interviene una gioia di pari livello che ti scuote dal profondo e risveglia i tuoi sensi, la sofferenza diventa parte di te ed un animo sofferente, un animo in perpetuo dolore non ha posto su questa terra…

Da due anni a questa parte, Novembre per me significa tristezza e non certo per il mutare delle condizioni climatiche ma perché ho perso una parte di me, parte che non passa notte, io non invochi per guidare le mie azioni o solamente per avere un conforto, per dirmi che anche io un giorno, smetterò di sentirmi così.

Quando perdi qualcuno, non è la dipartita fisica che fa male, specie quando l’altro è ammalato, in un certo senso ti solleva, ma è l’assenza del cuore che ti lacera, non poter più respirarla, non poter più solo guardarla e lasciarsi guardare, lasciarsi penetrare da quegli occhi, condividere un panorama, condividere i silenzi e riempirli solo con la propria presenza.

Mi chiedo ma allora è così che dobbiamo vivere?

“Forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono.”.

 
 
 
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Un blog di: clasiss
Data di creazione: 13/02/2005
 

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