Creato da scricciolo68lbr il 17/02/2007

Pensieri e parole...

Riflessioni, emozioni, musica, idee e sogni di un internauta alle prese con la vita... Porto con me sempre il mio quaderno degli appunti, mi fermo, scrivo, riprendo il cammino... verso la Luce

 

Messaggi del 07/12/2023

River Deep – Mountain High, uno dei lavori migliori di Tina and Ike Turner!

Post n°1687 pubblicato il 07 Dicembre 2023 da scricciolo68lbr
 

Tina Turner scomparsa all'età di 83 anni il 25 maggio scorso, dopo una lunga malattia (come ha comunicato un portavoce della cantante nata il 26 novembre 1939 a Nutbush, vicino a Brownsville, nello stato del Tennessee e spirata in Svizzera, nei dintorni di Zurigo, dove risiedeva dal 1995), è stata una straordinaria interprete rhythm & blues che in giovane età si guadagnò l’appellativo di “regina del rock and roll ”. Dotata come poche di potenza vocale, energia, carisma e carica erotica esplosivi, Anna Mae Bullock – questo il suo vero nome – divenne dopo la separazione dal marito, nel 1976 (accusato di esercitare un'azione tirannica nei confronti della consorte, nonchè maltrattamenti, questo il motivo principale addotto dalle malelingue, ed anche e soprattutto perché sotto il profilo musicale la coppia non riesce più a esprimersi compiutamente), un simbolo di forza e di indipendenza femminile e la sua vita una parabola di riscatto e di affermazione individuale. All'età di dieci anni canta già nel coro della chiesa della sua città, dove il padre, Richard, è pastore. Nel 1956 i genitori si separano; Anna Mae e la sorella Alline vanno a vivere a St. Louis. Qui incontra il musicista Ike TurnerInsieme registrano Little Ann nel 1958 e nel 1960, accompagnati dalle vocalist The Ikettes, A Fool in Love che ottiene subito un notevole successo giungendo ai primi posti nelle classifiche internazionali. Tina e Ike si sposano alla fine del 1960 a Tijuana, ma il matrimonio viene invalidato perché Ike non ottiene il divorzio dalla prima moglie. Comunque Tina prende il cognome di Ike. Dopo una serie di insuccessi, nel 1971 Proud Mary raggiunge il quarto posto nelle classifiche e diventa uno dei capisaldi del repertorio di Ike e Tina.

La sua rinascita (sia personale sia artistica), come da molti viene definita, avviene dunque più tardi, dalle ceneri del suo matrimonio, nel 1979 con l'incontro con Roger Davies, un manager australiano che la porta con sé a Los Angeles e la trasforma in una delle più grandi voci musicali di tutti i tempi. Nello stesso anno, oltre ad essere la vedette fissa del varietà del sabato sera della Rete 1 Luna Park, condotto da Pippo Baudo, viene per la prima volta chiamata al Festival di Sanremo come ospite straniera, onore che le spetterà ben altre tre volte (1990, 1996 e 2000). Nel 1984 ottiene la definitiva consacrazione con l'album Private Dancer, un successo da undici milioni di copie vendute che la rilancia come star internazionale. 

Nel 1985 partecipa a USA for Africa, un supergruppo di 45 celebrità della musica pop tra cui Michael JacksonLionel RichieStevie Wonder e Bruce Springsteen, cantando We Are the Worldprodotta da Quincy Jones e incisa a scopo benefico. I proventi raccolti con We Are the Worldvengono devoluti alla popolazione dell'Etiopia, afflitta in quel periodo da una disastrosa carestia. Il brano vince il Grammy Award come "canzone dell'anno", come "disco dell'anno", e come "miglior performance di un duo o gruppo vocale pop". 

Nel 1985 è nel cast di Mad Max - Oltre la sfera del tuono (con Mel Gibson), per la quale Tina Turner canta la canzone-tema del film We Don't Need Another Hero e One of the Living che lo apre, mentre la prima raggiunge il secondo posto in classifica. Il successo discografico prosegue nel 1986 con Break Every Rule, seguito da altri ottimi lavori come Foreign Affair (1989), Wildest Dreams (1996, in cui è contenuta la traccia Confidential, composta dai Pet Shop Boys) e Twenty Four Seven (1999). Nel 1986 riceve intanto una stella nella Hollywood Walk of Fame. 

Nel 2000 Tina Turner appare come guest star nella terza stagione della serie televisiva statunitense Ally McBeal. Il 9 gennaio 2010 viene premiata "Svizzera dell'anno" con lo "Swiss Award", il premio più importante assegnato in terra elvetica, nella categoria show. Nel 2013, dopo aver vissuto quasi vent'anni col compagno Erwin Back nel paesino di Küsnacht, nei pressi di Zurigo, riceve la cittadinanza svizzera. Il 24 ottobre dello stesso anno, rinuncia al passaporto statunitense e alla doppia cittadinanza, mantenendo solo quella elvetica.

Gli appassionati di rock la ricordano soprattutto nei panni dell’indimenticabile Acid Queennella versione cinematografica del Tommy degli Who; oppure per i memorabili duetti con artisti due fra molti altri, del calibro di Mick Jagger e David Bowie. Tina Turner duetta con molti altri personaggi celebri del panorama musicale. Sul palco come già detto, con Mick Jagger in Live Aid, uno dei più grandi eventi musicali della storia, si esibisce in concerti con Bryan Adams, Rod Stewart, Elton John, David Bowie, Bono, Eric Clapton, Barry White e Mark Knopfler. Scrive anche una autobiografia che diventa subito un bestseller da cui nasce il film Tina - What's Love Got to Do with It diretto da Brian Gibson, con Angela Bassett e Laurence Fishburne, candidati entrambi al Premio Oscar. Tina Turner ha una serie di bronzi del pittore Jean-Joseph Sanfourche. Nel 2004 esce il doppio cd All the Best contenente tre inediti (Open Arms, Complicated Disaster e Something Special) che raccoglie le sue migliori performance dall'inizio della carriera; il lavoro contiene anche il brano Cose della vita, nel quale duetta con Eros Ramazzotti. 

Nel dicembre del 2005 Tina Turner ha ricevuto il Kennedy Center Honors per le sue performance artistiche, durante uno spettacolo al John F. Kennedy Center for the Performing Arts in Washington. La Turner si unisce quindi a un gruppo di artisti d'élite che comprende Aretha Franklin, Ray Charles, Little Richard e Chuck Berry. Nel 2006 duetta con Elisa nella canzone Teach Me AgainIl grande pubblico la ricorda durante quei dorati anni 80 per la musica, in cui Tina divenne una star planetaria con pezzi come "What’s Love Got To Do With It", "Simply The Best", "We Don’t Need Another Hero" e "Typical Male" e con album come Private Dancer. Gli appassionati di Rock N' Roll la ricordano per l'album "River Deep – Mountain High", quello della consacrazione che uscì nel Regno Unito nel 1966 e negli Stati Uniti solo 3 anni dopo; e in cui Tina iniziava a liberarsi dal giogo di Ike tenendo testa a un altro maschio violento, predatore, psicotico e geniale come Phil Spector.

Parliamo ora dell'album. River Deep – Mountain High di Ike & Tina Turner è stato lo zenith e il nadir di Phil Spector (1939-2021), il punto più alto e più basso della sua straordinaria carriera di produttorediscografico. Un volo d’Icaro troppo incauto ma inebriante, un sogno luccicante come il Titanic e destinato allo stesso drammatico naufragio. Eppure, nel 1966, Spector stava ancora sul tetto del mondo. Tra Elvis e i Beatles, il 1° rock and roll e la British Invasion, aveva costruito il suo regno e la sua fortuna di giovane milionario portando la musica nera aibianchi (prima della Motown) e costruendo «mini sinfonie per adolescenti». Crystals e Ronettes, i girl groups che aveva inventato, cominciavano però a incespicare; e i suoi ultimi pupilli, i Righteous Brothers di You’ve Lost That Loving Feelin’, lo avevano appena abbandonato. L’ebreo newyorkese di famiglia ucraina, covava desideri di rivalsa e un sogno ancora più grande: trovare un gruppo, o una cantante, capace di rivaleggiare con i 4 di Liverpool e di scalzarli dalle classifiche.

Ha un’illuminazione quando una sera si reca al Cyrano’s, sulla Sunset Strip di Hollywood, per assistere a uno show di Ike & Tina Turner. Loro, i 2 afroamericani del Sud, sono insieme dal 1957 e sulla scena del nuovo r&b si sono già imposti come un duo irresistibile che soprattutto sul palco non teme rivali. Nel loro continuo peregrinare fra etichette discografiche stanno lasciando la Loma, marchio del gruppo Warner Bros., per la Kent, ma Turner è perennemente insoddisfatto e Spector non si fa certo spaventare da inghippi di quel genere: si offre di rilevarne il contratto e di ingaggiarli nella sua casa discografica, la Philles Records, così da poterne produrre e pubblicare le prossime incisioni. La combinazione è potenzialmente esplosiva: Phil e Ike sono 2 teste caldissime, personalità ingombranti, dittatoriali e senza scrupoli abituate a calpestare chiunque ne intralci il cammino (ne sanno qualcosa la futura moglie di Spector, la Ronette Ronnie Bennett; e la stessa Anna Mae TinaBullock in Turner: vessate, umiliate e maltrattate senza pietà).

A Phil, comunque, interessa Tina, non Ike. Per il nuovo singolo ritagliato sulla sua voce è disposto a sborsare al marito 20.000 $ sull’unghia, purché non si faccia vedere in sala di incisione: venale com’è, Ike incassa soddisfatto e si dilegua per il tempo necessario (volando in Alaska, dice qualcuno). Sa di avere in mano la canzone giusta, Spector: l’ha scritta lui stesso assieme a Jeff Barry e a Ellie Greenwich, marito e moglie, anche loro ebrei newyorkesi e abituati a sfornare hit per il Brill Building, la fabbrica di successi musicali che sta sulla Broadway. Un giorno, in studio, i 3 si ritrovano insieme a improvvisare: Phil arpeggia la chitarra, Ellie martella i tasti del pianoforte e Jeff maltratta una percussione; ci metteranno 2 settimane buone a modellare una canzone dalla melodia potente e impetuosache solo una voce capace di attraversare i fiumi e di scalare le montagne è in grado di domare: quella di Tina, appunto.

Lei ascolta il provino, ne è entusiasta («Finalmente posso cantare qualcosa di diverso dal rhythm & blues») e prima di andare in studio prende a frequentare con regolarità casa Spector per studiare nei minimi dettagli la sua interpretazione, 2 ore al giorno per 2 settimane consecutive. «Fu come mettersi a intagliare un mobile», dirà poi la ragazza del Tennessee pronta a tirare fuori tutto quel che ha in corpo e nell’anima per raccontare la storia di una donna che ama il suo uomo di un amore profondo e vertiginoso, lo stesso riservato all’unica bambola di pezza che ha posseduto da bambina; e che si dichiara disposta a seguirlo ovunque come un cucciolo (il testo, decisamente maschilista, riflette perfettamente la sua condizione di donna succube nei confronti di un marito padrone).

Sarà un 45 giri deflagrante, un pop soul inaudito ed epico come una sinfonia wagneriana, pensa Spector che in studio, il 7 marzo 1966, assembla i suoi migliori musicisti ed erige altissimo il suo Wall Of Sound, il muro del suono rigorosamente monofonico per cui è famoso e che ottiene facendo suonare all’unisono i molteplici strumenti della sua orchestra. 21 strumentisti e 21 coristi, 2 (qualcuno dice 4) batteristi, altrettanti bassisti, 3 tastiere e 2 chitarre, tutti raccolti e assembrati ai Gold Star Studios di Los Angeles. Con il fido e altrettanto folle Jack Nitzsche a curare gli arrangiamenti e il meglio di quella che in seguito si sarebbe chiamata Wrecking Crew, la “crema” dei turnisti in città, pronta seguire le sue istruzioni: i batteristi Earl Palmer e Hal Blaine, affidabili e solidi come rocce; il tastierista Leon RussellBarney Kessel e il “cowboy in strass” Glen Campbell alle chitarre e la bassista Carol Baye, che apre il pezzo con un riff memorabile ideato da Phil.

C’è anche Darlene Loveleader delle Crystals e una delle prime star del firmamento di Spector, convinta di essere lei l’interprete prescelta come solista e disorientata dal caos che regna in studio: «Una gran confusione», ricorderà nella sua autobiografia. «Stavolta non era musica, ma frastuono. Nessuno, a parte Phil, ne era convinto». Session dopo sessiontake dopo take, spronata e continuamente interrotta da Spector («Devo averla cantata mezzo milione di volte», ricorderà in seguito la Turner a Rolling Stone) Tina si strappa l’ugola, fra strilli acuti e bassi profondissimi, per sovrastare quella fragorosa babele di suoni sovraccarica di echi, riverberi, sezioni d’archi e di ottoni. A notte fonda, nella penombra dello studio e con la cuffia in testa, è così stravolta e sudata da togliersi la blusa e restare in reggiseno davanti al microfono.

La Love, però, non è l’unica a esprimere perplessità su quella registrazione che richiede infinite ripetizioni, sovraincisioni e missaggi. Barry nota che il singolo è sovraprodotto e che nel mix finale la voce della Turner risulta quasi sepolta. Sua moglie Ellie, dopo avere ascoltato l’acetato su un giradischi, è talmente infuriata che lo toglie dal piatto e lo fa volare per la stanza. Soprattutto, e a dispetto di George Harrison che lo definirà «un disco perfetto dall’inizio alla fine», è il mercato a dare un responso negativo su una produzione costata la cifra astronomica di 22.000 $, molto più del costo di un album ad alto budget dell’epoca: non in Inghilterra, dove anzi il 45 giri ceduto in licenza alla Decca raggiunge nel mese di giugno il N°3 in classifica procurando ad Ike & Tina un invito ad aprire il tour inglese dei Rolling Stones e aprendogli il mercato del pubblico rock; ma negli Stati Uniti, dove il singolo su marchio Philles annaspa al N°88 della Top 100 di Billboard prima di affondare. «Troppo mainstream per il pubblico black, troppo black per il pubblico mainstream», sentenzia Ike dalla sua postazione di osservatore esterno, mentre Spector accusa di boicottaggio i dj delle radio, forse risentiti da certi suoi precedenti commenti poco carini nei loro confronti (o forse dal suo diniego ad assoggettarsi alla consueta per quanto illegale pratica delle payolas, soldi e altre regalìe concesse in cambio di passaggi radiofonici).

Può darsi invece che River Deep – Mountain High, poi interpretata dagli Animals di Eric Burdon e dai Deep Purple, dalle Supremes con i Four Tops e da Céline Dion, sia semplicemente troppo avanti sui tempi: momento chiave nel passaggio di Spector dal pop adolescenziale a quello adulto e nella fusione tra white music e black musicpop e rhythm & blues. L’album che ne prenderà il titolo (con Ike & Tina ritratti in copertina sullo sfondo di un cartellone cinematografico da Dennis Hopper, prima di Easy Rider fotografo in bolletta alla ricerca di opportunità nella Città degli Angeli) e che uscirà marchiato come “una storica registrazione di Phil Spector” è giustamente considerato, oggi, un classico della musica popolare del ‘900, pur essendo uno strano Giano bifronte: il vellutato rifacimento della ballata A Love Like Yours (Don’t Come Knocking Everyday) che Holland-Dozier-Hollandavevano scritto per Martha and the Vandellas; la coloratissima Save The Last Dance For Me, ripresa dal repertorio dei Drifters: la canzone fu registrata infatti, per la prima volta nel 1960 dai Drifters, con Ben E. King alla voce solista, e prodotta da Jerry Leiber e Mike Stoller, che aggiunsero un ritmo con sfumature latine e archi scintillanti; l’onirica e vorticosa Everyday I Have To Cry, una canzone scritta da Arthur Alexander e registrata per la prima volta da Steve Alaimo nel 1962; il rock and roll in cinemascope di Hold On Baby e il mix di sax e cori angelici di I’ll Never Need More Than This (altri 2 parti di Spector, Barry & Greenwich: il 2° incluso nella ristampa dell’Lp nel 1969) sono puro Spector sound; il resto, classico, asciutto r&b alla Ike & Tina Turner, con le voci delle Ikettes e diverse rivisitazioni di vecchi successi della coppia come I Idolize You, A Fool In Love e It’s Gonna Work Out Fine.

Ma quando l’album uscì, nel settembre del 1966 in Inghilterra con ben 3 anni di anticipo sugli Stati Uniti, Spector si era già chiamato fuori, deluso dal flop del singolo che ha sempre considerato la sua migliore produzione in assoluto. Sarà un colpo mortale alla sua autostima e un innesco probabilmente cruciale di quel vortice di paranoia, rancoroso senso di onnipotenza e autoreclusione (interrotta solo da qualche altisonante e discussa produzione: il Let It Be dei Beatles, 4 dischi per John Lennon, l’All Things Must Pass di George HarrisonLeonard Cohen e i Ramones) che il 3 febbraio del 2003 lo porterà a rivokgere un colpo di arma da fuoco in bocca all’attrice e modella Lana Clarkson e a trascorrere in carcere gli ultimi 11 anni della sua spettacolareromanzescatragica esistenza.

 
 
 

UN’EMERGENZA INESISTENTE! LO STATO PROFONDO, IN PIENA CRISI, INVENTA EMERGENZE COME ARMI DI DISTRAZIONE SOCIALE!

Post n°1686 pubblicato il 07 Dicembre 2023 da scricciolo68lbr

UN'EMERGENZA INESISTENTE. LO HA RIBADITO ANCHE IL PROCURATORE DI MESSINA QUAKCHE GIORNO FA: QUARANTA CASI IN UN ANNO SONO NUMERI INSIGNIFICANTI. PARLO DEI FEMMINICIDI, TANTOPIÙ CHE SONO IN DIMINUZIONE RISPETTO ALLO SCORSO ANNO. QUINDI DI COSA PARLIAMO? VE LO DICO IO: L'EUROPA, GLI USA, LO STATO PROFONDO HANNO OERDUTO LA GUERRA IN UCRAINA! STANNO OERDENDO SU TUTTI I FRONTI! IL GENERE UMANO SI STA RISVEGLIANDO, NON CREDE PIÙ A TUTTE LE BAGGIANATE CHE I MEDIA MAINSTREAM PROPINANO. ED ALLORA QUESTO FA USCIRE DI SENNO... BENE, ANZI BENISSIMO...

PROPONGO QUESTA RIFLESSIONE DI ANDREA TOSATTO SUL TEMA... FA RIFLETTERE... COSA CHE LO STATO PROFONDO, ADORATORE DEL DEMONE E DI SE STESSO, NON SA FARE... 

 

"Sig. #Cecchettin anche ieri, nel giorno del funerale di sua figlia, ha puntato il dito contro il #patriarcato e contro i maschi, ribadendo la necessità di programmi educativi nelle scuole per combattere una piaga, un flagello, quello del #femminicidio, che vede solo lui, dato che 40 donne uccise dal proprio compagno in un anno, dispiacciono, fanno rabbia, fanno auspicare pene certe ma non giustificano affatto un allarme sociale essendo irrilevanti dal punto di vista statistico.

Lui dice che dobbiamo sentirci tutti coinvolti, che dobbiamo diventare agenti di cambiamento, che dobbiamo parlare agli altri maschi.

Ecco, allora io, da maschio parlo a lui.
"A differenza di ciò che lei fa con noi, io non la giudico, Sig. Cecchettin, ma sinceramente, se fosse morta mia figlia, non avrei fatto un discorso di 9 minuti di cui 2 scarsi dedicati a mia figlia e 7 abbondanti spesi a propagandare l'educazione gender nelle scuole.
Avrei riservato questo ultimo momento a mia figlia.
Avrei parlato di lei.
Avrei ricordato lei.
Dal primo istante fino all'ultima parola del mio discorso.
Per fare spiegoni avrei avuto tempo.
Per dare l'ultimo saluto a mia figlia no e io, quell'occasione, avrei cercato di sfruttarla al massimo.
Signor Cecchettin, io non la giudico, ma prima di invocare educazione affettiva per gli altri le consiglio di imparare a mostrare lei un po' di #affettività.
Perchè mi sembra di vederne poca.
Al contrario vedo tanta propaganda politica.
Onestamente non so se del suo discorso sarà rimasta più contenta sua figlia #Giulia dal cielo o #KlausSchwab da #Davos.
Ci rifletta!"

Dr. Andrea Tosatto

 
 
 

ROMA TRA LE CITTÀ PIÙ SPORCHE AL MONDO!

Post n°1685 pubblicato il 07 Dicembre 2023 da scricciolo68lbr
 

Roma non è mai stata così sporca, neanche durante gli anni di Virginia Raggi, considerata da molti, una dei peggiori sindaci della capitale. Soprattutto, a differenza degli anni precedenti, non si vede a breve una soluzione. Mesi fa raccontavo di una Roma lercia come non mai. Le cose non sono cambiate. Un'eterna emergenza che ha riempito la città di spazzatura condita di un fetore nauseabondo. Roma non è mai stata così sporca, lo ripeto: per questo sarebbe meglio per Gualtieri dimettersi, se non può o non vuole dire ai romani – già pagano la tassa sui rifiuti più alta d’Italia – quando finiranno di vivere nell’immondizia.

Il sindaco, a tutti gli effetti un "fantasma" nella Città Eterna, inaugura mostre e iniziative sui social, gioca a carte con il cellulare nel corso delle riunioni dell’Assemblea Capitolina, e di concreto non combina nulla. E pensare che due anni fa prometteva la “pulizia entro Natale” – chissà di quale anno – e oggi ancora rimanda la soluzione ai problemi della Capitale.

Tutta questa vucenda è avvolta da un mistero: non si sa come e perché, infatti, a Gualtieri venga risparmiata la critica, la pressione e il giudizio della stampa: la stampa locale e nazionale, molto critica in passato nei confronti di Virginia Raggi, non può esimersi dal riconoscere una assurda differenza di trattamento tra i due. Mentre il flop di Gualtieri diventa sempre più evidente, il silenzio dei giornali è sempre più assordante ed incredibile. Tra i giornalisti e Gualtieri prosegue un idillio davvero inspiegabile, che risparmia al sindaco qualsiasi attacco o critica rispetto alla sua amministrazione: una situazione anomala che sarebbe bene terminasse, per il bene di Roma e dei suoi abitanti.

A fronte di una situazione del genere ci sono un sindaco e un'amministrazione che hanno deciso di adottare la strategia dello struzzo. "Roma sarà pulita per il Giubileo" è il ritornello stanco che accompagna ora il "chiedo scusa ai romani", ora "è colpa della gara annullata dal Tar per i mezzi Ama", ora "è colpa di Ama", gridato quasi con orgoglio dall'assessora Alfonsi. Il tutto con sullo sfondo un termovalorizzatore lontano, troppo lontano. Se Raggi era la sindaca delle narrazioni ardite, contraltare di realtà costantemente opposte, Roberto Gualtieri si sta trasformando nel sindaco fantasma, che non dà risposte, che pare ignorare il problema. Sì, perché parlare di Giubileo, di gare dei mezzi annullate, di colpe di Ama, significa scagionarsi, non metterci la faccia. Ama da ormai due anni segue le indicazioni della giunta Gualtieri. Ha un management scelto dall'attuale maggioranza. Ha al suo interno le Ama di municipio, primo atto dell'attuale amministrazione. Eppure... Eppure è un fallimento, totale.

"Non è un problema di sbocchi", viene sempre ripetuto. La manutenzione dei mezzi di raccolta è esplosa nella sua problematicità a metà giugno 2022. Improvvisamente. Si poteva prevedere? Dentro Ama anche l'ultimo dei netturbini risponderebbe di sì. Perché allora dirigenti "strapagati", messi lì da politici altrettanto ben pagati e votati per risolvere il problema, non hanno preso per tempo le contromisure?

E ancora. Perché da quando ci ritroviamo ciclicamente a parlare di emergenza rifiuti spuntano bonus per i lavoratori Ama per pulire la città? Insomma un'emergenza che è normalità nelle sue evoluzioni, nelle sue soluzioni, che non si vedono e nella sua rassegnazione, che pare più essere della classe dirigente che governa questa città.

L'ultima campagna elettorale si è sviluppata attorno ad una domanda: Roma è ingovernabile? Ovviamente tutti rispondevano di no e Gualtieri era parso il più convincente, come dimostrato poi dal suo trionfo elettorale. Ecco, oltre un anno e mezzo dopo, (era il 18 ottobre 2021 in cui Gualtieri fu eletto sindaco), nel pieno di questa nuova emergenza rifiuti, Roma appare rassegnata a sé stessa, alla sua ingovernabilità, all'impossibilità di soluzioni strutturali e di progetti organici. E i sacchetti che da giorni giacciono a terra sono il simbolo di un fallimento. L'ennesimo!
Roma una vergogna tutta italiana? Parrebbe proprio di si.

La rivista TIME OUT insiste nella redazione della classifica delle città più sporche al mondo. E, la nostra ROMA, insiste ad occupare il primo posto!

Per scrivere la classifica delle città più sporche del pianeta sono state ascoltate 27.000 persone in relazione ai viaggi che hanno fatto.

Si sa che la Città Eterna vive la cronica emergenza rifiuti da molti anni e non si è mai capito quale ne sia la causa, tra continui rimpalli di responsabilità. 

E, i romani protestano contro chiunque arrivi a governare la loro città dal momento che niente cambia circa la sporcizia, pur cambiando il governo locale. Festeggiank prolifiche famigliole di topi e di cinghiali che, ormai, si trovano a loro agio anche nel caotico traffico cittadino.

Pare che una soluzione sia quella di sostituire i cassonetti, attualmente in plastica, con altri in metallo e più capienti.

Lo ha appena fatto anche New York che si "onora" del secondo posto in classifica.

Per il terzo posto si arriva in Scozia, a Glasgow.

Per contro,  la città più pulita al mondo è Stoccolma.

Seguita da Wellington in Nuova Zelanda e Canberra in Australia al terzo posto. 

Come italiani, ci riscattiamo da questa vergogna con un'altra nostra città, regina di classifica tra le città più accoglienti al mondo.

A monte, le recensioni lasciate dai viaggiatori che premiano 220 località,  nel  mondo. 

Al primo posto nella classifica delle località più accoglienti al mondo c’è Polignano a Mare.

Polignano a Mare è una piccola città che conta 17.612 abitanti della città metropolitana di Bari.

Definirla bella non è abbastanza.

Il suo nucleo più antico, sfidando la forza di gravità, è costruito su uno sperone roccioso a strapiombo sul mare Adriatico.

Si vive di  turismo, accogliendo meglio di chiunque altro al mondo.

Si coltivano ortaggi  e chissà che bontà...

 
 
 

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                       I

Le parole contano
dille piano...
tante volte rimangono
fanno male anche se dette per rabbia
si ricordano
In qualche modo restano.
Le parole, quante volte rimangono
le parole feriscono
le parole ti cambiano
le parole confortano.
Le parole fanno danni invisibili
sono note che aiutano
e che la notte confortano.
                                  i
 
 

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